Get Adobe Flash player
La riforma dell'ordinamento giudiziario tra necessità di efficienza e minacce all'indipendenza di SERGIO CHIARLONI Nuova pagina 1

La riforma dell'ordinamento giudiziario tra necessità di efficienza e
minacce all'indipendenza

di SERGIO CHIARLONI

1.-Se guardiamo all'amministrazione della giustizia come ad un servizio
che lo Stato rende ai cittadini, né più e né meno di un qualsiasi altro
importante servizio pubblico, come ad esempio quello sanitario e quello
educativo, ci rendiamo subito conto che essa si trova in uno stato di
gravissima crisi di efficienza, dal punto di vista di un indicatore
importante (ma certamente non esclusivo) e cioè la durata dei processi.
Anche se negli ultimi tempi si va assistendo ad un leggero
miglioramento quanto meno per le durate e gli arretrati dei processi
civili, grazie alla recente introduzione del giudice unico di primo
grado, non si può fare a meno di riconoscere che quasi quattro anni in
media per avere una sentenza di tribunale in primo grado e oltre sette
percorrendo i gradi d'impugnazione rappresentano la concretizzazione
storica del noto aforisma di Jeremia Bentham: justice delayed is
justice denied.
Il problema è ormai passato dai convegni e dalle analisi di esperti e
operatori alle pagine dei quotidiani. Da molti mesi si assiste ad
un'intensa campagna mediatica rivolta a sensibilizzare i lettori
sull'urgenza di una riforma legislativa capace di porre rimedio alla
situazione.
Ma qui si assiste ad una curiosa distorsione.
Gli interventi veramente necessari riguardano oggi, dopo l'introduzione
del giudice unico, le riforme organizzative e, soprattutto per il
processo penale, la razionalizzazione delle discipline processuali.
Invece di queste cose, forse anche per il tecnicismo che le connota, si
parla poco.
L'attenzione è concentrata sulla magistratura e sulla necessità di
modificarne l'assetto. Argomento che certamente si vende molto meglio,
grazie alla polemiche da parte di alcuni settori del ceto politico, a
volte feroci e spesso interessate che hanno avuto a bersaglio giudici e
pubblici ministeri fin dai tempi di Mani Pulite.
Ora, intervenire sull'ordinamento giudiziario è certamente opportuno
allo scopo di rimediare alcune insufficienze di una disciplina che
nella sua formulazione organica è vecchia di oltre mezzo secolo e ha
dato non buona prova in alcune sue modifiche intermedie. Ma altrettanto
certamente si tratta d'interventi inessenziali, per non dire
ininfluenti, al fine di risolvere il problema all'ordine del giorno,
garantire la durata ragionevole dei processi.
Invece, soltanto di ordinamento giudiziario si scrive, e per di più in
una stupefacente confusione di idee. Intellettuali prestigiosi si
esercitano in operazioni di ingegneria istituzionale che sarebbe troppo
generoso definire azzardate. Qualcuno è arrivato addirittura a proporre
di ispirarsi al sistema inglese e di reclutare i giudici come in
Inghilterra tra gli avvocati di prestigio. Senza minimamente
preoccuparsi né degli ostacoli costituzionali né soprattutto delle
enormi differenze tra i sistemi dei due Paesi che rende totalmente
improponibile, vorrei dire ridicola, un'ipotesi di questo tipo.
Ma non solo si parla poco sui giornali di ciò che davvero bisogna fare
per rimediare alla crisi dell'amministrazione della giustizia. Poco si
agisce in un Parlamento che, paradossalmente, di giustizia si è
occupato molto, anzi secondo alcuni osservatori anche troppo.
Addirittura, succede che siano all'ordine del giorno proposte di
riforma che, se approvate, provocherebbero la definitiva paralisi del
processo penale. Basti pensare al noto progetto 1225 (progetto Anedda)
che contiene, oltre ad alcune disposizioni ispirate ad un vuoto
formalismo garantistico buono per l'imputato che voglia sottrarsi al
processo piuttosto che per l'imputato che intenda difendersi nel
processo, un'irragionevole estensione a reati minori della competenza
della Corte d'Assise.
