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SENTENZA N. 2 del 16.1 - 5.3.2004, SARTORI Paolo + 1
CORTE D'ASSISE D'APPELLO DI VENEZIA, SEZIONE SECONDA
PRES. MARIANI, EST. CITTERIO

MASSIMA
Giudizio abbreviato - Latitante - Legittimazione del difensore a richiedere il rito alternativo - Mancanza di procura speciale - Esclusione
" Il difensore dell'imputato latitante non è legittimato a richiedere il giudizio abbreviato, se non munito di apposita procura speciale"



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N. 19/03 RG

CORTE D'ASSISE D'APPELLO di VENEZIA
SECONDA SEZIONE

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. PAOLO SARTORI e GORAN PETROVIC erano imputati di concorso -anche con VALLINI NICOLA, giudicato separatamente- nell'omicidio di CARMINE GENOVA. Secondo l'originaria imputazione, colpendo con pugni e calci, nonché gettando addosso massi e/o mattoni, cagionavano tra le altre lesioni la rottura della milza, da cui derivava la morte per shock emorragico. Ciò in Padova, la notte tra il 30 giugno e l'1.7.2001.
Con sentenza del 29.1-16.4.2003 la Corte d'assise di Padova condannava il PETROVIC, ritualmente dichiarato latitante già con decreto del GIP in data 24.9.2001, alla pena di nove anni e quattro mesi di reclusione, previa applicazione della diminuente di cui all'art. 116 c.p. e riconoscimento delle attenuanti generiche, entrambe determinate nel massimo, con la pena accessoria dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Lo condannava altresì al risarcimento dei danni in favore della parte civile (si era costituito il fratello della vittima), rinviando alla sede civile.
Quanto al SARTORI, lo assolveva per difetto di imputabilità , applicando contestualmente la misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico.

OMISSIS

2.2 Il PETROVIC chiede nell'ordine: la nullità del decreto che ha disposto il giudizio e, conseguentemente, la nullità dell'intero dibattimento e della sentenza che lo ha concluso; l'assoluzione per non aver commesso il fatto; la riqualificazione in termini di lesioni, escluso il concorso; il minimo della pena per concorso ex art. 116 c.p. in relazione all'ipotesi di omicidio preterintenzionale commesso dal VALLINI; il minimo della pena per concorso in omicidio preterintenzionale.
Con primo motivo il difensore lamenta che all'udienza preliminare del 4.4.2002 il GIP non abbia accolto la sua richiesta di ammissione al rito abbreviato, proposta richiamandosi alla speciale rappresentanza prevista, nel caso del latitante, dall'art. 165.3 c.p.p., e dichiara di impugnare quell'ordinanza. Avrebbe errato quel Giudice, così come la Corte circondariale, cui la questione era stata riproposta come questione preliminare alla prima udienza del 9.10.2002, perché la locuzione 'a ogni effetto' riguarderebbe 'tutti i risultati processuali quali che essi siano'. Improprio sarebbe il richiamo alla disciplina dell'irreperibile, posto che nell'art. 159 c.p.p. manca proprio quella locuzione. Irrilevante il richiamo alla necessità che il rito alternativo debba essere richiesto, in via generale, dall'interessato o da un suo procuratore speciale, perché nel caso del latitante vi sarebbe una rappresentanza ad ogni effetto. Ciò risulterebbe confermato dalla giurisprudenza di legittimità che ha riconosciuto al difensore del latitante il potere di ricusazione. Per contro, l'affermazione della stessa giurisprudenza per cui quella rappresentanza non si estenderebbe alla richiesta del rito abbreviato sarebbe non convincente -laddove non individua specificamente i 'poteri processuali dispositivi' (tant'è che nello stesso dibattimento proprio e solo il difensore ha prestato il consenso per la lettura di alcune dichiarazioni, ex art. 513.1 ultima parte c.p.p.)- e comunque superata dal fatto che, ora, l'accesso al rito abbreviato è diritto dell'imputato. In sede di discussione il difensore confermava che la fonte della nullità doveva rinvenirsi nella lettera c) dell'art. 178 c.p.p., risultando violata una disposizione concernente la rappresentanza dell'imputato.
Nell'ambito del motivo, in via subordinata la difesa argomenta la questione di legittimità costituzionale dell'art. 165.3 c.p.p., in relazione agli art. 3 e 24 Cost. (perché 'le condizioni personali non potrebbero produrre distinzioni davanti alla legge'; e perché la condizione di latitanza prescinde dalla volontarietà della stessa, né è ipotizzabile un dovere di costituirsi per esercitare poteri riconosciuti dalla legge all'imputato).

