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Corte di cassazione - Sezioni Unite penali
Sentenza 26 novembre 2002 n. 39915
(Presidente Marvulli; Relatore Canzio; Pm conforme; Imp. Vottari)

1. Anche dopo le modificazioni alla disciplina dell'udienza preliminare introdotte dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479, al giudice investito della richiesta di riesame di una misura cautelare personale la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza non e' preclusa dalla sopravvenienza del rinvio a giudizio dell'imputato per il reato in ordine al quale tale misura e' stata applicata, non risultando alterata la portata della dichiarazione di incostituzionalita' dell'art. 309 cod. proc. pen. intervenuta con sentenza 15 marzo 1996 n. 71 della Corte costituzionale.

2. Nel giudizio di rinvio conseguente ad annullamento di decisione del tribunale del riesame per vizio di motivazione in ordine ai gravi indizi di colpevolezza, non costituisce violazione dell'obbligo di uniformarsi al principio di diritto enunciato nella sentenza della Corte di cassazione la rilevazione del sopravvenuto decreto dispositivo del giudizio e della sua eventuale incidenza sul quadro indiziario.

Ritenuto in fatto
1. Con ordinanza del 12/4/2001 il Tribunale di Roma confermava, in sede di riesame, il provvedimento del G.i.p. applicativo della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti, tra gli altri, di Vottari Giuseppe, indagato per il delitto di partecipazione ad associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ex art. 74 d.p.r. n. 309/90 e per specifiche violazioni della medesima legge. La gravità del quadro indiziario era prevalentemente fondata sulle risultanze delle intercettazioni ambientali, eseguite a bordo dell'autovettura del coindagato Cocco Paolo, con il concomitante supporto di una complessa attività di osservazione e pedinamento dei CC., nonché sugli esiti positivi di operazioni investigative, come il sequestro di alcune partite di cocaina, eseguite in conseguenza delle notizie captate mediante le intercettazioni. Dal contenuto di talune conversazioni tra il Vottari e il Cocco, dei quali erano documentati gli incontri, emergeva il ruolo preminente del primo (presente a Roma sotto il falso cognome “Mammoliti”) nella fornitura di ingenti quantitativi di cocaina, che venivano inviati dalla Calabria a Roma e del cui prezzo era creditore. Il Vottari veniva pertanto indicato come referente del gruppo dei “calabresi” e responsabile delle forniture della sostanza stupefacente nella Capitale. Il Tribunale disattendeva la censura difensiva concernente l'attribuibilità all'indagato delle conversazioni di rilievo indiziario, formulata sul presupposto che il p.m. non avesse ancora posto a disposizione della difesa le cassette contenenti le registrazioni e non fosse stata effettuata una perizia fonica.
La Corte di cassazione con sentenza del 12/12/2001, depositata l'8/2/2002, annullava con rinvio l'ordinanza del riesame per vizio di motivazione in ordine all'unico profilo della «affermata identificazione nel Vottari della persona presente sull'autovettura del Cocco e conversante con quest'ultimo il 21/12/2000» (conversazione, questa, ritenuta fortemente indiziante a carico dell'indagato), «... non leggendosi nel provvedimento sulla base di quali precisi elementi sia stata effettuata tale individuazione, se non con riferimento ad una identificazione del Vottari sull'autoveicolo del Cocco accertata successivamente all'atto del fermo di costoro ...»; mentre il generico riferimento alle «osservazioni oculari da parte della p.g.», senza che ne fossero chiari gli esatti termini temporali, non era idoneo, se non «in termini di mera verosimiglianza», a «rendere conto della coincidenza fisica fra il colloquiante ed il fermato Vottari».
Al giudice di rinvio era affidato il compito di verificare «... se, anche a prescindere dalla costante identificabilità nel Vottari del soggetto che ebbe con il Cocco le conversazioni a valenza indiziante del 21/12/2000 intercorse nell'arco temporale esauritosi con il fermo, gli ulteriori valorizzati elementi (contenuto delle conversazioni intercettate fra il Cocco e il De Napoli, identificabilità nel Vottari del “latitante” che dimorava in Roma sotto il falso nome di Mammoliti) siano tali da integrare comunque, sulla base della loro intrinseca consistenza, gravi indizi di responsabilità nei confronti dello stesso, in ordine alla sua ritenuta partecipazione con ruolo di stabile fornitore e posizione apicale interna ad un gruppo formato da “calabresi” all'associazione operante nel campo del traffico di sostanze stupefacenti».
2. Il Tribunale del riesame, quale giudice di rinvio, con ordinanza del 19/4/2002, confermava nuovamente il provvedimento coercitivo, ritenendo di non doversi pronunciare sull'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza a carico del Vottari, in quanto, dopo la decisione di annullamento della Corte di cassazione e nelle more del deposito della motivazione della stessa, era intervenuto il rinvio a giudizio dell'imputato, disposto all'esito dell'udienza preliminare con decreto in data 16/1/2002; decreto che, per effetto delle modifiche normative conseguenti all'entrata in vigore della l. n. 479 del 1999, era «il risultato di un necessario apprezzamento di merito, prognostico di colpevolezza e assimilabile a quello di elevata probabilità di colpevolezza richiesto dall'art. 273 C.P.P.», sì che, in assenza di nuovi elementi, restava preclusa la rivalutazione del tema dei gravi indizi di reità in sede incidentale cautelare.
Avverso tale decisione ha proposto ricorso per cassazione il difensore del Vottari, il quale, premesso che la valutazione del G.u.p., nel respingere le istanze difensive di trascrizione delle registrazioni e di perizia fonica e nel disporre il rinvio a giudizio, non s'era affatto discostata dall'apprezzamento del materiale probatorio posto a fondamento dell'ordinanza coercitiva e della prima decisione del riesame, già considerato insufficiente dalla Corte di cassazione ai fini della certa identificazione del Vottari, ha denunziato, anche mediante successiva memoria, violazione di legge e mancanza di motivazione per un duplice profilo. Ad avviso del ricorrente, il giudice di rinvio, da un lato, non s'era uniformato al principio espresso dalla decisione di annullamento in violazione dell'art. 627.3 c.p.p. e, dall'altro, aveva erroneamente ritenuto precluso il riesame della gravità indiziaria, siccome “assorbito” dalle valutazioni sottostanti al decreto che disponeva il giudizio, in violazione del dictum della sentenza costituzionale n. 71/96.
