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Corte d'Appello di Venezia Sez. IV pen. Ordinanza 2 ottobre 2002 N

N. 18/2001 Estr.

CORTE D’APPELLO DI VENEZIA SEZIONE IV PENALE

ORDINANZA

La Corte, composta dai magistrati
dr. Ugo Di Mauro, Presidente
dr. Umberto Zampetti, Consigliere
dr. Carlo Citterio, Consigliere estensore

nel procedimento di estradizione relativo al sig. XIA XIAOHAI, n. il 29.8.1975 nella Repubblica popolare cinese;
rilevato che l’estradando è stato assistito nella procedura da difensore nominato d’ufficio, il quale ha ora richiesto la liquidazione delle proprie competenze, in relazione all’opera prestata, ‘con pronta corresponsione delle somme tutte’ indicate nella parcella, prodotta con il prescritto parere del competente Consiglio dell’ordine; rilevato che l’istante chiede darsi applicazione alla speciale disciplina, già introdotta nell’art. 32 disp. att. c.p.p. dall’art. 17 della legge 63/2001 ed attualmente prevista dall’art. 116 del d.lvo 30.5.2002 n. 113 (cd T.U. delle spese di giustizia), secondo la quale ‘l’onorario e le spese spettanti al difensore di ufficio sono liquidati dal magistrato, nella misura e con le modalità previste dall’art. 82 …, quando il difensore dimostra di aver esperito inutilmente le procedure per il recupero dei crediti professionali ’; rilevato che l’istante, una cui precedente richiesta era stata respinta appunto non avendo egli dato prova di avere prima esperito tali procedure, ha ora prodotto documentazione attestante l’impossibilità di notificare l’ottenuto decreto ingiuntivo, non essendo stato lo XIA XIAOHAI rinvenuto all’indirizzo indicato e risultando sconosciuto all’anagrafe; rilevato che, sussistendo i presupposti della nomina d’ufficio, dell’espletamento dell’attività difensiva, del previo esperimento delle procedure esecutive (per quanto possibile alla diligenza dell’istante), questa Corte dovrebbe procedere alla valutazione della congruità della parcella richiesta, secondo i criteri indicati dall’art. 82.1 del richiamato T.U., per poi procedere ad emettere il conseguente decreto di pagamento; ritenuto che la liquidazione del difensore d’ufficio è, allo stato della normativa, il momento conclusivo della prestazione da questi resa nel procedimento, momento che, afferendo al compiuto concreto esplicarsi del diritto di difesa, attiene direttamente all’esercizio della funzione giurisdizionale (arg. ex Corte cost. ordinanza 144 del 14 - 22.4.1999); che, in ogni caso, è il legislatore a definire giurisdizionale questa fase, con il combinato disposto degli artt. 116, 117, 82, 84, 170.2, 3 lettera o) T.U.; ritenuto che appare, a questo punto, rilevante nel presente giudizio e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della disciplina ora richiamata (ed in particolare degli artt. 116 e 82 del d.lvo 30.5.2002 n. 113) in relazione all’art. 81 quarto comma della Costituzione; rilevato infatti che, mentre la norma costituzionale prescrive che ‘ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte ’, né la legge 6.3.2001 n. 60 -che ha introdotto la disciplina del pagamento del difensore d’ufficio da parte dell’erario, nei casi di assistenza alla persona irreperibile e di vano previo esperimento delle procedure per il recupero dei crediti professionali-, né il T.U. -che all’art. 295 richiama le sole disposizioni del patrocinio a spese dello Stato-, né norme intermedie o successive -a quanto risulta dalla ricerca tentata dal Collegio- hanno disposto alcunché in proposito, sicchè, allo stato, non risulta esservi alcuna indicazione dei mezzi per far fronte alle spese, prevedibilmente imponenti, invece imposte dalla normativa in questione; rilevato che non può condividersi l’interpretazione di chi ritiene che la copertura finanziaria di cui all’art. 22 della legge 134/2001 (richiamata dal ricordato art.295 T.U.) si estenderebbe anche alla difesa d’ufficio, giacchè non solo ciò non è detto dall’art. 295 o da alcun’altra norma (in quanto l’art. 116 T. U. richiama solo la misura e le modalità