OMISSIS

4.1 In definitiva, il difensore del PETROVIC lamenta innanzitutto di essere stato giudicato non legittimato alla richiesta di rito abbreviato, da lui proposta nell'interesse dell'imputato latitante pur in assenza di una procura speciale. Lo legittimerebbe invece la dizione del terzo comma dell'art. 165 c.p.p. ('L'imputato latitante o evaso è rappresentato a ogni effetto dal difensore') e la reiezione della sua richiesta costituirebbe violazione della disciplina della rappresentanza, tempestivamente eccepita.
L'eccezione va respinta. Già Sez. 1, sent. 1315 del 24.11.1993-4.2.1994 ric. Minerva aveva insegnato, esattamente in termini, che "Qualora la richiesta di giudizio abbreviato sia avanzata esclusivamente dal difensore dell'imputato latitante, non munito di procura speciale, sussiste una causa di inammissibilita' ex art. 122 c.p.p. in riferimento all'art.438 c.p.p., deducibile e rilevabile in qualunque stato e grado del procedimento".
E' noto pure che la giurisprudenza di legittimità ha attribuito alla locuzione 'ad ogni effetto', contenuta nel terzo comma dell'art. 165 c.p.p., una valenza che supera l'ambito delle notifiche al latitante, argomentando che l'inciso mirerebbe ad eliminare i pregiudizi che la latitanza può determinare all'esercizio tempestivo di taluni dei diritti/poteri, dalla norma processuale ricondotti alla manifestazione personale della volontà dell'imputato. Così si è appunto affermato che il difensore del latitante è legittimato in proprio, ma sol perché rappresentante 'ad ogni effetto', a proporre istanza di ricusazione (da ultimo Sez. 1, sent. 18908 del 16.2-26.4.2001, ric. Mendico) e a ricorrere per cassazione anche quando non sia iscritto nello speciale elenco (da ultimo Sez. 1, sent. 41333 dell'11.7-30.10.2003, ric. Mohamed Taher). L'essenziale sentenza delle Sezioni unite 27.1.1995, Battaggia (per tutte, in Giur.it. 1996, II, 65 ss.), già affermando quel principio, ha però contestualmente precisato che anche la rappresentanza del latitante 'non può estendersi all'esercizio dei poteri processuali-dispositivi, i quali propriamente non costituiscano esplicazione di tutela difensiva e come tali possano ricondursi solo alla volontà dell'imputato, richiedendo perciò una manifestazione personale o per mezzo di procuratore speciale'; e l'insegnamento si concretizza nell'espressa esemplificazione di tre situazioni procedimentali di tal fatta: proprio il giudizio abbreviato, la richiesta di applicazione della pena ex art. 444 c.p.p., la rinuncia all'impugnazione (589.2 e 599.4 c.p.p.).
Nella consapevolezza di tale insegnamento, l'appellante propone due argomentazioni, che dovrebbero essere idonee a superarlo: l'affermazione sarebbe un mero obiter dictum e si articolerebbe su una categoria fumosa; in ogni caso, mutata la disciplina del giudizio abbreviato e, in particolare, essendo sufficiente per la sua instaurazione la mera richiesta dell'imputato, l'approccio delle Sezioni unite sarebbe divenuto inadeguato.
Le censure non sono idonee a vanificare quest'orientamento giurisprudenziale.
Attenta ed autorevole dottrina ha chiarito da tempo (ma con riferimento al codice di rito vigente) che esiste un insieme di situazioni, istituti e negozi, nei quali l'esclusiva titolarità dell'imputato è in re ipsa, quando il potere o la facoltà dispositiva implichino una diminuzione di diritti non reversibile. Altra autorevolissima e concordante dottrina ha espressamente qualificato la formula 'ad ogni effetto', dell'art. 165.3 c.p.p., come 'nient'affatto esatta, perché alcuni poteri competono solo alla parte; qui manca ogni potere al difensore che non abbia una procura speciale'. A tale insieme di situazioni fa evidente riferimento il ricordato insegnamento delle Sezioni unite che, lungi dal proporsi come affermazione generica ed apodittica, si concretizza in una significativa esemplificazione: il 'patteggiamento' in primo grado, il giudizio abbreviato, la rinuncia all'impugnazione. Proprio tale esemplificazione si manifesta in significativa piena sintonia con la dottrina citata: si tratta invero di tre istituti l'accesso ai quali comporta un'irreversibile diminuzione di diritti; una diminuzione che certamente dovrebbe corrispondere ad esigenze ed interessi di stretta convenienza/merito contingente dell'imputato, ma che, proprio per tale peculiarità strutturale (rinuncia irreversibile a diritti processuali a fronte di valutazioni ed apprezzamenti di contingente discrezionale interesse) non può che essere riservata alla volontà della persona che subirà il pregiudizio irreversibile. In altri termini, nel caso della ricusazione o del ricorso per cassazione (le due situazioni procedimentali in cui finora la giurisprudenza di legittimità ha inteso dar rilievo peculiare alla locuzione prevista nel terzo comma dell'art. 165.3 c.p.p.), vi è esattamente l'opposto della diminuzione non reversibile di diritti: si assicura all'imputato l'esercizio di diritti che solo ampliano la sua tutela procedimentale e, oltretutto e significativamente, rimane sempre fermo, teoricamente, il suo potere di togliere efficacia all'azione del rappresentante. Rito abbreviato, patteggiamento e rinuncia all'impugnazione sono invece situazioni procedimentali che si caratterizzano tutte e ciascuna per la deviazione dal normale iter processuale, per la drastica ed irreversibile diminuzione di diritti tipicamente essenziali (il diritto al processo, a verificare le prove a carico ed a difendersi provando, il diritto a contestare la statuizione a sé contraria) e per immediate e consistenti conseguenze negative per la persona-imputato. Sicchè la riserva a costui della decisione, pur assistita tecnicamente, è conclusione pienamente razionale.
