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Il nuovo processo societario di cognizione. Prime riflessioni.
di Antonio Didone
(articolo pubblicato su Diritto e Giustizia, n. 4 del 2003, inserto speciale).

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Il 10 gennaio 2003 il Consiglio dei Ministri ha esercitato la delega prevista dall’articolo 12 della Legge 3 ottobre 2001, n. 366 (legge-delega per la riforma del diritto societario). Con tale norma, infatti, il governo è stato, tra l’altro, delegato ad emanare norme dirette ad assicurare una più rapida ed efficace definizione di procedimenti in materia di diritto societario, comprese le controversie relative al trasferimento delle partecipazioni sociali ed ai patti parasociali, nonché nelle materie disciplinate dal testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni, e dal Testo Unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1º settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni.
Va ricordato, peraltro, che in attuazione di tale delega il Consiglio dei ministri, nella seduta del 30 settembre 2002, ha approvato lo schema di decreto legislativo sul quale nella prima metà di dicembre sono stati espressi due pareri del tutto contrastanti: il primo, previsto dalla legge delega, approvato l’11 dicembre 2002 dalla commissione Giustizia della Camera, l’altro, richiesto dal ministro della Giustizia ai sensi dell’articolo 10 della legge 24 marzo 1958, n. 195, approvato il 12 dicembre dal Consiglio superiore della magistratura.
Non è possibile dare conto dettagliatamente di tutte le nuove disposizioni. Rinviando ad un futuro approfondimento, mi limiterò, pertanto, a trattare l’argomento sul quale i due pareri innanzi richiamati divergono fortemente: la nuova disciplina della fase di trattazione del processo di cognizione.
Va chiarito, innanzitutto, che condivido le critiche rivolte dal Csm alla parte del D.lgs che introduce un nuovo modello di processo di cognizione per le cause societarie (e le altre indicate nell’articolo 1 dello schema del D.lgs), destinato certamente a divenire, in difetto di ripensamento in sede parlamentare, il nuovo processo ordinario di cognizione, posto che in realtà esso costituisce un’anticipazione della riforma del Codice di procedura civile che si vorrebbe attuare con l’approvazione del progetto redatto dalla Commissione ministeriale presieduta da Romano Vaccarella.
Il potere esecutivo, invero, ha incerto modo ipotecato il futuro dibattito parlamentare in occasione della discussione del Ddl delega per la revisione del Codice, essendo palese che uno dei principali argomenti a favore potrà essere quello costituito dall’esistenza di un modello processuale (quello societario, cioè) del tutto simile a quello che sarà proposto come nuovo modello del processo di cognizione.
Orbene, in relazione al tale ultimo processo nel proprio parere la commissione Giustizia della Camera condivide l'impianto generale dello schema di decreto legislativo in esame e, in particolare, apprezza «le scelte di fondo che sono alla base della «specialità» del rito societario e, in particolare, quelle legate alla sottrazione al giudice della fase di “fissazione” del thema decidendum e del thema probandum, affidata, nella sostanza, alla disponibilità ed alla libera dialettica delle parti», rilevando come «l'attuazione del principio di delega sulla concentrazione del procedimento e sulla riduzione dei termini processuali è stata operata mettendo in condizione ciascuna delle parti litiganti di decidere, caso per caso (di norma, in relazione alla maggiore o minore complessità della controversia), i tempi di maturazione della causa per la decisione». Secondo la commissione Giustizia, con la nuova disciplina proposta «il ruolo del giudice all'interno del processo risulta maggiormente valorizzato e, per alcuni versi, potenziato, in quanto, venuti meno i poteri di mera fissazione di termini, previsti direttamente dalla legge, si richiede al giudice di intervenire - quando almeno una parte ha ritenuto la causa matura per essere decisa - con la pronuncia di un provvedimento (il decreto di cui all'articolo 12 dello schema) che, pur essendo suscettibile di modifica e di revoca, costituisce effettivo punto di riferimento per la decisione finale».
Del tutto opposta, invece, è stata la valutazione espressa dal Consiglio superiore della magistratura.
