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SU ALCUNE PROBLEMATICHE DEL PATROCINIO A SPESE PUBBLICHE NEL PROCESSO PENALE

Pubblichiamo lo schema di una relazione svolta il 18.05.2012 dal dott. Vincenzo Sgubbi in un incontro della Formazione decentrata del distretto di Venezia.

 

 

1. Premessa

In generale la materia delle spese di giustizia è poco amata dai magistrati, che la considerano arida e sono abituati a trattare discipline di solito più complesse ed affascinanti di questa. L'interesse manifestato verso corso deriva sicuramente da due ordini di ragioni: da un lato, la riconosciuta estrema rilevanza pratica della materia e, dall'altro e in maniera non meno pressante, il timore delle responsabilità di natura disciplinare o contabile che incombono su ciascuno di noi (cfr. art. 172 D.P.R. 115/2002). Quanto a quest'ultimo profilo, è innegabile che il giudice lo tema e tuttavia sarebbe avvilente se fossimo portati a liquidare con la formuletta pigra “visto l'articolo 133 codice penale" la decisione di irrogare sette o otto anni di reclusione piuttosto che tre o quattro e fossimo poi indotti a dedicare tutte le nostre energie nello spiegare perché liquidiamo € 15 in più o € 15 in meno ad un custode.

Tuttavia, l'articolo 168 del testo unico impone un obbligo di motivazione e il primo rilievo che i funzionari ministeriali hanno sollevato in sede ispettiva è proprio l'omissione di tale motivazione, che si realizza tutte le volte in cui il decreto di pagamento riporta le parole "visto si liquida". La questione è rilevante per le finanze statali ed il provvedimento così immotivato, se corrisponde all'interesse del soggetto a cui favore è stata operata la liquidazione, difficilmente verrà impugnato. Dunque, l'unica forma di controllo è quella che viene attivata dei funzionari ministeriali preoccupati soltanto, comprensibilmente, di far risparmiare allo Stato qualche spicciolo.

Dopodiché, i solerti funzionari cercano sempre l'interpretazione più favorevole alle ragioni del bilancio statale piuttosto che a quelle del magistrato cui si rivolgono, e ciò potrebbe portare per esempio questo magistrato a preferire, tra due possibili interpretazioni, quella che magari lo convince di meno in diritto ma che tutela di più l'aspettativa dello Stato a spendere il meno possibile.

Emblematico è un episodio che risale al periodo precedente l'approvazione delle tariffe professionali forensi attuali (ancora per poco: l’art. 9 d.l. 1/2012, convertito in l. 24.3.2012 n. 27, ha stabilito che le tariffe rimangano in vigore solo fino al centoventesimo giorno dall’entrata in vigore della legge di conversione, termine entro il quale dovrebbe essere emanato un apposito decreto ministeriale. Se anche esso non fosse emanato, comunque, le tariffe dovrebbero intendersi abrogate a decorrere da tale data). Come tutti ricorderanno, il decreto ministeriale del 1994 che conteneva le precedenti tariffe professionali, non distingueva nell'ambito della udienza penale tra le diverse attività che in essa venivano compiute e stabiliva un onorario minimo di L. 360.000 ed un onorario massimo di L. 1.200.000 per l'udienza dinanzi al tribunale. Erano poi previsti dei correttivi in aumento o in diminuzione per quanto riguardava le udienze dinanzi all'autorità giudiziaria superiore ovvero dinanzi alla Pretura.

Tutti ricorderanno, pure, la lunga stagione degli scioperi proclamati dalle camere penali. Accadeva in molti processi che ad un rinvio per astensione del difensore ne seguissero molti altri per la stessa causa. Per ciascuna di queste udienze, cui peraltro il difensore aveva partecipato non essendo sicuro dell'accoglimento della propria istanza di rinvio da parte del giudice, si era soliti liquidare il minimo della tariffa, che comunque corrispondeva alla non modica cifra di L. 360.000.

La Corte di Cassazione, con una sentenza isolata (Sez. IV 16.3.2005 n. 40041), si inventò che, in casi come questo, non si potesse nemmeno parlare di "udienza", e che dunque al difensore spettasse soltanto un onorario dovuto per "esame e studio" precedente ad un’udienza che non si era però tenuta. Ne derivò la contestazione a quei giudici di aver liquidato L. 360.000 per ciascuna udienza in maniera non dovuta.

