Get Adobe Flash player
Nuova pagina 2

"Procedure concorsuali: l'esigenza di una vera riforma".

intervento di Massimo FERRO

Nuova pagina 1

Roma, 6 luglio 2005
Sala Berlinguer - Gruppo Ds
"Procedure concorsuali: l'esigenza di una vera riforma".

intervento di 

Massimo FERRO -
a) La partecipazione attiva di un giudice di merito al dibattito critico sui processi di riforma è positiva. Essa sembra ristabilire, sia pur in poche occasioni, una sensibilità non rituale della politica all'ascolto di tecnici che non sono solo degli esperti ma anche i principali soggetti chiamati ad attuare, cooperandovi per il successo, le riforme stesse. E dunque ad assicurare in primo luogo quel rispetto delle regole, in un graduabile equilibrio di controlli ed incentivi, con cui lo Stato promuove, asseconda e disciplina i movimenti economici. Ciò per smentire quella diversa tesi per cui tali persone ad esempio, in un Convegno di solo un paio di anni fa ad Alba, un sottosegretario, avendo riguardo alla Magistratura in senso ampio, disse che non dovevano rientrare nell'orizzonte organizzativo diretto e principale di una riforma perché le riforme non si fanno perché lavorino meglio gli operatori che le debbono attuare....
Un po' più agghiacciante l'affermazione recente di altro sottosegretario il quale, inconsapevolmente scavalcando due secoli di istituzioni connotate dalla distinzione dei poteri, osservava che non sono le regole formali, applicate dalla magistratura, a garantire la comunità del credito ed il mercato a fronte di più semplici intese che, a maggioranza, si determinino sul piano negoziale. Così come la comunità politica accetta gli effetti di una scelta della sua maggioranza, anche la maggioranza tra creditori e debitori potrebbe e dovrebbe esprimere accordi idonei ad imporsi come tali e a valere sempre e senza altri controlli per tutti. A prescindere dunque, questo il messaggio apparente, da ogni loro contenuto. Si predica l'insindacabilità assoluta di un patto privato, ma si chiede allo Stato la massima autorevolezza protettiva, così da permetterne l'imposizione sempre e comunque come volontà generale.
Sembra dunque maturo il terreno per accreditare legislativamente una sbrigativa esaltazione della autonomia privata ed una compressione dei luoghi e delle forme dei controlli, secondo un filo comune che lega la prima riforma concorsuale del decreto legge n.35 del 14 marzo 2005 all'esordio della legislazione speciale sul caso Parmalat, ancora un decreto legge, il 23 dicembre del 2003. In questo secondo caso la politica è divenuta agenzia della semplificazione gestionale, sottraendo il conflitto legato alla crisi d'impresa al diritto comune (la legge fallimentare del 1942) ed al suo giudice ordinario (la magistratura dei tribunali) e trasferendolo alle stanze dei ministeri (il Ministero delle Attività produttive), oltre che ai più blandi ed eventuali controlli del giudice amministrativo (il TAR del Lazio). Nel 2005, invece, con la stessa tecnica normativa si è inserito un cuneo decisivo sulle prossime riforme, assicurando un risultato che, più ideologicamente che tecnicamente, è stato offerto all'opinione pubblica come anticipo e fattore di competitività: la drastica riduzione delle revocatorie fallimentari libererebbe risorse per le imprese; queste ultime, meno ingessate nel proporre soluzioni alternative alla liquidazione fallimentare, dovrebbero essere incoraggiate dai nuovi concordati ed accordi a salvaguardare progetti ed aziende.