3. La sesta Sezione penale della Corte di cassazione, con ordinanza del 26/6-26/7/2002, ha rilevato come la questione relativa alla possibilità di valutare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza da parte del giudice investito della richiesta di riesame, allorché sia stato disposto il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato in ordine al quale è stata applicata una misura cautelare, sia stata recentemente oggetto di orientamenti difformi nella giurisprudenza di legittimità, dopo le rilevanti innovazioni apportate al regime dell'udienza preliminare dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479 e i successivi interventi in materia della Corte costituzionale.
Secondo un primo indirizzo (Sez. I, 27 febbraio 2002, Ndreca Fan), le novità della riforma non giustificherebbero il superamento delle ragioni poste a fondamento della pronuncia costituzionale n. 71/96, poiché la sentenza di non luogo a procedere conserverebbe il carattere di provvedimento di natura processuale, senza diretta attinenza al merito dell'imputazione; mentre l'inoppugnabilità del decreto che dispone il giudizio renderebbe di fatto irrimediabile, per tutto il corso del giudizio di primo grado, l'errore eventualmente commesso dal giudice nel ritenere sussistente il requisito dei gravi indizi di colpevolezza. In base ad un secondo orientamento (Sez. II, 14 novembre 2000 Tavanxhiu), invece, atteso il notevole ampliamento dei poteri istruttori e decisori del giudice dell'udienza preliminare ad opera delle novità normative introdotte dalla l. n. 479/99, il decreto che dispone il giudizio sarebbe ormai il risultato di un apprezzamento di merito prognostico di responsabilità, assimilabile e sovrapponibile a quello di qualificata probabilità di colpevolezza richiesto ai fini della gravità indiziaria.
Il Primo Presidente con decreto del 31/7/2002 ha assegnato il ricorso alle Sezioni Unite fissando per la trattazione l'odierna udienza in camera di consiglio.

Considerato in diritto
1.1.
È stata sottoposta all'esame delle Sezioni Unite la controversa questione a seguito delle modifiche apportate alla disciplina dell'udienza preliminare dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479, al giudice investito della richiesta di riesame sia preclusa la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza, allorché sia stato disposto il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato in ordine al quale è stata applicata una misura cautelare personale, essendosi delineati sul tema due indirizzi interpretativi.
Secondo il primo orientamento, assolutamente maggioritario (Sez. I, 27/2/2002, Ndreca Fan, rv. 221551; Sez. V, 6/6/2002 n. 1558, Di Stefano; Sez. II, 12/6/2002 n. 2173, Patti C.,; Sez. II, 12/6/2002 n. 2175, Patti G.; Sez. V, 1° luglio 2002 n. 1679, D'Emanuele), pure a seguito della nuova disciplina dell'udienza preliminare introdotta dalla legge n. 479 del 1999, rimane fermo per il giudice del riesame, anche dopo il decreto di rinvio a giudizio per il reato relativo alla misura cautelare, il potere-dovere, riconosciutogli dalla sentenza n. 71 del 1996 della Corte costituzionale, di valutare l'adeguatezza del quadro indiziario posto a base del provvedimento impugnato, in quanto la deliberazione conclusiva dell'udienza preliminare sarebbe tuttora espressione di un canone decisorio di natura meramente processuale, non parametrato su un apprezzamento di colpevolezza ma su una prognosi inerente alla sufficienza di elementi per sostenere l'accusa nel dibattimento.
La seconda Sezione penale, con sentenza 15 marzo 2001, Tavanxhiu, rv. 218907, ha ritenuto invece che il decreto che dispone il giudizio sia suscettibile di assorbire l'apprezzamento dei gravi indizi di colpevolezza e, in assenza di nuovi elementi, di precludere il riesame sul punto, nell'ambito di impugnative avverso i provvedimenti in tema di libertà personale, poiché, nella riformulazione normativa dell'udienza preliminare, il decreto che dispone il giudizio costituisce il risultato di un apprezzamento di merito prognostico di responsabilità dell'imputato, assimilabile e sovrapponibile a quello di qualificata probabilità di colpevolezza richiesto dall'art. 273 c.p.p.
1.2. Le Sezioni unite sono peraltro chiamate, in via pregiudiziale, a verificare la fondatezza del primo motivo di gravame, con il quale si sostiene la violazione degli artt. 623 lett. a) e 627.3 c.p.p., per non essersi uniformato il Tribunale, quale giudice di rinvio, alla sentenza di annullamento per vizio motivazionale della prima ordinanza del riesame, che rinviava allo stesso giudice per un nuovo scrutinio dei profili inerenti al presupposto cautelare dei gravi indizi di colpevolezza.
Orbene, considerato che la sentenza di annullamento venne pronunciata il 12 dicembre 2001 e quindi (benché depositata l'8 febbraio 2002) prima del decreto di rinvio a giudizio emesso in data 16 gennaio 2002, sembra agevole desumere che questo provvedimento, proprio del processo principale, non abbia avuto ingresso nel procedimento incidentale de libertate e non sia stato neppure implicitamente valutato dalla decisione di annullamento. Con la conseguenza che, attraverso la valorizzazione del fatto processuale nuovo, nel giudizio di rinvio non sussisteva alcuna preclusione, derivante dal dictum della pronuncia di annullamento, alla rilevazione del sopravvenuto decreto di rinvio a giudizio e dei suoi particolari effetti in ordine alla rivalutazione dei gravi indizi di colpevolezza (v., in senso conforme, Sez. Un., 25/10/1995, Liotta; Sez. II, 12/6/2002 n. 2173, Patti C.; Sez. V, 1/7/2002 n. 1679, D'Emanuele).
È però indubbia la relazione strumentale e logica esistente fra le due questioni sottese ai motivi di gravame: da un lato, l'inottemperanza del giudice di rinvio all'obbligo di rispettare le indicazioni fissate con la sentenza di annullamento si assume giustificata dal sopravvenire del decreto di rinvio a giudizio, mentre quest'ultimo, secondo la rilettura del quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento, comporterebbe a sua volta l'assorbimento della motivazione del riesame sui gravi indizi di colpevolezza. Resta perciò da stabilire se il novum rappresentato dal fatto storico dell'emissione del decreto di rinvio a giudizio, secondo l'argomentazione giustificativa della violazione del vincolo posto dalla pronuncia di annullamento, sia, o non, preclusivo della rivalutazione da parte del giudice del riesame del profilo della gravità indiziaria, essendo evidente che dalla soluzione del quesito così formulato possano sortire ricadute di tipo diverso sul contenuto delle valutazioni riservate al giudice di rinvio e sugli esiti decisionali di questo giudizio.