Almeno questa questione è oggi risolta normativamente dal decreto ministeriale che contiene le attuali tariffe, il quale prevede, come tutti sappiamo, che sia dovuto al difensore un onorario per la mera partecipazione all'udienza, che è appunto l'onorario che va liquidato nel caso in cui l'udienza si risolve in un mero rinvio. Ora, però, la Suprema Corte ha affermato che in tali casi non va liquidato l’onorario per “esame e studio” (l’esatto contrario di quanto sosteneva nel 2005 con riferimento alle vecchie tariffe: allora si diceva che in caso di mero rinvio si liquida solo l’esame e studio, ora si sostiene che, essendovi l’apposita voce per la “partecipazione”, non va liquidato l’esame e studio dal momento che l’udienza non si è tenuta: cfr. Cass. Sez. IV 6.3.2009 n. 23889).

 

 

 

2. Tematiche rilevanti per il giudice penale nel momento in cui liquida compensi o spese a carico dell’Erario.

 

    1. Art.52 D.P.R. 115/2002 in merito alla liquidazione degli ausiliari.

Si registrano due opinioni diverse: alla tesi dell’amministrazione, sostenuta in questa sede dalla dott.ssa Rizzolo, si oppone la tesi della dott.ssa Fasolato. Quest’ultima ritiene che, nel caso in cui il perito o consulente tecnico depositi l'elaborato in ritardo rispetto al termine fissato dal magistrato, debbano essere ridotti di un terzo (a seguito della modifica introdotta con l. 69/2009: prima la riduzione era nella misura di un quarto) gli onorari previsti dalla tabella, cioè dal decreto ministeriale 30.5.2002, mentre con riferimento agli onorari a tempo (le vacazioni) l'unica sanzione prevista sia quella di non corrispondere al tecnico alcun onorario per il tempo successivo alla scadenza del termine. La tesi più rigorosa proposta dall’amministrazione, invece, ritiene che tutti gli onorari debbano essere ridotti ed in tal senso cita una circolare ministeriale datata 15.3.2006 (che, ovviamente, stabiliva la necessaria riduzione di un quarto, secondo testo normativo allora in vigore, degli onorari).

Secondo me la circolare ministeriale ha interpretato il testo di legge facendogli dire qualche cosa di più rispetto a ciò che esso dice, con il risultato di introdurre, per una pretesa esigenza di equità, un trattamento “punitivo” per quei periti o consulenti tecnici che depositano gli elaborati in ritardo e che non hanno la fortuna di vedere le loro prestazioni previste espressamente dalle tabelle.

Si dice, a sostegno di questa interpretazione, che essa ha il pregio di assicurare parità di trattamento tra i diversi protagonisti perché in tutti i casi ricollega al ritardo una decurtazione degli onorari.

Al di là della considerazione secondo la quale questa interpretazione è palesemente contraria al tenore della disposizione, forse si potrebbe anche ragionare ipotizzando … che vi sia un senso nella norma. Il perito o consulente tecnico preso in esame dall'articolo 52 è quello che, per fare un esempio, deposita l’elaborato in 90 giorni anziché nei 60 stabiliti dal giudice: ebbene, dice il legislatore che se il suo onorario è commisurato in una percentuale, per esempio, rispetto alla massa fallimentare e se attraverso tale calcolo egli ha diritto a € 3000, per avere terminato il proprio lavoro in tre mesi anziché in due avrà diritto a € 2000. Questo consulente, però, ha lavorato tre mesi e, per ciascun mese di lavoro, percepirà circa la metà rispetto a quanto avrebbe percepito se fosse stato rispettato il termine (circa 700 euro al mese anziché 1500).

Se invece il compenso è commisurato a vacazioni e, per esempio, sono stati concessi 60 giorni ed il perito ne impiega 90, il massimo che costui potrà chiedere sono 240 vacazioni (quattro al giorno per 60 giorni). Dunque, anche in questo caso, anziché percepire 4 vacazioni al giorno, per la medesima attività nel percepirà meno di tre (240 vacazioni divise per 90 giorni).

 

2.2. Liquidazione dei compensi al difensore d’ufficio dell’irreperibile e, ex art. 116 tusg, al difensore d’ufficio di soggetto non irreperibile che abbia esperito le procedure per il recupero del proprio credito.

