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Corte d'Appello di Venezia Sez. IV ord. 1102002 (Gratuito patrocinio) N

N. 1171/2001 RG App.
N. 242/2002 RR

CORTE D’APPELLO di VENEZIAQUARTA SEZIONE PENALE

La Corte,
procedendo in composizione monocratica,
nella persona del consigliere Carlo Citterio, delegato con decreto del presidente della Sezione in data 4.7.02, dopo che questa Sezione era stata designata dal primo presidente;
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nel procedimento di opposizione all’ordinanza 9.4.02, con la quale era respinta la richiesta di liquidazione dei compensi, proposta dall’avv. Florindo Ceccato del Foro di Venezia, quale difensore di ufficio di NESSMAN RALF MICHAEL, imputato latitante;visti gli atti e sentite le parti nell’odierna udienza camerale;rilevato in fatto:
che l’avv. Ceccato ha svolto attività quale difensore d’ufficio nel processo d’appello a carico del NESSMAN, rimasto contumace perché latitante;che il legale ha presentato la richiesta di liquidazione delle proprie competenze, ai sensi dell’art. 32 bis disp. att. c.p.p., allora vigente nel testo introdotto dall’art. 18 della legge 60/2001;che con l’impugnata ordinanza altra Sezione di questa Corte ha respinto la richiesta, giudicando che le situazioni dell’irreperibile e del latitante fossero situazioni distinte e che solo alla prima si applicasse la speciale disciplina ex art. 32 bis disp. att. c.p.p.; ciò, in particolare: perché l’irreperibilità poteva essere anche involontaria e incolpevole, mentre lo stato di latitanza consegue ad una libera scelta dell’interessato; perché la disciplina delle ricerche che debbono precedere l’emissione dei decreti di irreperibilità e latitanza è diversa (ex artt. 159 e 295.2 c.p.p.); perchè comunque le due situazioni sono non solo oggettivamente distinte, ma neppure assimilabili tra loro (Cass. Sez. 5, 18.12.97 n.5807). In definitiva, la Corte giudicava che il difensore avrebbe dovuto seguire la diversa procedura ex art. 32.2 disp. att. c.p.p. (sempre nel testo innovato dalla legge 60/2001, all’art. 17), esperendo, prima dell’eventuale richiesta, le procedure previste per il recupero dei crediti professionali;che, con ricorso depositato il 3.6.2002, il difensore deduceva che qui si discuteva del diritto del difensore alla retribuzione (artt. 31 ss. disp. att. c.p.p. ed art. 36 Cost.) e non delle garanzie dell’imputato nel procedimento; che in ogni caso il NESSMAN, cittadino tedesco, non risultava reperibile all’unico indirizzo conosciuto, come comprovato dall’essere stata restituita precedente corrispondenza con la quale lo stesso difensore intendeva richiedere la corresponsione dei propri compensi, sicchè anche evidenti ragioni di economia -di tempo e di spese, nell’interesse anche della medesima amministrazione della giustizia- confortavano l’immediato riconoscimento del diritto alla retribuzione, nelle forme previste dall’art. 32 bis ricordato;ritenuto in rito:
che la disciplina già prevista dagli artt. 32 e 32 bis disp. att. c.p.p., nel testo introdotto dagli artt. 17 e 18 legge 60/2001, è stata abrogata dall’art. 299 del d.lvo 113 del 30.5.2002 (cd Testo unico in materia di spese di giustizia), così come è stata abrogata la legge 217/90, con le modifiche introdotte dalla legge 134/2001, in particolare laddove era disciplinata la procedura di reclamo avverso i provvedimenti di diniego delle richieste di compenso;che deve trovare immediata applicazione, in mancanza di diversa e specifica disciplina transitoria, la normativa di cui agli artt. 82, 84, 170, 116 e 117 T.U. citato;