2. Il tema dei rapporti tra l'adozione del decreto che dispone il giudizio e la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza posti a fondamento della misura cautelare personale rappresenta il momento di emersione della fisiologica interferenza tra il procedimento incidentale cautelare e il procedimento principale di merito. La giurisprudenza di legittimità è stata, infatti, a lungo divisa sulla questione della sussistenza di preclusioni in ordine alla rivalutazione, dopo il decreto che dispone il giudizio, dei gravi indizi di colpevolezza, ed essendo state avanzate sul punto soluzioni interpretative di segno opposto dalle Sezioni unite e dalla Corte costituzionale, appare utile ripercorrere brevemente le diverse posizioni giurisprudenziali espresse prima del decisivo intervento della Consulta di cui alla fondamentale sentenza n. 71 del 1996.
Il testo originario dell'art. 425 c.p.p. 1988, nel prescrivere il requisito della “evidenza” probatoria per la sentenza di non luogo a procedere, appariva coerente con la costruzione dell'udienza preliminare come “filtro” a maglie larghe, idoneo a fermare solo le imputazioni “azzardate”, che si prestavano cioè alla immediata ed “evidente” formulazione di una prognosi del tutto sfavorevole per la prospettazione dell'accusa all'esito del dibattimento. Ed invero, dall'assoluta centralità della verifica dibattimentale, affermata nell'intento di dare attuazione ai caratteri del sistema accusatorio fissati dalla legge delega, conseguiva necessariamente il contenimento concettuale dell'udienza preliminare e del rinvio a giudizio, configurati la prima, di regola, come procedimento allo stato degli atti e il secondo come mero provvedimento di impulso processuale, non a caso carente dei motivi a sostegno della translatio iudicii.
La giurisprudenza costituzionale, seppure con riferimento a questioni diverse rispetto al problema in esame, aveva più volte ribadito la nozione meramente “processuale” della decisione adottata all'esito dell'udienza preliminare, delimitandone le peculiarità strutturali e funzionali all'interno di una «verifica che opera su un piano squisitamente processuale, essendo il giudice chiamato a decidere non sul pieno merito della regiudicanda, ma sulla ammissibilità o meno della domanda di giudizio rivolta dal pubblico ministero» (sent. n. 431/90 e n. 41/93) e sottolineando in ogni caso la «diversità quantitativa che caratterizza l'apprezzamento del merito che si compie nell'udienza preliminare rispetto a quello riservato all'organo del dibattimento» (sent. n. 82/93). E questa concezione dell'udienza preliminare aveva indotto larga parte della giurisprudenza di legittimità a negare la possibilità che la decisione di rinvio a giudizio potesse esprimere una forza preclusiva alla rivalutazione del quadro indiziario a fini cautelari.
Con la riforma introdotta dalla legge n. 105 del 1993 venne tuttavia eliminato il requisito della “evidenza” delle cause liberatorie, che in precedenza rappresentava il discrimen entro cui circoscrivere l'ambito della regola di giudizio che presiedeva all'adozione delle formule in fatto della sentenza di non luogo a procedere, e venne così aumentata sensibilmente la possibilità di adottare questo tipo di pronuncia, incrementandosi specularmente l'apprezzamento in fatto dello standard probatorio sotteso alla scelta alternativa del rinvio a giudizio. Preso atto della novità normativa, l'indirizzo giurisprudenziale prevalente aderì progressivamente all'affermazione secondo cui il rinvio a giudizio, disposto all'esito dell'udienza preliminare, richiedendo l'accertamento positivo della colpevolezza dell'imputato, comportasse, in mancanza di fatti sopravvenuti, l'assorbimento di qualsiasi profilo inerente al presupposto dei gravi indizi di colpevolezza e ne precludesse la rivalutazione in sede di riesame.
Le Sezioni unite, con tre distinte decisioni rese alla medesima udienza (Sez. Un., 25 ottobre 1995, Liotta, rv. 202858; 25 ottobre 1995, Riillo; 25 ottobre 1995, Trimarchi) composero il contrasto di giurisprudenza, affermando che il rinvio a giudizio dell'imputato disposto a conclusione dell'udienza preliminare, implicando un accertamento positivo della sussistenza di elementi tali da integrare quella qualificata probabilità di affermazione della responsabilità che è richiesta perché si possa configurare il requisito della gravità indiziaria di cui all'art. 273 c.p.p., era da annoverare tra le statuizioni adottate da organi giurisdizionali nell'ambito dello stesso processo, a fondamento delle quali era posta, in modo esplicito od implicito, la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza che, in mancanza di fatti nuovi sopravvenuti, ne precludevano la rivalutazione.
Preso atto del “diritto vivente” formatosi nell'impianto codicistico in forza della presa di posizione delle Sezioni unite, ma non condividendone gli esiti interpretativi, la Corte costituzionale, mutando radicalmente la prospettiva del quadro normativo di riferimento, dichiarò l'illegittimità costituzionale, perché in contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., degli artt. 309 e 310 c.p.p. nella parte in cui non prevedono la possibilità di valutare la sussistenza dei gravi indizi di colpevolezza quando sia stato emesso il decreto che dispone il giudizio, osservando che questo non poteva ritenersi una decisione che in ogni caso assorbiva la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza; sì che «precludere l'esame di tale presupposto nelle impugnazioni de libertate equivale ad introdurre nel sistema un limite che si appalesa irragionevolmente discriminatorio e al tempo stesso gravemente lesivo del diritto di difesa», per di più proiettato verso la salvaguardia del bene primario della libertà personale (sent. n. 71/96; ord. n. 123/96).