b) Solo da questo punto di vista, quantitativo e della dinamica della produzione normativa, va allora condiviso l'ottimismo di Lorenzo Stanghellini quando ricorda che il prossimo legislatore delle riforme certamente non partirà dalla situazione coeva all'inizio dell'attuale legislatura, potendo contare su un saldo di almeno 5 anni, quindi al lordo di un dibattito culturale ed anche di un precipitato tecnico sofisticati. Il dibattito però non è finito, anche perché vanno intensificate le sedi in cui riuscire a disvelare dove gli intenti sono irrealizzabili e dove il processo riformatore deve ripensarsi in modo meno superficiale. 
Si può osservare, nel frattempo, che è soltanto una lunga preparazione culturale e anche mediatica ad aver permesso a questo governo di fare un po' di lavoro sporco, intervenendo con provvedimento d'urgenza e senza dibattito parlamentare (per la fiducia sulla legge di conversione) esattamente sui punti attorno ai quali palesi erano state le distinzioni e le differenze di sensibilità quanto ai progetti di riforma di inizio legislatura: le revocatorie sono state così cancellate sulla base di un secco regolamento di conti con una giurisprudenza che (per quanto severa con le banche) non aveva nulla di confuso o difficile essendo chiara e consolidata sin dal 1982; mentre i tre istituti di concordato ed accordi avviano solo un primo percorso di costruzione di quell'ombrello protettivo che da tempo si andava cercando. Le prime eludono il problema della tardività con cui le imprese in crisi accedono agli strumenti concorsuali e rischiano ora di rendere inutile il tempo dell'istruttoria, volta ad aprire procedure con attivi ancora più scarsi (e distribuzione ineguale delle perdite fra creditori). Ed inoltre non affrontano in alcun modo il costume bancario, tutto italiano, sia del multiaffidamento sia della genericità delle modalità contrattuali del finanziamento, ben distanti da una formalizzazione in vere e proprie aperture di credito in conto corrente. I secondi, invece e pur meglio apprezzabili come sfida alla salvaguardia di competenze negoziali più flessibili, sono però connotati da una veste talmente aideologica da sfiorare il suo contrario, cioè una sorta di esaltazione aprioristica di qualunque soluzione dei privati, foss'anche propria di imprese che, costituite o mantenute illegalmente, ad un certo punto cercano ed ottengono il fresh start, risanando e ristrutturando. Se ora il sigillo dello Stato, e di una magistratura despecializzata, serviranno dunque ad imporre accordi di stretta maggioranza alla generalità del mercato, occorrerà interrogarsi su come sia stato possibile un tramonto così repentino del controllo sul merito dell'iniziativa d'impresa: la promozione dell'impresa così com'è forse non è segno di una buona politica degli incentivi ad investire, né fa brillare per serietà il quadro delle regole competitive fra imprese. Ed accentua, anziché eliminare, gli svantaggi concorrenziali dell'ordinamento nazionale.

c) Entrambe le scelte ed i principi della legge delega n.80/2005 non possono però esaurire l'orizzonte di una riforma di sistema che, in una tradizione realistica che andrebbe ritrovata ed aggiornata, deve conoscere impatti organizzativi nelle aspettative di chi investe su imprese sane e non sane, effetti di riallocazione di risorse (scarse per definizione nel mondo della giustizia), esiti tendenziali delle scelte di modulazione dei conflitti.
Le incertezze dell'attuale cantiere (a cominciare dalla coproponenza della delega) sono rimaste, sono incertezze culturali, anche perché l'orizzonte, probabilmente anche soggettivo, di coloro che sono stati chiamati a scrivere in questi mesi appare attraversato da direttive implicite ed aspettative della politica contraddittorie, in cui il livello della soddisfazione mediatica si mescola alla vera e propria dimestichezza con le regole di dettaglio destinate a funzionare replicandosi in migliaia di casi. Senza che nessuna sperimentazione o trapianto di istituti altrove coltivati possano dirsi sicuri elementi di traino verso una virtuosità meno incerta della governance italiana sulla crisi d'impresa. Anzi si può dire che quest'ultima, per tradizione del nostro assetto istituzionale, è pervenuta ad una preoccupante frammentazione: alcune crisi d'impresa si sono progressivamente accostate alla gestione politica o di élites burocratiche e tecniche; il grosso delle insolvenze continua ad essere patrimonio culturale e professionale della magistratura ordinaria e dei professionisti che con essa collaborano; sono nate altre procedure miste, con ruoli confinanti e competenze contigue tra autorità amministrative e giudici. Su tutto, manca una autorità nazionale indipendente che monitori il fenomeno delle difficoltà delle imprese, a tale compito di authority di fatto assolvendo, ma senza un reticolato normativo ed organizzativo efficiente, i circa 170 tribunali ordinari. Ci sarebbero dunque le condizioni per misurare interventi diretti a riposizionare i ruoli e gli ambiti di relazione di tutte le agenzie che, in certa misura, sono responsabili a livello di quadro nazionale della gestione e prevenzione dell'insolvenza, ivi inclusa l'autorità politica, la Banca d'Italia, le organizzazioni dei professionisti ordinistici, oltre che la magistratura. Ma come avvenuto e come probabilmente avverrà nella costruzione anche delle norme delegate, le scelte mirano a riaggregare pesi ed interferenze verso tre sole agenzie di protagonisti. Di qui gli interventi sul ruolo dell'imprenditore, sul ruolo dei creditori e soprattutto sul ruolo del giudice.