Abbiamo insomma un quadro generale, che chiamerei di corto circuito
comunicativo, in quanto, dietro il giusto allarme per la crisi
nell'amministrazione della giustizia, si nasconde una precisa
operazione in corso, che, a dir le cose con il loro nome, consiste in
una resa dei conti del potere politico con la magistratura, ultimamente
costretta a reazioni clamorose, come quelle che si sono viste alle
inaugurazioni dell'anno giudiziario e che sono culminate nello sciopero
del 20 giugno non solo contro le proposte di riforma del governo ma
anche in reazione agli attacchi di vario genere cui la magistratura è
sottoposta, inauditi in qualsiasi democrazia liberale. Basti ricordare
l'incredibile mozione approvata dal Senato della Repubblica il 5
dicembre scorso, che in un atto d'indirizzo politico criticava
violentemente alcuni provvedimenti giudiziari di processi in corso,
cosa mai vista nella storia costituzionale italiana, che determinava la
reazione molto preoccupata di quasi trecento professori universitari di
diritto, condivisa dal Commissario delle Nazioni Unite, inviato in
Italia per stendere un rapporto sui contrasti tra potere politico e
ordine giudiziario.
2.-E' in questo quadro che occorre collocare, ai fini di un'esatta
comprensione degli scopi che persegue, il disegno di legge delega per
la riforma dell'ordinamento giudiziario presentato dal ministro della
giustizia, approvato dal governo e assegnato alla commissione giustizia
in sede referente, che ha già tenuto alcune sedute per discuterlo,
l'ultima il 12 giugno, senza che il governo abbia presentato alcun
emendamento, malgrado la disponibilità proclamata dal ministro in sede
di discussione al c.d. tavolo tecnico istituito tra ministero e ANM.
Mi è stato assegnato il compito di trattare tre aspetti tra i più
significativi di questo progetto e cioè le modifiche delle regole per
il reclutamento, l'istituzione della scuola di formazione permanente
per magistrati e le modifiche alla carriera, con la previsione di un
concorso per l'accesso alle funzioni di legittimità presso la corte di
cassazione.
Sulla base di questa semplice elencazione non è possibile,
naturalmente, comprendere le ragioni per cui proprio sui tre aspetti
elencati si sono appuntate le critiche più decise della magistratura
associata, oltre che di settori importanti della società civile.
Perbacco, viene da esclamare (ed esclamano coloro che vedono
positivamente il progetto): il reclutamento com'è adesso concepito e
che consiste essenzialmente nel colpo di fortuna di venir promossi a
scritti cui partecipano migliaia di candidati non è certamente un buon
modo di selezionare i futuri magistrati; la scuola per la formazione
permanente è un'esigenza sentita da tempo e da tempo prevista in altri
Paesi europei come la Francia; l'introduzione di controlli sulla
carriera al posto delle promozioni semi automatiche nel sistema a ruoli
aperti è indispensabile per scegliere i giudici migliori ai posti di
maggiore responsabilità.
Tutte queste sono affermazioni condivisibili e da me condivise. Ma
oltremodo precipitosa e superficiale sarebbe la conclusione che
l'opposizione della magistratura è dovuta a riflessi di autotutela
corporativa e non invece alla difesa della sua posizione costituzionale
nell'equilibrio tra i poteri dello stato.
Per rendersene conto occorrerà scendere pazientemente all'analisi dei
particolari, perché è nei particolari che si nasconde l'insidia.
Ma prima di tutto va ricordato che la nostra carta fondamentale, sotto
quest'aspetto più avanzata delle altre Costituzioni europee, riconosce
all'ordine giudiziario sia l'indipendenza esterna ("La magistratura
costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere",
art. 104, comma 1°) che l'indipendenza interna ("Il giudice è soggetto
soltanto alla legge", art. 101 comma 2°; "I magistrati si distinguono
fra loro soltanto per diversità di funzioni", art. 107, comma 3°).
Orbene, sono convinto che quest'indipendenza sia una garanzia
irrinunciabile in un Paese come il nostro, che si è dato ottime
istituzioni democratiche, ma in cui le prassi raramente sono
all'altezza, il trasformismo è endemico, il livello della corruzione
elevato[1], la criminalità organizzata riesce a controllare flussi
importanti di denaro pubblico grazie a complicità con il potere
politico e le burocrazie amministrative almeno a livello locale, la
libera competizione sul mercato, con i vantaggi che ne deriverebbero
automaticamente ai consumatori, è tuttora ostacolata dalla presenza
dominante di intese monopolistiche e oligopolistiche.