La Corte costituzionale incentrò il metodo di analisi nella ricerca di un punto di equilibrio che rispettasse il «principio di assorbimento»: questo principio sarebbe stato rispettato solo qualora si fosse in presenza di «una decisione che in ogni caso contenesse in sé una valutazione del merito di tale incisività da assorbire l'apprezzamento dei gravi indizi di colpevolezza» e «solo ciò avrebbe potuto legittimamente precludere ... il riesame di tale punto da parte del giudice chiamato a pronunciarsi in sede di impugnative proposte avverso i provvedimenti de libertate». Ma la Corte escluse l'assorbimento del profilo di gravità degli indizi nella delibazione propria della translatio iudicii, in virtù del raffronto tra la pronuncia di cui all'art. 425 e quella prevista dall'art. 530 c.p.p. all'esito del giudizio a cognizione piena, sotto il profilo dell'asimmetria valutativa che veniva a determinarsi nel caso in cui la prova risultava insufficiente o contraddittoria. In queste ipotesi il disposto dell'art. 530.2 non trovava un omologo rispetto alla pronuncia di non luogo a procedere, perché nell'art. 425 veniva formulata una più articolata regola di giudizio che «deve necessariamente tenere conto della diversa natura e funzione che quella pronuncia» è destinata a svolgere nel sistema: non «un canone, sia pure prognostico, di colpevolezza o di innocenza», ma «la ben diversa prospettiva di delibare se, nel caso di specie, risulti o meno necessario dare ingresso alla successiva fase del dibattimento». Di talché, «la prova insufficiente o contraddittoria potrebbe imporre l'adozione della sentenza di non luogo a procedere soltanto nei casi in cui si appalesi la superfluità del giudizio, vale a dire nelle sole ipotesi in cui è fondato prevedere che l'eventuale istruzione dibattimentale non possa fornire utili apporti per superare il quadro di insufficienza o contraddittorietà»; in linea peraltro con una lettura dell'art. 125 disp. att. rispettosa dei canoni costituzionali, avendo il giudice delle leggi già sottolineato, nella sentenza n. 88/91, la necessità di una valutazione del quadro probatorio «non nell'ottica del risultato dell'azione, ma in quella della superfluità o meno dell'accertamento giudiziale», in funzione cioè non della condanna, ma della sostenibilità dell'accusa nel dibattimento.
E la Corte costituzionale ha avuto ancora modo di ribadire questa posizione in ordine alle valutazioni del giudice dell'udienza preliminare, sottolineando come «dopo la caduta della regola dell'evidenza ... (esse sono) funzional(i) ad una decisione di natura “processuale” ... la quale non esprime valutazioni sul merito dell'accusa, ma sulla domanda di giudizio formulata dal p.m.» (ord. nn. 24, 232, 279, 333 e 410 del 1996, 97 e 367 del 1997, 91 e 191 del 1998; sent. nn. 175 del 1996, 94, 206 e 311 del 1997).
A seguito della parziale declaratoria d'incostituzionalità degli artt. 309 e 310 c.p.p., anche la giurisprudenza di legittimità si è costantemente espressa nel senso che non vi è preclusione alcuna al riesame dell'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza dopo il rinvio a giudizio disposto all'esito dell'udienza preliminare (Sez. I, 7 marzo 1996, Mollace, rv. 204412; Sez. I, 28 marzo 1996, Chilà, rv. 204541; Sez. II, 28 marzo 1996, Contini, rv. 206097). In linea con le affermazioni della Corte costituzionale sul principio di assorbimento, si è, per contro, sostenuto che resta esclusa la possibilità di una rivalutazione dei gravi indizi di colpevolezza dopo una pronuncia conclusiva del giudizio di merito, quale quella di condanna, poiché l'autonomia della decisione de libertate nel procedimento incidentale, rispetto alle decisioni proprie del processo principale, non può essere interpretata rigidamente, con il pericolo che vengano ad esistere due provvedimenti giurisdizionali sul tema della colpevolezza, l'uno incidentale e di tipo prognostico, l'altro fondato sul pieno merito e suscettibile di passare in giudicato, tra di loro contrastanti (giurisprudenza consolidata, per la quale v., da ultimo, con particolare riferimento all'ipotesi di sopravvenienza di una sentenza di condanna in sede di riesame della situazione indiziaria nel giudizio di rinvio de libertate, Sez. I, 23 gennaio 2001, Avignone, rv. 218582).
3. In tale quadro normativo e giurisprudenziale, dopo la modifica apportata all'art. 425 c.p.p. dalla legge n. 105 del 1993 con l'eliminazione dell'aggettivo “evidente”, un segnale forte, nel senso della progressiva mutazione della struttura e della funzione dell'udienza preliminare deve essere rinvenuto nel nuovo comma 2-bis dell'art. 34 c.p.p., aggiunto dall'art. 171 d.lgs. 19 febbraio 1998 n. 51, con il quale è stata introdotta la incompatibilità tra il giudice per le indagini preliminari e il giudice dell'udienza preliminare: in questo modo si è indubbiamente rafforzata l'idea dell'udienza preliminare quale giudizio affine a quello di merito, che, come tale, non tollera la presenza di un giudice che, nel momento decisionale, possa essere pre-giudicato dallo svolgimento della sua pregressa attività processuale.
Ma ancor più significative modifiche sono state impresse all'udienza preliminare dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479, nel dichiarato obiettivo di evitare un inutile dispendio di attività processuali in un dibattimento destinato ad esiti assolutori per l'inadeguata valenza dei presupposti probatori.
S'impone pertanto all'attenzione del giurista una rinnovata e più attenta riflessione sulle reali connotazioni “processuali” dell'udienza preliminare, considerato che anche il giudice delle leggi, nelle più recenti decisioni, ha preso le distanze dall'apparato concettuale e argomentativo che ne aveva sorretto i precedenti interventi in materia.
Con l'ordinanza n. 185 del 2001 la Corte costituzionale, nel ritenere manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 423 C.P.P., si è limitato a prendere atto delle «significative e rilevanti modifiche che la legge n. 479 del 1999 ha apportato alla disciplina della udienza preliminare», ma ha escluso che esse, «pur avendo contribuito a ridefinire, in termini di maggior pregnanza, la struttura, la dinamica ed i contenuti decisori di quella fase, ne hanno tuttavia mutato le connotazioni eminentemente processuali che ne contraddistinguono l'essenza», atteso che «la funzione dell'udienza preliminare era e resta quella di verificare - sia pure alla luce di una valutazione “contenutistica” più penetrante rispetto al passato - l'esistenza dei presupposti per l'accoglimento della domanda di giudizio formulata dal p.m., cosicché, ad una richiesta in rito, non può non corrispondere, in capo al giudice, una decisione di eguale natura, proprio perché anch'essa calibrata sulla prognosi di non superfluità del sollecitato passaggio alla fase dibattimentale»; mentre «in tale ultima fase lo sviluppo delle serie probatorie e l'oggetto del contraddittorio si proiettano, non verso una statuizione destinata unicamente a regolare il futuro iter del processo, ma verso una sentenza chiamata a definire direttamente il merito della regiudicanda e suscettibile di assumere i caratteri e la forza del giudicato».
