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Corte di Assise di Palermo sul nuovo e dibattuto problema della "condotta illecita" o delle "interferenze" di chi ha impedito a taluno (nella specie, un collaboratore) di rendere libere dichiarazioni in un dibattimento Nuova pagina 1


CORTE DI ASSISE DI PALERMO
sezione seconda

Proc. nr. 29/01 R.G. Corte di Assise

La Corte di Assise, sezione II, composta dai Sigg.:

Dott.
Giuseppe Nobile
Presidente
Dott.
Roberto Murgia
Giudice a latere
Sig.
Salvatore D’Accurso
Giudice popolare
Sig.
Giancarlo Di Simone
Giudice popolare
Sig.
Luigi Sansone
Giudice popolare
Sig.
Alda Ragonesi
Giudice popolare
Sig.
Caterina Terzo
Giudice popolare
Sig.
Salvatore Bonomo
Giudice popolare

riunita in camera di consiglio, ha emesso la seguente

O R D I N A N Z A

Sciogliendo la riserva sulla richiesta di acquisizione di documenti formulata dal Pubblico Ministero all’udienza del 15/1/2003;

OSSERVA

All’udienza del 15/1/03 il Pubblico Ministero, a seguito della scelta operata dall’imputato di reato connesso BATTAGLIA Fedele, di avvalersi della facoltà di non rispondere, chiedeva che fosse disposta l’acquisizione di documenti specificati in un apposito elenco che metteva a disposizione delle parti e della Corte, per lo più costituiti da verbali di dichiarazioni e trascrizioni di intercettazioni effettuate in altri procedimenti.Con tale produzione e colla contestuale richiesta di esame di tale “SAGGIO Peppino”, il rappresentante della pubblica accusa si propone - in merito alla su riferita scelta effettuata dall’imputato di reato connesso Fedele BATTAGLIA - di dimostrare la sussistenza delle condizioni di cui all’art. 500/4 c.p.p., vale a dire, di provare che la volontà del citato imputato di reato connesso di non rispondere fosse stata determinata <>; ciò evidentemente al fine di essere ammesso a produrre i verbali delle dichiarazioni precedentemente rese dallo stesso BATTAGLIA.Alla produzione documentale si sono opposti i difensori degli imputati sostenendo :
a) l’inapplicabilità dell’art. 500/4 c.p.p. all’esame dell’imputato di reato connessob)l’inutilizzabilità probatoria dei documenti offerti dal magistrato requirente, sia percb)hé la produzione, da intendersi come attività integrativa d’indagine, non era stata preceduta dal rituale deposito e dalla conseguente procedura di cui agli artt. 430 e segg. c.p.p., sia perché si tratta di atti raccolti al di fuori delle regole disciplinanti la formazione della prova al dibattimento;c) l’inutilizzabilità delle intercettazioni in quanto non sorrette da decreti autorizzativi legittimamente emessi, stante l’omessa motivazione delle cause che avevano determinato l’utilizzo di impianti diversi da quelli installati nella procura della Repubblica.
Tanto premesso, va rilevato in punto di diritto che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Difesa, la disposizione di cui al quarto comma dell’art. 500 del codice di rito, può trovare, senz’altro, applicazione anche nei confronti degli imputati in un procedimento connesso.Ciò, infatti, si ricava in tutta evidenza dall’esplicito rinvio all’articolo 500 c.p.p. operato dall’articolo 210/5 c.p.p., che, com’è noto, regola l’esame dell’imputato in un procedimento connesso.
Peraltro, infondata si appalesa la tesi sostenuta dalla Difesa per la quale il Pubblico Ministero non avrebbe rispettato le norme disciplinanti l’attività integrativa di indagine fornendo una prova “a sorpresa” e non mettendo in condizione la controparte di difendersi.Correttamente il rappresentante della pubblica accusa ha evidenziato come l’esigenza di provare – con la propugnata produzione documentale – che la scelta del citato imputato di reato connesso fosse dipesa da interferenze illecite, sia sorta solo dopo che il predetto imputato di reato connesso si è avvalso della facoltà di non rispondere, di tal che una preventiva richiesta di produzione o un preventivo deposito della documentazione, oltre che non richiesti da alcuna disposizione normativa, sarebbero apparsi immotivati e, dunque, inammissibili.Di contro, deve ritenersi che il Pubblico Ministero tempestivamente abbia sollevato la questione di cui all’art. 500/4 c.p.p, nel contempo chiedendo l’acquisizione della documentazione in argomento e, per come specificato nel corso dell’udienza, ponendo a disposizione della controparte, col deposito nel proprio ufficio, i documenti che intendeva produrre.

