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Da Ciro RIVIEZZO riceviamo e pubblichiamo:

Corte d’Assise di Milano – 17 dicembre 2001 - Est. Mannucci – Imp. Larocca
In tema di utilizzabilità di dichiarazioni rese da teste intimidito o subornato.

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- Omissis -
E veniamo all’interpretazione della disposizione invocata dal P.M. e alla verifica di sussistenza dei presupposti in essa enunciati.
Il P.M., nel corso della sua requisitoria orale, ha formulato l’istanza che l’art. 500, comma 5 c.p.p. impone alla parte che voglia fare acquisire ed utilizzare ai fini della decisione le dichiarazioni rese in indagini preliminari dal testimone reticente o falso, e si è riferito, in particolare, alle dichiarazioni rese da Pierino Olceste nelle indagini preliminari, contestate nel corso dell’esame dibattimentale e nel corso di quest’ultimo smentite (anche se solo implicitamente) dal teste. Secondo la nuova formulazione dell’art. 500 c.p.p. (cfr. il comma 2, come modificato dalla l. 63/2001), “le dichiarazioni lette per le contestazioni possono essere valutate ai fini della credibilità del teste”, salve le ipotesi del consenso delle parti al loro utilizzo e di applicazione della previsione di cui al comma 4 dello stesso articolo. La pubblica accusa, a fondamento della propria istanza, ha dedotto che, sulla base delle dichiarazioni rese da Olceste nel corso delle indagini preliminari, tutte ritualmente contestate, vi erano agli atti “elementi concreti per ritenere che il testimone è stato sottoposto a … minaccia…”.
Le questioni rilevanti per valutare e decidere sull’istanza sono due.
La prima riguarda la sua ammissibilità, atteso che, pur non avendo la difesa contestato la tempestività della stessa, è necessario verificare se la disposizione citata contenga un termine entro il quale la parte interessata debba formulare la richiesta di acquisizione e utilizzabilità. La seconda riguarda il merito della disposizione e si sostanzia nella verifica degli elementi di fatto su cui vanno accertati i presupposti previsti dalla norma e la definizione di questi ultimi.
Sotto il primo profilo si osserva che il comma 5 dell’art. 500 c.p.p. prevede che l’acquisizione e l’utilizzabilità delle dichiarazioni rese nelle fasi predibattimentali debbano essere disposti dal giudice su istanza di parte, per cui se il P.M. non avesse formulato la richiesta con riferimento alle dichiarazioni di Olceste, alla Corte sarebbe stato precluso utilizzarle per la decisione se non per valutare la credibilità del dichiarante, anche se fosse emersa la sussistenza di una delle situazioni delineate dal comma 4. L’istanza è quindi un presupposto per la verifica di tali requisiti, ma nella disposizione non è imposto alla parte un termine entro il quale la richiesta di utilizzabilità debba essere formulata. Invero, nel caso in cui le dichiarazioni del testimone contenute nel fascicolo del P.M. non siano state acquisite al dibattimento, potrebbe prospettarsi che il termine di presentazione dell’istanza vada individuato nella chiusura dell’istruttoria dibattimentale, atteso che nella fase processuale successiva sarebbe necessario l’intervento di acquisizione da parte del giudice; ma, anche in tale ipotesi, non pare che la disposizione precluda, nel corso della discussione, di formulare l’istanza in oggetto e che, conseguentemente, si disponga l’interruzione della discussione, eventualmente per svolgere gli incombenti previsti dal comma 5, e, comunque, per acquisire quei verbali.
Nel caso in cui i verbali delle dichiarazioni siano stati acquisiti al fascicolo del dibattimento nel corso dell’istruttoria (che è l’ipotesi di cui si tratta), l’istanza della parte interessata ha ad oggetto solo l’utilizzabilità di quelle dichiarazioni, per cui, soprattutto se non sia accompagnata dalla richiesta di accertamenti, può essere avanzata durante la discussione senza interrompere la stessa, atteso che le altre parti hanno la possibilità di interloquire, eventualmente prospettando la necessità di accertamenti.
Quindi, la previsione letterale dell’art. 500, comma 5 c.p.p. non pone alle parti un termine entro il quale l’istanza in oggetto deve essere proposta a pena di inammissibilità.
