Get Adobe Flash player

La Prescrizione dei reati

di Paolo SCOGNAMIGLIO

 

 

1. La Prescrizione dei reati: Profili generali

 

La prescrizione del reato ha trovato, fatta eccezione solo per qualche epoca storica o legislazione, un riconoscimento ufficiale in quasi tutte le esperienze giuridiche[1].

Un consolidato principio infatti vuole che il reato sia punito entro un predeterminato periodo di tempo, trascorso il quale lo Stato “rinuncia” a perseguire il reo[2].

Piuttosto discusso è il fondamento della prescrizione.

Si è fatto riferimento all’attenuarsi dell’interesse dello Stato alla punizione dei reati il cui ricordo sociale si è affievolito per il trascorrere di un periodo di tempo nel quale non si sia arrivati all’accertamento della responsabilità, al fatto che con il trascorrere del tempo la società dimentica la riprovevolezza del crimine che è stato perpetrato, alle difficoltà che sorgerebbero allorchè a distanza di anni si provasse ad accertare la fondatezza di un’ accusa, alla possibile redenzione del reo, finanche si è affermato che il decorso del tempo effettuerebbe comunque una retribuzione[3].

In realtà la prescrizione sembra realizzare soprattutto una funzione di garanzia processuale e/o sostanziale, in quanto da un lato “ sollecita” l’apparato statuale ad attivarsi per punire un determinato reato e dall’altro garantisce il cittadino, assicurandogli che non potrà essere esposto per un tempo indefinito ad accuse di reato[4].

E’ comunque evidente che, in un sistema giudiziaria come il nostro, la prescrizione è diventata molto spesso uno strumento per evitare la condanna, di qui la notevole attenzione che esso suscita tra gli operatori.

Appare pertanto opportuno affrontare subito, senza dilungarsi ulteriormente sugli aspetti di carattere generale, le novità introdotte dalla legge 251/05.

 

2. La legge 251/05 e la prescrizione dei reati

 

La legge 5 dicembre 2005, n. 251 ha introdotto rilevanti modifiche al sistema penale in tema di circostanze attenuanti generiche, inasprimenti sanzionatori per i delitti di mafia e di usura, per i recidivi ed in tema di esecuzione della pena.

Le maggiori e più controverse  novità della legge hanno però riguardato il sistema della prescrizione dei reati, tanto che la legge è stata comunemente definita come la  “ Riforma della prescrizione[5] ed è su tale innovazione che concentreremo la nostra attenzione.

In particolare, dopo alcuni cenni all’ impianto complessivo della legge 251/2005, ci soffermeremo sulle questioni che sono state più dibattute in giurisprudenza nei primi anni di applicazione della riforma, con particolare attenzione ad una decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato inammissibili varie eccezioni di legittimità costituzionale basate proprio sulla nuova disciplina della prescrizione[6].

Non mancherà uno sguardo sulle nuove proposte di modifica.

 

3. I nuovi termini di prescrizione

 

L’ art. 6 della legge 251/2005 ha completamente modificato l’ art. 157 codice penale relativo ai termini di prescrizione.

Ebbene il comma 1 dell’ art. 157 c.p., nella sua formulazione originaria, stabiliva che il tempo necessario a prescrivere è:

a)      20 anni, se per il reato la legge stabiliva la reclusione non inferiore a 24 anni;

b)     15 anni, se la reclusione  non era inferiore a 10 anni:

c)     10 anni, se la reclusione era non inferiore a 5 anni;

d)     5 anni se la legge prevedeva la reclusione inferiore a 5 anni o la pena della multa;

e)     3 anni se era prevista la pena dell’ arresto;

f)      2 anni se era prevista la pena dell’ammenda ( il termine originario di 18 mesi era stato elevato dalla L.689/81).

 

L’ art. 6 della legge 251/2005 sostituisce il criterio delle classi di reato individuate per fasce di pena con quello della pena massima stabilita dalla legge per ogni singolo reato.

Il nuovo testo dell’art. 157 c.p. stabilisce che la prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalle legge, e comunque un tempo non inferiore a sei anni se trattasi di delitto ed a quattro anni se trattasi di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria.

I commi 5 e 6 dell’art. 157 c.p. prevedono poi particolari disposizioni per alcuni reati, come si vedrà.

L’ aver ancorato il termine di prescrizione alla pena massima prevista per ciascun reato comporta in alcuni casi  degli aumenti dei termini di prescrizione; in altri delle diminuzioni.

Ma esaminiamo nel dettaglio la nuova disciplina:

a 1) Per i reati indicati sub a) e per i quali è prevista una reclusione non inferiore a ventiquattro anni, il termine di prescrizione viene ad essere aumentato; si va infatti dai ventiquattro[7] sino ai trenta anni[8].

b 1) Per i reati indicati sub b), puniti con la reclusione non inferiore a dieci anni, avremo casi di diminuzione[9] e casi di aumento[10] del termine prescrizionale.

c 1) Per i reati indicati sub c), reati puniti con una pena compresa tra i cinque ed i dieci anni, si ha invece una generalizzata riduzione dei termini di prescrizione.

d 1) Per i reati indicati sub d), reati con pena inferiore a cinque anni, il termine di prescrizione aumenta, passando da cinque a sei anni[11].

e 1) per i reati indicati sub e), contravvenzioni punite con la pena dell’ arresto o pena alternativa, è aumentato il termine di prescrizione, che passa dagli originari tre anni agli attuali quattro anni[12].

F 1) per i reati indicati sub f), contravvenzioni punite con la sola pena pecuniaria, il termine di prescrizione passa dagli originari anni due agli attuali quattro anni.

 

Il quadro sopra esposto dà l’idea di un regime differenziato per i vari termini di prescrizione, che in non pochi casi sono anche aumentati.

Può quindi ritenersi che la legge 251/2005, anche per effetto della disciplina transitoria di cui all’ art. 10, non ha rappresentato quella sorta di amnistia di fatto[13] che tante polemiche aveva sollevato.

E’ altresì indubbio che l’aver ad esempio prolungato i termini prescrizionali per le contravvenzioni che presidiano beni di notevole rilevanza sociale quali l’ambiente, il territorio, costituisca una innovazione positiva.

Non può però sottacersi come il nuovo regime presenti aspetti di irrazionalità e comporta nel concreto una riduzione dei termini di prescrizione per una serie di reati piuttosto diffusi.

E’ innanzitutto particolarmente incisa la fascia di reati con pena compresa tra i cinque ed i dieci anni, per i quali il termine di prescrizione viene a ridursi notevolmente.

Nell’ ambito di questa fascia rientrano delitti quali la corruzione propria (art. 319 c.p.), la corruzione in atti giudiziari (art. 319 ter c.2), la violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale (art. 336 c.p.), resistenza a pubblico ufficiale (337 c.p.,), violazione dei sigilli da parte del custode (349 c.p.), calunnia[14] (368 c.p.,), falsa testimonianza[15] (372 c.p.), favoreggiamento reale in caso di delitto (379 c.p.), vari delitti contro la fede pubblica (artt. 454, 455 e 453, 460, 461, 467, 476, , etc…), maltrattamenti in famiglia (art. 572, c.1 e 2) , furto aggravato (625 c.p.), truffa aggravata (640 cpv c.p. ), ricettazione (art. 648 c.p.) etc……

Per tutti questi reati era previsto in precedenza un termine ordinario di prescrizione di anni dieci, elevabile ad anni quindici per effetto degli atti interruttivi.

Ora il termine di prescrizione varia dai sei ad i nove anni, aumentabile ex art. 161, 2°comma, di un quarto.

La riduzione è netta ed evidente e non incide certamente in maniera favorevole sul sistema giudiziario.

Inoltre una ulteriore sostanziale riduzione del termine prescrizionale deriva dalle disposizioni di cui al comma 2 dell’ art. 157 c.p. in tema di mutato regime delle circostanze e dalla nuova disciplina delle cause interruttive.

In particolare per quanto concerne le circostanze, il previgente art. 157 c.p. fissava due regole generali: 1) si teneva conto dell’aumento massimo possibile per le aggravanti e della diminuzione minima per le attenuanti; 2) nel caso di concorso di circostanze eterogenee, si procedeva al bilanciamento in conformità di quanto stabilito dall’ art. 69 c.p.

Il nuovo testo dell’ art. 157, 2° comma c.p., prevede che non influiscono sul tempo necessario a prescrivere le circostanze attenuanti od aggravanti, salvo che si tratti di aggravanti per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria o per quelle ad effetto speciale, nel qual caso si tiene conto dell’aumento massimo di pena previsto per l’ aggravante.

Pertanto mentre in precedenza le circostanze aggravanti incidevano al massimo livello possibile e le circostanze attenuanti incidevano nel minimo (un giorno) della loro capacità riduttiva, ora assumono rilievo solo quelle circostanze che comportano una variazione del tipo di pena o quelle ad effetto speciale, ossia alle circostanze che comportano un aumento od una diminuzione della pena superiore ad un terzo, ai sensi dell’ art. 63 c.p[16].

La nuova disciplina che dà quindi un rilievo ad alcune circostanze aggravanti, ma esclude qualsiasi rilevanza ai fini prescrizionali delle circostanze attenuanti ad effetto speciale è stata sospettata di incostituzionalità dal Tribunale di Roma, in composizione monocratica, chiamato a pronunciarsi su di una fattispecie di cui all’articolo 648 cpv c.p., che prevede una pena fortemente ridotta per la ricettazione di lieve entità e costituisce pacificamente una circostanza attenuante ad effetto speciale[17].

La Corte Costituzionale con la sentenza 324/2008 ha però affermato che “la scelta di considerare, ai fini del calcolo del termine di prescrizione dei reati, solo l’aumento di pena derivante dall’ applicazione delle circostanze aggravanti con previsione speciale di pena o a effetto speciale e non la corrispondente diminuzione derivante dall’applicazione delle circostanze attenuanti della stessa natura è espressione del legittimo esercizio della discrezionalità legislativa e non trasmoda in una violazione del principio di ragionevolezza”.

 

 

Ulteriore ed importante innovazione è data dalla modifica del 3° comma dell’ art. 157 c.p. secondo cui ai fini della prescrizione non si applicano le disposizioni dell’articolo 69 codice penale.

Di conseguenza il giudizio di comparazione tra le circostanze, effettuato dal giudice ai sensi dell’art. 69 c.p., non incide sul regime della prescrizione.

Essa si spiega con l’intento del legislatore di fissare la prescrizione secondo criteri di carattere obiettivo, sottraendolo alla discrezionalità del giudice, che, attraverso il riconoscimento di circostanze, poteva incidere fortemente sui termini di prescrizione[18] .

Trattasi di scelta senz’altro condivisibile dal momento che se è ineliminabile la discrezionalità del giudice in ordine alla scelta della pena in concreto, l’estinzione del reato per decorso del tempo deve essere ancorata alla ricognizione di situazioni oggettive.

 

 

Il 5° comma dell’ art. 157 c.p. prevede un termine prescrizionale più breve di tre anni, nei casi in cui la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e quelle pecuniaria.

La disposizione sembrerebbe far riferimento ai reati di competenza del giudice di pace per i quali la legge stabilisce le sanzioni dell’ obbligo di permanenza domiciliare od il lavoro di pubblica utilità ( si veda articolo 52, 2° comma,  D.Lgs. 28 agosto 2000 n. 274).

Il legislatore, dinanzi a reati minori, di più semplice accertamento e con limitate ipotesi di impugnazione (articolo 37 D.Lgs. 264/2000) avrebbe ritenuto sufficiente un termine di prescrizione inferiore.