Né pare fondato il rilievo difensivo sul mancato rispetto delle norme preposte all’assunzione delle prove nel dibattimento.Reputa, infatti, la Corte che all’accertamento indicato dall’art. 500/4 c.p.p. non debbano necessariamente applicarsi le norme che disciplinano la formazione della prova nel dibattimento.In tal senso, pare opportuno, in primo luogo, rilevare come la norma in esame non specifichi in alcun modo le forme con le quali debbano essere assunti gli elementi dimostrativi utilizzabili per la verifica in argomento.
Occorrendo, altresì, all’uopo, rimarcare che il nostro codice di rito, benché congegnato sul sistema accusatorio, è contrassegnato dalla massima semplificazione delle forme, imposta, com’è noto, dall’art. 1, direttiva nr. 1 della legge delega per l’attuale codice di procedura penale.Di guisa che – poiché dall’impianto codicistico si ricava l’insistenza del principio per il quale la forma degli atti, e tra essi anche di quelli probatori, deve, generalmente, intendersi libera (salvo i casi nei quali lo stesso legislatore abbia previsto che si connotino di formalità particolari) – pare, conseguentemente, corretto argomentare che, non avendolo previsto espressamente, il legislatore non ha inteso richiedere per l’accertamento di cui all’art. 500/4 c.p.p. il rispetto delle peculiari disposizioni che regolano la prova dibattimentale.
Anzi, la suddetta disposizione normativa (facendo riferimento a “circostanze” emerse anche fuori dal dibattimento ed all’insistenza di “elementi concreti per ritenere”) sembra chiaramente sottendere lo sviluppo di un procedimento logico basato su elementi dimostrativi ed argomentativi “informali”, certamente più agili e, comunque, diversi da quelli che normalmente presiedono alla formazione della prova penale.
Né tale scelta legislativa pare priva di logica.Invero, si spiega agevolmente, a parere della Corte, col fatto che i formalismi, che indubbiamente rendono più gravosa la formazione della prova al dibattimento, trovano, in genere, la loro ragione, soprattutto, nel nesso che lega il fatto in dimostrazione con l’oggetto proprio del processo penale, vale a dire, con l’accertamento della responsabilità dell’imputato in relazione ad uno specifico reato.Generalmente, solo in tal caso, data l’evidente delicatezza dell’oggetto della prova, il legislatore ha ritenuto la necessità di subordinare (facendo, comunque, salva la diversa volontà delle parti) l’esigenza della celerità dell’accertamento ad altre esigenze di pari rilievo quali quelle del rispetto dell’oralità , del contraddittorio etc. Tali necessità, invece, non ha privilegiato (almeno, di regola, non mancando casi in cui l’ha esplicitamente previsto, come per esempio nell’ipotesi di cui all’art. 70/1 c.p.p.) nelle altre situazioni nelle quali oggetto della prova non è la responsabilità dell’imputato, bensì altre questioni, strumentali all’applicazione di norme processuali.E’ evidente, infatti, che l’automatica ed indiscriminata estensione anche a tali questioni dei formalismi previsti per la formazione della prova al dibattimento, comporterebbe un insopportabile appesantimento del processo, con inevitabili ripercussioni sulla sua celerità. Di tal che, pare naturale che il legislatore abbia previsto che le norme processuali che disciplinano la formazione della prova al dibattimento trovino cogente applicazione in riferimento alle modalità di acquisizione degli elementi diretti a dimostrare ciò a cui il processo penale tende - vale a dire la fondatezza dell’ipotesi accusatoria - e, quindi, in riferimento al materiale probatorio diretto alla verifica della colpevolezza dell’imputato.Tuttavia, pare altrettanto logico che tali norme, di regola, non possano essere utilmente richiamate in riferimento agli elementi addotti dalle parti per la dimostrazione delle loro tesi, in relazione alle svariate questioni incidentali (preliminari, pregiudiziali etc.) che, nel corso del processo, possono presentarsi.
Dovendo, in tali ultimi casi, il giudice soltanto limitarsi alla verifica della legittimità, della genuinità e della regolarità dell’atto o del documento prodotto, anche avuto riguardo al momento in cui è stato formato.In ogni caso, essendo evidente che gli atti in argomento potranno essere utilizzati anche al di là del fine specifico (incidentale) per il quale sono stati prodotti, e quindi anche per dimostrare l’assunto accusatorio, solo se realizzati in conformità alle norme che disciplinano la costruzione della prova dibattimentale.
