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Il processo Civile e la tela di Penelope
di Mario Fresa

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Il 10 maggio 2005, in una auletta poco distante dal Parlamento, dove era calendarizzato l'esame, ai fini della conversione in legge, del decreto legge n. 35 del 2005 sulla competitività , l'ANM (che già aveva invano rappresentato l'esigenza che in Parlamento venissero stralciate dal testo tutte le norme in materia di giustizia) ha organizzato un importante dibattito, dal titolo "Giustizia e competitività ", alla presenza, tra gli altri, del Presidente della Commissione Giustizia in Senato, Avv. Antonino Caruso, del responsabile Giustizia dei DS, Prof. Massimo Brutti e dell'esperto processualcivilista Prof. Sergio Chiarloni.
Nella locandina pubblicitaria predisposta dagli organizzatori si leggeva tra l'altro:
"In Senato, mentre erano da tempo in stato di avanzato esame le riforme della procedura civile e del procedimento fallimentare, con un procedimento di dubbia costituzionalità , in sede di conversione del decreto legge sulla competitività , è stata inserita una delega al Governo che riguarda le stesse materie, nonché i reati di bancarotta ed altre norme disomogenee tra loro.
L'alto monito del Capo dello Stato, formulato anche di recente - di evitare "un modo di legiferare, invalso da tempo, che non appare coerente con la ratio delle norme costituzionali che disciplinano il procedimento legislativo e, segnatamente, con l'articolo 72 della Costituzione, secondo cui ogni legge deve essere approvata "articolo per articolo e con votazione finale" - è stato ancora una volta ignorato.
Le disposizioni sul giudizio di cassazione, la riduzione delle pene per la bancarotta, alcune norme sul processo civile, appaiono frutto di approssimazione e, avulse da un contesto di razionalità progettuale, sono inaccettabili."

Il dibattito si è sviluppato attraverso una serie infinita di obiezioni di costituzionalità e di funzionalità concernenti l'emananda legge da parte della quasi totalità degli autorevoli giuristi presenti. Lo stesso presidente Caruso ha preso le distanze da qualche norma da altri esponenti politici voluta ed ha lasciato intendere che il testo legislativo che il Senato si accingeva a varare non era ideale neanche dal suo punto di vista.
In particolare, nel dibatttito si è preso atto, con viva preoccupazione da parte dei rappresentanti dell'ANM, del moltiplicarsi di riti e di modelli che denota la mancanza di una impostazione coerente sul piano sistematico ed evidenzia irrazionalità nelle tendenze del processo civile italiano e scarsa attenzione per i diritti dei cittadini e per gli interessi della collettività , degli utenti e di tutti gli "operatori" professionali.

Il giorno dopo, con il solito metodo poco rispettoso delle prerogative del potere legislativo, il Senato ha votato la fiducia al Governo, approvando sostanzialmente senza discussione la conversione in legge con modifiche del d.l. n. 35 del 2005.
La legge di conversione n. 80 del 2005 contiene modifiche delle procedure concorsuali e del processo civile, alcune direttamente operative (a partire dal 120° giorno dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale), altre oggetto di legge delega, riguardanti tra l'altro i reati di bancarotta (le cui pene edittali sono state di nuovo opportunamente aumentate), il processo di Cassazione e l'arbitrato.
Molte di queste disposizioni in parte compromettono le esigenze di celerità ed efficienza della giustizia civile ed in parte pongono a rischio la possibilità di concludere utilmente procedimenti penali derivanti da procedure fallimentari anche di grande impatto sociale.