statuite dal precedente art.82 per la determinazione del compenso), ma neppure appare possibile e convincente un’interpretazione analogica, perchè i presupposti di fatto per determinare le somme necessarie a garantire la costituzionalmente imposta copertura finanziaria sono, nei due casi, del tutto differenti: la non abbienza, per il patrocinio a spese dello Stato, il vano esperimento delle procedure esecutive, per la difesa d’ufficio; nel primo caso, il parametro per la copertura finanziaria è dato dalle situazioni di non abbienza stimate e dalla percentuale prevedibile di coinvolgimento dei non abbienti nei procedimenti penali, nel secondo caso il parametro (che prescinde del tutto dall’abbienza ed anche dalla solvibilità dell’assistito) può essere dato dalle statistiche giudiziarie sul numero, notoriamente imponente, dei procedimenti che si svolgono con l’assistenza di ufficio; rilevato come la costante giurisprudenza della Corte che si va ad adire ha sempre insegnato e giudicato che l’art. 81 è norma costituzionale immediatamente precettiva e non programmatica (tra le tante, cfr. sent. 384 del 15-17.10.1991, sent. 307 del 7-11.10.1983); rilevato che la constatazione della mancata copertura finanziaria, che in ipotesi determina l’illegittimità attuale della disciplina che si deve applicare, impone al magistrato l’attivazione del giudizio della Corte costituzionale, anche in relazione al proprio diretto coinvolgimento nelle conseguenze di pagamenti irregolari, che il novello legislatore del T.U. ha pensato opportuno ribadire espressamente, con l’art. 172 (‘i magistrati… sono responsabili delle liquidazioni e dei pagamenti da loro ordinati e sono tenuti al risarcimento del danno subito dall’erario a causa degli errori e delle irregolarità delle loro disposizioni, secondo la disciplina generale in tema di responsabilità amministrativa ’); ritenuto che la questione della mancata copertura finanziaria della concretizzazione normativa del principio per cui è lo Stato a farsi carico della retribuzione del legale nominato d’ufficio, quando questi non la ottenga pur dopo aver esperito gli ordinari mezzi offerti dall’ordinamento a tutela dei crediti, non è affatto questione formale, giacchè diverse sono le scelte che il legislatore può adottare per ‘rendere effettiva e non meramente formale la difesa d’ufficio’, ciascuna di esse comportando, tra l’altro, conseguenze ben differenti sul piano della spesa pubblica; precisato incidentalmente che questa Corte è fortemente convinta della necessità (‘pre-costituzionale’, se è consentito il termine, perché strettamente propria della funzione del giudizio e della limitatezza del giudizio umano) di una adeguata e motivata difesa tecnica in ogni fase del procedimento penale, va rilevato che dalla lettura sia dei lavori parlamentari sia dei lavori della Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, relativi alle discipline del patrocinio a spese dello Stato e della difesa d’ufficio, risulta che fu accennato l’esame di almeno due tra le alternative possibili (affidare la difesa d’ufficio agli avvocati iscritti negli albi professionali, in un’ottica privatistica; istituire un ufficio pubblico di difesa giudiziaria ovvero extragiudiziaria), da alcuni sostenendosi che l’avvocato-pubblico dipendente, avendo il compito di difendere la persona contro cui lo stesso Stato ha deciso di procedere penalmente, offrirebbe minori garanzie alla persona sottoposta al procedimento penale, rispetto a quelle assicurate dall’avvocatura professionale; risulta altresì che fu posto il problema dei costi della retribuzione della difesa d’ufficio, ipotizzandosi, in alternativa al sistema poi scelto (che è l’applicazione delle tariffe autodeterminate dall’avvocatura professionale e rese esecutive dal Ministro, con l’unico correttivo, nel procedimento penale, del non superamento dei valori medi), quelli della detraibilità dei corrispondenti importi dalla dichiarazione del reddito imponibile (nel caso di insolvenza del cliente) e dell’aumento