 

2.2.1 Sulle spese per il recupero del credito, ex art. 116 TUSG, alla sentenza citata (con osservazioni critiche) nella relazione del 9.6.2006 se ne sono aggiunte altre quattro, tutte con gli stessi argomenti:

“Orbene, se queste sono le regole che disciplinano la materia, non v'è dubbio che il ricorso al procedimento finalizzato al recupero del credito professionale, non risponde ad una libera iniziativa del difensore, bensì all'esigenza di porre in essere le condizioni previste dalla legge per ottenere la liquidazione degli onorari. Esso, dunque, corrisponde all'espletamento di un'attività onerosa che la legge impone quale condizione necessaria ed indispensabile per ottenere detta liquidazione, i cui costi non possono certo gravare sul professionista al quale, diversamente opinando, si finirebbe con l'imporre un ingiusto sacrificio economico” (Cass. Sez. IV penale, 26.3.2009 n. 27473; conf. 26460/2007, 36921/2007 e 1630/2008 della stessa sezione).

In senso contrario, cioè nel senso auspicato dalla predetta relazione 9.6.2006, ve ne sono due, sempre della IV Sezione: 14441/2006 e 46741/2007. La motivazione è molto più articolata. La seconda delle pronunce citate (la prima utilizza comunque gli stessi argomenti) dice: “In tal senso, il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 116 prevede che, se il difensore d'ufficio dell'imputato dimostra di "aver esperito inutilmente" le procedure per il recupero dei crediti professionali, l'onorario e le spese al medesimo spettanti sono liquidati dal magistrato, nella misura e con le modalità previste dall'art. 82 del citato D.P.R., vale a dire nella misura e con le modalità previste dalla disciplina per il patrocinio a spese dello Stato (nello stesso senso l'art. 31 disp. att. c.p.p. stabilisce che l'attività del difensore di ufficio debba essere "in ogni caso" retribuita). Lo Stato ha, poi, diritto di ripetere nei confronti dell'imputato la somma anticipata, a meno che questi non si trovi nelle condizioni di non abbienza per essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato. Il meccanismo di cui all'art. 116 non postula, dunque, la non abbienza dell'imputato, ne' presume la sua insolvibilità (e quindi il non recupero del credito), ma consiste in un'anticipazione, da parte dello Stato, della somma liquidata dal giudice al difensore d'ufficio, somma che lo Stato stesso è tenuto a recuperare nei confronti dell'assistito. 3.2. Dimostrare di "avere inutilmente esperito le procedure per il recupero dei crediti professionali" significa dimostrare di avere fatto ciò che ragionevolmente si poteva fare per ottenere il pagamento della retribuzione.
L'espresso richiamo, contenuto nell'art. 369 bis c.p.p., alla necessità di procedere, in caso di insolvenza, ad esecuzione forzata è indicativo della volontà del legislatore di pretendere che sia offerta adeguata dimostrazione del vano (e non pretestuoso) tentativo di recupero del credito professionale per le vie ordinarie, eventuali pignoramenti compresi.
E ciò, d'altra parte, è coerente con altra esplicita previsione, quella, contenuta nell'art. 32 disp. att. c.p.p., comma 1, secondo cui le procedure intraprese per il recupero dei crediti professionali vantati dai difensori d'ufficio nei confronti degli indagati, degli imputati e dei condannati inadempienti sono esenti da bolli, imposte e spese.
3.3. Individuate le disposizioni che disciplinano la materia, si tratta, dunque, di stabilire se, nella liquidazione del compenso al difensore di ufficio che abbia dimostrato di avere inutilmente esperito le procedure per il recupero dei crediti professionali, debbano essere ricompresi anche gli onorari ed i diritti relativi alle procedure anzidette (il cui ammontare è spesso superiore a quello dei compensi liquidati o liquidabili nell'ambito del relativo procedimento penale).
Ritiene la Corte che all'interrogativo non possa essere data risposta affermativa.
3.4. Non vi è alcuna disposizione, invero, che preveda la liquidazione di detti compensi. Il riferimento "congiunto" a "onorario e spese", con cui si apre il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 116 (disposizione di carattere eccezionale come sopra si è detto: v. 3.1), ed il richiamo, quanto a misura e modalità, all'art. 82 impongono anzi di ritenere che la disciplinata liquidazione riguardi i soli onorari e spese maturati nel procedimento penale in cui il difensore ha prestato il proprio ufficio e non anche l'onorario e le "spese" relativi alle procedure esperite inutilmente per il recupero dei crediti professionali. Come già si è detto, infatti, sono esenti da "spese", a norma dell'art. 32 disp. att. c.p.p., comma 1, le procedure intraprese per il recupero dei crediti professionali.
3.5. Neppure può sostenersi che, per la mancanza della liquidazione di detti onorari, il difensore verrebbe a subire un'ingiusta decurtazione delle proprie competenze professionali o, comunque, un ingiustificato pregiudizio.
Da un lato, invero - è opportuno ribadirlo - egli non sopporta le spese indispensabili per esperire un serio tentativo di recupero del credito professionale; dall'altro, le esaminate previsioni (cui va aggiunta quella di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 117 relativa agli assistiti irreperibili) lo favoriscono, per le ragioni dette all'inizio, rispetto agli stessi difensori di fiducia, oltre che ad altri prestatori d'opera intellettuale. D'altra parte, come questa Corte ha già avuto modo di affermare (Cass. 4, 12 gennaio 2006, Rodino), il difensore d'ufficio si assume, in tali casi, al pari di qualsiasi altro difensore che intendesse recuperare il proprio credito, il rischio dei costi della procedura senza essere in grado di sapere prima se riuscirà a recuperare quanto dovutogli ed a farsi rifondere le spese anticipate.
Pur tuttavia il legislatore, con riguardo al difensore d'ufficio (e non anche al difensore di fiducia), ha inteso neutralizzare le possibili negative ripercussioni di detto rischio sull'effettività dell'attività di assistenza difensiva proprio prevedendo, con il più volte citato art. 32 disp. att. c.p.p., che le procedure intraprese per il recupero dei crediti professionali vantati dai difensori d'ufficio nei confronti degli indagati, degli imputati e dei condannati inadempienti siano esenti da bolli, imposte e spese. Ciò dimostra, tra l'altro, che il legislatore ha espressamente affrontato il problema e, di riflesso, conferma che il silenzio sugli onorari ed i diritti non è il frutto di involontaria lacuna, ma di precisa scelta normativa (forse ispirata dalla considerazione che il difensore è tecnicamente e professionalmente qualificato ad esperire in proprio le procedure recuperatorie, sicché non è costretto ad effetti e significativi esborsi pecuniari) che impedirebbe comunque (anche cioè se ci si trovasse al cospetto di norma non eccezionale) all'interprete di sostituirsi al legislatore, aggiungendo un'ulteriore disposizione. Disposizione (in ipotesi) che desterebbe perplessità anche sotto il profilo della ragionevolezza perché il compenso potrebbe lievitare a seconda del percorso recuperatorio intrapreso (si pensi, ad esempio, all'alternativa tra un procedimento per decreto d'ingiunzione ed una assai più dispendiosa causa ordinaria).
4. In conclusione, nella liquidazione del compenso al difensore d'ufficio che abbia dimostrato di avere inutilmente esperito le procedure per il recupero dei crediti professionali non devono essere ricompresi anche gli onorari e i diritti relativi alle procedure anzidette