Ma con la successiva sentenza n. 224 del 2001, riguardante il tema dell'incompatibilità del giudice, la Corte costituzionale avverte che «a seguito delle importanti innovazioni introdotte, in particolare, dalla legge 16 dicembre 1999 n. 479, l'udienza preliminare ha subito una profonda trasformazione sul piano sia della quantità e qualità di elementi valutativi che vi possono trovare ingresso, sia dei poteri correlativamente attribuiti al giudice, e, infine, per ciò che attiene alla più estesa gamma delle decisioni che lo stesso giudice è chiamato ad adottare». Il potere del giudice, in forza del principio di completezza delle indagini, di disporre l'integrazione delle stesse (art. 421-bis c.p.p.), l'analogo potere, anche officioso, di integrazione dei mezzi di prova, dei quali appaia evidente la decisività ai fini della sentenza di non luogo a procedere (art. 422); le nuove cadenze delle indagini difensive introdotte dalla legge 7 dicembre 2000 n. 397 ed il conseguente ampliamento del tema decisorio, sono tutti elementi di novità che postulano, da un lato, un contraddittorio più esteso rispetto al passato e, dall'altro, «un incremento degli elementi valutativi, cui necessariamente corrisponde - quanto alla determinazione conclusiva - un apprezzamento del merito ormai privo di quei caratteri di “sommarietà” che prima della riforma erano tipici di una delibazione tendenzialmente circoscritta allo stato degli atti». Si sottolinea così l'esistenza ormai stabile della relazione tra incremento della base cognitiva, qualità della valutazione contenutistica dell'ipotesi accusatoria e suo oggetto. In base alla nuova formulazione dell'art. 425 c.p.p. la sentenza di non luogo a procedere può scaturire anche dal riconoscimento di circostanze attenuanti e dalla correlativa applicazione della disciplina di cui all'art. 69 c.p., con i riflessi tipici delle statuizioni che incidono sul merito della causa ed ugualmente sul merito finisce per proiettarsi la sentenza di non luogo a procedere per difetto di imputabilità, mentre la regula iuris posta a fondamento dell'alternativa decisoria offerta al giudice quale epilogo dell'udienza preliminare «si radica - in positivo - sulla sufficienza, non contraddittorietà e, comunque, idoneità degli elementi acquisiti a sostenere l'accusa in giudizio, imponendosi, in caso di diverso apprezzamento, l'adozione della sentenza di non luogo a procedere». La Corte, pure all'interno di un giudizio teso a verificare le condizioni legittimanti un'eventuale incompatibilità per il giudice dell'udienza preliminare, introduce dunque una valutazione dell'udienza stessa che, in quanto suscettibile di essere investita dalla sequenza discendente dell'incompatibilità, comporta la progressiva marginalizzazione della sua configurazione quale momento “processuale”, fondamentalmente orientato al controllo dell'azione penale promossa dal p.m. in vista dell'apertura della fase del giudizio, e, per contro, il suo avvicinamento ai segmenti di uno sviluppo procedimentale in cui, per la completezza del quadro probatorio di cui il giudice deve disporre e per il potenziamento dei poteri riconosciuti alle parti in materia di prova, è stimolata la valutazione del “merito” dell'accusa.
La Corte costituzionale ribadisce infine, con la sentenza n. 335 del 2002, sempre in tema di operatività del principio di imparzialità del giudice, che «l'udienza preliminare, in conseguenza degli interventi innovativi derivanti dalla legge n. 479/99 ha perduto la sua iniziale connotazione quale momento processuale»; che «in questo quadro normativo le valutazioni di merito affidate al giudice sono state private di quei caratteri di sommarietà che, fino alle indicate innovazioni legislative, erano tipici di una decisione orientata soltanto, secondo la sua natura, allo svolgimento (o alla preclusione dello svolgimento) del processo»; che «il nuovo art. 425, in questo modo, chiama il giudice a una valutazione di merito sulla consistenza dell'accusa, consistente in una prognosi sulla sua possibilità di successo nella fase dibattimentale».
Anche le Sezioni unite penali, con la recente sentenza 26/6/2002, P.G. in proc. D'Alterio, hanno osservato, anche se ad altri fini, come «per effetto delle innovazioni introdotte con la l. n. 479/99 l'udienza preliminare ha subito una profonda trasformazione sul piano sia della qualità e, quantità di elementi valutativi che vi possono trovare ingresso, sia dei poteri correlativamente attribuiti al giudice, cui ha corrisposto, quanto alla determinazione conclusiva, un apprezzamento del merito ormai privo di quei caratteri di sommarietà che prima della riforma erano tipici di una delibazione tendenzialmente circoscritta allo stato degli atti».
Sembra, da ultimo, chiudere il cerchio di questa riflessione innovativa sul mutamento di struttura e di funzione dell'udienza preliminare l'ormai esplicita assimilazione legislativa della relativa fase all'ambito concettuale del “processo di merito”, avvenuta (ancora una volta - merita di essere sottolineato - in riferimento ai problemi della garanzia costituzionale della terzietà e dell'imparzialità della giurisdizione) ad opera della legge 7 novembre 2002 n. 248 che, nel ridisegnare i casi di rimessione (art. 45 C.P.P.) e nel disciplinare gli effetti della richiesta (art. 47.2 C.P.P.), prescrive che il processo debba essere obbligatoriamente sospeso prima dello svolgimento delle conclusioni e della discussione e che il giudice non possa comunque pronunciare «il decreto che dispone il giudizio o la sentenza».
4. Nel contesto delle significative novità normative e dei plurimi interventi del giudice delle leggi di cui si è sopra riferito, che hanno imposto un'opportuna rimeditazione dei temi concernenti la funzione dell'udienza preliminare e lo standard probatorio per il rinvio a giudizio, si è pertanto riproposto nella giurisprudenza di legittimità il contrasto interpretativo sulla possibilità di valutazione, dopo il rinvio a giudizio, della gravità degli indizi di colpevolezza richiesti per l'adozione di una misura cautelare personale.