Del resto appare improbo, anche sul piano della legittimità costituzionale, sostenere che possa essere il difensore del latitante, in proprio e non quale procuratore speciale o almeno nuntius di una volontà personale sia pure irritualmente comunicata, a richiedere un patteggiamento ex art. 444 c.p.p. (e perché no, anche a pena non sospesa, visto che il presupposto interpretativo è che la locuzione ad ogni effetto lo renda sovrapponibile alter ego dell'imputato) o a rinunciare ad un'impugnazione (sia pure in ipotesi di art. 599.4 c.p.p.), lui facendo la scelta di opportunità , per esempio, di non perseguire la prescrizione o di scontare subito la pena. Né può dirsi che i pregiudizi dell'abbreviato sarebbero di intensità minore: da un lato vi è la rinuncia alla prova propria ed al controllo della prova altrui, con le implicazioni anche sul giudizio di appello e su quello di cassazione -quando non sull'ampiezza della stessa possibilità di revisione e sulle conseguenze di un eventuale esito positivo di questa- e con la certa maggiore speditezza del processo e l'allontanamento dell'ipotesi, tutt'altro che infrequente, di prescrizione del reato o di sua vanificazione per interventi normativi di vario genere; dall'altro vi è la riduzione di un terzo della pena, ma in un contesto tutt'affatto diverso dal patteggiamento ex art. 444 c.p.p., perché, nel rito abbreviato, la parte non ha la possibilità di influire in modo determinante sulla quantificazione della pena (specialmente per i reati che abbiano ampia divaricazione tra massimi e minimi edittali). Appare ovvio osservare che non avrebbe pregio dedurre, a questo punto, che trattare qui di patteggiamento e rinuncia all'impugnazione sarebbe improprio esercizio di obiter dicta: in realtà , quando si discute dell'interpretazione di una norma è scorretto, ancorchè tutt'altro che infrequente, prescindere dalle implicazioni sistematiche che l'una o l'altra soluzione comportano; sono invece proprio quelle conseguenze sul sistema che dovrebbero guidare l'interprete nella scelta dell'interpretazione effettivamente rispondente alla ratio legis oggettivatasi. Del resto si deve constatare come lo stesso appellante si sia limitato a fondare la propria censura sulla lettera dell'art. 165.3 c.p.p., dandovi l'interpretazione che si è esposta e che non comprende alcun tipo di limitazione dei poteri del difensore-rappresentante.
L'ulteriore argomento difensivo -la modifica della disciplina del giudizio abbreviato- non sposta i termini della questione. Che il giudizio abbreviato sia ora un diritto dell'imputato, il cui esercizio non è più sottoposto alla condizione del consenso del p.m., ed alle valutazioni del giudicante, pare affermazione più suggestiva che convincente: innanzitutto il mutamento da diritto a chiedere a diritto ad ottenere non influisce sulla natura di ciò che si chiede od ottiene; in secondo luogo, ciò vale per il solo abbreviato non condizionato (e un'interpretazione che si fonda sul convincimento del possedere poteri processuali dovrebbe proporre argomentazioni che valgano per l'istituto nel suo complesso, perché la parcellizzazione della ricostruzione sistematica è indice di obiettiva intrinseca debolezza dell'assunto); da ultimo, l'imputato non governa affatto il rito che ottiene (per i poteri officiosi riconosciuti al giudice, idonei a comportare anche la radicale modifica di un quadro probatorio in ipotesi carente al momento della richiesta).
Rilevante solo in via suggestiva e, soprattutto, infondata tecnicamente è infine la deduzione di un'eventuale contraddizione che vi sarebbe tra il negare al difensore del latitante la rappresentanza quando chiede il rito abbreviato ed il riconoscergliela quando si tratti di disporre di singole prove, all'interno del processo (come accaduto nel processo de quo, con il consenso prestato dall'appellante alla lettura delle dichiarazioni rese dal coimputato SARTORI). In realtà , non solo all'evidenza diversa è la struttura delle due situazioni procedimentali: qui vi è la disponibilità di singole prove, all'interno di un sistema dove il diritto al contraddittorio permane sempre garantito ; là vi è l'irreversibile rinuncia al controllo dell'assunzione delle prove ed alla controprova. Ma, ancor prima, la perplessità difensiva poggia su una non condivisibile interpretazione dell'art. 513 c.p.p.: l'accordo della parte, infatti, è autonomamente manifestabile dal difensore tecnico, senza che sia anche necessario il consenso personale ed autonomo dell'imputato. Lo ha da tempo confermato la stessa Corte costituzionale, con l'ordinanza 182 dell'8.6.2001, quando ha respinto questione afferente l'art. 493.3 c.p.p., giudicando pienamente legittima l'interpretazione che attribuisce al difensore tecnico, in proprio e senza la necessità di alcuna procura speciale preventiva, il potere di concordare l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento di atti contenuti nel fascicolo del pubblico ministero. Giova, per comodità espositiva e per l'autorevole sostegno fornito anche a quanto in precedenza qui argomentato, riportare un passaggio di quella pronuncia:
"…che, parimenti, non sussiste la violazione del principio di eguaglianza di cui all'art.. 3 della Costituzione, per irragionevole disparità di disciplina del meccanismo processuale oggetto della censura rispetto ai presupposti di accesso ed agli effetti della disciplina del rito abbreviato; che, infatti, i due istituti processuali posti a raffronto - rito abbreviato ed accordo sulla prova - risultano assolutamente disomogenei e non assimilabili, posto che gli accordi che possono intervenire tra le parti in ordine alla formazione del fascicolo per il dibattimento non escludono affatto il diritto di ciascuna di esse ad articolare pienamente i rispettivi mezzi di prova, secondo l'ordinario, ampio potere loro assegnato per la fase dibattimentale; ciò a differenza di quanto avviene per il rito abbreviato, la cui peculiarità consiste proprio nel fatto di essere un modello alternativo al dibattimento che - oltre a fondarsi sull'intero materiale raccolto nel corso delle indagini, a prescindere da qualsiasi meccanismo di tipo pattizio - consente una limitata acquisizione di elementi integrativi, che lo configurano quale rito a 'prova contratta' …".