Sono queste particolarità della situazione italiana, per alcuni aspetti
non condivise dalle altre democrazie europee, nelle quali sovente, per
fare un solo esempio, il pubblico ministero è sotto il controllo
dell'esecutivo, che giustificano la convinzione che il paragone con
queste ultime non è proponibile. In Italia l'indipendenza della
magistratura in tutte le sue componenti va difesa con assoluto rigore,
come un principio costituzionale posto a presidio dei cittadini prima
che dei giudici: sono infatti soprattutto i cittadini che hanno
necessità di un contropotere autonomo e quindi capace di esercitare il
controllo di legalità al fine di contenere i gravi fattori distorsivi
appena elencati entro livelli sopportabili da un sistema che voglia
continuare a definirsi liberaldemocratico. In altre parole, l'esercizio
rigoroso del controllo di legalità, da esercitare nei confronti di
tutti, e quindi anche dei potenti, in applicazione del principio
costituzionale di uguaglianza rappresenta, accanto all'indice
quantitativo di efficienza costituito dalla ragionevolezza delle durate
processuali, un non meno fondamentale indice qualititativo, se si
vogliono mantenere saldi i livelli di libertà nel nostro Paese e
preservarlo dalla decadenza, anche economica.
3.-In un recente libro di due studiosi appartenenti ad una scuola che
si è sviluppata nell'alveo di un istituto di ricerca generalmente
piuttosto severo sia nei confronti dell'espansione del potere
giudiziario in generale, sia della magistratura italiana per quanto
riguarda l'efficienza del servizio reso e il controllo di virtù
esercitato sul ceto politico troviamo un'affermazione interessante,
perché, data la fonte non è in nessun modo sospettabile di parzialità a
favore dell'oggetto delle proprie indagini.
Con riferimento all'assetto della magistratura nei regimi autoritari
spagnolo e portoghese, sopravvissuti alla seconda guerra mondiale,
troviamo scritto nel libro: "L'assetto della magistratura in questi
regimi non si discostava molto da quello dell'Italia fascista. In tutti
questi regimi, infatti, pur con qualche variazione, la magistratura
gode di alcune, limitate garanzie di indipendenza. Infatti, di solito
il regime si limita a influenzare la nomina dei magistrati di grado più
elevato cui poi affida la gestione del corpo"[2] (corsivo mio).
Ebbene, appena entriamo ad esaminare i particolari del disegno di legge
delega per la riforma dell'ordinamento giudiziario, vediamo per
l'appunto che il ministro di giustizia si propone di influenzare la
nomina dei magistrati di grado più elevato, per affidare ad essi la
gestione del corpo.
Procediamo con ordine, cominciando dall'accesso in cassazione.
In proposito occorre sgombrare il campo da un equivoco comune tra i non
addetti ai lavori, ma superficialmente alimentato da alcuni studiosi,
in ordine all'assetto attuale che prevede la promozione a ruoli aperti.
Bisogna distinguere tra accesso al grado e accesso alle funzioni. Per
quanto riguarda l'accesso al grado è vero che le promozioni avvengono
esclusivamente per anzianità, in quanto il controllo che dovrebbe
operare al riguardo il CSM è sostanzialmente inesistente. Ma,
francamente, la cosa non è per me motivo di grande scandalo. Che tutti
i magistrati, ottenuta una certa anzianità accedano al grado
di "consiglieri di cassazione" sta semplicemente a significare che gli
aumenti di stipendio si ottengono tramite una carriera attraverso i
gradi, diciamolo pure, quasi per niente controllata. Certo, sarebbe
opportuno invece controllarla attraverso vagli di professionalità e
soprattutto di operosità che oggi mancano, soprattutto a causa
dell'indulgenza sistematica dei consigli giudiziari nell'attribuzione
delle qualifiche. Ma il rimedio proposto in sede parlamentare da un
progetto di Forza Italia a firma dell'on. Vitali sarebbe peggiore del
male: si propone di sostituire all'attuale sistema di promozioni a
ruoli aperti un sistema il quale prevede che le promozioni non possano
eccedere il numero delle vacanze che si determinano annualmente a
livello delle giurisdizioni superiori. L'idea che a prima vista sembra
razionale (lo stesso si fa all'Università, dove però gli organici sono
mobili e non rigidamente prefissati come in magistratura) pare a me
possibile fonte di guasti in magistratura, date le peculiarità
dell'attività giurisdizionale, dove a ben guardare le funzioni più
delicate e di maggiore impatto sulla vita dei cittadini sono quelle di
merito in primo grado. La costrizione a mutare di funzioni per avanzare
in carriera desta perplessità notevoli. Non sembra infatti opportuno un
sistema che tende a svuotare i Tribunali degli elementi migliori, che
magari preferirebbero per scelta culturale e attitudini professionali
lavorare in primo grado invece che nei gradi di impugnazione.