Sicché lo spirito della legge, quanto alla materia fallimentare, sembra improntato ad un supposto primato delle ragioni dell'economia sulle ragioni del diritto, primato che potrebbe portare ad una sostanziale deregulazione in assenza di trincee sulle regole per comporre i conflitti. In particolare, a tacer d'altro, in tema di revocatoria è stato fortemente ampliato l'elenco degli atti esenti ed è stato notevolmente ridotto il "periodo sospetto", mentre la disciplina del concordato preventivo risulta profondamente modificata, con tutta una serie di problemi interpretativi che investono lo stesso presupposto della procedura ("stato di crisi" e non più "stato di insolvenza").
Riguardo il processo di Cassazione, alcune delle previsioni che si vorrebbero introdurre, pur nello scopo dichiarato di "disciplinare il processo di cassazione in funzione nomofilattica", rischierebbero di compromettere ancor di più la possibilità di funzionamento della Corte. L'ipotesi di prevedere "l'identità dei motivi del ricorso ordinario e straordinario ai sensi dell'art. 111, settimo comma della Costituzione", quella relativa all'enunciazione del principio di diritto, sia in caso di accoglimento, "sia in caso di rigetto dell'impugnazione e con riferimento a tutti i motivi della decisione" e quella di introdurre meccanismi per "garantire l'esercitabilità della funzione nomofilattica…anche nei casi di non ricorribilità del provvedimento ai sensi dell'articolo 111, settimo comma, della Costituzione" (anche al di fuori di un determinato processo ed anche rispetto a provvedimenti non aventi carattere definitivo, come i provvedimenti in materia cautelare, o quelli che dispongono relativamente ai figli minori) significherebbe soffocare la Corte, già gravata di 93.533 processi civili pendenti (al 31 dicembre 2004, come da relazione del Procuratore Generale all'inaugurazione dell'anno giudiziario). Il rischio dello sconfinamento della Corte verso il giudizio di fatto è, tra l'altro, ampliato dalla previsione di estendere il "sindacato diretto della Corte sull'interpretazione e sull'applicazione dei contratti collettivi nazionali di diritto comune".
Le modifiche alla disciplina del c.p.c. riproducono solo in parte le previsioni elaborate dal Comitato ristretto in seno alla Commissione Giustizia del Senato, testo sul quale l'ANM, con precedenti documenti aveva già formulato articolate osservazioni, manifestando consenso su alcune proposte (anche migliorative rispetto a quelle contenute nel provvedimento licenziato dalla Commissione Giustizia della Camera il 23 luglio 2003), critiche e perplessità riguardo ad altre, tutt'altro che funzionali alla maggiore speditezza del processo.

Alla luce della legge n. 80, dunque, bisogna ancora una volta prendere atto che, sul tema del rito civile (o dei riti civili), il legislatore naviga a vista, col rischio di imbattersi in enormi iceberg capaci di distruggere la fragile navicella del processo civile italiano.
Fuor di metafora, le linee di riforma sul processo civile sembrano sfuggire ad una impostazione coerente sul piano sistematico, oltre che a una visione generale dei problemi della giustizia.
Non va dimenticato, infatti, che nel corso del Congresso Straordinario dell'ANM tenutosi a Napoli il 24-25 settembre 2004 un illustre processualcivilista (Prof. Giorgio Costantino) aveva avuto modo di rilevare come la recente produzione legislativa, nella materia processuale, suscitasse complessi problemi di coordinamento ed aveva ricordato che la tutela a cognizione piena potesse essere perseguita con molteplici riti. Già in quel periodo, in Parlamento, non si contribuiva ad una razionalizzazione dei riti e si percorrevano anzi strade contrapposte, quali quella del c.d. progetto Vaccarella (attualmente in stato di quiescenza) e della c.d. miniriforma urgente del rito ordinario (opera, pur necessaria, ma di mero maquillage del processo civile), approvata dal Consiglio dei ministri niente meno che il 21 dicembre 2001 e, poi, all'unanimità dalla Camera (con il plauso dell'Associazione Nazionale Magistrati), prima di essere profondamente modificata dal comitato ristretto in Senato il 7 luglio 2004.
Nel frattempo:
- è entrato in vigore, con successiva estensione alla materia dei brevetti industriali, il nuovo processo societario (d.lgs. 10 febbraio 2005, n. 30);
- in sede di discussione della miniriforma fallimentare il comitato ristretto ha predisposto un testo che estende il processo societario a tutte le controversie fallimentari di cui all'art. 24 l. fall.;
- il 9 marzo 2005 la Camera dei deputati ha approvato un d.d.l. recante "Disposizioni in materia di conseguenze derivanti da incidenti stradali", trasmesso il giorno dopo al Senato ed assegnato alla Commissione Giustizia in sede referente, che prevede, tra l'altro, l'applicazione alle cause relative al risarcimento dei danni per morte o lesioni conseguenti ad incidenti stradali, delle disposizioni del processo del lavoro (libro II, titolo IV, capo I del codice di procedura civile) ed un procedimento semplificato per la concessione della provvisionale anche senza il requisito dello stato di bisogno.

Dinanzi a questa congerie di interventi dobbiamo porci allora qualche domanda: quali sono le linee di tendenza del processo civile italiano? C'è una parvenza di razionalità in tutto quello che sta accadendo? E soprattutto, c'è attenzione per i diritti dei cittadini, in funzione dei quali unicamente deve svolgersi il processo? C'è attenzione per gli interessi della collettività , degli utenti, di tutti gli "operatori professionali" in questo moltiplicarsi di riti e di modelli processuali?
Ritengo che esse siano domande retoriche, perché sono convinto che proprio l'irrazionalità di questa caotica produzione legislativa, di questa pioggia scoordinata di interventi caratterizzati dalla mancanza di qualsiasi misura capace di incidere sulle condizioni organizzative della
giustizia, debba costituire il primo punto di una riflessione da cui partire per l'elaborazione di proposte che aggreghino il consenso dei magistrati, degli avvocati, della dirigenza e del personale amministrativo, di almeno una parte dell'accademia, dei sindacati, degli imprenditori, delle associazioni dei cittadini e dei movimenti dei consumatori, insomma dell'intero mondo che ruota insieme al Pianeta Giustizia.