d) Quanto al ruolo dell'imprenditore: più si creano istituti ed incentivi che anticipano l'emersione della crisi e quindi la sua conoscenza, puntandosi al recupero ad opera del mercato di quelle asimmetrie informative che hanno connotato l'ultima fase dell'impresa, meno è ancora accettabile la messa a disposizione di quello stesso imprenditore di ulteriori occasioni quando quei tentativi sono stati consegnati all'insuccesso, perché non espletati ovvero esperiti ma non accettati dai creditori.
Se un imprenditore, quindi, può accedere a nuovi e più flessibili strumenti di regolazione alternativa dell'insolvenza, ed oggi ciò è possibile con il concordato preventivo rifondato, gli accordi di ristrutturazione ed il piano attestato, nella misura in cui l'insolvenza non sia stata negoziata e disciplinata privatisticamente con successo o consenso qualificato i diritti di quell'imprenditore appare opportuno che siano garantiti all'interno di un processo, ma sottraendo al responsabile (anche solo oggettivo) dell'insolvenza qualunque voice dal momento successivo che è quello della gestione patrimoniale liquidatoria, di altro genere, della decozione. Quindi voice in un processo, snello e ricco di informazione; ma anche exit inevitabile dal mercato del titolare in caso di suo insuccesso, anche solo nella forma del mancato avvio di quegli strumenti anticipatori. Che oggi ancora sono carenti ed incompleti.
Così sono stati collezionati errori: non compare alcun accenno a serie ed efficaci procedure di prevenzione ed allerta; l'esperienza diretta delle società sottocapitalizzate e dirette da soci tiranni ovvero occulti o da amministratori professionisti delle insolvenze non pare aver insegnato nulla; l'esdebitazione è circoscritta a casi che eludono la moltitudine di soggetti che si indebitano con le imprese permettendone addirittura la nascita. Ma in particolare vanno segnalati due gravi limiti: la via italiana alternativa alle prospettive <sanzionatorie>, tutta fondata su una spinta di tipo risarcitorio, fa sorridere per avarizia di strumenti tecnici e manifesta ignoranza dei termini nazionali della questione. Nel nostro ordinamento ancora nessuna norma accompagna una riflessione sulle azioni di responsabilità, notoriamente inefficienti perché affondano su patrimoni inesistenti, cioè verso gestori incapienti da sempre, dunque del tutto impermeabili a tali iniziative. La scoperta giurisprudenziale del socio illimitatamente responsabile (anche per le società di capitali, nei casi di socio unico), dunque, lungi dall'essere stata una strada di retroguardia dovrebbe essere ripresa stante il sostanziale fallimento delle azioni di responsabilità patrimoniali classiche ove il socio o anche un terzo abbiano usato biecamente dello strumento societario, e dunque del beneficio della responsabilità limitata, perseguendo scientemente disegni di insolvenza e riducendo la società a mero strumento di affermazione di illeciti. Altrove (come in Francia) per lungo tempo si è scelto di far pagare agli amministratori responsabili la differenza tra attivo e passivo, utilizzando un'azione fortemente dissuasiva ed ancora concorsuale. Altro errore è stata la riproposizione della delega sul concordato fallimentare: sarebbe preferibile che essa non fosse esercitata, perché l'istituto perpetuerà, come in alcune zone del Paese accade, una forma di condizionamento pesante, ricattatorio, in certi casi anche criminale sulle scelte di liquidazione dei beni. Ritardando un serio intervento di risanamento ovvero mai legittimando lo Stato, attraverso il processo e la magistratura, a riallocare presto e bene con i creditori e presso il mercato gli attivi e le aziende che un imprenditore di insuccesso non ha saputo far ripartire.
Chi ha lavorato al Sud o conosce il Sud sa bene che spesso ancora oggi vi si vende quando il fallito è d'accordo che si venda; esercitare la delega nel concordato fallimentare significa perpetuare questo equivoco, innestare in modo contraddittorio una visione dell'imprenditore che ha a sua disposizione nuovi strumenti di rinegoziazione della crisi, ma al contempo rendendolo ancora titolare di poteri interdittivi quando definitivamente quegli strumenti sono stati segnati da insuccesso.