A fronte dell'indirizzo prevalente (Sez. I, 27/2/2002, Ndreca Fan; Sez. V, 6 giugno 2002, Di Stefano; Sez. II, 12/6/2002 n. 2173, Patti C. e n. 2175, Patti G.; Sez. V, 1° luglio 2002, D'Emanuele), secondo il quale rimane fermo per il giudice del riesame, anche dopo il decreto di rinvio a giudizio, il potere-dovere di valutare l'adeguatezza del quadro indiziario posto a base del provvedimento impugnato, in quanto la deliberazione conclusiva dell'udienza preliminare sarebbe tuttora espressione di un canone decisorio di natura meramente processuale, non parametrato su un apprezzamento di colpevolezza ma su una prognosi inerente alla sufficienza di elementi per sostenere l'accusa nel dibattimento, la seconda Sezione, con sentenza 15 marzo 2001, Tavan xhiu, ha ritenuto invece che il decreto che dispone il giudizio sia suscettibile di assorbire l'apprezzamento dei gravi indizi di colpevolezza e, in assenza di nuovi elementi, di precludere il riesame sul punto, poiché esso, nella riformulazione normativa, costituisce ormai il risultato di un apprezzamento di merito prognostico di responsabilità, assimilabile e sovrapponibile a quello di qualificata probabilità di colpevolezza richiesto dall'art. 273 C.P.P.
Sono stati così rimessi in discussione sia le premesse logico-giuridiche che i postulati ermeneutici del ragionamento della sentenza n. 71 del 1996.
Va considerato che la Corte costituzionale, in presenza di un “diritto vivente” diversamente orientato, e cioè del concreto atteggiarsi delle norme censurate nella consolidata interpretazione delle Sezioni unite penali (Sez. Un., 25/10/1995, Liotta, Riillo e Trimarchi, citt.), che alla translatio iudicii disposta all'esito dell'udienza preliminare avevano riconosciuto una valenza delibativa tale da assorbire l'aspetto relativo al presupposto dei gravi indizi di colpevolezza, adottò una decisione di accoglimento, del tipo “manipolativo-additivo” per omissione, con cui non si limitò alla mera caducazione delle disposizioni, ma attraverso una delicata attività di ricostruzione ne alterò il testo, integrandolo in senso costituzionalmente orientato, con la formula «nella parte in cui non prevede». Fenomeno, questo, di etero-integrazione dell'ordinamento che non preclude, tuttavia, al legislatore (secondo un'acritica ricezione del principio di inviolabilità del giudicato costituzionale) di disciplinare direttamente gli effetti prodotti dalla sentenza additiva, ovvero di predisporre, come nella specie, riforme legislative le quali, pur non avendo ad oggetto tout court le disposizioni censurate, investano l'impianto delle norme-presupposto della decisione d'incostituzionalità, così sollecitando e legittimando la pratica disapplicazione di questa, alla luce di una rilettura adeguatrice del nuovo sistema processuale che si è venuto a costruire e che si assume comportare la tacita abrogazione - siccome ormai incompatibili - delle integrazioni recate dalla pronuncia additiva.
E però il menzionato, assolutamente minoritario, indirizzo giurisprudenziale, rappresentato dall'isolata sentenza Tavanxhiu, pur sorretto da un'attenta e argomentata analisi dei dati emergenti dalle rilevanti novità normative sopravvenute, che hanno modificato l'originaria trama dell'udienza preliminare, non può essere condiviso per le seguenti ragioni di ordine logico-sistematico, alla stregua delle quali queste Sezioni unite ritengono che la forza cogente del nucleo centrale e del dictum della pronuncia costituzionale n. 71 del 1996 non possa dirsi oggi venuta meno.
5. Ed invero, pur essendo innegabile che, all'interno di un disegno frammentario del legislatore, gli strappi acceleratori verso un vero e proprio giudizio di merito, rispetto all'originario carattere di momento di impulso meramente processuale, hanno influito sulla struttura dell'udienza preliminare, la regola di diritto per il rinvio a giudizio resta tuttavia qualificata dalla peculiarità dell'oggetto della valutazione e del correlato metodo di analisi.
L'obiettivo arricchimento, qualitativo e quantitativo, dell'orizzonte prospettico del giudice, rispetto all'epilogo decisionale, non attribuisce infatti allo stesso il potere di giudicare in termini di anticipata verifica della innocenza/colpevolezza dell'imputato, poiché la valutazione critica di sufficienza, non contraddittorietà e comunque di idoneità degli elementi probatori, secondo il dato letterale del novellato terzo comma dell'art. 425, è sempre e comunque diretta a determinare, all'esito di una delibazione di tipo prognostico, divenuta oggi più stabile per la tendenziale completezza delle indagini, la sostenibilità dell'accusa in giudizio e, con essa, l'effettiva, potenziale, utilità del dibattimento in ordine alla regiudicanda.
S'intende cioè sostenere che il radicale incremento dei poteri di cognizione e di decisione del giudice dell'udienza preliminare, pur legittimando quest'ultimo a muoversi implicitamente anche nella prospettiva della probabilità di colpevolezza dell'imputato, non lo ha tuttavia disancorato dalla fondamentale regola di giudizio per la valutazione prognostica, in ordine al maggior grado di probabilità logica e di successo della prospettazione accusatoria ed all'effettiva utilità della fase dibattimentale, di cui il legislatore della riforma persegue, espressamente, una significativa deflazione. Di talché, gli epiloghi decisionali dell'udienza preliminare, quanto ai casi che risultino allo stato degli atti aperti a soluzioni alternative, si ricollocano specularmene nel solco delle coordinate già tracciate dall'art. 125 disp. att. per l'archiviazione, come logico completamento della riforma introdotta con la legge n. 105 del 1993, recante la soppressione del presupposto della “evidenza” (Cass., Sez. VI, 16 novembre 2001 n. 45275, Acampora, in Cass. pen. 2002, 1632).