4.1.1 E tanto è sufficiente a confermare la statuizione del primo Giudice (e del Gip prima di lui) sul punto. Ma vi è di più.
Alla medesima conclusione dovrebbe pervenirsi anche per via più radicale. Ancorchè ovviamente autorevole e in via di consolidamento, l'interpretazione estensiva che la corte di legittimità dà alla locuzione ad ogni effetto, contenuta nell'art. 165.3 c.p.p., suscita consistenti perplessità . Questa Corte distrettuale non può non osservare, infatti, che:
- la nozione di 'rappresentanza' dell'imputato è, da sempre ed anche nel codice attuale e per affermazione dottrinale assolutamente condivisa, riconducibile non ad un unico modello, ma a più modelli anche sensibilmente diversi tra loro;
- la locuzione de qua è obiettivamente inserita in norma e titolo che disciplinano esclusivamente la materia delle notificazioni, e troverebbe già in tale settore un'autonoma ed esaustiva spiegazione; acuta dottrina ha evidenziato come essa dotrebbe risolvere il quesito sulla prevalenza tra il domicilio previamente dichiarato o eletto e quello ex art. 165 c.p.p., comunque sempre confermando l'interpretazione del terzo comma con riferimento agli 'atti per i quali non è necessario l'apporto personale dell'interessato'; sede appropriata di un'eventuale volontà legislativa effettivamente estensiva sarebbe stata invece l'art. 296 c.p.p., che tratta proprio dell'iniziale rapporto tra latitante e difensore;
- la relazione al progetto preliminare del codice vigente, sul punto non modificata da quella al progetto definitivo, non contiene alcuno spunto consapevole per fondare l'interpretazione estensiva (pag. 54 suppl.ord.n.2 alla G.U. n. 250 del 24.10.1988: 'l'art. 165 prevede che le notificazioni all'imputato latitante o evaso vengano eseguite mediante consegna al difensore di fiducia o, in mancanza, a quello di ufficio, dal quale l'imputato è rappresentato ad ogni effetto');
- la locuzione della 'rappresentanza ad ogni effetto' non è affatto originale del codice vigente, ma apparteneva anche al lessico del legislatore processualpenalista nel codice precedente (artt. 427.2, 428.1, 434.4, 499.3 c.p.p. abr.) e, già in tale contesto normativo, era stata significativamente definita da autorevolissima dottrina 'formula visibilmente iperbolica'; altrettanto significativamente non aveva dato origine a indirizzi giurisprudenziali che attribuissero al difensore-rappresentante ad ogni effetto poteri attivi propri dell'imputato, riconducendo l'efficacia della previsione alla possibilità di procedere a rinvii e differimenti senza ricorrere ad autonome notifiche, ma neppure giungendo a negare che, ad esempio per la contestazione suppletiva al contumace rappresentato ad ogni effetto, fosse comunque necessaria un'autonoma ulteriore citazione;
- da ultimo, è un fatto che la sentenza Battaggia sia stata commentata negativamente in dottrina, perché presuppone un'interpretazione restrittiva dell'art. 38.4 c.p.p., sostanzialmente abrogante la locuzione proposta a mezzo del difensore.