e) Sul ruolo dei creditori. Si sta andando ad una sorta di istituzionalizzazione dei creditori. I dissensi a questa scommessa, che mutua tutta da altri ordinamenti la ragione della sua proposta e dunque non ha base alcuna di esperienza nostrana (l'attuale comitato dei creditori è un feticcio, salvo alcune crisi maggiori e per rare procedure di amministrazione controllata e concordato preventivo, senza alcun corrispondente nelle procedure dirette dall'autorità ministeriale), possono racchiudersi in un'osservazione: la comunità dei creditori non preesiste rispetto all'insolvenza, la si forma all'interno di un processo appena e se l'insolvenza viene dichiarata. Senza contare che spesso proprio in occasione o per effetto dell'insolvenza nascono creditori assolutamente nuovi: così i soggetti danneggiati da processi produttivi inquinanti ovvero da false informazioni economiche o da prodotti difettosi, ma accanto a questi creditori involontari (su cui la letteratura nordamericana è ricca, ma da cui non sembrano aver attinto i legislatori del 2005) va segnalata la peculiarità italiana delle comunità locali pregiudicate nei loro interessi sul territorio, sia per gli effetti sull'ambiente di certe scelte produttive talora criminose sia per l'aggregazione reticolare di illeciti,come accaduto per certe crisi dei settori dell'edilizia.In tutti questi casi si assiste ad una clamorosa e non meno grave violazione delle regole comuni della concorrenza fra imprenditori, la maggior parte dei quali deve subire il decollo o il tracollo di competitori che praticano politiche aggressive ed illegali (secondo un grado di irresponsabilità che non è una funzione della grandezza). Di qui la necessità di inserire una diversa ed aggiornata attenzione al merito dei processi di ristrutturazione, non potendo un serio processo riformatore predicarsi come tale solo trasportando acriticamente le regole del maggioritario politico nel mercato dei voti e dei consensi fra creditori e debitore.
Pensare, quindi, ai creditori come fossero tanti piccoli soci che hanno un loro status che permane durante la vita dell'impresa e che è soltanto più visibile in occasione della gestione dell'insolvenza stessa, magari sul presupposto che l'impresa, con l'insolvenza, diviene dei creditori significa davvero - per coerenza - dover creare strutture molto complesse, articolate e costose che possono essere destinate anche all'inefficienza. Trasferire ad un rinnovato comitato dei creditori le decisioni o i pareri condizionanti sulle scelte gestorie significa dover organizzare in qualche misura assemblee, adunanze, luoghi in cui essi si possono esprimere. Ed inoltre dover controllare i conflitti di interesse, la riservatezza delle informazioni, la circolazione della stessa proprietà del credito e dunque la mutevolezza dell'interesse coinvolto, le metodiche di acquisizione dello stesso consenso.Infine occorrerà disciplinare in modo efficiente i casi di inerzia e le collusioni tra creditori ed organi (tra cui il curatore, già oggi nella legge delega ed ingiustificatamente come hanno osservato alcune categorie di Ordini, quali il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti, addirittura revocabile dalla maggioranza dei creditori).
Questo non implica dover ridurre all'opposto il fallimento - secondo l'espressione oggi evocata - ad una Fondazione No Profit i cui creditori aspettino in maniera passiva e senza diritti gli esiti della gestione patrimoniale e dunque i trattamenti effettivi della loro sorte. E tuttavia se si vuole ricondurre maggiormente all'autonomia privata la gestione dei conflitti di cui sono naturalmente portatori i privati creditori ci sono opportunità di scandire il processo per fasi e quindi meglio e più efficientemente canalizzare il loro dissenso all'interno di esse; scadute quelle fasi il dissenso passerà ad altre fasi, riservando semmai - secondo un'osservazione del rappresentante dei consumatori, Dottor Trafiletti, che riprendo - ad alcuni tipi particolari di crisi l'organizzazione istituzionale dei creditori Così le crisi con larghissimi esponenti di consumatori di prodotti finanziari o quelle che hanno avuto un impatto nel territorio locale per ragioni di occupazione o per incidenza sull'ambiente devastato anche in Italia potrebbero meritare un'organizzazione non occasionale di un certo tipo di interessi, magari con osservatorii pubblicistici che siano destinatari di informazioni tempestive ovvero anche coinvolti in modo decisionale in alcuni processi di riorganizzazione. Oggi, come l'esperienza dei primi concordati preventivi sta dimostrando, la riorganizzazione aziendale potrebbe anche darsi mediante espulsioni brutali dalla produzione di comunità locali di lavoratori che, in quanto minoranza di capitale, non contano nulla in un processo che non seleziona priorità quanto al numero dei creditori o al loro ceto qualitativo. Si riproduce lo stesso errore, di miopia politica, compiuto con l'esordio delle classi di creditori: la loro aggregazione o esclude i creditori privilegiati (come avvenuto con il d.l. 35/05) e allora l'innovazione è scarsa o permette un assortimento arbitrario, ad opera del solo debitore e dei creditori più forti, e allora è la politica ad aver rinunciato a segnare alcuni nuclei di interessi sociali da proteggere comunque e prima di altri.