Ma bisogna fare presto, perché un tavolo di lavoro comune, al quale partecipino tutte le categorie e gli operatori interessati ad una giustizia civile più rapida e giusta, è oggi più che mai una necessità .
E' ormai diverso tempo che, nel gruppo di lavoro sul processo civile costituito in ANM, partecipano stabilmente gli avvocati dell'OUA e delle altre organizzazione forensi più rappresentative, autorevoli rappresentanti del mondo accademico, encomiabili componenti della Dirigenza amministrativa. Con molto sforzo, attraverso un dialogo franco e aperto, si stanno superando steccati, barriere di incomunicabilità sinora esistenti tra le diverse categorie, e tutto ciò per sottolineare i tratti salienti di un modello di Giudice, di un modello di Avvocato, di un modello di Dirigente amministrativo, proiettati verso un nuovo modo di intendere il significato del proprio operare. Per progredire verso un minimo comune denominatore consistente nella ricerca di prassi organizzative e modelli interpretativi virtuosi che - come è stato detto al recente Convegno dell'ANM dal titolo "Processo civile ed organizzazione", tenutosi a Napoli il 14 maggio 2005 - "evitino di trasformare il processo in un terreno di scontro utile solo ai più forti o ai più furbi, e che consentano invece di giungere lealmente e correttamente alla tutela dei diritti dei cittadini".
Perché tutti gli operatori del diritto hanno oggi la forte responsabilità di dare un messaggio nuovo ai cittadini, oltre che al mondo politico. Una cosa fondamentale ci accomuna tutti: l'esigenza di assicurare ai cittadini una Giustizia migliore. Non è vero che, come ha tempo fa affermato l'ex Sottosegretario alla Giustizia, on. Vietti, la Giustizia è dei magistrati. La Giustizia è di tutti ed è il più sicuro indice di civiltà e di democrazia di un popolo.
Con questo obiettivo si sono diffuse a macchia d'olio le prassi virtuose indicate tempo fa nel "libro bianco" dell'ANM. Quelle prassi virtuose ed altre ancora progressivamente individuate nei singoli distretti, soprattutto grazie all'opera encomiabile dei c.d. Osservatori per la Giustizia, si sono via via tradotte in Protocolli di intesa per la gestione delle udienze civili. E' così che in sedi difficili quali Salerno, Reggio Calabria, Firenze, Roma, Napoli, Palermo (dove manca solo la ratifica conclusiva), gli operatori del diritto si sono dotati di strumenti semplici, ma efficaci, nell'intento di rendere le udienze civili più dignitose, celeri, proficue ed efficaci, in sintesi più utili all'accertamento della verità ed alla effettiva tutela dei diritti.

Con lo stesso spirito di rinnovata collaborazione, il 1° giugno 2005 le nuove Giunte esecutive centrali dell'ANM e dell'OUA si sono incontrate per porre le basi di una collaborazione più ampia e stabile, non limitata al settore civile, ma intesa a "globalizzare" il percorso sinergico anche verso altri temi, quali il processo penale e l'ordinamento giudiziario, ivi compreso il tema scottante ed urgente della magistratura onoraria. Non abbiamo certo la pretesa di convincerci reciprocamente delle rispettive ragioni, ma, anche nelle differenze, che rimangono numerose, quel che più conta è fornire un'immagine nuova, che non corrisponda più a quella di contrapposte corporazioni poste a difesa di rispettivi privilegi, ma si identifichi in quella, di ben più alto profilo etico, di associazioni di professionisti del diritto che, unitamente ad altri professionisti del diritto (i Dirigenti amministrativi), si impegnino a migliorare, nei limiti in cui possa garantirla la giurisdizione, la qualità della vita del popolo italiano.

Certo, dispiace e scoraggia la circostanza che, come Penelope con la sua tela si dava da fare per completare l'opera e poi era costretta a distruggerla perché la sua attesa veniva vanificata, con i barbari alle porte di casa, così ampi settori della magistratura, dell'avvocatura e dell'Amministrazione, che a legislazione invariata ed in attesa di riforme migliori e più meditate, si stavano attrezzando per rivitalizzare il processo civile attraverso le prassi virtuose ed i protocolli delle udienze, siano ora costretti a distruggere in parte quanto sinora realizzato, perché non più del tutto compatibile con la legge n. 80 del 2005, ed a ricominciare a tessere la loro tela, con la riscrittura dei protocolli stessi, laddove necessaria e, comunque, con l'adeguamento delle prassi alle non sempre facili interpretazioni delle nuove norme.
Ma non disperiamo e continuiamo a credere che, prima o poi, Ulisse arriverà .


Mario Fresa
Massimario della Corte di Cassazione

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