 

2.2.2 Con riferimento alle problematiche di cui all’art. 177 TUSG, rispetto alla relazione del 9.6.2006 vanno sicuramente menzionate le seguenti ulteriori sentenze, per la rilevanza pratica degli argomenti da esse affrontati:

 

- 17011/2007: la sentenza affronta il caso del soggetto dichiarato irreperibile che divenga successivamente (prima della liquidazione del compenso al suo difensore d’ufficio) reperibile e dice che, in tal caso, si applica l’art. 116, non trovando più spazio l’art. 117. A questo punto, compito del giudice sarà quello di verificare se il difensore abbia posto in essere le attività previste dal citato art. 116, dovendo in caso contrario negare, allo stato degli atti, la liquidazione. Pertanto, anche al fine di non incorrere in responsabilità, è opportuno non liquidare il difensore, una volta pronunciata la sentenza, sulla base del decreto di irreperibilità emesso in precedenza, dal momento che tale decreto ha perso efficacia proprio con la pronuncia della sentenza. Meglio, dunque, aspettare l’esito delle ricerche necessarie al fine di notificare, previo nuovo decreto di irreperibilità, l’estratto contumaciale. A quel punto, se sarà stato emesso un nuovo decreto di irreperibilità, si procederà ex art. 117 TUSG; in caso contrario, ex art. 116 TUSG con i conseguenti maggiori oneri a carico dell’Avvocato.