Tuttavia l’ art. 52, 1° comma, D.Lgs. 274/2000 continua a prevedere la pena della multa e dell’ ammenda per alcuni reati di competenza del giudice di pace, quali ad esempio le ipotesi di cui all’art. 612, comma 1, 636, comma 1, 637, 639, comma 1, e 731 del codice penale; inoltre anche le sanzioni dell’obbligo di permanenza domiciliare e del  lavoro di pubblica utilità sono sanzioni alternative a quelle pecuniarie.

Ci si era chiesti quindi se in queste ipotesi continuasse a trovare applicazione il 1° comma dell’ art. 157 c.p, con i suoi più lunghi termini di prescrizione, oppure si dovesse applicare per tutti i reati di competenza del giudice di pace il più breve termine prescrizionale di anni tre.

Questa opzione ermeneutica, che non appariva facilmente conciliabile con la lettera della legge che fa riferimento ai soli reati per i quali “ la legge stabilisce pene diverse da quella detentiva e da quella pecuniaria”[19], sembrava aver trovato accoglimento in una decisione della Suprema Corte [20] che aveva ritenuto legittima la decisione con cui un giudice di pace aveva applicato il termine di prescrizione triennale al reato di lesioni personali volontarie.

L’indirizzo è stato però immediatamente confutato da successivi interventi della Corte di Cassazione[21] secondo cui Il termine di prescrizione da applicare ai reati di competenza del giudice di pace è quello di cui all'art. 157 comma primo cod. pen. (come novellato dall'art. 6 L. n. 251 del 2005), atteso che l'obbligo di permanenza domiciliare e il lavoro di pubblica utilità sono - in forza della disposizione di cui all'art. 58 D.Lgs. n. 274 del 2000 - da equiparare ad ogni effetto giuridico alle pene detentive della specie corrispondente, con la conseguente inapplicabilità dell'art. 157 comma quinto cod. pen..

Nelle pronunce sopra richiamate la Suprema Corte si pone espressamente il problema del campo di applicazione della disposizione di cui all’art. 157, comma quinto, ma propende per la sua sostanziale inapplicabilità allo stato attuale.

Tale indirizzo è stato fatto proprio da una recente decisione della Corte Costituzionale[22] che, nel respingere le eccezioni di legittimità costituzionale sul punto, ha espressamente affermato che la disposizione dell’articolo 157 c.p. Non è di immediata applicazione ma ha inteso porre le premesse per un futuro sistema sanzionatorio caratterizzato da pene diverse da quelle detentiva e pecuniaria.

Se la pronuncia della Consulta dovrebbe fugare ogni residuo dubbio interpretativo, non ci si nasconde che suscita perplessità l’affermazione secondo cui una norma debba ritenersi inoperante[23]: va però sottolineato che la tesi opposta, volta a far ritenere applicabile il termine triennale di prescrizione a tutti i reati di competenza del giudice di pace, costituiva una chiara forzatura del dato normativo.

 

E’ possibile a questo punto soffermarsi sulla disposizione del nuovo art. 157, 6° comma, c.p., che fissa un termine di prescrizione raddoppiato per i reati di cui agli articoli 449 e 589, secondo e terzo comma, (delitti colposi di danno ed omicidio colposo) nonchè per i reati di cui all’ articolo 51, commi 3 bis e 3 quater, C.p.p,, delitti per i quali il legislatore ha ritenuto opportuno accentrare le funzioni di pubblico ministero presso il Tribunale capoluogo del distretto.

 

Dinanzi a reati particolarmente gravi, di notevole allarme sociale, che richiedono spesso lunghe attività di indagini, il legislatore ha ritenuto necessario il raddoppio dei termini di prescrizione[24].

 

 

Maggiori problemi, anche dal punto di vista, della costituzionalità del trattamento differenziato, pone il raddoppio dei termini di prescrizione per i reati di cui agli art. 449 e 589, secondo e terzo comma.

Tale modifica è stata introdotta nel corso degli ultimi passaggi parlamentari della legge, allo scopo di evitare che con la riforma potessero prescriversi alcuni delitti di notevole rilievo sociale quali disastri ed omicidi colposi commessi ad esempio con violazione delle norme sugli infortuni del lavoro.

Essa si giustificava con la circostanza che tali reati richiedono di norma una complessa attività di indagine, con il conferimento di incarichi peritali, istruttorie complesse, il che non giova certamente ad un celere accertamento dei fatti.

Di conseguenza laddove non fossero stati previsti termini prescrizionali più lunghi, siffatti reati si sarebbero prescritti nel termine di sei anni (sette anni e sei mesi a seguito di atti interruttivi), alla pari addirittura di delitti puniti con la sola pena pecuniaria o comunque di minima rilevanza sociale.

Tuttavia la previsione di un regime differenziato di prescrizione per uno specifico reato potrebbe essere costituzionalmente dubbia, per violazione del principio di eguaglianza di cui all’ art. 3 Cost., che impone un trattamento sanzionatorio (comprensivo anche dei termini prescrizionali) proporzionato alla gravità del fatto.

Inoltre la modifica comporta, quale conseguenza certamente non voluta, che per alcuni reati colposi il termine prescrizionale è maggiore rispetto alle corrispondenti figure di delitti dolosi.

Si pensi all’incendio colposo, di cui al primo comma dell’ art. 449 c.p, che è punito con la pena massima edittale di cinque anni, e per effetto del disposto degli artt. 157, 1° e 6° comma, c.p. ha un termine prescrizionale di dodici anni.

L’incendio doloso di cui all’ art. 423, 1° comma, c.p. ha invece un termine prescrizionale di anni sette.

Analogamente il disastro ferroviario colposo di cui al secondo comma dell’ art. 449 c.p. si prescrive in venti anni, mentre quello doloso di cui all’ art. 430 codice penale, essendo punito con la pena massima di quindici anni, si prescrive appunto nel termine di anni quindici.

Queste differenziazioni sono del tutto irragionevoli e difficilmente resisteranno al vaglio di costituzionalità, laddove la Corte Costituzionale fosse chiamata ad esprimersi sul punto.

Ma più in generale, dimostrano come un intervento sulla prescrizione e per di più ancorato ai limiti edittali previsti per ciascun reato, poteva essere effettuato solo attraverso una completa rivisitazione del codice penale ed unitamente all’ adozione di misure volte ad incidere in maniera strutturale sulle cause della lentezza dei processi penali.

Solo un intervento organico di sistema, in cui la modifica di ogni istituto si legava alle altre, avrebbe potuto evitare tali evidenti incongruenze.

Infine l’ art. 157 codice penale, al comma 8 , prevede l’ imprescrittibilità dei reati “  per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’ applicazione di circostanze aggravanti”.

Tale previsione  si giustifica con la considerazione che dinanzi a fatti di particolare gravità ed allarme sociale non si attenua mai l’interesse della comunità sociale per la loro punizione[25].

La previgente disciplina prevedeva l’imprescrittibilità per i soli reati per i quali la legge prevedeva la pena dell’ergastolo, ma l’incidenza del giudizio di comparazione con eventuali circostanze attenuanti- irrilevante ai fini della prescrizione nella nuova disciplina- comportava che in caso di equivalenza o prevalenza delle attenuanti il reato diveniva prescrittibile.

Ai sensi del nuovo art. 157, comma 8, codice penale invece sono imprescrittibili tutti i delitti che prevedono la pena dell’ergastolo per effetto dell’ applicazione di circostanze aggravanti[26],

 

La legge 251/2005 prevede anche una piccola modifica in tema di decorrenza del termine prescrizionale nell’ ipotesi di reato continuato.

L’ art. 158 del codice penale individua il momento a partire dal quale inizia a decorrere il termine di prescrizione, momento nel quale “ cessa la situazione di illiceità”.

Così la norma prevedeva che per il reato consumato il termine decorre dalla consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione.

Il secondo comma dell’art. 158 c.p. statuisce poi che “quando la legge fa dipendere la punibilità del reato dal verificarsi di una condizione, il termine della prescrizione decorre dal giorno in cui la condizione si è verificata. Nondimeno, nei reati punibili a querela, istanza o richiesta, il termine della prescrizione decorre dal giorno del commesso reato”.

La legge 251/2005  modifica solo il riferimento al reato continuato ed alla continuazione, con la conseguenza che il termine prescrizionale decorre dal momento di commissione di ciascun reato, pur ricondotto al vincolo della continuazione.

Il regime previgente era stato ritenuto conforme a razionalità in quanto l’ inscindibilità del reato continuato agli effetti della prescrizione trovava il suo fondamento nel principio che la prescrizione non può iniziare a decorrere finchè sussiste ed è in corso l’attività determinata dall’ unicità del medesimo disegno criminoso, anche se rimaneva fermo il periodo di prescrizione proprio di ciascun reato[27]

La legge 251/2005 innova sul punto, escludendo rilievo alla continuazione ai fini della prescrizione.

Deve innanzitutto premettersi che non  sussiste una unità reale nel reato continuato[28], che ha soprattutto lo scopo di  mitigare l’effetto del cumulo materiale delle pene, cui viene sostituito un cumulo giuridico[29].

Tuttavia si è osservato che la modifica brilla per irragionevolezza[30] dal momento che la decorrenza del termine di prescrizione dalla data di cessazione della continuazione si fonda sul principio che la prescrizione dei vari reati in continuazione non potrebbe logicamente avere inizio fino a quando sussista e sia ancora in corso l’attività determinata dall’ unicità del disegno criminoso.

Proprio sulla base di tali considerazioni con ordinanza del 18 luglio 2006 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Padova ha sollevato questione di legittimità costituzionale, ma tale eccezione è stata dichiarata inammissibile dalla Corte Costituzionale con la citata pronuncia 324/2008[31].

Ha osservato la Corte che qualsiasi intervento sul punto avrebbe portato ad una decisione di carattere additivo, non consentita in materia penale, poiché il principio della riserva di legge (articolo 25, secondo comma, della Costituzione) preclude pronunce il cui effetto possa essere quello di introdurre nuove fattispecie criminose, di estendere quelle esistenti a casi non previsti, o, comunque, “ di incidere in peius sulla risposta punitiva o su aspetti inerenti alla punibilità, aspetti fra i quali, indubbiamente, rientrano quelli inerenti la disciplina della prescrizione e dei relativi atti interruttivi o sospensivi[32]”.

La delimitazione delle fattispecie incriminatici rientra infatti nei compiti esclusivi del Parlamento, quale organo costituzionale che più direttamente, esprime la sovranità e la volontà popolare[33] ed è inibito qualsiasi sindacato della Corte Costituzionale sul punto anche dinanzi a censure di costituzionalità in astratto fondate[34].

L’ art. 157, comma 7, codice penale, come modificato dalla legge in commento, sancisce espressamente la rinunziabilità della prescrizione da parte dell’ imputato.

Tale diritto era stato già riconosciuto da una pronuncia della Corte Costituzionale la quale aveva rilevato come, non essendo, in genere, ascrivibili all’ imputato le cause che portano alla prescrizione, era privo di ragionevolezza, rispetto ad una situazione processuale improntata a discrezionalità, quale è il fenomeno prescrittivo, che l’interesse dello Stato a non più perseguire dovesse prevalere su quello dell’ imputato, privandolo di un diritto fondamentale ( diritto alla difesa, inteso come diritto al giudizio e con esso a quello alla prova)[35].

 

4. La sospensione della prescrizione

L’ istituto della sospensione della prescrizione trova la sua ratio nella forzata inattività cui è costretto l’ organo che procede: se la prescrizione ha l’effetto di elidere la possibilità di far valere la pretesa punitiva dello Stato contro l’ autore di un determinato reato, è logico che essa può operare se ed in quanto la pretesa punitiva possa essere esercitata durante tutto il periodo cui tale esercizio sia possibile; ne consegue che, ove vi siano delle cause che impediscano l’esercizio dell’ azione e/o del procedimento penale, il decorso del termine si deve arrestare fino a quando la causa anzidetta non sia rimossa[36].