Nel parere approvato dall’organo di autogoverno della magistratura, infatti, si evidenzia che, «con lo schema di decreto legislativo, si è disciplinato per intero un nuovo rito a cognizione piena operando secondo linee culturali che implicano l’assunzione di un modello processuale in toto difforme da quello vigente». Infatti, «mentre il codice attuale prevede un potere di collaborazione del giudice nella definizione del thema probandum e del thema decidendum, il legislatore delegato ha sottratto a qualunque intervento del giudice e rimesso alle parti la gestione dell’intera fase preparatoria». Secondo il Csm «si tratta di una soluzione dell’eterno problema dell’equilibrio tra privato e pubblico nel processo di cui si discute da tempo, che è pienamente legittima e ovviamente rientrante nel campo delle scelte discrezionali del legislatore, ma di cui non vi è traccia nella legge delega, che non ha inteso incidere sul modello processuale». E, «qualora si volesse ritenere (alla luce del principio di “riempimento” come elaborato dalla giurisprudenza costituzionale in riferimento all’articolo 76 Costituzione) che il Governo è stato delegato a introdurre anche un nuovo rito a cognizione piena, ci troveremmo di fronte ad un’ipotesi palese di illegittimità costituzionale della legge delega per mancanza di specificità e determinatezza dei principi della delega».
Dunque, o si è in presenza di un eccesso di delega oppure è la legge delega a dover essere ritenuta incostituzionale per mancanza di specificità dei principi, è la condivisibile conclusione, sul punto, del Csm.

2. - Va ricordato che, secondo una recente sintesi formulata dalla dottrina (Costantino), i modelli storici per la trattazione a cognizione piena possono, con molti margini di approssimazione, ridursi a due:
a) per un primo modello, le parti procedono da sole alla preparazione della causa e compaiono innanzi al giudice soltanto per la decisione; la tecnica risale al diritto comune, al processo di common law; al modello astratto dell’adversary system; era adottata dal processo formale previsto dal codice del 1865;
b) per un secondo modello, il giudice collabora alla individuazione del thema decidendum e del thema probandum e partecipa alla trattazione della causa; la tecnica è riconducibile al processo formulare romano, dove le parti, prima di comparire innanzi allo judex, dovevano procedere alla litiscontestatio, che serviva, appunto, ad individuare il thema decidendum; è adottato in Germania e, recentemente, anche nelle corti federali americane; in Italia ha avuto diverse varianti, dal “procedimento sommario” del 1901, al Codice del 1940, alle Novelle del 1950, del 1973, del 1990 e del 1995.
Quest’ultimo, dunque, è il modello processuale che è stato tenuto presente dal legislatore delegante allorquando ha formulato la delega al governo per la riforma del processo societario secondo criteri che assicurassero «la concentrazione del procedimento e la riduzione dei termini processuali».
Sennonché è noto che fin dalla passata legislatura (Pdl Russo) è stata prospettata la possibilità di accelerare il processo civile, «affidando al giudice il compito di intervenire solo se richiesto dalle parti, alla cui disponibilità resterebbero affidate tutte le fasi precedenti alla decisione e che attualmente si svolgono dinanzi al giudice».
Nella stessa prospettiva, nel programma di governo della Casa delle libertà relativo alla giustizia civile si legge che «occorre ristrutturare il processo in modo da far intervenire il giudice solo quando c'è bisogno della sua opera giurisdizionale, prevedendo che la stessa attività istruttoria possa svolgersi senza il suo coinvolgimento».
Quel programma è stato attuato, ora, con la riforma del processo in materia societaria (e bancaria: v. l’ambito di applicazione della nuova disciplina previsto dall’art. 1 del D.lgs) il cui schema può essere così sintetizzato: entro dieci giorni dalla notificazione dell’atto di citazione (che non prevede più, ovviamente, l’invito al convenuto a comparire ad udienza fissa), l’attore deposita l’atto introduttivo notificato nella cancelleria del giudice competente con i documenti offerti in comunicazione. Con la citazione l’attore deve assegnare al convenuto un termine non inferiore a sessanta giorni dalla notificazione per la notifica all’attore della comparsa di risposta. Nell’ipotesi che il termine assegnato sia inferiore e nell’ipotesi di omessa assegnazione, il termine è per legge quello di sessanta giorni. Fin qui le cose non cambiano, quanto a durata, in considerazione del termine generale previsto a difesa del convenuto dall’art. 163-bis c.p.c. Ma nel processo vigente dopo tali termini segue di regola il contatto con il giudice nell’udienza di prima comparizione.