 

- 28142/2007: sentenza importante perché supera i problemi connessi all’elezione di domicilio. Prima si diceva, da parte della Suprema Corte, che se l’imputato elegge domicilio presso il proprio avvocato (sent. 32284/2003, ric. Lanni), l’avvocato medesimo non poteva ottenere la liquidazione ex art. 117 TUSG, ma aveva in ogni caso l’onere di attivare le procedure di cui all’art. 116. Perciò gli avvocati rifiutavano sempre (accade spesso anche oggi, per la verità) l’elezione di domicilio. Ora la Suprema Corte ha ritenuto, condivisibilmente, che il soggetto senza fissa dimora sia irreperibile di fatto comunque, a prescindere dal fatto che abbia eletto domicilio presso un avvocato che non ha alcuna concreta possibilità di mettersi in contatto con lui;

 

- a partire dalla sentenza n. 10367/2004 (con la sola eccezione delle sentenze nn. 32284/2003 e 48217/2004) la Suprema Corte ha ritenuto che il latitante sia equiparato all’ “irreperibile” ai fini di cui all’art. 117 TUSG, trattandosi di soggetto “irreperibile di fatto”, sicché la soluzione può oggi dirsi pacifica.

 

3. Specifici quesiti posti dai partecipanti al corso

 

3.1. Quesito di un avvocato al quale il giudice ha negato la liquidazione ex art. 117 TUSG perché il cliente non si trovava nelle condizioni di essere ammesso al patrocinio a spese dello Stato in quanto (art. 91) imputato di reati tributari.

La mia opinione è che il provvedimento non sia condivisibile: gli artt. 116 e 117 rinviano all’art. 82 solo quanto alle modalità di liquidazione dei compensi. L’imputato non può essere, in tali casi, ammesso al patrocinio pubblico (e ciò ex art. 91 TUSG), cioè lo Stato non può accollarsi la spesa a favore di chi è accusato di aver sottratto denaro allo Stato medesimo. Nel caso sottoposto ad esame, invece, si tratta solo di tutelare il credito del difensore (nello stesso modo in cui lo si tutela in tutti i processi), secondo le regole degli artt. 116 e 117 ed alle condizioni già viste. In questo come in tutti gli altri casi, lo Stato dovrà recuperare le spese a carico dell’imputato (cosa che, ovviamente, non avviene nel patrocinio a spese dello Stato) e dunque si tratta soltanto di un’ “anticipazione”.

 

3.2. Quesito di una collega: come si liquidano i ct di parte di imputati ammessi al patrocinio pubblico? Si liquidano secondo gli ordinari criteri previsti dal d.m. 30.5.2002, perché non è previsto dal’art. 82 (che in questo ripete quanto indicato nella l. 217/1990) un criterio di riduzione degli onorari.

 

4. Esame di una recente sentenza della Suprema Corte, che ha affrontato il problema della condanna dell’imputato al rimborso delle spese legali in favore della parte civile ammessa al patrocinio a spese dello Stato

 

Si tratta della sentenza della Sesta sezione, pronunciata in data 8.11.2011 nel procedimento n. 11127/11 rg (pres. Milo ed est. Citterio).

La fattispecie all’esame della Corte di legittimità è quella del processo penale nel quale la parte civile sia stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato e l’imputato sia stato condannato anche alla rifusione delle spese di difesa sostenute dalla medesima parte civile.

Tale fattispecie apparentemente vede il contrasto tra due discipline.

Infatti, il primo comma dell’art. 541 c.p.p. prevede che con la sentenza che accoglie la domanda di restituzione o di risarcimento del danno, il giudice condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile, salvo che ritenga di disporne, per giusti motivi (dizione che ricalca quella di cui all'articolo 92 secondo comma del codice di procedura civile precedente la riforma di cui alla legge 69 del 2009: oggi occorrono "gravi ed eccezionali ragioni", al di là del caso della soccombenza reciproca), la compensazione totale o parziale. La quantificazione di tali spese avviene secondo le norme ed i criteri generali della tariffa professionale penale (e vale la pena ricordare che, secondo l’art. 2 della l. 248/2006, l’A.G. era comunque vincolata al rispetto quantomeno delle tariffe minime: ora con la normativa sulle c.d. liberalizzazioni è previsto, di qui a poche settimane, il definitivo tramonto delle tariffe).