 

L’ art. 6 della legge 251/2005 modifica il regime delle cause di sospensione della prescrizione, di quelle cause che creano una paralisi temporanea dell’efficacia estintiva del decorso del tempo, paralisi che può assumere anche una notevole ampiezza.

L’ articolo 159 c.p. recitava: “ il corso della prescrizione rimane sospeso nei casi di autorizzazione a procedere o di questione deferita ad altro giudizio, ed in ogni caso in cui la sospensione del procedimento penale o dei termini di custodia cautelare è imposta da una particolare disposizione di legge”.

La legge 251/2005, nel riscrivere l’ art. 159,c.p., statuisce la sospensione della prescrizione in ogni caso in cui  la sospensione del procedimento o del processo penale o dei termini di custodia cautelare è imposta da una particolare disposizione di legge[37], oltre che nei casi di :

1)     autorizzazione a procedere[38];

2)     deferimento della questione ad altro giudizio[39];

3) sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori ovvero su richiesta dell’ imputato o del suo difensore.

 

Le ipotesi sopra indicate ai numeri 1 e 2 non creano particolari problemi interpretativi ed occorre pertanto soffermarsi sull’ ipotesi sub) 3, secondo cui la prescrizione rimane sospesa in ogni caso “di sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori, ovvero su richiesta dell’imputato e del suo difensore. In caso di sospensione del processo per impedimento delle parti o dei difensori, l’udienza non può essere differita oltre il sessantesimo giorno, successivo alla prevedibile cessazione dell’ impedimento, dovendosi avere riguardo in caso contrario al tempo dell’ impedimento aumentato di sessanta giorni”.

Per comprendere la portata della disposizione occorre fare riferimento al dibattito, soprattutto giurisprudenziale, formatosi sotto la previgente disciplina dell’ art. 159 c.p., secondo cui il corso della prescrizione rimaneva sospeso, tra l’altro, in ogni caso in cui la sospensione del procedimento penale o di termini di custodia cautelare era imposta da una particolare disposizione di legge.

Poiché l’ art. 304 c.p.p. annoverava tra le cause di sospensione dei termini di durata massima della custodia cautelare le ipotesi in cui il dibattimento era sospeso per impedimento dell’imputato o del difensore, ovvero su richiesta dell’imputato o del suo difensore, era discusso se il decorso della prescrizione trovasse applicazione nel caso di rinvii del procedimento o del processo per impedimento del difensore o dell’ imputato, in particolare nell’ ipotesi di adesione del difensore all’astensione dalle udienze proclamata dalle Camere penali.

Si era sostenuto in giurisprudenza che "il differimento dell'udienza dibattimentale dovuto ad astensione conseguente a deliberazione assunta dagli organi rappresentativi degli avvocati o ad altro impedimento del difensore non determina la sospensione del corso della prescrizione se non nei casi in cui, essendo stata applicata una misura cautelare personale, siano sospesi i termini di durata della custodia cautelare a norma dell'art. 304, comma primo, lett. b) c.p.p."[40]

Siffatta interpretazione si fondava sostanzialmente su tre distinte argomentazioni:

a)      la sospensione del termine di prescrizione opera solo se "esista effettivamente un provvedimento di sospensione dei termini di durata della custodia, e non già nella astratta ipotesi di ricorrenza di taluna delle cause di sospensione previste dall'art. 304 c.p.p., anche indipendentemente dall'esistenza di un provvedimento di sospensione[41]"

b)      "ritenere diversamente richiederebbe una interpretazione analogica dell'art. 304 che, invece, in quanto norma eccezionale, può trovare applicazione soltanto nei processi celebrati contro detenuti"[42];

c)     "il primo comma dell'art. 159 c.p. è norma che fa eccezione alla regola generale riguardante il decorso della prescrizione e, come tale, non è suscettibile di applicazione analogica in danno dell'imputato "[43] .

Un diverso orientamento giurisprudenziale affermava invece che  "nell'ipotesi di sospensione del procedimento per cause ascrivibili a impedimento dell'imputato o del suo difensore, anche se si tratta di fattispecie con imputato non detenuto  deve conseguentemente sospendersi il corso della prescrizione[44].

Si sosteneva , in tale prospettiva, che il nuovo testo dell' art. 159 comma 1 c. p. non rinviava all'intera disciplina della sospensione dei termini di custodia cautelare, ma ne richiamava  solo i presupposti, per ancorarvi anche l'effetto sospensivo della prescrizione.

Tale orientamento sembrava  trovare conforto in una decisione della Corte costituzionale, che aveva dichiarato manifestamente inammissibile una questione di legittimità costituzionale, sollevata con riferimento agli art. 3 e 25 cost., dell'art. 159 c.p., "nella parte in cui non prevede, per tutti i reati a prescindere dallo stato detentivo dell'imputato, la sospensione del corso della prescrizione, ove si verifichino cause di sospensione dei termini di custodia cautelare, in quanto - posto che, ove siano prospettabili diverse interpretazioni della norma censurata, di cui una ritenuta conforme a Costituzione, il giudice ha il dovere di farla propria, dovendo sollevare questione di legittimità solo quando risulti impossibile seguire un'interpretazione costituzionalmente corretta - la questione stessa risulta sollevata al fine di ottenere un avallo all'interpretazione propugnata, attribuendo alla Corte un compito che rientra tra quelli tipici del giudice ordinario"[45].

Dinanzi a tale contrasto, estremamente rilevante sul piano pratico dal momento che la sospensione del procedimento nei vari gradi di giudizio poteva riguardare anche periodi piuttosto lunghi, intervennero le Sezioni Unite della Cassazione[46], le quali statuirono che: L'art. 159 comma 1 c.p. deve essere interpretato nel senso che la sospensione o il rinvio del procedimento o del dibattimento hanno effetti sospensivi della prescrizione, anche se l'imputato non è detenuto, in ogni caso in cui siano disposti per impedimento dell'imputato o del suo difensore ovvero su loro richiesta, salvo quando siano disposti per esigenze di acquisizione della prova o in seguito al riconoscimento di un termine a difesa”.

A sostegno di tale affermazioni le Sezioni Unite osservarono che “il  processo vive prevalentemente delle iniziative non solo istruttorie delle parti anche private, che hanno il potere di contribuire autonomamente a determinare tempi, modalità e contenuti delle attività processuali. Le parti non hanno più solo poteri limitativi dell'autorità del giudice, ma condividono con il giudice la responsabilità dell'andamento del processo. E debbono assumersi conseguentemente gli oneri connessi all'esercizio dei loro poteri; ma con il riconoscimento altresì dell'essenzialità del loro contributo al contraddittorio, cui si ritiene affidata l' attendibilità della giurisdizione”.

Per le Sezioni unite, dunque, l'“imputabilità” del rinvio rappresenta lo strumento adatto per contemperare l'esigenza di evitare la paralisi dei processi con quella di assicurare un giusto rilievo alle garanzie individuali.

Il succitato  orientamento non mancò di  suscitare perplessità nella parte in cui veniva a creare una nozione di sospensione del procedimento che sembrava prescindere da precisi agganci testuali[47], ma venne  costantemente seguito da tutta la giurisprudenza successiva[48] che non mancò di precisare come “ la sospensione della prescrizione, collegata al rinvio od alla sospensione del dibattimento, andava commisurata alla effettiva durata del rinvio dell’ udienza disposta dal giudice: ad esempio nel caso di impedimento a comparire del difensore, motivato dall’adesione all’astensione dalle udienze proclamate dalla categoria, l’effetto sospensivo deve essere determinato non in base alla durata dell’astensione, ma al tempo resosi di conseguenze necessario per adempimenti tecnici imprescindibili per garantire il recupero dell'ordinario corso di giustizia, atteso che tutte le parti processuali condividono con il giudice la responsabilità dell'ordinato andamento del processo. E debbono assumersi conseguentemente gli oneri connessi all'esercizio dei loro poteri, in un corretto bilanciamento delle esigenze della garanzia difensiva con quelle della funzionalità del processo[49].

 

Se era indubbiamente apprezzabile il tentativo giurisprudenziale di evitare che la prescrizione potesse decorrere per cause non imputabili all’apparato statuale- giudiziario, non si mancò di osservare che magari un impedimento di breve durata poteva comportare sospensioni della prescrizione per un lungo periodo (es. certificato medico che attesta impedimento dell’imputato a comparire per tre giorni ed autorità giudiziaria che rinvia il processo, a causa delle esigenze di ruolo, di dieci mesi, con conseguente sospensione della prescrizione di pari durata).

Il legislatore si è fatto carico della questione[50] prevedendo che l’udienza non possa essere differita oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione dell’ impedimento.

La norma prescrive quindi al giudice di differire l’udienza non oltre sessanta giorni successivi alla cessazione dell’impedimento; laddove venisse, per esigenze di ruolo, fissato un rinvio a scadenza più lunga, la stessa norma prevede che comunque la prescrizione, alla scadenza del sessantesimo giorno, riprende a decorrere.

Trattasi di scelta equilibrata che appare in grado di contemperare l’esigenza dell’ imputato di non vedersi sospendere la prescrizione per un periodo di tempo non commisurato all’effettivo impedimento, con quelle di organizzazione del ruolo da parte dell’autorità giudicante.

E’ poi da rilevare come la norma preveda poi la sospensione della prescrizione oltre che per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori anche "“su richiesta dell'imputato o del suo difensore”.

In queste ipotesi deve ritenersi che anche nel caso di rinvio di durata maggiore di sessanta giorni la prescrizione sarà sospesa per tutto il periodo, dal momento che il termine di 60 giorni è espressamente previsto solo nel caso di rinvio per impedimento del difensore o dell’imputato[51].

 

Ci si è chiesti quale disciplina sia applicabile nel caso di rinvio determinato da adesione del difensore all’astensione dalle udienze proclamata dalle Camere penali.

Ebbene  la Suprema Corte ha statuito che I limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall'art. 159 c.p. (….) operano soltanto qualora il procedimento sia sospeso per impedimento delle parti o dei difensori e non anche, quindi, quando la sospensione sia disposta in adesione a richiesta non giustificata da un impedimento; ipotesi, quest'ultima, da riconoscersi nel caso di sospensione dovuta a dichiarata adesione del difensore all'astensione dalle udienze proclamata dalle associazioni di categoria[52].

Secondo tale pronuncia l’astensione dalle udienze va considerata come un rinvio su richiesta della difesa e quindi la prescrizione rimane sospesa per tutto il periodo intercorrente tra le due udienze.

La posizione suscita delle perplessità laddove appare poco coerente con quell’ orientamento giurisprudenziale,  maturato prima della legge 251/205 che tendeva ad equiparare al legittimo impedimento, l’adesione del difensore all’astensione dalle udienze proclamata dalle organizzazioni forensi di categoria[53].

Ma ancora maggiori perplessità suscita un ulteriore intervento della Prima sezione della Cassazione la quale esclude che i limiti di durata della sospensione del corso della prescrizione previsti dall’art. 159, comma primo, n° 3 codice penale si applichino all’ impedimento del difensore per contemporaneo impegno professionale[54].

Si è infatti affermato che il rinvio chiesto ed ottenuto dal difensore per contemporaneo altro impegno professionale, al pari dell’adesione all’astensione collettiva dalle udienze, costituisce espressione non di una impossibilità assoluta a partecipare alle udienze, ma di una scelta del difensore, per quanto legittima, e come tale non possa indurre la limitazione temporale della sospensione della prescrizione.