Nel processo societario, invece, alla costituzione delle parti in cancelleria non segue immediatamente tale contatto.
Infatti, nel termine assegnatogli dall’attore (come si è visto, in ogni caso non inferiore a sessanta giorni dalla notificazione) il convenuto che non voglia rimanere contumace deve notificare all’attore una comparsa di risposta e, entro dieci giorni dalla notificazione, deve costituirsi a mezzo di procuratore depositando fascicolo contenente la comparsa e i documenti offerti in comunicazione. Se non deve produrre documenti, proporre domanda riconvenzionale o chiamare in giudizio un terzo, il convenuto, qualora abbia notificato tempestivamente la comparsa di risposta, si può costituire <> (art. 5, comma 2).
Con la comparsa di risposta il convenuto deve assegnare all’attore un termine non inferiore a trenta giorni dalla notificazione per eventuale replica. Peraltro (se ho ben compreso il complesso gioco di norme di rinvio), il convenuto può notificare all’attore l’istanza di fissazione dell’udienza in un solo caso: quando non ha proposto domande riconvenzionali, non ha sollevato eccezioni non rilevabili d’ufficio né ha chiamato in giudizio un terzo.
Va avvertito, peraltro, che nelle cause che richiedono <> resta la facoltà per le parti di chiedere al presidente del tribunale l’abbreviazione dei termini (fino alla metà) ai sensi dell’art. 163-bis, commi 2 e 3, c.p.c.
Lo sviluppo normale del processo, poi, è così sintetizzato dalla Relazione: è prevista la <>.
A tali attività segue il deposito dell’istanza di fissazione dell’udienza (nei termini previsti per l’attore, per il convenuto e per il terzo, rispettivamente, dall’art. 8, commi 1, 2 e 3). L’istanza deve contenere la definitiva formulazione delle conclusioni ed eventualmente una proposta transattiva e deve essere depositata in cancelleria entro dieci giorni dall’ultima notificazione. A seguito della notificazione della predetta istanza le altre parti devono, nei dieci giorni successivi, depositare in cancelleria una nota di precisazione delle conclusioni.
E’ prevista la possibilità per le parti di presentare istanza congiunta di fissazione dell’udienza ma se l’istanza è diretta ad ottenere la risoluzione di questioni preliminari o pregiudiziali controverse ovvero relative all’ammissibilità di mezzi di prova, alla integrità del contraddittorio e alla partecipazione di terzi nel processo, le conclusioni devono essere sempre integralmente precisate.
Decorsi dieci giorni da detto deposito il cancelliere, nei tre giorni successivi, forma il fascicolo d’ufficio presentandolo al presidente il quale, nei due giorni successivi nomina il giudice relatore il quale, a sua volta, nei cinquanta giorni successivi emette i decreto di fissazione dell’udienza con il quale decide sulle richieste istruttorie delle parti e ammettendo eventualmente prove disponibili d’ufficio, indica alle parti le questioni, di rito e di merito, rilevabili d’ufficio invitandole, se lo ritiene opportuno, a comparire per l’interrogatorio libero ovvero per un tentativo di conciliazione.
Con il decreto il giudice invita, altresì, le parti a depositare almeno cinque giorni prima dell’udienza memorie conclusionali, segnalando eventuali questioni necessitanti la trattazione e può anche deferire giuramento suppletorio.
Risparmio al lettore l’illustrazione delle ipotesi in cui il giudice rilevi nullità di notificazione di atti o altre irregolarità o la necessità di integrazione del contraddittorio (art. 12, commi 6-8): da qui, infatti, può iniziare l’odissea nel processo.
Nell’udienza, possibilmente unica, secondo la Relazione, e che sarà di regola collegiale (v. le nuove riserve di collegialità di cui all’art. 1, comma 3) si svolge la trattazione e la discussione della causa, previo interrogatorio delle parti, se disposto, e sempre che non venga tentata e conclusa una conciliazione.