La disciplina del patrocinio a spese dello Stato prevede invece (e qui insorge l’apparente contrasto con il c.p.p.) che il compenso al difensore della parte ammessa sia liquidato dal giudice che ha proceduto con apposito decreto di pagamento (art. 82.1 t.u.s.g.), al termine di ciascuna fase o grado del processo (art. 83.2). La quantificazione del compenso avviene sempre con l’osservanza delle tariffe professionali, ma incontra il limite indefettibile del valore medio delle singole voci (art. 82.1).

Quando appunto ammessa al patrocinio a spese pubbliche è la parte civile, l’art. 110.3 t.u.s.g. prescrive che ‘con la sentenza che accoglie la domanda di restituzione o di risarcimento del danno il magistrato, se condanna l’imputato non ammesso al beneficio al pagamento delle spese in favore della parte civile ammessa al beneficio, ne dispone il pagamento in favore dello Stato’.

E’ evidente pertanto che in questo tipo di fattispecie vi è la sovrapposizione di tre ‘relazioni’: quella tra l’imputato e la parte civile, quella tra l’imputato e lo Stato, quella tra lo Stato e la parte civile.

 

Il quesito che la Corte ha dovuto risolvere, e lo ha fatto dandogli risposta affermativa in contrasto con il precedente orientamento, era dunque se la somma che il giudice con la sentenza deve porre a carico dell’imputato per la rifusione delle spese di difesa sostenute dalla parte civile vincitrice, ma che vedono come destinatario lo Stato e non la parte privata, debba o meno coincidere con quella, a carico dello Stato, che lo stesso giudice deve liquidare al difensore della parte civile, con il decreto ex art. 82 t.u.s.g..

La Corte affronta gli argomenti a sostegno della tesi “negativa” sinora sostenuta, tesi che presuppone l’indipendenza delle “relazioni” prima indicate ed in particolare della relazione Stato-parte civile rispetto alla relazione imputato-Stato, sulla base della considerazione che, diversamente opinando, l’imputato beneficerebbe paradossalmente proprio della non abbienza della persona che ha danneggiato, trovandosi a rimborsare spese legali che, in ragione del limite quantitativo imposto dall’art. 82 t.u.s.g., sarebbero senz’altro inferiori a quelle da lui dovute se il danneggiato fosse abbiente e, quindi, fossero state liquidate senza il limite del valore medio delle voci tariffarie. Questo rilievo, però, dice la Corte, presuppone che si attribuisca alla rifusione delle spese di lite tra le parti un contenuto in qualche modo anche ‘sanzionatorio’, il che è “improprio”, in quanto presupposto e finalità della rifusione delle spese di lite sono il rendere appunto indenne la controparte delle spese effettivamente sostenute in ragione del processo, ma solo di quelle (esulando del tutto alcuna finalità ‘punitiva’ del tipo di quella ora prevista –proprio a seguito della già ricordata l. 69/2009- dall’ultimo comma dell’art. 96 cpc).

Va piuttosto osservato che la tesi dell’indipendenza tra queste relazioni può portare ad un ingiustificato arricchimento dello Stato, che può facilmente trovarsi a rimborsare al difensore della parte civile un onorario commisurato al valore medio avendo però ricevuto dall'imputato una somma superiore, liquidata dal giudice senza tale limite.

Dunque, osserva la Corte, la normativa di cui all’art. 110 dPR 115/2002 è normativa successiva, speciale e specifica rispetto a quella dell’art. 541 c.p.p.. Quando, come nel caso che qui interessa, e cioè quello in cui l’imputato venga condannato al rimborso delle spese legali in favore della parte civile e la parte civile sia stata messa al patrocinio a spese dello Stato, opera solo l'articolo 110. È questo il caso in cui la relazione imputato-parte civile non esiste: il meccanismo disegnato dall'articolo 541 c.p.p. viene spezzato dal momento che la condanna va pronunciata nei confronti dell'imputato a favore dello Stato. La giurisprudenza precedente, che parlava invece di autonomia delle due norme, non tenere in considerazione il fatto che il rapporto imputato-parte civile, quanto alla rifusione delle spese, ha una sua autonomia (ai sensi dell’art. 541 c.p.p.) rispetto all’altro (Stato/difensore della parte civile ammessa) solo nel caso in cui il giudice compensi le spese e nel caso, ovviamente, in cui l’imputato venga assolto. Quando invece la sentenza penale contiene il riconoscimento della responsabilità dell’imputato anche ai fini civili e la sua condanna alla rifusione delle spese legali, tale autonomia vien meno, trovando applicazione esclusivamente la disciplina di cui all’art. 110 sicché condannare l'imputato alla rifusione delle spese nei confronti della parte civile rappresenta un errore di diritto: la condanna deve essere pronunciata a favore dello Stato ed il principio di diritto affermato dalla sentenza è il seguente: quando il giudice del processo penale condanna l’imputato alla rifusione integrale delle spese legali sostenute dalla parte civile, ammessa al beneficio del patrocinio a spese pubbliche, la somma che l’imputato deve rifondere in favore dello Stato deve coincidere con quella che lo Stato liquida al difensore; essa va pertanto subito determinata secondo i parametri di cui all’art. 82 dPR 115/2002. Ed ancora: “quando il giudice del processo penale condanna l’imputato alla rifusione integrale delle spese legali sostenute dalla parte civile, ammessa al beneficio del patrocinio a spese pubbliche, nel dispositivo deve contestualmente sia disporre che il pagamento avvenga in favore dello Stato che procedere alla liquidazione in favore del difensore”.