In ogni caso sarebbe opportuno da parte delle autorità giudicanti evitare, laddove possibile, rinvii di durata eccessiva: se è vero che la legge 251/2005 ha regolamentato in maniera analitica le cause di sospensione della prescrizione, è altrettanto vero che uno dei fondamenti dell’ istituto è da rinvenirsi nella mancanza di interesse da parte dello Stato ad accertare il reato, una volta decorso il tempo, e di conseguenza non sembra che le ipotesi di sospensione possano dilatare oltre modo il termine prescrizionale massimo[55].

 

Occorre inoltre chiedersi se la sospensione della prescrizione operi anche nel caso di concessione di termine a difesa di richiesta di rinvio per esigenze probatorie, rappresentate dalla difesa, situazioni che alla luce delle surrichiamate pronunce delle Sezioni Unite non determinavano la sospensione della prescrizione.

La norma sul punto nulla dice, ma sembra da escludersi che la necessità di ulteriore istruttoria, anche se richiesta dalla difesa, possa comportare la sospensione della prescrizione, il cui fondamento è quello di non far decorrere il termine laddove la stasi del processo non sia addebitabile all’ autorità procedente.

Sembra doversi ritenere che laddove la difesa chieda un termine per produzione documentale, per escutere testi, magari anche ex art. 507 c.p.p., il termine di prescrizione continuerà a decorrere.

Del resto dinanzi alle richieste avanzate dalla parti  rimane inalterato il potere di valutazione dell’ autorità giudiziaria che dovrà sempre verificarne la rilevanza ai fini della decisione e rigettare quindi quelle richieste che si appalesano meramente dilatorie.

Sul punto è da segnalare una recente pronuncia della Cassazione[56] secondo cui nel caso di concomitante presenza di due fatti legittimanti il rinvio del dibattimento, l’uno riferibile all’imputato o al difensore, l’altro ad esigenze di acquisizione della prova (art. 304, comma primo, lett. A) c.p.p.), la predominante valenza di quest’ultima preclude l’operatività del disposto dell’art. 159 codice penale e la conseguente sospensione del corso della prescrizione.

La Cassazione ha ritenuto che nel caso di rinvio determinato dalla necessità di escutere un teste assente e dall’adesione del difensore all’astensione dalle udienze proclamata dagli organi di categoria, tale rinvio non abbia efficacia sospensiva della prescrizione: la pronuncia che si fonda sulla constatazione che il processo, indipendentemente dall’astensione del difensore, avrebbe comunque subito un rinvio, può suscitare però alcune perplessità in relazione a quei casi in cui l’assenza del teste ( o magari la sua omessa citazione) in concreto è stata magari determinata propria dalla consapevolezza che il processo non si sarebbe celebrato per la proclamata astensione dei difensori.

 

Per altre ipotesi normativamente previste (termini a difesa nei giudizi direttissimi, rinuncia del difensore ex art. 97 c.p.p., contestazioni suppletive ex art. 516 c.p.p), probabilmente il nuovo art. 159 c.p. impone la sospensione della prescrizione, sospensione che si produce in via automatica e senza necessità di specifico provvedimento dichiarativo[57].

 

Ancora deve sottolinearsi come rimane inalterato il potere giudiziale di verificare l’effettività dell’impedimento delle parti e dei loro difensori.

Se è vero che l’art. 159 c.p. prevede la sospensione della prescrizione per impedimento dell’ imputato o del suo difensore, è altrettanto vero che la norma non ha certamente inteso vincolare il giudice all’accoglimento della richiesta laddove la stessa appaia non pienamente accoglibile[58]: non si dimentichi che ogni rinvio deve sempre essere valutato alla luce del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, principio di ordine generale, posto non solo a tutela dell’ imputato.

 

L’ art. 159 c.p. fa espressamente salve le “ facoltà previste dall’articolo 71, commi 1 e 5, codice di procedura penale, disposizione che prevede la sospensione del procedimento penale in caso di incapacità dell’imputato di partecipare coscientemente al processo.

Laddove venga appunto sospeso il procedimento per infermità dell’ imputato, si avrà anche la sospensione del termine prescrizionale.

 

5. L’ interruzione della prescrizione ed i recidivi

 

La legge 251/2005 modifica in maniera significativa gli artt. 160 e 161 c.p. che regolano l’ interruzione della prescrizione.

Il fondamento dell’ interruzione è ravvisabile nella logica stessa della prescrizione: se il decorso del tempo rende inopportuna una condanna in quanto l’interesse statuale alla punizione si affievolisce col tempo, non possono restare senza effetto quegli atti che dimostrano il permanere di tale interesse.

Gli atti interruttivi[59] denotano una concreta e specifica volontà dell’autorità giudiziaria di procedere nei confronti di un soggetto e viene quindi meno quella situazione di inerzia che dà significato al  materiale decorso del tempo.

L’ interruzione della prescrizione, a differenza della sospensione, non determina una stasi della sospensione,  ma rende privo di effetti giuridici il periodo precedentemente trascorso, sia pure con la importante limitazione di cui all’ art. 161 c.p.

Gli atti interruttivi della prescrizione sono elencati in maniera tassativa nell’articolo 160 codice penale e la dottrina ha distinto tali atti in quattro categorie, a seconda della natura decisoria, coercitiva, probatoria o propulsiva cui assolvono gli atti[60].

 

Ciò posto, la modifica generale dei termini di prescrizione ordinaria incide in misura significativa anche sul termine massimo di prescrizione, pure interrotto.

Il legislatore ha infatti modificato il disposto dell’ art. 160, 3° comma, codice penale prevedendo che la prescrizione interrotta  comincia nuovamente a decorrere dal giorno dell’ interruzione, ma in nessun caso i termini stabiliti nell’articolo 157 possono essere prolungati oltre i termini di cui all’ articolo 161, secondo comma, fatta eccezione per i reati di cui all’articolo 51, comma 3 bis e 3 quater c.p.p.

La norma rimanda quindi al secondo comma dell’ art. 161 c.p. secondo cui salvo che si proceda per i reati di cui all’articolo 51, commi 3 bis e 3 quater c.p.p.. in nessun caso l’ interruzione della prescrizione può comportare l’aumento di più di un quarto del tempo necessario a prescrivere, della metà nei casi di cui all’ articolo 99, secondo comma (recidiva aggravata: specifica o infraquinquennale) di due terzi nei casi di cui all’articolo 99, quarto comma (recidiva reiterata) del doppio nei casi di cui agli articoli 102,103 e 105 (delinquente abituale, professionale).

Per effetto della riforma il termine di prescrizione, laddove non ricorrano le ipotesi di recidiva aggravata, reiterata etc…..., viene ad essere ulteriormente ridotto: alla riduzione determinata dalla circostanza che viene preso a parametro la pena massima prevista per ciascun reato e non più il precedente sistema articolato per fasce di reato, si aggiunge che l’interruzione comporta l’aumento di un quarto e non più della metà del termine di prescrizione.

Se si prendono ad esempio i reati puniti con pena massima tra i cinque ed i dieci anni, è particolarmente evidente tale riduzione[61].

 

Il legislatore attribuisce una notevole rilevanza alla recidiva nella determinazione dei periodi prescrizionali.

Innanzitutto la recidiva aggravata o reiterata, quale circostanza aggravante ad effetto speciale[62], incide sul termine base della prescrizione ai sensi dell’ art. 157, 2° comma, codice penale; inoltre essa determina un prolungamento dei termini prescrizionali in presenza di  cause di interruzione.

Come si è visto, ai sensi dell’art. 161 cpv c.p., l’ interruzione della prescrizione non può comportare l’aumento di più della metà del tempo necessario a prescrivere nel caso di recidiva aggravata e di due terzi nel caso di recidiva reiterata.

La differenza non è di poco momento rispetto ai termini prescrizionali previsti per i soggetti incensurati o per la recidiva semplice.

La disciplina differenziata in tema di prescrizione per i recidivi lascia perplessi: la prescrizione è sostanzialmente un istituto di carattere oggettivo, legato al venir meno dell’ interesse statuale alla punizione di reati decorso un certo periodo di tempo.

Anche sul punto la Corte Costituzionale era stata chiamata a pronunciarsi, ma nella citata decisione 324/2008, ha dichiarato inammissibile un’ eccezione perché priva di rilievo nel giudizio a quo ed un’altra perché mirava ad estendere ai non recidivi l’allungamento dei termini di prescrizione dei reati previsti per i recidivi in presenza di atti interruttivi.

Se è evidente che tale eccezione si scontrava con l’impossibilità di una pronuncia additiva in materia penale, è altrettanto vero che l’intervento del Giudice delle Leggi sul punto non appare conclusivo e non sembra potersi escludere che possa trovare accoglimento un’eventuale eccezione che faccia riferimento alla illegittimità dei così più ampi termini prescrizionali previsti per i recidivi, oltre che per i delinquenti abituali e professionali.

Va comunque segnalato che la Corte di Cassazione ha di recente espressamente affermato che l’allungamento dei termini prescrizionali per il recidivo non si pone in contrasto né con l’art. 3 Cost,- non sussistendo uguaglianza di situazioni tra il soggetto incensurato e colui che, invece, abbia riportato precedenti condanne e sia incolpato di un nuovo delitto- né con l’art. 111 Cost, in quanto non è irragionevole che la durata del processo abbia termini più lunghi per l’imputato recidivo rispetto a quello di eventuali coimputati non recidivi[63].

 

 

Il rilievo conferito alla recidiva ai fini del decorso del termine prescrizionale fa poi in concreto assumere notevole rilievo ad una questione, che peraltro poteva verificarsi già sotto la previgente disciplina.

Può infatti chiedersi cosa succeda laddove il pubblico ministero contesti la recidiva nel corso del giudizio, magari perché solo nel corso del dibattimento si è verificata tale possibilità (è divenuta definitiva la condanna per un reato commesso prima del reato per il quale si sta procedendo).

In particolare possono verificarsi due ipotesi: nella prima la contestazione interviene anteriormente allo spirare del termine prescrizionale relativo alla fattispecie contestato (reato-base); nella seconda, la contestazione si verifica dopo che è trascorso il periodo di prescrizione commisurato sulla base dell’ imputazione iniziale.

Nel primo caso si ritiene che non vi  siano particolari problemi ed il giudice non è certamente vincolato dalla imputazione originaria; la contestazione suppletiva della recidiva ben potrà spostare il termine di prescrizione, dilatando il periodo necessario alla sua verificazione[64].

Più problematica è la seconda questione: la giurisprudenza meno recente osservava che la contestazione successiva della recidiva poteva vanificare il termine di prescrizione già decorso[65], ma tale tesi sembra superata dalle ultime pronunce secondo le quali “ quando la prescrizione si è già verificata in relazione alla contestazione originaria, deve pronunciarsi l’estinzione del reato per tale causa non potendo valere la contestazione della recidiva, come di ogni altra circostanza aggravante, avvenuta successivamente alla scadenza dei termini di prescrizione[66].

 

 

Come si è detto, alla disciplina generale fanno eccezione i reati di cui agli artt. 51, commi 3 bis e 3 quater c.p.p. per i quali, ai sensi, dell’ art. 161 cpv c.p. non vi sono limiti massimi al decorso della prescrizione ogni qualvolta vi sia un atto interruttivo ( o più di uno).

Considerando poi che il termine di prescrizione è quello raddoppiato di cui all’ art. 157 c.p., si ha sostanzialmente che i reati di cui all’art. 51, commi 3 bis e 3 quater, del codice di procedura penale diventano di fatto imprescrittibili, almeno in presenza di un atto interruttivo.