Sennonché, dopo la discussione il giudice (monocratico o collegiale) può confermare ma anche revocare o modificare il decreto. Quindi può ammettere mezzi istruttori, delegandone l’assunzione al relatore e in tal caso fissa una nuova udienza nei trenta giorni successivi.
In difetto di ammissione di prove il giudice decide la causa con sentenza ai sensi dell’art. 281-sexies c.p.c. ma può anche disporre con ordinanza – di cui è data lettura in udienza – che la sentenza sia depositata nei trenta giorni successivi alla chiusura della discussione.
In dottrina è stato rilevato che resta oscura la ragione per la quale <> (CONSOLO, Esercizi imminenti sul c.p.c.: metodi asistematici e penombre, in Corr. Giur., 2002, 1543).
A tale rilievo, peraltro, si è replicato che <> (VACCARELLA, Risposta a Claudio Consolo, Esercizi imminenti sul c.p.c.: metodi asistematici e penombre, in Corr. Giur., 2002, 1541 ss., in www.judicium.it).
Novità degna di considerazione è la previsione della possibilità di motivare la sentenza in forma abbreviata anche mediante rinvio agli elementi di fatto riportati in uno o più atti di causa e mediante riferimento a precedenti conformi.
Va segnalata, altresì, la innovativa disciplina della contumacia del convenuto (art. 13, comma 2) in virtù della quale <>.
La contumacia del convenuto, dunque, perde la connotazione <> che ha nel processo civile vigente e si trasforma, come afferma la Relazione, in ficta confessio integrabile dal giuramento suppletorio.
Ciò, peraltro, determina un rilevante inconveniente. Infatti, anche di fronte ad una domanda palesemente infondata e magari inverosimile il convenuto, al fine di evitare la formazione della ficta confessio e consapevole che il giudice potrebbe omettere di disporre l’integrazione probatoria con il deferimento del giuramento suppletorio all’attore (perché non anche al convenuto?), si vedrà costretto a costituirsi in giudizio anche se l’attore è nullatenente (o una società in liquidazione) con la certezza di dover sopportare le proprie spese processuali che non potrà mai recuperare.
La contumacia dell’attore, invece, consente al convenuto costituito di eccepire l’estinzione del processo ovvero, avendone interesse, di richiedere una pronuncia nel merito.
Il procedimento di primo grado dinanzi al tribunale in composizione monocratica è disciplinato mediante rinvio alle norme relative al giudizio dinanzi al tribunale in composizione collegiale.
Il Capo III del D.lgs prevede, in una sola disposizione (art. 19), la disciplina del <>, il cui ambito di applicazione è limitato alle le controversie in materia societaria e bancaria di cui all’art. 1 che abbiano ad oggetto il pagamento di una somma di danaro, anche se non liquida, ovvero la consegna di cosa mobile determinata. Dall’ambito di applicazione del procedimento sommario, però, sono escluse le azioni di responsabilità da chiunque proposte.
Si è sostenuto, peraltro, che, pur non essendovi menzione nella norma dell’ipotesi in cui sia domandata la consegna di una determinata quantità di cose fungibili, l’eadem ratio (e la corrispondenza delle cose fungibili con le somme di denaro) imporrebbe <>. Inoltre, poiché la norma fa riferimento a somma di danaro <>, appare evidente che <> (TISCINI, Procedimento sommario di cognizione – Procedimento cautelare – Conciliazione, in www.judicium.it).
Il procedimento sommario è introdotto con ricorso che va depositato nella cancelleria del tribunale competente, in composizione monocratica. Il giudice designato dispone la comparizione delle parti assegnando al convenuto un termine per la costituzione, che deve avvenire non oltre 10 giorni prima dell’udienza, quindi, qualora < Se il giudice, invece, ritiene che l’oggetto della causa e le difese svolte dal convenuto richiedano una cognizione non sommaria, assegna all’attore i termini di cui all’articolo 6 del D.lgs per la notifica della memoria di replica.
L’ordinanza di condanna è impugnabile con appello che si propone alla Corte di appello nelle forme di cui all’articolo 20.
Se l’ordinanza non viene impugnata ad essa <>. Cioè, il provvedimento non acquista forza di giudicato.
Una parte autorevole della dottrina ha in proposito rilevato che <> (CONSOLO, op. cit., 1453).