Questa interpretazione è coerente con il contenuto della discussione svolta dalle parti in conclusione del dibattimento. Il P.M. ha, come detto, avanzato la richiesta di utilizzabilità “piena”, ex art. 500, comma 4 c.p.p., delle dichiarazioni rese da Olceste nelle indagini preliminari, i cui verbali erano stati già acquisiti al fascicolo del dibattimento a seguito delle contestazioni che lo stesso P.M. aveva formulato nel corso dell’esame del teste (naturalmente la richiesta ha riguardato quella parte di dichiarazioni che sono state oggetto di contestazione e di cui, quindi, è stata data lettura nel corso del dibattimento). La difesa dell’imputato, che ha interloquito sull’istanza di utilizzazione, non ha prospettato la sua inammissibilità per essere stata tardivamente formulata, ma ne ha discusso nel merito la fondatezza, così confermando l’interpretazione della disposizione secondo la quale, fino alla chiusura del dibattimento – cioè al termine della discussione, ex art. 524 c.p.p. – le parti possono formulare l’istanza di cui all’art. 500, comma 4 c.p.p.
Nel merito, la difesa ha contestato la ricorrenza dei requisiti previsti dalla citata disposizione.
Questo profilo è indubbiamente il più delicato e complesso nella valutazione di utilizzabilità delle dichiarazioni di Olceste, sia perché la disposizione in oggetto è stata introdotta nel nostro ordinamento meno di un anno or sono e la sua interpretazione non si è ancora consolidata nelle applicazioni dei giudici di merito e di legittimità, sia perché la pubblica accusa ha individuato negli avvocati difensori dell’imputato gli autori delle condotte che avrebbero concretato l’intimidazione del teste, per cui la valutazione di questo profilo della vicenda processuale involge ulteriori questioni riguardanti l’esercizio dell’attività investigativa da parte dei difensori.
In sintesi, il richiamato art. 500, comma 4, individua tre presupposti, enunciati dalla disposizione in forma alternativa, che soli consentono l’utilizzabilità delle dichiarazioni rese al di fuori del contraddittorio, definiti nella violenza, nella minaccia, nell’offerta o promessa di denaro o di altra utilità, condotte realizzate nei confronti del testimone perché non deponga o deponga il falso. Qualora sia accertato che ricorra una delle situazioni sopra indicate, le dichiarazioni rese in indagini preliminari dal teste che si sia rifiutato di rispondere o che abbia deposto il falso sono utilizzabili come prova delle circostanze di fatto in esse affermate: in tale ipotesi il precedente difforme ha, quindi, la medesima valenza probatoria delle dichiarazioni rese in contraddittorio o acquisite sul consenso delle parti, ai sensi dell’art. 500, comma 4 c.p.p., come modificato dalla l. 63/2001.
Il giudice, al fine di accertare se vi siano “elementi concreti” per ritenere sussistente una delle situazioni definite dalla disposizione, può utilizzare anche “le circostanze emerse nel dibattimento”.
Due sono quindi i profili che impongono una valutazione interpretativa della disposizione: quali circostanze di fatto possono essere utilizzate nell’accertamento e il grado probatorio di quest’ultimo da un lato, la definizione dei presupposti della violenza, minaccia o offerta di denaro dall’altro.
Con riferimento al primo profilo, la norma appare molto ampia nel definire gli elementi utilizzabili dal giudice per accertare il presupposto in oggetto, atteso che include tutte le circostanze emerse nel dibattimento ma non esclude anche quelle tratte dagli atti di indagine preliminare portati a conoscenza del giudice al fine di provare la minaccia. Mentre il comma 4 dell’art. 500 indica le circostanze emerse nel dibattimento come elemento di valutazione del giudice, il comma 5 consenta alla parte istante di fornire al giudice tutti gli elementi da cui desumere la minaccia o la violenza, anche quelli che non sono stati introdotti nel giudizio, attribuendo altresì allo stesso giudice il potere di svolgere ulteriori accertamenti.