f) Sul ruolo del giudice. In un recente dibattito (a Venezia, il 25 giugno 2005), anche Mauro Agostini ha forse rivisto alcune posizioni precedenti ammettendo, come probabilmente oggi - non so se convinto o rassegnato - anche Sido Bonfatti, che appare ineludibile costruire un ruolo ed un'organizzazione per il giudice che siano in grado di comprendere la sostanza dei conflitti che occupano la sua attività di decisione e regolazione.
La distinzione in queste materie tra un giudice che mette il timbro, un giudice sigillo (espressione che ahimè compare proprio nella relazione al progetto DS) ed un giudice di merito non ha alcun senso. Siamo di fronte e dentro una materia in cui o il giudice capisce o il giudice non capisce, per cui la stessa, ideologica, separazione di funzioni di legittimità e di merito risulta concettualmente prima ancora che praticamente errata.
Non si tratta di auspicare che si allarghino le competenze di un giudice chiamato a decidere se vendere o no i giocatori del Parma, anche se va osservato che è ancor meno comprensibile che la riforma dell'amministrazione straordinaria abbia investito il Ministro del MAP di tale prerogativa. È la logica della politica o della amministrazione (per quanto tecnicamente preparata ma sempre riconducibile all'Esecutivo) a dover uscire dalle procedure concorsuali: mentre ogni atto giudiziale esprime un alto tasso di controllabilità che risponde alla logica tecnica e razionale della legge che si attua e si rende visibile subito, ogni atto politico ricerca invece - come da sempre gli studiosi dei meccanismi dell'opinione pubblica e del voto elettorale insegnano - un immediato consenso, un'adesione ad un sentire comune anche distanziandosi dalla sua legittimità, controllata più tardi ed altrove.Sono due logiche talmente opposte da rendere ancora più arretrato il nostro ordinamento: mentre altrove qualunque crisi d'impresa (dal caso Enron al caso Kirch o a Vivendi) è procedimentalizzata in un alveo giudiziale, dunque c'è un giudice di riferimento, i cui poteri si incrementano a mano a mano che cresce la necessità di scelte tempestive e di sacrifici all'autonomia privata, solo in Italia il dibattito si è avvitato sulla quantità (raccomandata come modica) del giudice. Secondo una deriva populistica ed ideologica che elude tutti i problemi dell'organizzazione giudiziaria, del numero delle circoscrizioni, del numero dei professionisti legali e forensi, dei mezzi a disposizione della magistratura. Forse è anche il caso di chiedersi il perché di tale rozzezza scientifica, se è vero che non mancano le sedi, anche del dibattito quotidiano e non solo della politica, in cui ospitare e far dialogare le opinioni dei tecnici: probabilmente è anche una questione di autonomia e dignità etico-pubblica delle posizioni individuali, che lunghi anni di conformismo e opportunistiche stagioni di interesse privato hanno accarezzato, piegando molti giuristi ad attività di servizio. È quasi desolante appuntare l'efficacia cromosomica che alcuni slogans hanno accreditato anche nel ceto tecnico delle riforme, come se il strutturale pauperismo delle procedure concorsuali italiane dipendesse da incapacità di gestione giudiziale (e dei professionisti che collaborano con i giudici) e non invece dallo storico ritardo con cui le imprese in crisi si palesano al mercato e dunque al processo. Non a caso, ove le esperienze giudiziarie hanno brillato per efficienza (come in molte prassi della liquidazione dell'attivo ed anche in protocolli severi nelle istruttorie prefallimentari e nell'accesso alle spesso inutili procedure minori, invero fermate sul nascere) non sono mancati gli stimoli diretti che proprio al legislatore sono stati offerti (come sta avvenendo con la riforma del processo esecutivo).Ciò spiega l'avversione a modelli astratti di riallocazione dei ruoli che, nel sacrificare il giudice in modo neanche tanto sottilmente punitivo, esaltano a parole l'autonomia dei privati ma, nei fatti, mirano ad instaurare procedure in cui con un capitale di mera maggioranza e senza altri tendenziali controlli ogni soluzione concertata tra quella maggioranza ed il debitore si imponga. Perché tale disegno riesca occorre un giudice debole: se già la magistratura fatica ad elevare risorse scarse alla specializzazione (qui sempre più necessaria e nonostante gli investimenti formativi del CSM), la sottrazione per legge di compiti cognitivi sembra proporsi a sua volta come effetto un tipo di controlli blandi ed estrinseci, sostanzialmente privi di consapevolezza dei conflitti. 
Il punto è davvero delicato: v'è da chiedersi se al nostro ordinamento, alla sua capacità di attrarre investimenti (soprattutto di minoranza) nelle imprese e capitali di finanziamento serva un diritto concorsuale debole, che rinvii le soluzioni dei conflitti a scenari in cui le regole sono rispettate a meri colpi di conteggi maggioritari. La risposta che altri ordinamenti hanno fornito va nella direzione esattamente opposta: ogni indebolimento del processo, inteso come luogo di riappropriazione da parte del mercato delle asimmetrie informative che hanno contraddistinto inevitabilmente l'ultima fase della impresa in crisi, sottrae elementi conoscitivi al mercato stesso e, sul lungo periodo, scoraggia la sua affidabilità. Un ordinamento in cui qualunque impresa possa riciclarsi, pur dopo aver corrotto pubblici funzionari, inquinato falde acquifere, impiegato lavoro nero, omesso il rispetto delle norme previdenziali, evaso le imposte, senza che alcun giudice possa esaminare e capire il merito di quel progetto economico e la natura della crisi da cui vuole ripartire rinvia ad un sistema che offre protezione per scorribande e prassi corsare, senza alcuna seria e reale vocazione capitalistica. Ci sono infatti conflitti che debbono poter essere guidati da autorità terze ed imparziali, oltre che tecnicamente attrezzate, perché essi interferiscono stabilmente con interessi pubblici; così le riorganizzazioni industriali e finanziarie per loro natura esigono che gli inevitabili sacrifici che in nome del credito (l'unità di misura con cui i soggetti di mercato partecipano alle perdite generate da insolvenza) sono imposti siano controllati da logiche conformi alla volontà generale, cioè alla legge. È proprio la politica allora, riappropriandosi di ogni vuoto in cui hanno prosperato dure prassi di tirannia economica, a dover stabilire, a fronte di un fallimento, quali e quanti diritti meritano di essere sacrificati. Per esempio è stupefacente come gli alfieri delle attuali riforme, in un coro di giuristi che non conosce quasi più distinzioni di storia individuale, non sappia balbettare alcuna contromisura interpretativa alla logica espulsiva che un processo brutalizzato nelle sue regole produrrà verso creditori capitalisticamente minoritari e pur socialmente rilevanti (come i lavoratori, i danneggiati da prodotto, il fisco, gli enti previdenziali). Il giudice, ora, potrebbe essere in grado di guidare anche i tempi di questi processi se alcune regole di semplificazione fossero finalmente fornite, individuando un quadro temporale ed organizzativo circoscritto e dunque un soggetto responsabile in grado in un certo momento di chiudere, di interrompere, quello stato di sospensione dei diritti che è il processo. Ma anche di convertirlo ad esiti espulsivi ove non vi siano capacità di riallocazione. Perché i fallimenti di mercato ne contraddistinguono anche le logiche selettive, dure, ma necessarie alla sua evoluzione.