A ciò, peraltro, si è replicato che l’art. 12, 2, lett. d) della legge delega prevedeva l’introduzione di <> (VACCARELLA, op. cit.).
Il giudizio di appello, infine, non subisce notevoli modificazioni, mentre si chiarisce che la mancata costituzione dell’appellante nei termini determina l’improcedibilità del gravame soltanto se l’appellato si costituisca e ne faccia esplicita richiesta (diversamente, cioè, da quanto ritenuto dalla S.C. in relazione all’art. 348 c.p.c. vigente).

3. – In dottrina si è osservato che con la nuova disciplina viene meno <>. La riforma – si è aggiunto – <<è evidentemente partita dalla constatazione della inadeguatezza della attuale situazione, in cui l’attività di progressiva chiarificazione dell’oggetto della trattazione viene mortificata e allungata in maniera intollerabile dal suo legame con le strettoie del ruolo d’udienza dell’istruttore, un ruolo occupato dalla scansione di udienze sostanzialmente inutili nella sostanza e capaci solo di fungere – per la patologica lontananza delle loro date – da barriera dilatoria>> (SASSANI, in www.judicium.it).
Sennonché, appare poco proficuo approntare riforme processuali che tengano conto esclusivamente della distorsione nella prassi di adeguati principi e istituti previsti dalla legge, la cui corretta attuazione consentirebbero l’effettiva partecipazione del giudice nella formazione e individuazione del thema decidendum e del thema probandum. Ma è proprio questo – come ha esattamente rilevato il C.S.M. nel proprio parere – che i riformatori hanno voluto escludere. Non è possibile, invero, affermare realisticamente che il ruolo del giudice sia stato dalla riforma <> (SASSANI, op. cit.).
Infatti, i poteri che il giudice esercita in sede di fissazione dell’udienza con una sorta di “despacho saneador” sono poteri enormemente ridimensionati in quanto vengono esercitati tardivamente. Né va trascurato che la soppressione del sistema attuale delle preclusioni rilevabili d’ufficio consente – con l’accettazione del contraddittorio – perfino la modificazione tardiva di domande o la tardiva proposizione di eccezioni in senso stretto con la conseguenza che in ogni momento del processo le parti possono allontanare il momento della decisione definitiva.
Invero, <>, ma <> (art. 10, comma 2).
Rivive, così, quel rito definito del <> (VERDE) e da me chiamato <> che ha reso il processo civile italiano così famoso a Strasburgo, con l’aggravante costituita da ritorno al modello processuale sub a) della schematizzazione innanzi riportata, secondo la tecnica adottata dal processo formale previsto dal codice del 1865.
Non si può fare a meno di ripetere, dunque, le critiche della dottrina processualistica che portarono all’abbandono di quel modello.
In particolare il Mortara (di recente richiamato dal Costantino proprio in relazione alle predette idee riformatrici della maggioranza) segnalò che esso aveva ridotto il ruolo del magistrato a quello di mero oracolo decidente e «portava l'inconveniente di affidare la continuità e sollecitudine della trattazione giudiziaria allo zelo dei patrocinatori soltanto; di tenerne estraneo il magistrato quasi fino al momento della decisione, promuovendone l'ingerenza solo a modo intermittente, sia per decidere con sentenza interlocutoria eventuali controversie preliminari o incidentali, sia per deliberare l'esecuzione di particolari atti d'istruzione. Questo modo d'intervento del magistrato, non iniziale e non continuo, non conferiva alla lite il profitto di quella costante direzione che è uno dei caratteri essenziali della struttura moderna del rapporto processuale, conseguente alla funzione che spetta all'organo di giurisdizione. Per di più, mentre era causa di maggiore dispendio, non serviva a frenare eccessi e tergiversazioni che nella soverchia larghezza trovavano stimolo ed alimento».
Sembra quasi assurdo che dopo un secolo si debbano ripetere le stesse critiche.
Un autorevole processualista ha di recente evidenziato che «un processo interamente gestito dalle parti con l’intervento finale del giudice» costituisce, in realtà, «un processo …. senza processo» e che la comunità scientifica internazionale, per contro, è concorde sull’idea che il processo, in quanto strumento pubblico, deve essere diretto dal giudice mentre alle parti resta il monopolio delle tutele (Verde).