dell’importo del contributo previdenziale degli avvocati (si veda, per tutti, il resoconto della seduta della seconda commissione della Camera dei deputati in data 10.5.2000); risulta infine, dagli stessi atti, che il provvedimento sulla difesa d’ufficio venne inserito nel programma dell’Assemblea prima che il suo esame fosse iniziato in Commissione e che, nel momento immediatamente precedente l’approvazione alla Camera, in aula, e quindi al Senato, in commissione in sede deliberante, a ridosso della conclusione della precedente legislatura, fu posto il problema che il Governo dell’epoca segnalava l’impossibilità di assicurare la copertura finanziaria (con una qualche polemica dei componenti le commissioni rispetto ad assicurazioni invece ricevute, in precedenza, dallo stesso esecutivo); ritenuto, in definitiva, che il problema della mancata copertura finanziaria non è appunto questione formale o formalistica, perchè la scelta della soluzione più adeguata per la retribuzione della difesa d’ufficio (in passato considerata ufficio onorifico ed obbligatorio della classe degli avvocati e procuratori, dall’art. 1 del rd 30.12.1923 n. 3282) non è scelta obbligata (basti pensare che i ricordati timori che la figura dell’avvocato-dipendente pubblico suscita potrebbero essere ovviati da convenzioni periodiche con avvocati liberi professionisti, idonee anche, appunto, a contenere la spesa pubblica corrispondente) e che il contenimento della spesa pubblica rientra senz’altro tra gli ‘altri interessi meritevoli di protezione’ (di cui ha insegnato la Corte costituzionale trattando del contemperamento dei principi di difesa e di eguaglianza con altre esigenze meritevoli di considerazione, a proposito delle limitazioni all’esplicazione del diritto di difesa connesse alla scelta del difensore nell’ambito di uno speciale elenco, proprio con riguardo al patrocinio a spese dello Stato -ordinanze n. 299 del 19-28.6.2002 e n. 389 del 10-23.7.2002-), sicchè spetta al legislatore trovare un non irragionevole equilibrio tra tutte tali diverse esigenze, rispondendo pubblicamente della scelta al popolo elettore, anche in relazione all’impiego delle limitate risorse (a fronte di altre esigenze pure costituzionalmente garantite, come i diritti alla salute, al lavoro ed all’istruzione); ritenute pertanto:
la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale degli artt. 116 T.U. sulle spese di giustizia in relazione all’art. 81 Cost., per le ragioni finora esposte, la rilevanza della questione nel presente giudizio, perché ove la Corte adìta dovesse condividerla, sancendo l’illegittimità della norma fino ad avvenuta copertura finanziaria, questa Corte serenissima dovrebbe respingere l’istanza di liquidazione, come proposta dal difensore d’ufficio; ritenuto infine che sarà la Corte adìta a valutare l’estensibilità della questione, come proposta, anche alla disciplina introdotta dal diverso art. 117 T.U., ai sensi dell’art. 27 della legge 11.3.1957 n.87; ritenuto che vanno adottati i conseguenti provvedimenti ordinatori, con la comunicazione anche al Procuratore generale, destinatario del provvedimento di liquidazione e parte nell’eventuale giudizio di opposizione ex artt. 82.3, 84 e 170 T.U.;
P.Q.M.
Visti gli artt. 23 ss. legge 87 del 11.3.1953,
dichiara non manifestamente infondata e rilevante nel presente giudizio la questione di legittimità costituzionale dell’art. 116 d.lvo 30.5.02 n. 113, con riferimento all’art. 82 della stessa normativa, in relazione all’art. 81.4 Cost.; sospende il giudizio;
ordina la trasmissione degli atti alla Corte costituzionale, la comunicazione dell’ordinanza ai Presidenti delle due Camere, la notificazione della stessa al Presidente del Consiglio dei ministri ed all’istante, nonché l’ulteriore comunicazione al Procuratore generale in sede, a cura della Cancelleria. Così deciso in Venezia, nella camera di consiglio del 1.10.2002
I Consiglieri Il Presidente
U. Zampetti
C. Citterio U. Di Mauro

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