Queste considerazioni consentono di ritenere pienamente utilizzabili, per valutare se Olceste sia stato o meno sottoposto ad azione intimidatoria, tutte le dichiarazioni rese in dibattimento e quelle acquisite ed utilizzate per le contestazioni, ma soprattutto i verbali del teste che sarebbe stato vittima di minaccia. Il P.M. ha ritenuto che gli elementi acquisiti al dibattimento fossero sufficienti per dimostrare l’esistenza dell’attività intimidatoria nei confronti del teste, ma tale giudizio è stato fondato anche sul contenuto delle dichiarazioni rese da Olceste in indagini preliminari, al P.M. e ai difensori. Questi ultimi, nel corso della loro arringa conclusiva, hanno contestato che la trascrizione integrale dell’atto di assunzione della deposizione di Olceste compiuto il 27.2.2001 sia un verbale ritualmente utilizzabile nel dibattimento, sostenendo che l’atto formalmente previsto dalla legge è il verbale riassuntivo redatto contestualmente all’assunzione della deposizione. Questa tesi è priva di fondamento, perché se nessuna contestazione è stata formulata dalle parti circa la corrispondenza tra il contenuto di quella trascrizione e la registrazione dell’atto contenuta nell’audiocassetta prodotta al fascicolo, la Corte deve utilizzare proprio il documento che riproduce più fedelmente possibile il contenuto della deposizione, atteso che il verbale riassuntivo, necessario per accertare il rispetto delle formalità di assunzione della testimonianza, non può prevalere sulla trascrizione integrale quanto al contenuto della stessa.
Per quando concerne il quantum di prova richiesto dalla norma, dalla sua lettura si desume che il materiale acquisito (su istanza o d’ufficio del giudice) non deve fornire una prova analoga a quella richiesta per pronunciare sentenza di condanna, atteso che il comma 4 utilizza una formula, la sussistenza di elementi concreti che inducano a ritenere la violenza, la minaccia o l’offerta di denaro, che è certamente un minus rispetto a quanto richiesto per formulare il giudizio di colpevolezza.
Indubbiamente non è agevole definire in astratto quali elementi siano richiesti al giudice per accertare la sussistenza della minaccia, potendosi solo affermare che il grado probatorio è diverso rispetto a quello della valutazione di penale responsabilità, apparendo sufficiente che le circostanze emerse al dibattimento e gli altri elementi introdotti dalla parte o acquisiti dal giudice, delineino un quadro di fatto adeguato a ritenere che il dichiarante sia stato sottoposto a minaccia (o violenza o subornazione). Quindi, non è necessaria la prova rigorosa della condotta della minaccia, ma sono sufficienti elementi caratterizzati dalla concretezza, cioè precisi nella loro consistenza materiale, univoci nel significato, tali da rendere indubbio che l’atteggiamento reticente o falso è stato indotto da un’azione esterna alla libera scelta del dichiarante avente le caratteristiche definite nella disposizione.
Se questo è il “limite superiore” del parametro di valutazione enunciato dall’art. 500, comma 4 c.p.p., il suo “limite inferiore” può essere definito nella “non concretezza” degli elementi forniti dalla parte o acquisiti dal giudice.
In questo ambito compete ai giudici delineare, nella soluzione dei casi sottoposti alla loro valutazione, parametri più specifici e solo l’applicazione giurisprudenziale consentirà di dare concretezza al dato normativo. Così, anche i primi commentatori della legge hanno evidenziato che, in alcuni tipi di processi, determinati comportamenti non potranno che essere interpretati come elementi concreti di una condotta illecita diretta a condizionare la genuinità della testimonianza e la prova della minaccia potrà desumersi anche solo dalle modalità di assunzione della stessa, rilevando come, in tali casi di ritrattazione, l’introduzione nel processo del precedente difforme quale elemento di valutazione della responsabilità indotto dall’accertamento della minaccia sulla base di quegli elementi concreti, sia non solo corretto, ma persino auspicabile.
In termini generali se non sono sufficienti meri sospetti di intimidazione o di subornazione, in concreto potranno essere utilizzate indicazioni tratte dalle modalità della deposizione, quali la mancata giustificazione della ritrattazione dibattimentale, l’assenza di qualsiasi fondamento delle affermazioni dibattimentali in contrasto con quelle rese in indagini, la falsità accertata della ritrattazione. Queste circostanze potranno da sole delineare un quadro che rende inevitabile ricollegare quei comportamenti ad un intervento intimidatorio o di subornazione, anche tenendo conto della specifica tipologia del processo nel quale la ritrattazione avviene. In simili ipotesi non è necessario l’accertamento di un intervento diretto ad indurre il dichiarante a modificare la propria deposizione, ben potendolo desumere da quegli elementi che rappresentano l’effetto dell’intimidazione o della subornazione.
Se all’accertamento degli effetti tipici di un intervento inquinatorio si aggiunga la sussistenza di condotte poste in atto nei confronti del dichiarante, finalizzate alla ritrattazione delle dichiarazioni smentite in dibattimento, il quadro non può che essere inequivoco nel ricollegare i primi alle seconde.
- omissis -

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