Sennonché, ad una più approfondita riflessione, non sfugge il rilievo per cui la nuova fase di trattazione della causa che introduce il D.lgs in esame, svolgendosi completamente al di fuori del contatto con il giudice, sarebbe foriera di numerose complicazioni procedurali le quali darebbero origine ad incidenti cognitivi soltanto sulla regolarità della procedura.
Inoltre – e l’obiezione appare ancor più seria – la nuova disciplina non consente un tempestivo rilievo delle questioni rilevabili d’ufficio da parte del giudice mentre, con la previsione della rilevabilità solo su eccezione di parte delle decadenze cui sia incorsa la controparte (articolo 12, comma 4), si realizza il completo abbandono del «sistema delle preclusioni» sul quale è fondato il vigente processo di cognizione dopo la riforma entrata in vigore nel 1995, i cui vantaggi sono stati evidenziati dalle recenti indagini statistiche sulla durata del processo dinanzi ai tribunali.
Soprattutto, poi, va ricordato che alla luce del nuovo testo dell’articolo 111 Costituzione, in virtù del quale, secondo la migliore dottrina e la stessa Suprema Corte, risultano rafforzati i principi già affermati in passato anche in ordine non solo al contraddittorio sulla valutazione delle risultanze istruttorie, sì da escludere la possibilità della formazione del giudizio secondo una “terza via”, bensì anche e soprattutto in ordine alle questioni rilevabili d’ufficio, sussiste, ora, non più un mero potere discrezionale, bensì il dovere costituzionale del giudice di provocare il contraddittorio delle parti in ordine ad ogni questione, «di rito o di merito, di fatto o di diritto, pregiudiziale o preliminare, che sia dotata di incidenza decisoria», in ogni fase, al fine di evitare la «sentenza a sorpresa» , la quale viola la parità delle armi.
Questo potere – come hanno capito gli inglesi nell’introdurre il “case management” – va esercitato sin dalle prime battute del processo, mentre il D.lgs approvato dal governo, dopo aver previsto una serie termini per il deposito di scritti difensivi (attività che si può protrarre, tra comparse, repliche e controrepliche, per almeno 265 giorni - come ha rilevato il C.S.M. nel proprio parere - e che, per effetto della sospensione dei termini feriali, e, comunque, nei casi di chiamata di terzi, certamente si protrarrà per un anno), rimette alla volontà della parte più diligente la fissazione dell’udienza di comparizione dinanzi al giudice. E solo con il decreto di fissazione di questa, magari, il giudice indicherà una questione – di rito o di merito (articolo 12, comma 3 lettera a) – rilevabile d’ufficio (sulla quale, poi, le parti dovranno necessariamente interloquire), sia essa di competenza, di giurisdizione o altro, che potrebbe vanificare i mesi di lavoro profusi dai difensori nella fase preliminare, con una evidente violazione del precetto costituzionale della ragionevole durata del processo.
Nei paesi common law il trend riformatore è del tutto opposto a quello che è stato intrapreso in Italia e di cui il D.lgs sul processo societario costituisce un’anticipazione.
In quei paesi, infatti, si è cercato di rendere la giustizia civile meno “adversarial” con l’introduzione della «giustizia di “Managing”» ed è stata intrapresa la strada, inversa rispetto a quella imboccata in Italia, del potenziamento dei poteri del giudice nella fase di individuazione del thema decidendum e del thema probandum.
Recenti rapporti di organismi governativi sugli effetti delle riforme attuate in tale direzione segnalano decisamente che il «sistema della giustizia civile funziona bene quando gli uffici giudiziari prendono un ruolo attivo negli atti di gestione da una fase iniziale» della controversia.
È tutto il contrario di quanto prevede il D.lgs in questione, quanto alla fase introduttiva del processo ordinario di cognizione.
In realtà il legislatore delegato si è concretamente posto il problema del contrasto della disciplina proposta con il precetto della ragionevole durata di cui all’articolo 111 Costituzione ma ha creduto di risolverlo osservando che «ai fini del rispetto della direttiva costituzionale, fino a quando una delle parti non chiede la fissazione dell'udienza non può esserci ritardo imputabile all'Amministrazione della giustizia rimanendo il processo totalmente nella disponibilità degli antagonisti» (così si esprime la relazione al D.lgs).