Tanto premesso, è agevole rilevare che l’accertamento rimesso al Giudice dal disposto normativo di cui all’art. 500/4 c.p.p., è sicuramente <> rispetto a quello cui il presente processo è finalizzato.Invero, nella specie, esso tende semplicemente a verificare se l’imputato di reato connesso si sia liberamente avvalso della facoltà di non rispondere, ovvero se la sua determinazione sia stata influenzata da situazioni che ne abbiano compromesso la genuinità. Pertanto, reputa la Corte che, nell’ipotesi in argomento, in vista del fine specifico cui tende l’accertamento, non trovino applicazione le norme dirette a regolare la formazione della prova in dibattimento e la conseguente sanzione di inutilizzabilità, dovendosi il Giudice limitare a verificare che gli atti e la documentazione raccolta siano stati legittimamente acquisiti.Né va sottaciuto che l’assunto qui ritenuto pare anche quello più rispondente all’esigenza costituzionalmente avvertita della <>, che evidentemente, sarebbe irrimediabilmente compromessa se per ogni questione di tipo incidentale le parti fossero costrette ad argomentare le loro tesi sulla base di elementi acquisiti esclusivamente nel rispetto delle regole che disciplinano la formazione della prova penale nel dibattimento.Nella specie, basterebbe menzionare la necessità di disporre una perizia per la trascrizione delle intercettazioni in produzione per comprendere l’entità del rallentamento che (ove si accogliesse la tesi difensiva) la definizione della questione incidentale imporrebbe al processo.
Peraltro, poiché la documentazione che il PM chiede di produrre è costituita da atti tratti da altri procedimenti penali, deve evidenziarsi che sulla base del solo elenco esibito dal PM, e quindi sulla scorta della mera indicazione degli atti offerti in produzione, questo Giudice non può ricavare alcuna irregolarità, dovendo, invece, rinviare alla specifica disamina della documentazione la definitiva valutazione sulla legittimità della documentazione prodotta.Giova, tuttavia, ribadire, sulla base di quanto sopra esposto, che gli atti offerti in produzione potranno, sulla base del presente provvedimento, essere utilizzati solo per la finalità per la quale sono stati offerti, e cioè a dire solo per dimostrare l’illecita interferenza nella scelta operata dall’imputato di reato connesso.Ciò sembra opportuno sottolineare soprattutto in riferimento agli atti indicati ai punti nn. 1 e 2 dell’elenco, atteso che la loro “utile” acquisizione costituisce anche il fine cui chiaramente tende la pubblica accusa con l’accertamento incidentale oggi esperito.
Peraltro, dall’esame dei decreti autorizzativi offerti in produzione, non emergono profili di illegittimità, né di irregolarità delle intercettazioni disposte.In particolare, avuto riguardo ai rilievi del Difensore dell’imputato SALERNO Pietro, reputa la Corte, che detti decreti abbiano – in ossequio al recente e più rigoroso orientamento giurisprudenziale della S.C. – adeguatamente rimarcato i motivi per i quali l’A.G. ebbe a disporre che le operazioni di intercettazione fossero compiute con impianti in dotazione alla P.G.; invero, i decreti esaminati correttamente fanno riferimento (ancorché spesso con la tecnica del rinvio per relationem), all’inidoneità degli impianti in dotazione e, talora, anche alla specifica insistenza di ostacoli tecnico- ambientali. Pertanto, ritiene questo Giudice che la documentazione offerta in produzione dal PM possa essere acquisita, sia pure al solo fine di verificare la genuinità della scelta di avvalersi della facoltà di non rispondere operata dall’imputato di reato connesso BATTAGLIA Fedele;PQM

Visti gli artt. 210, 266 e segg. 500 c.p.p.

Dispone l’acquisizione della documentazione offerta in produzione dal Pubblico Ministero all’udienza del 15/1/03, nei termini e nei limiti evidenziati nella parte motiva del presente provvedimento.
Riserva all’esito dell’esame della documentazione ogni decisione sulla richiesta di escutere SAGGIO Peppino.
Dispone procedersi oltre.
Palermo 10 febbraio 2003

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