E’ stata avanzata anche l’ ipotesi che essendo già previsti termini raddoppiati, nessun atto interrompe la prescrizione[67], ma tale interpretazione non sembra conciliabile con il disposto della legge[68].

 

 

Il legislatore ha poi abolito la previsione di cui all’ art. 161, comma 2, codice penale che recitava “ quando per più reati connessi, si procede congiuntamente la sospensione o l’ interruzione della prescrizione per taluno di essi ha effetto anche per gli altri”, con il risultato pratico che ora, nel caso di cause di sospensione riguardanti un singolo reato e non gli altri reati connessi ( si pensi al caso in cui venga prospettato un rinvio per verificare la possibilità di rimettere la querela e si proceda anche per reati perseguibili d’ ufficio; si pensi ancora al caso di rinvii per verificare l’iter della domanda di sanatoria edilizia e siano connessi reati quali violazione di sigilli etc…..), si dovrà valutare l’opportunità di disporre subito la separazione dei processi, onde non far decorrere il termine di prescrizione anche per i reati non sospesi.

Anche tale previsione ha suscitato perplessità di ordine costituzionale ed è da segnalare in particolare altra eccezione sollevata dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Padova.

Anche in questo caso la Corte delle Leggi, sempre con la citata sentenza 324/2008, ha sostenuto l’inammissibilità dell’ eccezione che richiederebbe una pronuncia in malam partem non consentita alla Corte per il principio della riserva di legge sancito dall’articolo 25, secondo comma, Costituzione.

E’ rimasta invece inalterata la previsione, contenuta nel primo comma dell’art. 161 c.p., secondo cui la sospensione e l’interruzione della prescrizione hanno effetto per tutti i concorrenti nel reato.

 

6. La disciplina transitoria dell’art. 10

 

L’art. 10 della legge 251/2005 regola l’ applicazione della nuova normativa ai processi penali in corso.

In particolare  il secondo comma della  “novella” dispone che i nuovi termini di prescrizione, se più lunghi di quelli previgenti, “non si applicano ai procedimenti ed ai processi in corso.  Va osservato che facendo la norma riferimento ai procedimenti-processi in corso e non all’epoca di commissione dei reati , ne consegue che ad un reato commesso prima dell’entrata in vigore della nuova legge, ma per il quale non è ancora in corso alcun procedimento, sembrerebbero potersi  applicare gli eventuali termini di prescrizione più lunghi [69] .

Tale disposizione potrebbe sembrare in contrasto con l’ art. 25 della Costituzione, anche se la Corte Costituzionale ha più volte ribadito che il divieto di retroattività si riferisce esclusivamente alla norme penali incriminatici[70] e non anche alle altre disposizioni , per le quali può anche essere quindi prevista una retroattività in “malam partem”.

La possibilità di interpretare diversamente la disposizione , urta contro la chiarezza del lessico normativo , ove l’applicazione  dell’art. 2 c.p. (delle norme più favorevoli) è limitata alle disposizioni della “novella” diverse dall’art. 6 (che appunto disciplina i nuovi termini di prescrizione ) .

In alternativa , all’interprete sono offerte solo due possibilità : ritenere (in modo ardito) che un procedimento sia in corso automaticamente alla data di commissione del reato, indipendentemente dalla ricezione della notitia criminis e , quindi, non applicare i termini più lunghi anche in tale ipotesi; sollevare una questione di illegittimità costituzionale, per contrasto con l’art. 3 Cost. , per irragionevolezza della disposizione o per contrasto con lo stesso art. 25 Cost, interpretato nel senso che esso garantisce il cittadino da norme modificative in peius di precedenti disposizioni penali.

 

7. Limitata  retroattività dei termini di prescrizione più brevi

 

Il terzo comma dell’art. 10 della Legge 251/05 disponeva che se i nuovi termini di prescrizione risultano più brevi, essi si applicano anche ai procedimenti ed ai processi in corso , ad esclusione dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento, dei processi già pendenti in grado di appello o avanti alla corte di cassazione [71].

La disposizione è stata poi dichiarata illegittima con riferimento alle parole dei processi già pendenti in primo grado ove vi sia stata la dichiarazione di apertura del dibattimento dalla Corte Costituzionale con sentenza 23-11-2006, n. 393.

Prima di esaminare più nello specifico l’intervento della Corte Costituzionale, vale la pena di soffermarsi sulla disciplina transitoria che continua a trovare applicazione per i processi che, alla data di entrata in vigore della legge, erano pendenti in grado di appello o dinanzi alla Corte di Cassazione.

La disposizione costituisce una deroga all’art. 2 , c. 3° , c.p. ed è stata giustificata da due esigenze, più politiche, che giuridiche : a) la prima , evitare il sospetto che la nuova legge fosse stata varata per favorire imputati “eccellenti” con processi in corso e già giudicati in primo grado ; b) inoltre, una applicazione retroattiva dei nuovi termini di prescrizione più brevi avrebbe determinato una generalizzata estinzione di numerosissimi reati già commessi, con effetti simili a quelli di un provvedimento di clemenza.

Ora in assoluto una limitazione della  retroattività della disposizione più favorevole, in deroga all’art. 2 c.p. , non desta in sé dubbi di legittimità , in quanto la Corte ha più volte ribadito che una tale problematica “entra in discussione …soltanto ove vi sia stato un mutamento favorevole al reo , nella valutazione sociale del fatto tipico oggetto del giudizio[72] , non quindi quando le vicende modificative riguardano norme penali non incriminatici .

La stessa Corte Costituzionale ha più volte affermato che “il legislatore gode di ampia discrezionalità nel regolare nei processi in corso gli effetti temporali di nuovi istituti ovvero delle modificazioni introdotte in istituti già esistenti, e che le relative scelte, ove non siano manifestamente irragionevoli, si sottraggono a censure di illegittimità costituzionale” (Corte Cost., sent. 219 del 9.7.2004 ; conf. C. Cost. sent. 381/2001 , 222/2001 e 220/2001).

L’unico limite per il legislatore è quello di operare una scelta non irragionevole ed è su tale punto che la legge 251/2005 è stata ritenuta illegittima dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 393/2006 nella parte in cui limitava l’applicazione della nuova disciplina ai processi nei quali non fosse stato ancora dichiarato aperto il dibattimento.

Infatti secondo la Corte Costituzionale l'apertura del dibattimento non è in alcun modo idonea a correlarsi significativamente ad un istituto di carattere generale come la prescrizione, e al complesso delle ragioni che ne costituiscono il fondamento, legato al già menzionato rilievo che il decorso del tempo da un lato fa diminuire l'allarme sociale, e dall'altro rende più difficile l'esercizio del diritto di difesa.

Nella pronuncia richiamata la Corte delle Leggi osserva che ad esempio l’apertura del dibattimento non “ è inclusa tra gli atti ai quali il legislatore attribuisce rilevanza ai fini dell’interruzione del decorso della prescrizione ex articolo 160 codice penale”, non caratterizza tutti i procedimenti penali e di conseguenza era del tutto irragionevole considerarla quale “spartiacque” per l’applicazione di un regime prescrizionale differenziato.

 

Si è invece ritenuto pienamente legittimo un diverso regime nel caso di processi già pendenti in grado successivo proprio perché il mutamento del grado costituisce certamente un elemento significativo di sviluppo del processo che giustifica anche una diversa disciplina in tema di prescrizione[73].

 

 

8. La pendenza del procedimento in appello

La questione forse più dibattuta negli ultimi mesi all’interno della giurisprudenza della Cassazione sulle novità introdotte dalla legge 251/2005 è quella relativa al senso da attribuire all’espressione processi già pendenti in grado di appello di cui all’articolo 10, 3° comma, Legge 251/2005.

Ci si chiede cioè quando un processo possa considerarsi pendente in grado di appello.

Una prima posizione aveva sostenuto che il processo pendeva in appello al momento della sua iscrizione nel registro della Corte d'appello, ritenendo che il passaggio da una fase ad un'altra fosse rappresentato dalla trasmissione e dalla ricezione del fascicolo[74], ma ben presto si è affacciato altro indirizzo che ha individuato la pendenza nel momento in cui è proposto l'appello, in quanto con la proposizione del gravame il giudice dell'impugnazione è automaticamente investito della relativa decisione[75]”.

Altre pronunce della Cassazione avevano affermato che “ in tema di prescrizione, ai fini dell’applicazione delle norme transitorie previste dall’art. 10, comma terzo, L. n. 251/2005, la pendenza del grado di appello interviene all’atto della lettura del dispositivo della sentenza di primo grado[76]”.

Secondo tale posizione il riferimento alla sentenza di condanna di primo grado era coerente alla nozione di "fatto processuale" derivante dalla interpretazione che ne aveva dato la Corte costituzionale, che aveva posto l'accento sul duplice requisito della generalizzata applicazione e della significatività dell'atto, soprattutto in termini di attitudine ad interrompere la prescrizione.

In questo quadro va segnalata altra decisione della Suprema Corte che, pur mostrando di aderire all’orientamento sopra richiamato, aveva affermato che “ ai fini dell’applicazione delle disposizioni transitorie quando il giudizio di primo grado si sia concluso con una sentenza di assoluzione, il momento determinante per stabilire la pendenza del procedimento di appello va individuato nell’emissione del decreto di citazione a giudizio ex art. 601 c.p.p.[77]

Si era infatti osservato che le argomentazioni riferibili al significato della sentenza di condanna di primo grado non potevano essere estese alla sentenza di assoluzione di primo grado. Infatti, questa sentenza non rientra tra gli atti interruttivi della prescrizione ai sensi dell'art. 160 c.p. ed è quindi priva di quella connotazione richiesta dal Giudice delle leggi.

Secondo tale posizione quando il giudizio di primo grado si fosse concluso con una sentenza di assoluzione, il momento determinante ai fini della pendenza del procedimento in appello, era dato dalla emissione del decreto di citazione per il giudizio ex art. 601 c.p.p., dal momento che a’ tale atto costituiva atto interruttivo della prescrizione ai sensi dell’art. 160 c.p. che fa generico riferimento al decreto di citazione a giudizio[78].

Osservava sempre la Corte nella decisione in esame che, deve escludersi la possibilità di attribuire rilevanza all’impugnazione proposta dalla Pubblica accusa che è atto di parte, privo anch'esso della specificità di interrompere il corso della prescrizione ed ugualmente va escluso che la pendenza possa essere determinata da un adempimento di carattere amministrativo, come l'iscrizione nel registro della Corte d'appello.

La pronuncia era senz’altro apprezzabile anche perché sembrava mirare a ricercare, nell'ambito della nozione di "pendenza in grado di appello", un "fatto processuale" significativo, al quale attribuire il ruolo di indicare, ratione temporis, la disciplina applicabile, rispettando la ratio decidendi che aveva ispirato la decisione della Corte costituzionale nel ritenere illegittimo il riferimento all'apertura del dibattimento.

Il contrasto giurisprudenziale presumibilmente verrà sopito dal recente intervento delle Sezioni Unite[79] secondo cui è la pronuncia della sentenza di condanna che determina la pendenza in grado di appello del procedimento, ostativa all’applicazione retroattiva delle norme più favorevoli.

Le Sezioni Unite si pongono espressamente sulla scia dell’intervento della Corte Costituzionale e premettono che le decisioni della Corte delle Leggi, pur producendo effetti vincolanti in ogni procedimento esclusivamente per quanto attiene alla dichiarazione in queste contenuta di illegittimità costituzionale di una norma, rappresentano, anche se di rigetto, un precedente autorevole che impongono al giudice di non assegnare alla formula normativa un significato che secondo il Giudice delle leggi sarebbe in contrasto con la Costituzione[80].