g) I limiti di ordine pubblico economico che dovrebbero rimanere nella legislazione futura.
Un riordino delle procedure diverse da quelle giudiziali passa non soltanto attraverso una cancellazione tendenziale dell'amministrazione straordinaria e delle liquidazioni coatte amministrative, ma deve proporsi anche una coraggiosa messa a mano delle procedure amministrative diverse, perché l'eccellenza tecnica, dalla Banca d'Italia ad altri apparati, non può essere funzione di un esonero stabile dalle comuni regole di un conflitto e comunque di un avvio verso un giudice che è - guarda caso - il più domestico alla politica (come per i TAR).Oggi se volete impugnare la nomina di un commissario di Volare Web dovete farla davanti ad un giudice del TAR del Lazio. E quando si pensa a limitatissime ipotesi di residua vigenza dell'amministrazione straordinaria occorre porsi la questione della selettività, come aiuto di Stato, di tali misure; meglio sarebbe specializzare una unica procedura ordinaria, con norme più semplificate per insolvenze di dimensioni nazionali, ma guardando alla peculiarità della fattispecie solo con riguardo a norme organizzative, non introducendo alcuna cogestione con la politica. Quest'ultima avrà altri modi di sorreggere i tentativi di risanamento, ma delle due l'una: o essi non sono fondati nel merito, e dunque qualunque sostegno è un'alterazione della concorrenza oppure essi vanno incoraggiati, e allora la flessibilità deve dotarsi - per la parte pubblica - di meccanismi di assorbimento di taluni effetti collaterali, non di classici aiuti assistenziali allo stesso soggetto economico. Andrebbero così escluse contropartite dirette se non il controllo pubblico sugli effetti sociali degli investimenti. A sua volta le procedure bancarie, degli intermediari e delle assicurazioni, espongono dati chiusi, impermeabili all'informazione e propri di settori la cui autoregolazione efficiente vive più nella mitologia che nei fatti: l'intera storia legislativa italiana è stata una rincorsa a leggi fotografia che hanno assicurato il salvataggio, fin dalla metà degli anni '80, a specifiche imprese della finanza (e le correlative procedure concorsuali speciali ministeriali spesso sono pendenti da oltre 20 anni); a sua volta la gestione ordinaria delle crisi bancarie appare inadeguata, per la sua impermeabilità al diritto comune, a fronteggiare i grandi conflitti di massa con intere classi o gruppi di risparmiatori.Senza contare che la sistemazione di tali crisi, all'insegna di una pervicace attenzione alla stabilità del sistema, non rende ragione sufficiente delle responsabilità gestionali e di controllo che inevitabilmente ogni decozione conosce, rimaste ignote al mercato ed all'opinione pubblica. Inutile poi ricordare che l'esonero dalla fallibilità delle imprese agricole, come anche di quelle minori, ha un senso se per tali soggetti si prevedono altri criteri ed istituti di riorganizzazione concorsuale delle relazioni debitorie: il quadro della legge delega attuale, su tali punti, è desolante.