4.1.2 L'esclusione del potere del difensore del latitante di chiedere, in sua vece ed ove non munito di procura speciale, il rito abbreviato è poi conclusione che si sottrae a censure di costituzionalità .
Non è irrazionale che le scelte personalissime e irrevocabili (decidere se ricevere una pena o meno senza processo; decidere se rinunciare alla contestazione della decisione a sé sfavorevole; decidere se rinunciare alla controprova ed alla verifica e controllo nell'acquisizione delle prove dell'accusa) siano comunque riservate all'imputato. Sicchè la maggior difficoltà che la latitanza comporta (senza tuttavia mai determinare l'assoluta obiettiva impossibilità di contatto tra imputato e difensore ovvero di far pervenire rituale procura speciale) è mero pregiudizio di fatto, inidoneo a superare le controindicazioni costituite dall'attribuzione alla discrezionalità del difensore di quelle scelte personalissime.
Né sussiste irragionevole disparità di trattamento tra situazioni analoghe: si noti che il latitante è, per definizione normativa, chi volontariamente si sottrae ad una misura; ora, il suo trattamento, quanto a possibilità di esercitare le scelte personalissime, non è diverso da quello che la legge riserva all'irreperibile, nonostante costui possa addirittura ignorare la pendenza del procedimento. Il che rileva anche nel caso in cui, per ipotesi, il destinatario di misura cautelare ne ignori l'esistenza, sì da essere latitante inconsapevole.
Da ultimo, e solo per completezza di argomentazione, nell'eventualità che la corte di legittimità verosimilmente poi adìta dovesse giudicare diversamente il punto, va osservato che la fondatezza della doglianza dovrebbe comportare, a giudizio dibattimentale espletato (rito con maggiori garanzie per il prevenuto), non già la dichiarazione di nullità con la regressione di fase finalizzata alla celebrazione del rito abbreviato, bensì l'applicazione della riduzione di un terzo sulla pena come inflitta in primo grado. Soluzione che parrebbe quella sistematicamente più adeguata, in applicazione analogica dei principi affermati da Corte cost. 15.2.1991 n. 81 e 31.1.1992 n. 23 che, pur insegnati in diverso contesto normativo, poggiano su argomentazioni e valutazioni interpretative sistematiche di immediata rilevanza anche per questa peculiare situazione procedimentale.

OMISSIS

Venezia, 16.1.2003
Il Consigliere estensore Il Presidente
dr. Carlo Citterio dr. Umberto Mariani

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