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La Cassazione fa il punto su nesso causale e colpa nei processi penali per malattie professionali
(Sez. Quarta, sentenza n. sez. 953, n.gen. 988, ud. 11.7.02, dep. 14.1.03, est. Brusco)


1. La IV Sezione penale della Corte di cassazione ha appena depositato un’importante sentenza in materia di colpa professionale dell’imprenditore, chiudendo l’iter procedimentale di una causa relativa ad undici morti di lavoratori, per esposizione lavorativa ad amianto.

La vicenda, che riguardava un’industria dove si eseguivano lavorazioni su carrozze ferroviarie, presentava sostanzialmente tutte le possibili problematiche ipotizzabili in casi del genere:

- la sussistenza del nesso causale tra le condotte omesse e l’evento morte, conseguente a mesoteliomi e tumori contratti per l’esposizione ad amianto, in particolare sotto il profilo della concreta possibilità che l’attivazione per ridurre l’esposizione avrebbe effettivamente evitato l’evento;

- la specifica rilevanza causale della condotta degli imputati, che avevano partecipato all’amministrazione dell’azienda per circa tre anni (dal 1970), sull’esposizione all’amianto dei lavoratori, poi deceduti, per un arco temporale ben più ampio, in quella stessa società;

- la sussistenza della colpa, in relazione alle conoscenze dell’epoca;

- in particolare, la sussistenza della colpa in relazione ad un evento -quel determinato tipo di tumore- allora non conosciuto come possibile evenienza dell’esposizione, ma in un contesto in cui già era nota la pericolosità dell’esposizione incontrollata ad amianto per il bene-salute dei lavoratori;

- la riferibilità della responsabilità anche al componente del consiglio di amministrazione.

La presenza, nel procedimento, di una difesa tecnica attenta agli aspetti teorici complessivamente rilevanti ha contribuito a porre i giudici del merito, prima, e il giudice di legittimità, poi, nelle condizioni di affrontare esplicitamente le implicazioni teoriche e di fatto di tutte le problematiche indicate.

E la sentenza, redatta dal consigliere Carlo BRUSCO, si segnala per l’assoluta, felice esaustività della motivazione, in ordine a tutte le problematiche accennate. La sentenza dà conto, tra l’altro, sia del recentissimo insegnamento delle Sezioni Unite, con la sentenza 10.7-11.9.2002 n. 30328 Franzese (anche in Riv. it. dir. e proc. penale, 2002, 1133 ss.), sia del precedente della stessa Sezione, COVILI e altri (in Riv. it. dir. e proc. penale, 2002, 737 ss.), che aveva risolto differentemente un’analoga vicenda processuale.
Proprio quest’ultimo passaggio motivazionale merita uno speciale apprezzamento. Con il farsi carico della spiegazione delle ragioni delle diverse soluzioni, infatti, la Cassazione non solo più fedelmente ed efficacemente assolve alla funzione nomofilattica che l’ordinamento giudiziario le attribuisce. Ma, e forse soprattutto, aiuta l’interprete in buona fede (quello che non si rivolge al ‘supermercato’ per cogliere il ‘prodotto’ che fa comodo, ma vuole solo, e non è poco!, tentare di capire per applicare ‘la Legge’) ad affrontare le peculiari complessità della problematica, tenendo effettivo conto di ogni, anche più sfumata, implicazione sistematica.


2. Gli insegnamenti.
Ovviamente nessuna pretesa di approfondimento scientifico e di completezza dell’esposizione. Solo alcuni spunti, per agevolare lo studio personale della sentenza e l’individuazione dei risvolti pratici, da parte di chi fosse attento alla materia.

2.1 Sulla finalità delle cautele, omesse nel caso concreto dagli imputati, la Cassazione argomenta che ‘la prevedibilità dell’evento -aspetto che attiene principalmente alla colpa, ma che può interessare anche la causalità, sotto il profilo finalistico delle norme di prevenzione- non riguarda soltanto specifiche conseguenze dannose che da una certa condotta possono derivare, ma si riferisce a tutte le conseguenze dannose che possono derivare da una condotta che sia conosciuta come pericolosa per la salute’ (o per altri beni tutelati dall’ordinamento).
E poiché la pericolosità delle inalazioni di amianto, come produttrici di malattia sicuramente determinante una significativa abbreviazione della vita, era nota fin dai primi anni del ‘900, ed addirittura normativamente affermata quanto all’asbestosi già dal 1943, ‘la mancata eliminazione, o riduzione significativa, della fonte di assunzione comportava il rischio del tutto prevedibile dell’insorgere di una malattia gravemente lesiva della salute dei lavoratori addetti’.
Il fatto che ‘solo successivamente siano state conosciute altre conseguenze di particolare lesività .. non esclude il rapporto di causalità con l’evento e il requisito della prevedibilità dell’evento medesimo’. Ciò, perché ‘le misure di prevenzione da adottare per evitare l’insorgenza della malattia conosciuta erano identiche …a quelle richieste per eliminare o ridurre gli altri rischi, anche non conosciuti’.