che, in particolare, in virtù del richiamo che gli artt. 116 e 117 operano all’art. 84, deve qui trovare applicazione la disciplina prevista nell’art. 170, per l’opposizione al decreto di pagamento;che la locuzione contenuta nel capoverso dell’art. 170, con cui, in modo invero un po’ casereccio, si dispone che ‘il processo è quello speciale previsto per gli onorari di avvocato’, parrebbe rendere applicabile la procedura ex artt. 28 – 29 legge 794/1942;che l’ulteriore previsione contenuta nel medesimo art. 170.2, che si proceda in composizione monocratica, deve trovare applicazione anche quando la competenza a provvedere è della corte d’appello, per la genericità e quindi generalità della previsione;che, in proposito, la possibile evenienza, come nel caso di specie, che il giudice competente a decidere il ricorso proceda in composizione monocratica anche quando il provvedimento opposto è stato adottato in composizione collegiale non pare irragionevole (così sottraendosi a censure di costituzionalità da qualcuno prospettate), giacchè l’attribuzione della prima decisione ad organo collegiale è solo occasionale e non predeterminata in ragione della materia; in altri termini, è solo perché il legislatore attribuisce al giudice che sta procedendo, nel processo principale, la competenza a decidere anche per la procedura incidentale di liquidazione del compenso al difensore, che può verificarsi che l’originaria istanza sia decisa collegialmente, non già per la natura e l’oggetto del bene giuridico oggetto della decisione; per contro, l’attribuzione della decisione del ricorso al giudice in composizione monocratica appare rispondere ad evidenti, condivisibili e da sempre auspicate, esigenze di economia e speditezza, oltretutto a fronte di una casistica prevedibilmente frequente;che il provvedimento con cui si decide il ricorso deve assumere la forma dell’ordinanza: ciò si evince dal richiamo appunto all’art. 29.5 legge 794/1942, nonchè dall’espresso richiamo che alla forma dell’ordinanza fa l’analoga norma disciplinante il ricorso avverso i provvedimenti di rigetto dell’istanza di ammissione al patrocinio pubblico (art. 99, terzo e quarto comma T.U.); rimane fermo che il provvedimento positivo, che modifichi il precedente -o quanto all’affermazione del diritto ed alla quantificazione, ovvero alla sola quantificazione- assumerà anche valenza di decreto di pagamento, nel caso in cui a questo non si provveda con separato e contestuale provvedimento (arg. ex artt. 82 e 171 T.U.);ritenuto quanto al merito del ricorso :
in diritto, la disciplina dettata per le persone irreperibili (prima dall’art. 32 bis disp. att.c.p.p., ora dall’art. 117 T.U.) non può applicarsi analogicamente alle persone latitanti, perché si tratta effettivamente di due situazioni del tutto differenti, rispetto alla ratio della normativa sul pagamento del difensore d’ufficio da parte dello Stato; come lo stesso ricorrente riconosce, in questa sede non si discute dei diritti endoprocedimentali della persona coinvolta nel procedimento penale, bensì della ricorrenza o meno di situazione di fatto idonea a giustificare la immediata corresponsione dei compensi al difensore da parte dell’erario;sotto tale profilo, allora, occorre aver presente che il legislatore non ha inteso affermare il principio per cui sempre, ed in ogni caso, la prestazione professionale del difensore nominato d’ufficio è a carico dello Stato, avendo invece previsto, in via generale, che il difensore deve essere retribuito dal proprio assistito (art. 31 disp.att. c.p.p.) e che l’erario compensa il professionista (applicando i criteri quantificativi previsti per il patrocinio a spese dello Stato) solamente quando questi non sia stato pagato dall’assistito ed abbia prima inutilmente esperito le procedure (quindi tutte le procedure) per il recupero dei crediti professionali;ed è esclusivamente in via di eccezione a tale principio generale, che il compenso è direttamente ed immediatamente corrisposto dallo Stato, quando nei confronti della persona assistita si sia proceduto in stato di irreperibilità; evidente è la ratio della disposizione: se già lo Stato, con i suoi mezzi e dopo approfondite ricerche, non è riuscito ad individuare né un luogo di dimora, né un luogo di lavoro, né un centro attuale di interessi di vita, apparirebbe irragionevole pretendere che tali ricerche debba fare il professionista (e comunque non è irragionevole la contraria soluzione); la latitanza è però tutt’altro: si tratta del volontario e conscio sottrarsi all’apprensione fisica da parte dell’autorità, quindi di una situazione del tutto normalmente compatibile sia con la possibilità di permanente contatto con il difensore, sia, specialmente, con l’esistenza di dimora e attività lavorativa e comunque di centro di interessi di vita tendenzialmente stabili; e poichè le procedure di recupero dei crediti sono esperibili quando vi siano beni/crediti/ecc., pur nella occasionale assenza del debitore, non vi è ragione di esonerare il difensore dall’attivazione conseguente;da ultimo, essendo la previsione dell’immediato diretto pagamento dell’erario norma sicuramente eccezionale, neppure potrebbe legittimamente farsi ricorso ad una sorta di sua applicazione analogica o estensiva, a situazione oltretutto oggettivamente differente;quanto all’ulteriore deduzione del ricorrente, che richiama evidenti ragioni di economia, anche nell’interesse della stessa amministrazione della giustizia, pur potendosi condividere il senso complessivo del rilievo, tuttavia lo stesso è in definitiva riconducibile all’esigenza di un’eventuale più adeguata o completa disciplina della materia da parte del legislatore, risolvendosi altrimenti, allo stato, nella richiesta di disapplicazione dell’art. 116 T.U., che determinerebbe tra l’altro l’irregolarità del provvedimento, fonte rievidenziata di diretta responsabilità del magistrato (ex art. 172 T.U.);in ogni caso, nella fattispecie non ricorrono allo stato le condizioni di fatto idonee a far ritenere sussistente una situazione quale quella prevista dall’art. 116 T.U. (già 32 disp. att.c.p.p.); esperite o meno che debbano essere tutte le procedure che il codice di procedura civile e le leggi pertinenti consentono al fine del recupero del credito professionale, ciò che è indispensabile è che possa ragionevolmente giudicarsi provata l’irrecuperabilità del credito medesimo, con il diligente ricorso alle usuali prassi e regole, anche in via preventiva; deve trattarsi però di un’oggettiva impossibilità, non di una mera pur reale difficoltà (come è stato ben osservato in dottrina);ciò premesso, nella fattispecie rileva la Corte che il difensore ha sì prodotto documentazione che attesta che l’assistito non è più reperibile all’indirizzo dove era agli arresti domiciliari; ma dagli atti l’assistito risulta persona di generalità assolutamente certe e con residenza e domicilio all’estero specificamente individuati, mentre risulta altresì l’indicazione puntuale della residenza in Italia di una sua sorella (v. ricerche di p.g. che hanno preceduto la dichiarazione di latitanza; conseguentemente, deve giudicarsi che quantomeno debba essere data l’ulteriore prova del tentativo di richiesta alla residenza nota e della ricerca di informazioni/richiesta anche presso la residenza dei familiari;per correttezza nei confronti dell’istante, va qui osservato che l’aver giudicato allo stato insussistenti le condizioni in fatto per l’applicazione dell’art. 116 T.U. spese di giustizia assorbe la, diversa ed ulteriore, questione del doveroso esame della possibile illegittimità costituzionale di tale norma, in relazione all’art. 81.4 Cost., per mancanza della prescritta copertura finanziaria;
P.Q.M.

Visti gli artt. 1 ss, 82, 84, 116, 117, 170 dlvo 113/2002
respinge il ricorso.
Si notifichi al ricorrente e si comunichi al P.G. in sede.
Venezia, 1.10. 2002
La Corte in composizione monocratica
cons. Carlo Citterio

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