Sulla base di tali premesse, le Sezioni Unite osservano che la sentenza della Corte Costituzionale parzialmente demolitiva dell'art. 10, comma 3, non solo ha efficacia "erga omnes" in ordine al precetto dichiarato illegittimo, ma assume valenza, sebbene non assoluta, con riguardo ai motivi della ritenuta irragionevolezza i quali nell'interpretazione della restante disposizione non possono essere trascurati, dovendosi evitare che venga adottato un criterio avente gli stessi caratteri di quello censurato.

È quindi evidente che, a fronte della previsione rimasta in vigore, non deve tanto ricostruirsi la nozione generale ed astratta di pendenza del giudizio o di pendenza del giudizio di appello, ma piuttosto l'esatto significato che la locuzione normativa assume nel particolare contesto in cui è stata introdotta, considerando gli interessi perseguiti e le condizioni per le quali l'esclusione della retroattività si palesa compatibile con la legge fondamentale.

Nella delineata ottica, essendo ormai indiscutibile l'operatività della disciplina più favorevole per tutta la durata del giudizio di primo grado, ad avviso delle Sezioni Unite risulta legittimo far scattare l'esclusione a partire dall'atto conclusivo di quest'ultimo il quale si concreti in una sentenza di condanna, che determina interruzione della prescrizione.

In effetti, ravvisare la pendenza di un procedimento in appello nel momento in cui viene emesso il provvedimento che pone fine al grado precedente trova congrua spiegazione nella circostanza che questo evento comporta l'impossibilità per il giudice di assumere ulteriori decisioni in merito all'accusa, nell'ambito del processo principale e che esso apre comunque la fase dell'impugnazione, indipendentemente dal fatto che siano pendenti i termini per proporla.

Inoltre, osservano le Sezioni Unite, tale interpretazione appare più aderente alla volontà legislativa che intendeva porre un ampia deroga al principio posto dall'art. 2 c.p.., comma 4, al fine di impedire che si verificasse una forma generalizzata di amnistia a scapito di una coerente applicazione della legge penale, scelta che la Corte Costituzionale ritenne illegittima solo in relazione alla scelta della formalità (dichiarazione di apertura del dibattimento) destinata a fungere da discrimine in subiecta materia: di conseguenza si impone un approccio ermeneutico che  attribuisca  rilievo al suddetto intento, evitando di restringere senza necessità la deroga stessa, e di conseguenza appare corretto il riferimento ad un momento (la lettura del dispositivo) che, dopo la conclusione del giudizio di primo grado, sia il più possibile risalente nel tempo.

La decisione delle Sezioni Unite contribuisce indubbiamente a fare chiarezza su una questione piuttosto delicata anche se può suscitare perplessità che la   nozione di pendenza in grado di appello non sia univoca, dal momento che diversi sono gli atti cui fare riferimento, a seconda che la fase di appello sia preceduta da una sentenza di condanna o di assoluzione di primo grado.

Infine un ultimo problema si pone in caso di annullamento con rinvio dall’appello (art. 604 c.p.p. ) o dalla cassazione ( art. 623 c.p.p. ) .

Se cioè il processo regredisce in primo grado per effetto di una pronuncia di annullamento, occorre chiedersi se anche in tal caso debbano applicarsi gli termini prescrizionali più brevi  a seguito della sentenza Corte Costituzionale 393/06.

La risposta sembra dover essere negativa.

Se il terzo comma dell’art. 10 della “novella” fosse stato formulato in maniera differente , poteva essere rilevante stabilire se la fase di rinvio si mantiene o meno nell’alveo del giudizio di impugnazione, ma la norma non fa generico riferimento alla pendenza del giudizio di “impugnazione” , bensì a processi “pendenti in grado di appello o avanti alla cassazione” .

Ne consegue che , nelle ipotesi in cui l’annullamento abbia fatto regredire il processo in una fase antecedente al primo grado (es. udienza preliminare) o comunque anteriore alla dichiarazione di apertura del dibattimento in primo grado (es. atti preliminari al dibattimento) , potranno essere applicati i termini più brevi di prescrizione[81].

 

 

9. Nuova modifica della prescrizione?

Il regime della prescrizione, come sopra delineato, sembra destinato a mutare nuovamente in virtù di alcune proposte di riforma attualmente all’esame del Parlamento.

Ci si riferisce in particolare alla proposta di legge n. 1235 (Atto Camera 1235) in discussione alla Commissione giustizia della Camera, che si propone di rivisitare l’istituto della prescrizione, conservando da un lato alcune innovazioni introdotte dalla legge 251/05, ma cercando di superarne i lati più ambigui.

Si legge espressamente nella relazione al disegno di legge che il principio della durata ragionevole del processo di cui all’articolo 111 della Costituzione impone al legislatore di profondere ogni sforzo verso la riduzione dei tempi processuali, obiettivo che può essere raggiunto anche attraverso una ridefinizione dell’istituto della prescrizione.

La proposta di legge si fonda sui seguenti capisaldi:

1) commisurazione del  tempo della prescrizione esclusivamente alla pena massima edittale (in continuità, sotto questo aspetto, con la modifica normativa del 2005, a sua volta mutuata dai progetti di riforma del codice penale Pagliaro e Nordio), ma previsione che il reato si estingua  nel tempo pari alla pena massima prevista aumentato della metà (aumento non contemplato dalla legge n. 251 del 2005). Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e la pena pecuniaria, come nell’attuale disciplina, per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva;

 

2) esclusione delle circostanze dal computo, ad eccezione di quelle cosiddette “ ad effetto o ad efficacia speciale ”. Per determinare il tempo necessario a prescrivere si stabilisce, infatti, che si abbia riguardo alla pena stabilita dalla legge per il reato consumato o tentato, senza tener conto della diminuzione per le circostanze attenuanti e dell’aumento per le circostanze aggravanti, salvo che per le circostanze ad effetto speciale (aumenti o diminuzioni di pena superiori a un terzo) e quelle per le quali la legge determina la pena in modo autonomo (cosiddette circostanze “ ad efficacia speciale ” o “ indipendenti ”), in quanto espressione di un disvalore superiore a quello che il legislatore ordinariamente configura nel prevedere il regime delle circostanze “ ordinarie ”;

 

3) previsione, in ogni caso, di un tetto minimo e massimo della prescrizione dei reati; si prevede infatti che la prescrizione non possa:

a) essere inferiore a sei anni per i delitti e a quattro anni per le contravvenzioni, ancorche´ puniti con la sola pena pecuniaria;

b) essere superiore a venti anni per i delitti, ad eccezione che per i delitti di maggiore gravita` , per i quali il termine massimo e` previsto nella misura di trenta anni. La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti;

 

4) previsione esplicita del termine di sei anni di prescrizione anche per le sanzioni applicate dal giudice di pace

 

5) Codificazione e previsione di nuove cause di sospensione. Si stabilisce espressamente, recependo una giurisprudenza ormai consolidata della Suprema Corte, che in caso di dichiarazione d’inammissibilita` del ricorso per cassazione, il termine di prescrizione si debba ritenere sospeso al momento della pronuncia della sentenza di condanna di secondo grado (con esclusione, quindi, dei casi in cui ricorrente sia il pubblico ministero).

Parimenti, si ritiene che il termine prescrizionale non debba decorrere nei casi di sentenza di condanna nell’ipotesi di cosiddetta “ doppia conforme ”. In questo caso, infatti, la pronuncia che contiene un doppio accertamento di merito in ordine alla responsabilità è sicuramente connotata da una stabilità tale da superare l’opportunità di mantenere l’operatività dell’istituto della prescrizione.

Tuttavia, nel caso in cui il ricorso per cassazione sia accolto, il tempo occorrente alla celebrazione del giudizio di cassazione sarà computato ai fini prescrizionali, cosi` come quello necessario per la celebrazione dei successivi gradi di giudizio, ove presenti.

In tal modo, l’imputato che faccia valere i propri diritti vittoriosamente non dovrà subire gli effetti negativi del decorso del tempo.

Per gli stessi motivi, a tale ipotesi è parificata quella in cui la pronuncia di appello abbia riformato la sentenza di condanna di primo grado limitatamente alla specie o alla misura della pena, anche con riferimento al giudizio di comparazione tra circostanze, in quanto tale pronuncia non tocca l’affermazione di responsabilità.

Vengono poi previste come cause di sospensione varie ipotesi di “ stasi processuali” riconducibili ad attività dell’imputato, e segnatamente:

a) presentazione di dichiarazione di ricusazione ai sensi dell’articolo 38 del codice di procedura penale, dalla data della presentazione della stessa fino a quella della comunicazione al giudice procedente del provvedimento che dichiara l’inammissibilità della medesima (per la “ remissione ” del processo la sospensione del termine di prescrizione è già prevista dall’articolo 47, comma 4, del codice di procedura penale);

b) concessione di termine a difesa in caso di rinuncia, revoca, incompatibilita` e abbandono della difesa, per un periodo corrispondente al termine concesso;

c) rinnovazione, su richiesta dell’imputato, delle prove assunte in dibattimento, a seguito di mutamento della persona fisica del giudice, per tutto il tempo necessario alla rinnovazione. La disposizione non si applica ai coimputati cui non si riferisce la richiesta di rinnovazione, se è disposta la separazione dei processi, ne´ al caso in cui la nuova assunzione riguardi fatti e circostanze nuovi.

 

6) Ripristino di alcune norme della disciplina “ ante legge ex Cirielli ”, ad esempio in materia di reati connessi e di reato continuato: in coerenza con la scelta di prevedere termini di prescrizione non più articolati per “ scaglioni ”, ma in ragione della pena edittale di ciascuno di essi, si statuisce che nel caso di reato continuato il termine per la continuazione decorre solo dal momento della cessazione dell’attività criminosa e si prevede che, in caso di reati connessi, l’interruzione per taluni di essi abbia effetto anche per gli altri.

 

7) Previsione quale causa di interruzione della sospensione anche dell’interrogatorio delegato dal pubblico ministero e dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari.

 

8) Previsione di un regime prescrizionale piu` rigido per i reati di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, del codice di procedura penale.

Come si è visto, la legge n. 251 del 2005, da un lato, ha previsto che il termine “ ordinario ” di prescrizione per tali reati fosse pari al doppio della pena  edittale (articolo 157, sesto comma, del codice penale); dall’altro lato, ha escluso un termine di prescrizione “ massima ” (articolo 161, secondo comma, del codice penale).

Nel testo proposto, in cui il termine di prescrizione “ ordinario ” è aumentato della meta`, si ritiene sufficiente prevedere per tali reati un congruo aumento dei termini di prescrizione massima, quantificato nella misura di trenta anni.

 

Dott. Paolo Scognamiglio

Magistrato del Tribunale di Napoli

 


[1] V. BARTOLO, voce Prescrizione del reato, Enc. Giur. Treccani; D’ANTONIO, Prescrizione (materia penale), D.I, XIX, 1, Torino, 1909-1912, 551 ss.

[2] PENSO, Prescrizione del reato e della pena, N.D.I., X, Torino, 1939, 257 ss.

[3] Per le varie teorie sul fondamento della prescrizione v. MANTOVANI, Diritto penale, 1992, Padova, p. 829 e MANZINI, Tratt. Dir. Pen.it. Nuvolone-Pisapia, III, 5° ed, Torino, 1981, 523 ss.

[4] Vedi in tal senso BARTOLO, cit, CORDER, Circostanze generiche e termine di prescrizione, Riv. It. Dir. Proc. Pen, 1958, 824 ss. In giurisprudenza v. Cass. 21-4-1986, n. 4216, Colussi, mass. Cass.pen.¸1986.