Ed ecco la sintesi del ragionamento e quindi dell’insegnamento, sul punto: ‘sotto il profilo obiettivo, ben può affermarsi che la mancata adozione di ‘quelle’ misure ha cagionato l’evento e, sotto il profilo soggettivo, l’evento era prevedibile perché erano conosciute conseguenze potenzialmente letali della mancata adozione di quelle misure’.
Viene così confermato, in un contesto argomentativo tuttavia più esaustivo e mirato, quanto già insegnato dalla Suprema Corte nelle sentenze Camposano e Calamandrei (entrambe in Foro it., rispettivamente 2001, II, 278 e 1999, II, 236).

2.2 Sul rapporto causale, il giudice di legittimità allerta l’interprete: esso va riferito, sia nella causalità commissiva che in quella omissiva, ‘non solo al verificarsi dell’evento prodottosi’, ma anche ‘in relazione alla natura e ai tempi dell’offesa’.
In altri termini, il rapporto causale ‘dovrà riconoscersi non solo nei casi in cui sia provato che l’intervento doveroso omesso (o quello corretto in luogo di quello compiuto con causalità commissiva) avrebbe evitato il prodursi dell’evento in concreto verificatosi, o ne avrebbe cagionato uno di intensità lesiva inferiore, ma altresì nei casi in cui sia provato che l’evento si sarebbe verificato in tempi significativamente (non minuti od ore) più lontani ovvero ancora quando, alla condotta colposa omissiva o commissiva, sia ricollegabile un’accelerazione dei tempi di latenza di una malattia provocata da altra causa (o che non sia possibile ricollegare eziologicamente alla condotta in questione).
La Cassazione prende atto che, nel caso delle morti del processo che va a definire, non è stato possibile accertare, per ciascuna di esse, il meccanismo preciso (riduzione della latenza o accelerazione dell’insorgenza).
Ma ricorda e rinnova l’insegnamento di legittimità sul punto: ‘Il nesso di condizionamento deve infatti ritenersi provato non solo quando (caso assai improbabile) venga accertata compiutamente la concatenazione causale che ha dato luogo all’evento ma, altresì, in tutti i casi nei quali, pur non essendo compiutamente descritto o accertato il complessivo succedersi di tale meccanismo, l’evento sia comunque riconducibile alla condotta colposa dell’agente sia pure con condotte alternative; e purchè sia possibile escludere l’efficienza causale di diversi meccanismi eziologici’. Ciò, quando ‘le conseguenze dell’una o dell’altra soluzione siano identiche . ’
Anche in tempi molto recenti, autorevolissima dottrina è parsa contestare l’adeguatezza costituzionale del ragionamento che precede.
Ma, se si permette l’osservazione di un modestissimo pratico del diritto, forse non si è voluto comprendere che l’affermazione non è ‘ignoro i passaggi dell’intero meccanismo di produzione dell’evento, ma per alta, altissima, ecc., probabilità collego la condotta all’evento’. E’ quella del tutto diversa: ‘mi trovo di fronte a spiegazioni alternative di quali possano essere i meccanismi produttivi dell’evento, ma ciascuno di essi, potendo escludere altri diversi meccanismi eziologici, mi conduce comunque a quel risultato’.

2.3 Aver confermato che il rapporto causale sussiste anche quando la condotta contestata ha inciso sui termini di latenza e di progressione della malattia, così influendo significativamente (‘non minuti od ore’) sui tempi di vita delle vittime, ha condotto la Corte di cassazione ad affermare la colpevolezza anche di chi ha avuto responsabilità nella conduzione dell’azienda per tempi limitati, rispetto alla complessiva durata dell’esposizione dei lavoratori.