 

Quest’ultima affermazione della Corte, circa l’unicità del provvedimento di liquidazione, smentisce uno dei rilievi che sono stati mossi dagli Ispettori ministeriali, allorché hanno criticato la prassi di alcuni magistrati di liquidare i compensi al difensore di persona ammessa al patrocinio pubblico nella sentenza stessa anziché in separato decreto: il rilievo degli ispettori muoveva dalla circostanza che, così facendo, il giudice confischerebbe al difensore il diritto a proporre opposizione nei confronti del decreto di pagamento, ex art. 170 TUSG, dal momento che tale decreto non esiste e dunque l’impugnazione potrebbe essere proposta solo avverso la sentenza. A prescindere dall’esattezza dei rilievi ministeriali, il caso sottoposto alla Corte di Cassazione è stato risolto proprio nel senso della necessaria unicità del provvedimento (di condanna dell’imputato e di liquidazione dei compensi al difensore della parte civile).

 

5. Altri aspetti sui quali porre attenzione.

 

5.1. Nel liquidare gli ausiliari, attenersi rigorosamente ai criteri previsti dal d.m. 30.5.2002. Laddove il decreto ministeriale preveda la prestazione dell’ausiliario, non è possibile -per adeguare il compenso ad un livello minimo accettabile che non allontani i migliori professionisti dalle nostre aule giudiziarie- ricorrere al criterio della liquidazione “a vacazioni” di cui all’art. 4 l. 319/1980, criterio cui si può ricorrere solo laddove la prestazione fornita non sia, in tutto o in parte, prevista dal decreto ministeriale. Peraltro, occorre fornire sempre una motivazione adeguata laddove, come spesso accade proprio per adeguare i compensi, si ricorra all’aumento degli onorari (raddoppio delle vacazioni, per esempio per gli interpreti, ovvero aumento ex art. 52 I co. TUSG, per “eccezionale importanza, complessità e difficoltà” della prestazione).

 

5.2. Ricordare sempre di provvedere sulle spese. Per fare due esempi relativi a casi piuttosto frequenti: 1) nelle sentenze di applicazione di pena inferiore ai due anni di reclusione è previsto l’esonero dell’imputato dal pagamento delle spese, ex art. 445 c.p.p.. Ciò porta il giudice a non preoccuparsi, normalmente, di tale aspetto quando pronuncia sentenza ex art. 444 e ss. c.p.p.. Tuttavia, va ricordato che la condanna alle spese è espressamente prevista allorché la pena applicata superi i due anni di reclusione (art. 445 I co. c.p.p.); 2) l’art. 204 TUSG prevede che “Nel caso di sentenza e di decreto ai sensi degli articoli 445 e 460 del codice di procedura penale si procede al recupero delle spese per la custodia dei beni sequestrati e delle spese di mantenimento dei detenuti” e dunque di tali spese occorre far menzione nel dispositivo.

Infatti, se le nostre cancellerie prestavano sino ad oggi attenzione a questi aspetti e, allorché rilevavano casi di omessa pronuncia sulle spese, sottoponevano il fascicolo al giudice che vi poneva rimedio con la procedura di correzione di errori materiali (art. 130 c.p.p.), da oggi in poi ad occuparsi di tali aspetti sarà Equitalia, struttura esterna all’ufficio del Giudice, che verosimilmente recupererà solo quanto espressamente previsto, senza informare il Giudice delle eventuali omissioni.

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