[5] Per un esame completo della legge sia consentito rinviare a F. IZZO- P. SCOGNAMIGLIO, La riforma della prescrizione, Napoli, 2006.

[6] V. Corte Costituzionale 1 agosto 2008, n. 324. Il testo completo della pronuncia con commento (BELTRANI, Sulle modifiche alla prescrizione si registra uniformità di dissensi) è pubblicato su Guida al diritto, 2008, n° 39. p. 80 ss.

[7] Pena prevista per alcuni delitti quali intelligenze con lo straniero a scopo di guerra contro lo Stato italiano (art. 243 c.1), favoreggiamento bellico (art. 247), somministrazione al nemico di provvigioni (art. 248 c.p.), spionaggio politico o militare (art. 258 c.1) etc…

[8] Si pensi all’attentato per finalità terroristiche o di eversione da cui derivi la morte della persona punito dall’art. 280, comma 4, ultimo periodo c.p.

[9] Si vedano a solo titolo di esempio i reati di corruzione del cittadino da parte dello straniero (art. 246 c.p.), concussione (art. 317 c.p.), corruzione in atti giudiziari da cui derivi una ingiusta condanna inferiore a cinque anni (art. 319 ter comma 2 c.p.) etc…….

[10] Si veda per tutti il delitto di prostituzione minorile in danno di minore di anni quattordici previsto dall’ art. 600 bis comma 1 e punito con la pena massima di anni diciotto di reclusione. Per tale reato il precedente termine prescrizionale di anni quindici viene incrementato ad anni diciotto.

[11] Per questi reati tuttavia il termine prescrizionale massimo, a seguito degli atti interruttivi, è di anni sette e sei mesi, identico a quello previsto dalla previgente normativa.

Il nuovo disposto dell’art. 161, 2° comma, c.p. consente di incrementare il termine prescrizionale ordinario (nella specie di anni sei) di un quarto con la conseguenza che il termine prescrizionale massimo è di anni sette mesi sei.

Il precedente regime prevedeva invece un termine prescrizionale ordinario di anni cinque elevabile della metà per effetto delle interruzioni, cosicchè il termine massimo risultava essere comunque di anni sette mesi sei.

[12] Per tali contravvenzioni valgono in parte le considerazioni svolte alla nota precedente in relazione ai termini di prescrizione a seguito degli atti interruttivi. Infatti il termine di anni quattro, elevato di un quarto,  diventa di anni cinque, mentre la precedente disciplina consentiva di aumentare della metà il termine prescrizionale di anni tre, con la conseguenza che la prescrizione massima era fissata in anni quattro mesi sei.

[13] Usa tale espressione GROSSO C.F, Amnistia di fatto, La Stampa, 30 novembre 2005.

[14] In relazione al delitto di calunnia si rimanda a F: IZZO- P. SCOGNAMIGLIO, op. cit¸p. 35, nota 16, i quali osservano che la riduzione dei termini di prescrizione oltre ad essere particolarmente incisiva, come per tutti i reati puniti con la pena tra i cinque ed i dieci anni, risulta in concreto tale da rendere particolarmente difficile pervenire ad una sentenza definitiva prima dello spirare del termine prescrizionale.

Infatti per l’ ipotesi base di cui all’art. 368, 1° comma, c.p. il termine massimo di prescrizione è fissato in anni sei e per effetto delle interruzioni può elevarsi sino ad anni sette e mesi sei.

La previgente disciplina prevedeva il termine di anni dieci, elevabile per effetto degli atti interruttivi, ad anni quindici.

I nuovi termini di prescrizione, oltre che essere particolarmente ridotti, non tengono in considerazione che normalmente l’azione penale per il delitto di calunnia non viene esercitata immediatamente, ma a distanza di tempo dal momento in cui un soggetto ha reso una dichiarazione calunniosa.

Infatti l’azione penale nei confronti del calunniatore quasi sempre dopo che si è proceduto all’archiviazione o ad una sentenza di assoluzione in un procedimento inizialmente instaurato nei confronti del soggetto calunniato.

L’ esercizio (quasi inevitabilmente) ritardato dell’azione penale, congiunto a termini di prescrizione così brevi, rischia di condannare all’ impunità determinate condotte.

[15] Per il delitto di falsa testimonianza valgono in parte le considerazioni svolte alla nota precedente per il delitto di calunnia.

[16] Si considerino le aggravanti di cui all’articolo 625 c.p. che eleva sensibilmente le sanzioni previste per il furto semplice dall’art. 624 c.p. ed alle circostanze aggravanti di cui all’ art. 628, comma 3 c.p. in tema di rapina .

[17] Vedi per tutte Cass. Sez. un. 13-9-1995, n. 9567.

[18] Una delle più frequenti applicazione nella prassi giudiziaria si ha nel reato di furto aggravato ove il termine di prescrizione piuttosto elevato  previsto dalla previgente disciplina ( si poteva arrivare a quindici anni nell’ ipotesi di cui all’ art. 625 u.c., elevabile per effetto degli atti interruttivi ad anni ventidue mesi sei), si riduceva a cinque anni (sette anni mesi sei per la prescrizione massima) nel caso di concessione delle circostanze attenuanti generiche.

[19] Così anche BRICCHETTI; Un nuovo criterio fissa la gravità dei reati, Guida al diritto, 2006, N° 1, p. 67..

[20] Cass. 8-5-2007, n. 17399, rv. 236636

[21] Cass. 23-11-2007, n. 43412, rv. 238301; Cass. 18-7-2007, n. 28539; da ultimo v. la recente Cass. 26-11-2009, n. 45543.

[22] Corte Cost. 18 gennaio 2008, n. 2, Guida al diritto, N°8, p. 37 ss

[23] Brichetti, Rimane senza risposta il dubbio sulle reali intenzioni del legislatore, Guida al diritto, N° 8, p. 45, osserva come in assenza di qualsiasi indicazione proveniente dai lavori preparatori, appare dubbio che il legislatore abbia effettivamente voluto dar vita ad una norma destinata ad essere inapplicabile.

[24] La disposizione, non contenuta né nel testo originario della proposta di legge, né in quello approvato dalla Camera dei deputati il 16 dicembre 2004, venne introdotta in sede di seconda lettura al Senato sull’onda delle polemiche che una riduzione generalizzata dei termini di prescrizione avrebbe comportato.

[25] In tal senso si veda Corte Cost. 20 luglio 1999, n. 337, Diritto penale e processo, 1999, p. 1243.

[26] Ad esempio la strage aggravata dalla morte di una o più persone (art. 422 c.p.); l’ avvelenamento di acque o sostanze alimentari dalle quali derivi la morte di una o più persone (art. 439, comma 2, codice penale) etc…

[27] In giurisprudenza in tal senso Cass. 19 marzo 1999, n. 7878, Cass. pen., 2000, 1970 e Cass. sez. un. 24 gennaio 1996, n. 2870, Riv. pen., 1996, 7111.

Si era altresì precisato che la regola per cui il termine iniziale della prescrizione decorreva dalla cessazione della continuazione era applicabile anche qualora il vincolo della continuazione, non enunciato nella formale contestazione,fosse individuato successivamente nella sentenza(Cass. 18 febbraio 1998, n- 2809, Giust. Pen. 1999, II, 144).

[28] Vedi anche Cass. 11 gennaio 1980, Cass. pen. Mass. ann, 1980, 365. In dottrina propendeva per la tesi  dell’ unitarietà reale MORSELLI, Il reato continuato nell’ attuale disciplina legislativa, Riv. it. dir. Proc. Pen., 1977, 115, ma tale posizione è stata superata dalla dottrina più recente la quale ha svalutato il problema della natura giuridica dell’ istituto.

Si è infatti affermato che è preferibile configurare il reato continuato come reato unico o pluralità di reati in ragione del carattere più o meno favorevole degli effetti che dall’accoglimento dell’uno o dell’altro orientamento, discendono nei confronti del reo ( ZAGREBELSKY, Reato continuato, Milano, 1976, 115 ss ; PASELLA, Osservazioni in tema di strutture e fondamento del nuovo reato continuato, Riv. it.dir.proc. pen., 1976, 498 ss).

[29] Cass. 9 febbraio 1981, Cass. pen. 1983, 1329

[30] Così BELTRANI, Sulle modifiche alla prescrizione si registra uniformità di dissensi,Guida al diritto, 2008, n 39, p.92. Vedi già, immediatamente dopo l’approvazione della norma le perlessità di autorevole dottrina (PADOVANI, Una novella piena di contraddizioni che introduce disparità inaccettabili, Guida al diritto,N° monografico, gennaio, 2006, p..37) la quale ebbe ad osservare che la disciplina del reato continuato aveva una sua unitarietà nel senso che da un lato la pena era più mite in conseguenza dell’ unicità del disegno criminoso, dall’altro la punibilità della serie di episodi criminosi unificati cominciava ad estinguersi dal momento in cui essa era cessata. L’alterazione di questo equilibrio, a giudizio dell’ Autore, viene a contraddire la stessa ragione d’ essere della continuazione.

[31] Corte Costituzionale 1-8-2008, n. 324, Guida al diritto, 2008, n° 39, p. 80 ss, citata.

[32] In tal senso già Corte Cost. 394/2006.

[33] V. Corte Costituzionale nota precedente e Cass. Sez. un. 15-6-1984, n. 5655

[34] Vedi anche BELTRANI, Corso di diritto penale. Parte generale e parte speciale,II edizione, Padova, 2007. p. 451.

[35] Corte Cost. 31 maggio 1990, n. 275, Cass. pen., 1990, p. 2076; in dottrina v. GUGLIELMINI C, Prescrizione del reato e rinuncia: appunti in margine alla sentenza della corte costituzionale n. 275 del 1990, Giust. Pen., 1990, I; 339; RIVELLO P.P:, La “ rinunciabilità” della prescrizione dopo un recente intervento della Corte Costituzionale, Leg. Pen, 1990, 717; In un primo momento la stessa Corte Costituzionale, pur riconoscendo la sussistenza dell’ interesse dell’ imputato ad ottenere una sentenza di piena assoluzione da cui risulti l’insussistenza o la non commissione del fatto-reato, aveva affermato che tale interesse non poteva prevalere “ di fronte all’ interesse generale di non perseguire più i reati rispetto ai quali il lungo tempo decorso dopo la loro commissione abbia fatto venir meno, o notevolmente attenuato, insieme al loro ricordo, anche l’allarme della coscienza comune, ed altresì reso difficile, a volte, l’acquisizione del materiale probatorio (Corte Cost. 14 luglio 1971, n. 175, Giust. Pen, 1972, I, 29 ss)

[36] In questi termini Cass. 18 giugno 1971, Riv. giur.it, 1972, voce Prescrizione penale, n. 1; vedi anche PISA , Prescrizione (dir. pen.), Enc. Dir, XXXV, 1986, pag. 89.

[37] Si pensi, a mero titolo esemplificativo, all’ articolo 16 legge 22 marzo 1975, n. 153 in tema di disposizioni a tutela dell’ ordine pubblico, all’articolo 18, comma 5, legge 5 ottobre 2001, n. 367 (ratifica ed esecuzione dell’accordo tra Italia e Svizzera che completa la Convenzione europea di assistenza giudiziaria in materia penale), all’art. 38 legge 47/1985, richiamato dall’ art. 32 D.L. 30 settembre 2003, n. 269, convertito in Legge 24 novembre 2003, n. 126, in tema di sanatoria di illeciti edilizi e da ultimo all’art. 2 ter, comma 1, L. 24 luglio 2008 n. 125.