Questo insegnamento ha grande importanza, per le evidenti implicazioni pratiche.
Infatti, argomentano i giudici supremi, in tale situazione (quella, pertanto, del succedersi degli amministratori a fronte di una continuativa esposizione del lavoratore), è irrilevante accertare se il processo morboso sia iniziato prima dell’inizio dello svolgimento delle funzioni di amministratore. Se vi è nesso causale anche rispetto alla durata della vita (pur ‘condannata’), il non aver sospeso o ridotto apprezzabilmente (ed in modo conforme agli obblighi di legge pur vigenti) l’esposizione, ha contribuito comunque a determinare l’evento.
Evento che, sia chiaro una volta per tutte, non è “la morte per esposizione ad amianto”, ma è “la morte, per esposizione ad amianto, in quel giorno determinato anziché in un altro, successivo”.
Ulteriore conseguenza dell’insegnamento è la giudicata irrilevanza del problema, dedotto dalla difesa, della mancata individuazione della soglia di esposizione, sotto la quale il rischio sarebbe stato eliminato. Infatti, ‘una volta che siano stati accertati -come nella specie hanno fatto i giudici di merito- la macroscopica violazione delle norme in materia di prevenzione delle malattie professionali e la prolungata esposizione all’inalazione di sostanze conosciute come pericolose per la salute, non possono che essere ritenute esaustive le considerazioni riferite, secondo cui un abbattimento significativo di questa esposizione avrebbe consentito di prolungare i tempi di latenza e quelli di progressione delle malattie’.

2.4 La centralità della questione (=rilevanza dei tempi di verificazione dell’evento, pur inevitabile) emerge con evidenza anche nel passaggio argomentativo in cui la Cassazione spiega la diversa soluzione che a questa causa è data, rispetto al precedente, appunto della stessa Quarta Sezione, della sentenza COVILI.
‘Nel caso esaminato dalla sentenza Covili -avverte la Corte- il problema si era posto esclusivamente in relazione al verificarsi dell’evento e non ai tempi di tale evento… i giudici di merito, nel caso ricordato, non si erano posti il problema, affrontato invece nel presente giudizio, dell’effetto provocato, dalla perdurante esposizione alla fonte di inalazione dell’amianto, sui tempi di insorgenza della malattia e su quelli della sua latenza’.

2.5 Quanto all’elemento soggettivo, il giudice di legittimità dà atto della correttezza della deduzione, per cui ‘la colpa va accertata con riferimento alle nozioni conosciute o conoscibili all’epoca della condotta, non a quelle successivamente acquisite (diversamente -commenta- da quanto può avvenire per il rapporto di causalità)’. Respinge però, sul punto, i ricorsi rilevando come i giudici di merito abbiano adeguatamente argomentato la valutazione, di fatto, sulla conoscenza e conoscibilità, all’epoca delle condotte degli imputati, dell’associazione amianto/mesotelioma fin dal 1965.
Riconferma poi, anche sotto tale profilo soggettivo, l’evitabilità dell’evento, sempre con la ribadita argomentazione per cui ‘se anche destinate a verificarsi con certezza (in considerazione dell’esposizione a rischio dell’intera vita lavorativa), le morti, con l’adozione, nei periodi considerati, delle cautele omesse l’allungamento dei tempi di latenza o di insorgenza le avrebbero provocate in tempi diversi e significativamente successivi’.
Importante è, infine, l’insegnamento con cui la Corte, rispondendo alla deduzione che asseriva l’insufficienza delle misure all’epoca previste, al fine di evitare gli eventi dannosi in concreto verificatisi.
Innanzitutto, argomenta il giudice di legittimità, è significativo che le norme violate (specialmente gli artt. 21 dpr 303/1956, 377 e 387 dpr 547/55) siano tuttora in vigore. In secondo luogo, il fatto che oggi la disciplina normativa sull’impiego dell’amianto sia ben più restrittiva non esclude l’idoneità di quelle passate, pur di natura più generica o di minor efficacia, a svolgere una reale azione preventiva, sempre, quantomeno, sotto il profilo della latenza e dell’insorgenza della malattia.