Secondo punto, l'istituzione delle sezioni specializzate. Quello che è stato detto oggi (da Mauro Agostini, Francesco Vella) è corretto, ma occorre incrementare la dotazione tecnica della proposta, alzando e qualificando la sfida: bisognerebbe pensare ad una stagione creativa e riformatrice come nel '73 avvenne per il processo ed i giudici del lavoro, dunque magistrati dell'impresa che si occupino esclusivamente di tali conflitti, quindi non soltanto con mezzi dotazionali strutturali (di cui parlava Vella) ma secondo un inquadramento in profili organizzativi che rivedano l'idea della rotazione ed escludano tassativamente alcun scivolamento verso la promiscuità delle funzioni, dunque l'impoverimento tecnico e la mancanza di vere priorità. In ogni caso un legislatore di riforma deve ancorare le sezioni specializzate sia ad una coraggiosa scelta delle basi territoriali individuate per parametri di conflitto (il tasso di natimortalità delle imprese in primo luogo) e non solo di popolazione o di area geografica sia ad una riflessione che risposti verso la magistratura ordinaria compiti che, negli anni e gradualmente, sono scivolati verso la giurisdizione amministrativa. È sopportabile un costo di sistema fisso in cui le rispettive competenze, oltre a generare conflitti in sé, determinano una comprensione sempre parziale dei fenomeni economici?