6. La questione relativa alla possibilità di rivalutare i gravi indizi di colpevolezza posti a base dell'ordinanza applicativa di una misura cautelare personale dopo il decreto di rinvio a giudizio comporta anche la necessità di misurare il rapporto esistente tra i presupposti probatori del primo e del secondo provvedimento, nonché il grado di garanzie assicurato all'imputato, rispettivamente, dai due giudizi. Percorso intepretativo, questo, di notevole peso e di incontestabile logicità, rimasto peraltro in ombra nella motivazione della sentenza costituzionale n. 71/96, per avere il ragionamento del giudice delle leggi privilegiato lo schema argomentativo del ruolo e della funzione dell'udienza preliminare e dei suoi epiloghi decisori, secondo il “diritto vivente”, formatosi nei postulati interpretativi (allora) elaborati dalla giurisprudenza di legittimità.
L'art. 273.1 del codice di rito prescrive, come condizione generale di applicabilità di una misura cautelare personale, che sussistano «gravi indizi di colpevolezza» a carico della persona contro la quale il provvedimento restrittivo venga emesso, innovando significativamente rispetto al tradizionale grado di consistenza degli indizi medesimi, che l'art. 252 C.P.P. abrogato qualificava con l'aggettivo - meno impegnativo - “sufficienti”. Il modello normativo di riferimento risulta peraltro notevolmente arricchito dal nuovo comma l-bis aggiunto dall'art. 11 legge 1° marzo 2001 n. 63, per il quale «nella valutazione dei gravi indizi di colpevolezza si applicano le disposizioni degli articoli 192, commi 3 e 4, 195, comma 7, 203 e 271, comma 1». L'art. 292, comma 2 lett. c) e lett. c-bis) e comma 2-ter, come modificato dall'art. 9 l. 332/95, richiede, a sua volta, al giudice che dispone la misura cautelare di esporre nella motivazione dell'ordinanza impositiva, a pena di nullità rilevabile anche d'ufficio, «gli indizi che giustificano in concreto la misura disposta, con l'indicazione degli elementi di fatto da cui sono desunti e dei motivi per i quali essi assumono rilevanza», ed «i motivi per i quali sono stati ritenuti non rilevanti gli elementi di prova forniti dalla difesa», nonché di valutare anche gli elementi «a favore dell'imputato».
Il quadro normativo di riferimento, nell'accentuare l'obbligo della motivazione e la pregnanza delle valutazioni circa la forte valenza indiziante degli elementi a carico dell'accusato, postula dunque una rigorosa selezione dei casi di esercizio del potere coercitivo, mediante il riferimento a situazioni indiziarie obiettivamente consolidate e idonee a sorreggere il giudizio prognostico di responsabilità a carico della persona, richiedendosi per le decisioni di tipo cautelare un approfondito ed incisivo apprezzamento probabilistico di segno positivo in ordine alla colpevolezza, ancorché condotto allo stato degli atti e basato non su prove ma su indizi, tale da superare la tradizionale divaricazione tra le sommarie delibazioni di tipo indiziario, rilevanti in sede di cautele, e il giudizio sul merito dell'accusa riservato alla sede dibattimentale. La Corte costituzionale (sent. n. 131/96) ha ribadito con fermezza che le linee direttive della Costituzione in tema di favor libertatis pretendono che le valutazioni compiute dal giudice ai fini dell'adozione di una misura cautelare personale siano fondate con il massimo di prudenza su una ragionevole e consistente probabilità di colpevolezza e quindi di condanna dell'imputato. Anche secondo l'ormai consolidata giurisprudenza di legittimità (cfr. Sez. Un., 21 aprile 1995, Costantino; nonché, da ultimo, Sez. I, 24/11/2001, Caliò) i gravi indizi di colpevolezza vanno individuati in quegli elementi a carico, di natura logica o rappresentativa, sia diretti che indiretti, i quali - resistendo a interpretazioni alternative e contenendo in nuce tutti o soltanto alcuni degli elementi strutturali della corrispondente prova - non valgono di per sé a dimostrare oltre ogni dubbio l'attribuibilità del reato all'indagato con la certezza propria del giudizio di cognizione, e tuttavia, quantitativamente e qualitativamente apprezzati nella loro consistenza e nella loro coordinazione logica, consentono di prevedere che, attraverso la futura acquisizione di ulteriori elementi, saranno idonei a dimostrare tale responsabilità, fondando nel frattempo una qualificata probabilità di colpevolezza.
Rimane invece estranea a quest'ottica ogni valutazione di strumentale sufficienza dell'atto processuale ad uno scopo: come l'utilità del dibattimento per la translatio iudicii disposta mediante il decreto di rinvio a giudizio.
Non è dato pertanto riscontrare una convergenza biunivoca della funzione e del giudizio prognostico sottesi al decreto che dispone il giudizio rispetto alla funzione e alla prognosi pertinenti al diverso profilo della gravità indiziaria, ai fini della legittima restrizione della libertà personale, sembrando evidente, nella logica complessiva del sistema processuale, che la valutazione contenutistica degli indizi di colpevolezza ex art. 273 C.P.P. abbia ben altra consistenza qualitativa e quantitativa rispetto alla regula iuris propria del rinvio a giudizio.
Le garanzie costituzionali della libertà personale (artt. 13 comma 2 e 111 comma 7 Cost.) pretendono, d'altra parte, sia un'esaustiva e logica motivazione che la piena ed immediata riesaminabilità (“anche nel merito”, secondo la direttiva 59/7 della legge delega per il nuovo C.P.P.) del provvedimento restrittivo emesso dal giudice.
Per il decreto che dispone il giudizio difetta invece uno specifico obbligo di motivare, essendo previste dall'art. 429 C.P.P. solo l'enunciazione in forma chiara e precisa del fatto con l'indicazione dei relativi articoli di legge (comma 1, lett. c) e l'indicazione sommaria delle fonti di prova e dei fatti cui esse si riferiscono (comma 1, lett. d), requisito quest'ultimo neppure prescritto a pena di nullità a differenza del primo (comma 2). E la carenza dell'indicazione dei motivi che, nell'argomentare circa l'avvenuto controllo dei risultati delle indagini e del corretto esercizio dell'azione penale, sorreggono l'apprezzamento del grado di probabilità logica e di successo della prospettazione accusatoria nel dibattimento, viene giustificata dal legislatore mediante l'esplicito richiamo all'esigenza di evitare che il giudice della successiva fase dibattimentale possa comunque essere influenzato nel decidere dalle valutazioni conclusive del giudice dell'udienza preliminare.