[38] Trattasi di casi in cui l’autorizzazione è richiesta in ragione delle particolari funzioni svolte dal soggetto attivo del reato ( art. 68, 2° comma, Cost, ed art. 96 Cost), od in considerazione della funzione istituzionale assolta dal soggetto passivo del reato (art. 313 c.p.)

In tutti questi casi la sospensione della prescrizione si verifica dal momento in cui il pubblico ministero ha richiesto l’autorizzazione e riprende a decorrere dal momento in cui l’autorità competente accoglie la richiesta.

[39] Prima che entrasse in vigore il nuovo codice di procedura penale, le questioni deferite ad un altro giudizio erano quelle di cui agli artt. 18-20 codice procedura penale abrogato, ossia le cd. Pregiudiziali penali, civili od amministrative.

Il nuovo codice di rito ha notevolmente limitato tali ipotesi, prevedendo all’ art. 3 che “ quando la decisione dipende dalla risoluzione di una controversia sullo stato di famiglia o di cittadinanza, il giudice, se la questione è seria e se l’azione a norma delle leggi civili è già in corso, può sospendere il processo fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce la questione”.

La norma si spiega con l’esigenza di tutela del valore di coerenza dei giudicati.

[40]Cass.  22 ottobre 1998, Giust. pen. 1999, III, 600;  Cass. 9 febbraio 1999 n. 3690, Cass. pen. 2000, 637.

[41] Così espressamente Cass. 23 dicembre 1998, Giust. pen. 1999, III, 599;

[42]Cass. 19 giugno 1998 n. 10205, Cass. pen. 1999, 2538

[43] Così espressamente Cass.,  21 settembre 1999 n. 12862, Cass. pen. 2001, 880.

[44] Cass.,  2 luglio 1998 n. 8479, Cass. pen. 1999, p. 1462, n. 674, con nota di SEMERARO, La sospensione della prescrizione e l'astensione dei difensori dalle udienze; Cass., 9 novembre 1998, Mancuso, ivi, 2001, p. 2704, n. 1310; Cass. 17 agosto 2001, Fantini, in Dir.giust., 2001, n. 33, p. 26 ss.

[45] Corte Cost., 22 giugno 2000, n. 233, Cass. pen. 2000, 2933 con nota di GREVI, Sui rapporti tra sospensione del corso della prescrizione e sospensione dei termini di custodia cautelare nel caso di “sciopero” dei difensori: una interpretazione non ragionevole del combinato disposto degli artt. 159 c.p. e 304 c.p.p.

[46] Cass. sez. un. 28 novembre 2001, n. 1021, Riv. pen. 2002, 358; La decisione è stata pubblicata anche su Giur. it. 2002, 2131; Cass. pen. 2002, p. 2798 con nota critica di ROMEO, L’astuzia della ragione e le Sezioni Unite; Riv. it. dir.proc. pen., 2002, f. 23, 707 con nota di BARBIERI, Astensione collettiva dalle udienze e sospensione del corso della prescrizione.

[47] Così DI BITONTO M.L., Le Sezioni unite reinterpretano il combinato disposto degli artt. 159 c.p. e 304 c.p.p.: l'astensione collettiva dei difensori dalle udienze penali sospende il corso della prescrizione, Cass. pen, 2002, f. 23, 1316;Critica la posizione delle Sezioni Unite anche ROMEO, art. cit, mentre esprime apprezzamento RUTA, Stasi del processo e sospensione della prescrizione del reato: un lodevole tentativo di arginare manovre dilatorie, Riv. it. dir. proc. Pen, 2002 f. 23, 701.

[48] Cass. sez. un. 10 dicembre 2003, n. 47289, rv. 226075.

[49] Cass. 6 aprile 2004,n. 16022.

[50] Il testo del  disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati prevedeva che la prescrizione riprendesse il suo corso dal giorno in cui era cessata la causa della sospensione, ma la previsione non teneva conto che era praticamente impossibile fissare un’ udienza allo scadere della causa di sospensione.

[51] Cass. 3-12-2007, n. 44924

[52] Cass. 3-12-2007, n.44924, rv. 237914

[53] Cass. 26-5-2005, n. 19895, rv. 231994; Cass. 27-1-1996, n. 856.

[54] Cass. 1-12-2008, n. 44609, rv. 242042

[55] Vedi per tutti le considerazioni di ANTOLISEI, Diritto penale,parte generale,1991, p. 684.

[56] Cass. 28-12-2009, n. 49647, rv. 245823

[57] Cass. 4 aprile 2005, n. 12453, rv. 231694.

[58] Ad esempio in tema di impedimento del difensore per concomitante impegno professionale  non è sufficiente che questi comunichi e documenti il concomitante impegno, ma occorre che esponga le ragioni che rendono essenziale la sua presenza altrove, chiarendo la particolare natura del diverso impegno professionale da espletare e spiegando se e perché non può ricorrere ad un sostituto in almeno uno dei due processi simultaneamente pendenti (Cass. 23 settembre 1999, n. n. 12500, Cass. pen., 2000, 2670). Inoltre il difensore ha l’onere di comunicare tempestivamente l’ impegno (Cass. 44249/2001)

[59] Sono indicati in maniera tassativa nell’art. 160 c.p..alla cui lettura si rinvia; ulteriori ipotesi di interruzione sono previste dall’ art. 61 D.Lgs. 28 agosto 2000, n. 274 sul procedimento penale dinanzi al giudice di pace che attribuisce efficacia interruttiva alla citazione a giudizio disposta dalla polizia giudiziaria ed al decreto di convocazione delle parti emesso dal giudice di pace e dall’ art.  17 D.Lgs. 10 marzo 2000 n. 74 ( Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto) secondo cui il corso della prescrizione è interrotto dal verbale di constatazione o dall’atto di accertamento delle relative violazioni.

[60] Non manca chi contesta la tassatività dell’elenco degli atti interruttivi della prescrizione ed osserva che non tutti gli atti contenuti nell’elenco di cui all’art. 160 c.p.p. sono atti processuali fondamentali, quali ad esempio la convalida del fermo e l’interrogatorio reso dal p.m. su richiesta dell’indagato.

Si è anche osservato che l’elenco di cui all’art. 160 c.p. sarebbe incompleto perché mancherebbe un atto processule fondamentale, quale l’ avviso di conclusione delle indagini preliminari ex art. 415 bis c.p.p..

Sulle cause di interruzione della prescrizione v. FERRANTE, Atti interruttivi della prescrizione e richiesta di decreto di citazione per il giudizio, Giur. Merito,1980, 104. V. più di recente l’articolo di GIOIA su www.pandettistica.blogspot.com.

Si segnala altresì l’ intervento delle Sezioni Unite (Cass. Sez. un. 5-6-2007, n. 21833) che ha nuovamente ribadito come l’avviso di conclusione delle indagini preliminari non rientri tra gli atti interruttivi della prescrizione.

[61] Si considerino ad esempio i delitti di  resistenza a pubblico ufficiale (art. 337 c.p.) ed il delitto di truffa aggravata (art. 640 cpv c.p.) tanto per riferirsi a due delitti piuttosto diffusi nella prassi.

Ebbene per questi reati vi è un termine di prescrizione ordinaria di anni sei che, può essere aumentato di un quarto ai sensi dell’art. 161, 2° comma, c.p: il termine prescrizionale massimo sarà pertanto di anni sette mesi sei, mentre sotto il previgente regime il termine prescrizionale, per effetto degli atti interruttivi, era di anni quindici.

[62] Sembra peraltro escludere tale qualità Cass. 13 febbraio 1995, n. 1485, rv. 201037.

[63] Cass. 29-5-2009, n. 22619, rv. 244204.

[64] Vedi  Cass. 29-11-2008, n. 44591, rv. 242133.

[65] Cass. 3 febbraio 1969, Cass. pen.mass, 1970, 1312; Cass. 26 gennaio 1978, ivi, 1979, 1143; Cass. 23 maggio 1973, ivi, 1974, 1128.

[66] Cass. 3 novembre 1987, Cass. pen.1989, 1223; Cass. 4 dicembre 1985, Cass. pen., 1987, 1540; in dottrina in senso conforme LATAGLIATA, Circostanze discrezionali e prescrizione del reato, Napoli, 1967; contra PISA,op. cit, pag. 82 il quale osserva  la circostanza aggravante preesisteva alla contestazione ed all’apparente verificarsi della prescrizione del reato. Nei confronti del reato considerato nella sua iniziale configurazione si era verificata una pseudo-prescrizione, non diversamente da quanto avviene in ordine ad un fatto dapprima inquadrato sotto un determinato titolo criminoso e successivamente oggetto di diversa- e più grave- qualificazione giuridica

[67] Avanza tale interpretazione BRICCHETTI R, Atti interruttivi: cambia il tetto invalicabile,Guida al diritto, n° 1 monografico, 2006, p. 77

[68] Così anche IZZO F, . SCOGNAMIGLIO P, op.cit.p.60.

[69] Per una nota critica di tale disposizione, v. FERRUA P., L’ex Cirielli rischia di crollare sull’illegittimità costituzionale , in Diritto e Giustizia, n. 46 del 17-12-2005, p. 10 .

[70] Corte Cost. , sent. 80 del 23-2-1995.

[71] La normativa previgente  si applica anche con riferimento all’art. 159 c.p. che disciplina la sospensione della prescrizione , per rinvio del dibattimento per un tempo superiore a 60 giorni  : v. Cass. III , 11.1.2006, n. 579.

[72] Corte Cost. , sent. n. 277 del  13-5-1990 .

[73] Cass. 23-10-2007, n. 39052, rv. 238193; Cass. 16-4-2007, n. 15177, rv. 236813; Prima della pronuncia della Corte Costituzionale v. Cass. 6-7-2006, n. 23617, rv. 234413; Cass. 5-10-2006, n. 33435, rv. 234367.

[74] Cass. Sez. 3^, 15 aprile 2008, n. 24330, Muscariello; Sez. 4^, 21 gennaio 2007, n. 41811, Dragutinovic.

[75] Così Cass. 7-5-2008, n. 18382, rv. 240375, rel Fidelbo.

[76] Cass. 27-1-2009, n. 3709, rv. 242561, rel. Davigo; Cass. 14-10-2008, n. 38696, rv. 241693, rel Bruno che precisa come sia irrilevante ai fini della pendenza del processo la pendenza del termine di deposito della motivazione.

[77] Cass. 18-2-2009, n. 7112, rv. 242421

[78] Cass.Sez. 6^, 20 maggio 2008, n. 27324, Borrelli; Sez. 5^, 7 novembre 2007, n. 3420, Vulpio; Sez. 6^, 21 febbraio 2003, n. 11418, Ferrari; Sez. 3^, 25 novembre 1981, n. 1779, Vergara. Si noti che la sentenza 712/2009 precisa ulteriormente come l'effetto del decreto di citazione a fungere da discrimine temporale cui agganciare la disciplina transitoria e determinare l'applicazione della nuova ovvero della vecchia disciplina in materia di prescrizione, non è collegato alla notificazione all'imputato, essendo sufficiente la sola emissione del decreto stesso, sottoscritto dal giudice, indicativa della persistenza dell'interesse punitivo dello Stato (Sez. 4^, 27 novembre 2002, n. 13320, Marrone; Sez. 1^, 22 novembre 2007, n. 2113, Russo).

[79] Cass. 10-12-2009, n. 47008, rv. 244810, rel. Ferrua.

[80] Cass. 13-12-95 n. 930 Rv. 203426; Cass. S.U. 13-7-98 n. 21 Rv. 211195; Cass. S.U. 16-12-98 n. 25 Rv. 212075.

[81] In tal senso Cass. 23-10-2007, n. 39052, rv. 238193

Share