Terzo punto, le classi. Come anticipato nessun legislatore può rinunciare, nemmeno il legislatore della riforma, a scegliere alcuni interessi forti da tutelare comunque, anche quando, come avviene con le classi, è il debitore ad essere titolare del potere di riaggregazione dei creditori in insiemi diversi, e queste sono scelte politiche. Altrove si è scelto, come avvenuto nell'ordinamento liberistico USA, di tutelare i lavoratori ovvero i collaboratori dell'impresa ed il fisco, staremo a vedere quali saranno i creditori che una diversa maggioranza andrà a tutelare. Ma altrove proprio quelli sono i creditori mai sormontabili dal debitore. Essi vanno pagati sempre per intero. Davvero un altro scenario!

Chiudo sulla esdebitazione. L'esdebitazione va congegnata, perché il disegno sia completo, con riferimento almeno a quei soggetti che subiscono la crisi dell'impresa e quindi penso ai frequenti garanti, cioè a quel popolo di soggetti che forniscono risorse statiche patrimoniali ma spesso anche garanzie generiche, e dunque espongono a rischio anche i redditi di lavoro, alla nascita di un progetto di impresa o al suo sviluppo. Non è francamente comprensibile perché essi siano estranei all'attuale prospettiva di riforma. 
Sarebbe auspicabile dunque intervenire con ben altro respiro, come recentemente chiarito da un esperto e acuto professore di sociologia torinese, Luciano Gallino, su quelle che egli chiama e definisce le imprese irresponsabili, cioè quelle che al di là degli elementari obblighi di legge suppongono di non dover rispondere ad alcuna autorità pubblica e privata, né all'opinione pubblica, in merito alle conseguenze in campo economico, sociale, ambientale delle proprie attività.
Occorre invero evitare di passare da un ideologismo di tipo sanzionatorio (che tra l'altro, per l'esperienza giudiziaria di molti di noi, è più alimentato nel mito che nei fatti, dato ad esempio che già oggi tutti i bancarottieri possono patteggiare, come avvenuto a Bologna, un anno e sei mesi indipendentemente dal deficit tra attivo e passivo, anche milioni di euro, senza distinzioni dimensionali, da quelli quotati in Borsa fino alla venditrice televisiva), cioè da un'ideologia per cui il fallito è uguale a bancarottiere al postulato altrettanto formale, quindi superficiale, per cui il fallito è solo colui che sbaglia, che è triste e sfortunato. Sarebbe una semplificazione che ci farebbe tornare un po' indietro.

Share