2.6 In ordine, da ultimo, alla giudicata corresponsabilità del componente del consiglio di amministrazione (che, nel caso concreto, era tuttavia anche componente di uno speciale comitato esecutivo), viene confermato il principio per cui ‘nel caso in cui lo statuto preveda la presenza di uno o più amministratori delegati, ed essi siano effettivamente nominati, da ciò non discende automaticamente l’esonero da responsabilità dei consiglieri di amministrazione; occorre infatti verificare, di volta in volta, l’ambito della delega’. E’ quindi compito del giudice di merito l’accertamento di fatto, che come tale è esente dal sindacato di legittimità, sui poteri concretamente e specificamente attribuiti all’amministratore delegato.
Fermo restando, avverte la Corte, che, in materia di igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro, il concorrente obbligo di dirigenti e preposti non escludeva la responsabilità dei componenti dell’organo di gestione della società, in assenza di delega dei corrispondenti poteri agli amministratori delegati.


3. Le implicazioni pratiche.
La parte più importante, perchè più ricca di conseguenze operative, della sentenza in questione è senz’altro l’insegnamento, più volte ripetuto nel testo, sulla rilevanza anche dell’influenza della condotta sul tempo di latenza o di insorgenza della malattia.

Spostare in modo significativo il momento dell’evento ‘morte-per malattia professionale’ determina la sussistenza del nesso di condizionamento tra condotta ed evento.

Ed allora è di assoluta evidenza che qualsiasi indagine tecnica, indispensabile in questo tipo di reati, deve, dovrà essere orientata anche con uno specifico quesito sul punto.
Non è (né lo era…) corretto, sufficiente ed adeguato chiedere ai consulenti e o ai periti solo se la condotta alternativa avrebbe evitato (e con una probabilità ragionevole rasentante la certezza) l’evento morte.
Oltre a ciò, va sempre chiesto se la condotta omessa avrebbe spostato significativamente nel tempo l’evento morte, pur quando questo fosse eventualmente inevitabile.
Ed il giudice deve essere posto in grado (ma lo deve pretendere) di comprendere i passaggi argomentativi che conducono alla risposta peritale, apprezzandone, nell’eventuale contraddittorio delle parti, la consistenza ed affidabilità tecnica, la logicità, e la rispondenza ai principi insegnati dalla più recente giurisprudenza di legittimità.

Il che impone che al momento dell’affidamento dell’incarico tecnico siano stati svolti, o che vengano svolti dagli stessi consulenti e periti (o da altri su loro indicazione), tutti gli accertamenti in fatto, necessari per affiancare ai dati statistici ed alla letteratura scientifica (che, hanno ricordato le Sezioni unite, sono solo il punto di partenza del ragionamento probatorio e di valutazione, quanto al nesso di condizionamento) le concrete risultanze del caso specifico.

Solo così sarà possibile, tra l’altro, accertare l’esistenza o meno di contingenze determinate che possano costituire riscontro diretto dell’applicabilità specifica dei dati generali e astratti, indicati dai coefficienti di probabilità statistica, ovvero escludere la presenza delle cause alternative astrattamente ipotizzabili, ovvero essere appunto indice della sussistenza di una di tali cause alternative.

I processi per morti da malattia professionale riguardano spesso condotte remore nel tempo. Da qui la necessità di procedere a quella difficile opera che è la ricostruzione delle conoscenze scientifiche, nei diversi livelli di ambiti soggettivi, all’epoca dei fatti.
Ancora, dovrà evitarsi di chiedere ai collaboratori tecnici quale fosse lo stato delle conoscenze all’epoca. Essi dovranno essere piuttosto essere sollecitati a fornire al giudice (o alla parte che ha loro conferito l’incarico) fatti, situazioni, che possano essere fonte idonea per il convincimento ed il successivo giudizio (pubblicazioni, convegni, prassi usuali nei diversi settori, ecc.).

In definitiva, l’occasione è opportuna per ricordare a tutti, ma innanzitutto al giudice, che, specialmente in una materia come quella della colpa professionale (dell’imprenditore o medica), la complessità e le interconnessioni delle problematiche giuridiche e tecniche e l’essere ogni valutazione pregna di giudizi di valore impongono che sia il giudice, e solo il giudice, a formulare un originale e al tempo stesso conclusivo giudizio sulla sussistenza o meno della responsabilità.
Il giudice non deve mutuare giudizi di altri.
Deve avere dagli altri, i tecnici, gli strumenti conoscitivi, anche di fatto, per valutare.
Ma la funzione e l’attività della valutazione complessiva e del giudizio non va demandata ai collaboratori tecnici: appartiene all’essenza della giurisdizione.



carlo citterio

consigliere della corte d’appello di venezia Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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