Ove poi si consideri che alla sostanziale assenza di motivazione si accompagna anche la caratteristica di inoppugnabilità, risulta chiaro che il decreto che dispone il giudizio, per la struttura stessa della decisione (connotata negativamente dal duplice profilo della statuizione solo implicita sul presupposto della gravità indiziaria e dell'insindacabilità della relativa prognosi di colpevolezza), non possa costituire in alcun modo titolo idoneo a riverberare la sua efficacia nell'ambito cautelare, sì da legittimare la restrizione della libertà personale dell'imputato.
La rilevata asimmetria delle garanzie contenutistiche e procedurali assicurate per i distinti giudizi impedisce pertanto di riconoscerne l'equivalenza e, con essa, la sovrapponibilità logica della valutazione compiuta dal giudice all'esito dell'udienza preliminare, rispetto all'autonomo apprezzamento dei gravi indizi di colpevolezza nel provvedimento de libertate, rischiandosi viceversa di legittimare una grave elusione delle garanzie poste dall'ordinamento a presidio della libertà personale dell'imputato.
7. Le considerazioni fin qui svolte avvalorano dunque la linearità logica e sistematica della più rigorosa soluzione ermeneutica secondo la quale, giusta l'ordinamento processuale positivo, il tribunale del riesame, anche dopo il decreto di rinvio a giudizio per il reato relativo alla misura cautelare personale, ha il potere-dovere di valutare l'adeguatezza del quadro indiziario posto a base del provvedimento impugnato. E la correttezza di tale soluzione trova ulteriore, puntuale, conferma nell'ipotesi in cui - come nella situazione in esame - la Corte di cassazione abbia annullato, per vizio rnotivazionale, l'ordinanza del riesame, rinviando allo stesso giudice per un nuovo scrutinio dei profili inerenti al presupposto cautelare dei gravi indizi di colpevolezza che, secondo l'ipotesi accusatoria, giustificavano l'ordinanza coercitiva.
Con riferimento al caso di specie, occorre infatti considerare che il vincolo del giudice di rinvio nel giudizio de libertate non era determinato dalla rilevanza da attribuire all'intervenuta emissione del decreto di rinvio a giudizio rispetto alla possibilità di rivalutazione dei gravi indizi di colpevolezza, ma s'incentrava sull'adempimento del dovere di puntuale e logica motivazione in ordine al presupposto della gravità indiziaria, eliminando le contraddizioni e sopperendo ai difetti della prima decisione del riesame, in modo da giustificare il proprio convincimento secondo lo schema delibativo delle risultanze probatorie esplicitamente enunciato nella sentenza di annullamento. Ferma restando, in ogni caso, la libertà del giudice di rinvio di determinare il proprio apprezzamento di merito mediante un'autonoma valutazione della situazione di fatto sottostante al punto annullato, eventualmente anche alla stregua degli ulteriori dati legittimamente acquisiti nel nuovo giudizio di riesame, ai sensi dell'art. 627.2 C.P.P. (Sez. I, 28/10/1996, Filippone, rv. 205997; Sez. V, 11/1998, Graviano, rv. 213072; Sez. V, 31/3/1999, Alongi, rv. 214467; Sez. IV, 14/3/2000, P.G. in proc. Skeya, rv. 216480).
Il giudice di rinvio ha ritenuto invece di sottrarsi al vincolo derivante dalla sentenza di annullamento attraverso la valorizzazione di un fatto processuale nuovo, l'emissione del decreto di rinvio a giudizio, la cui rilevanza, ai fini della pretermessa rivalutazione dei gravi indizi di colpevolezza, è stata collegata ad un'innovativa interpretazione del sistema processuale, quale si sarebbe venuto a configurare all'esito delle recenti, citate, riforme legislative. Il novum che irrompe nello scrutinio del giudice di rinvio è costituito dunque da un fatto storico sopravvenuto, che viene inteso come condizione preclusiva all'accoglimento del principio di diritto fissato con la sentenza di annullamento, attribuendosi a questo dato formale l'efficacia assorbente di una valutazione qualititiva dei gravi indizi di colpevolezza, assimilabile e sovrapponibile a quella propria del provvedimento applicativo della misura coercitiva, censurato in sede di riesame.
Ma sembra evidente che una tale soluzione ha fatto obiettivamente transitare nella successiva fase processuale il vizio di legittimità inerente alle segnalate lacune motivazionali, in ordine al fondamentale presupposto della restrizione della libertà personale, così aggirando quel momento di controllo ritenuto per contro ineludibile dalla pronuncia della Corte di cassazione. Di talché, l'inoppugnabilità del pure immotivato decreto che dispone il giudizio renderebbe, di fatto, irrimediabile, almeno per tutto il corso del giudizio di primo grado, l'errore di prospettiva eventualmente commesso dal giudice nel ritenere sussistente il requisito dei gravi indizi di colpevolezza; peraltro, con grave disparità di trattamento - come è stato osservato (Sez. I, 27 febbraio 2002, cit.) - rispetto all'ipotesi in cui l'imputato, ai sensi dell'art. 550 C.P.P., venga tratto a giudizio con citazione diretta del pubblico ministero.
8. In definitiva, sul controverso problema interpretativo sottoposto all'esame delle Sezioni Unite, può essere enunciato, ai sensi dell'art. 173.3 n. att. C.P.P., il seguente principio di diritto: «non è preclusa al giudice investito della richiesta di riesame la valutazione dei gravi indizi di colpevolezza, quando sia stato disposto il rinvio a giudizio dell'imputato per il reato in ordine al quale è stata applicata la misura cautelare personale».
L'impugnata ordinanza dev'essere pertanto annullata con rinvio allo stesso Tribunale del riesame, perché, nell'unifomarsi al suddetto principio di diritto, provveda a colmare le specifiche lacune motivazionali attinenti al profilo della gravità indiziaria, già segnalate da questa Corte con le statuizioni della precedente sentenza di annullamento del 12 dicembre 2001, adeguandosi allo schema argomentativo in quest'ultima esplicitamente indicato e illegittimamente disatteso.
Poiché risulta che il ricorrente, nelle more del giudizio, è stato posto agli arresti domiciliari, non trova applicazione il disposto dell'art. 94.1-ter disp. att.

P.Q.M.

La Corte Suprema di Cassazione, a Sezioni Unite, annulla l'ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Roma.

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