L’applicazione giurisprudenziale della legge Pinto, specie ora che la Suprema Corte, con le sue prime pronunce in materia, ha correttamente evidenziato il vincolo per i giudici italiani della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di ragionevole durata, costituisce una forte smentita dell’illusione del legislatore delegato, come è dimostrato da una recente condanna dell’Inghilterra da parte della Corte di Strasburgo per una causa civile, regolata dal vecchio sistema «adversary», durata oltre 14 anni (Corte europea diritti dell’uomo, 22 ottobre 2002, Foley c. Regno Unito). Così come suona smentita di tale convinzione la costante giurisprudenza di Strasburgo che considera pendente la causa civile, ai fini della valutazione della ragionevole durata, anche prima del contatto delle parti con il giudice allorquando occorra far precedere il giudizio da un procedimento amministrativo.
Valga, conclusivamente, il richiamo della recente sentenza della Cassazione in materia di applicazione della legge Pinto nell’ipotesi di eccessiva durata di uno sfratto imputabile alle reiterate leggi di proroga degli sfratti (Cassazione – sezione prima civile – 22 ottobre 2002, n. 14885) nella quale si afferma, tra l’altro, che l’equa riparazione è dovuta per «le violazioni conseguenti anche a scelte legislative che provochino una durata non ragionevole dei procedimenti». Dunque, le Corti d’appello, nell’accertare la durata del procedimento al fine di verificarne la ragionevolezza devono «considerare anche il ritardo conseguente alla (doverosa) applicazione di atti legislativi o comunque a contenuto normativo. Il detto accertamento infatti non è diretto a sindacare tali atti, e le scelte ad essi sottese (e men che mai a disapplicarli), bensì a controllare se la durata del singolo procedimento (come conformato in base a quegli atti) si riveli compatibile con i principi della legge 89/2001, segnatamente con il precetto di cui all’articolo 2 di tale legge e tramite questo, con il precetto di cui all’articolo 6 paragrafo 1 della Convenzione».
Ebbene, nella Relazione sulla situazione dei diritti fondamentali nell'Unione europea (2001) approvata dal Parlamento Europeo il 15 gennaio 2003 si afferma quanto segue: <>. Talché, occorre desumerne che le assicurazioni fornite dal nostro Governo in merito alle progettate riforme processuali non abbiano convinto il Parlamento europeo dell’idoneità di esse a risolvere il problema della lentezza dei processi in Italia.
È auspicabile, dunque, durante la lunga vacatio legis della riforma societaria, l’approvazione definitiva da parte del Parlamento (è stato redatto già un testo unificato in commissione Giustizia della Camera) dei provvedimenti urgenti sul processo civile di iniziativa governativa sui quali il Csm ha già espresso parere favorevole. Approvazione che potrebbe consentire la soppressione dell’intero titolo II dello schema di D.lgs potendosi ritenere la delega superata dalla nuova disciplina che già provvede alla concentrazione del processo e alla riduzione dei termini.
Una speranza in tale senso può essere tratta dal parere espresso il 19 dicembre 2002 dalla Commissione Giustizia del Senato sullo schema di D.lgs predisposto dal Governo.
Invero, a conclusione di quel parere (contenente numerose critiche allo schema predisposto) il Senato ha richiamato <> ed ha raccomandato <>. Raccomandazione accolta dal Governo con la norma di cui all’art. 43 del D.lgs approvato il 10 gennaio 2003, che prevede l’entrata in vigore della nuova disciplina del processo societario soltanto dal 1° gennaio 2004, lunga vacatio non giustificabile dalla necessità di coordinare le nuove norme con quelle di diritto sostanziale approvate in materia societaria.
Ci separa da quella data un ampio lasso di tempo che può effettivamente permettere al legislatore un complessivo ripensamento della nuova struttura del processo di cognizione introdotta da quello che è stato definito <> (CONSOLO, op. cit., 1544).
Mi conforta, in questa idea, l’analoga considerazione autorevolmente espressa, secondo cui <> (CONSOLO, op. cit., 1544).



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