Comunque, altra cosa rispetto all'accesso al grado e ai connessi
vantaggi economici è l'accesso alle funzioni e in particolare alle
funzioni di cassazione. Qui i posti sono ovviamente limitati
dall'organico, le domande superiori ai posti disponibili e il controllo
da parte dell'organo d'autogoverno per l'attribuzione delle funzioni e
ultimamente diventato abbastanza stringente, da quando cioè il criterio
dell'anzianità è stato collocato in sottordine, una volta raggiunto il
plafond di un certo numero di anni (5) trascorsi nel grado. Tanto è
vero che non credo ci si possa oggi lamentare della qualità media dei
componenti della nostra corte suprema, anche se sarebbe forse opportuno
rendere irrilevante il criterio dell'anzianità e ancora più stringente
il controllo di merito, introducendo criteri oggettivi di selezione.
Aggiungo che può anche darsi che la distribuzione dei posti vacanti ad
opera del CSM sia influenzata in parte dall'appartenenza all'una o
all'altra componente della Associazione Nazionale Magistrati, come
viene da alcuni deplorato. Ma anche qui non ci vedo niente di male.
Tutto al contrario, poiché l'appartenenza all'una o all'altra corrente
è determinata da diverse scelte di valori della giurisdizione, ne
consegue il quadro di una dialettica feconda all'interno della Corte
suprema, che può risultare utilissima nell'elaborazione del diritto
vivente.
Il progetto Castelli, anziché limitarsi agli opportuni aggiustamenti,
si propone di modificare radicalmente l'assetto vigente introducendo un
doppio filtro: i magistrati con dieci anni di anzianità nella
giurisdizione di merito potranno accedere grazie ad un concorso per
titoli ed esami riservato alla metà dei posti che si rendono
disponibili (art. 2, comma 1° lett b) del dld, che lascia ampio spazio
ai decreti delegati quanto alla scelta della Commissione esaminatrice
(ci vorrà il concerto del Ministro? I magistrati ordinari con almeno
venti anni di esercizio nelle funzioni dovranno essere magistrati con
funzioni di legittimità?). Accanto ai giudici di cassazione ragazzini -
potranno avere meno di quarant'anni e magari voler accedere
anticipatamente alla cassazione non per una vocazione di puri giuristi,
ma perché attratti dai nuovi poteri che il disegno attribuisce alla
corte suprema in materia di gestione delle carriere dei giudici di
merito- rimane per l'altra metà dei posti disponibili il vecchio
sistema, ma profondamente innovato dal disegno di legge che costituisce
la seconda parte del progetto del Ministro. L'art 10 del disegno
prevede infatti una c.d. Commissione speciale per le funzioni di
legittimità, composta di cinque persone (tre che esercitano funzioni di
legittimità e due professori universitari di prima fascia) e nominata
dal CSM, ma su una rosa proposta dal Ministro della giustizia.
Orbene, sembra a me innegabile che con questo progetto il potere
esecutivo si propone lo scopo di influire direttamente sulla scelta dei
magistrati di grado più elevato, secondo la formula di Ranieri e
Pederzoli più sopra ricordata nel descrivere l'atteggiamento di alcuni
regimi autoritari nei confronti della magistratura. Non altrimenti è
interpretabile la pretesa del Ministro di influire sulla scelta della
Commissione, oltre che la vaghezza del dld in ordine alla disciplina
della nomina della Commissione di concorso per il conferimento
anticipato delle funzioni di legittimità che lascia aperto anche qui il
campo per una qualche forma di concerto con il Ministro.
Ma vi è da aggiungere che anche se venisse messo da parte,
nell'ulteriore prosieguo dell' iter parlamentare, l'incongruo controllo
del ministro sull'accesso in cassazione, molto probabilmente
incostituzionale alla luce delle norme di garanzia dell'indipendenza,
non per questo cesserebbero le perplessità. Rimarrebbe un sistema
d'accesso alle giurisdizioni superiori che si avvale della cooptazione
sia con il concorso anticipato, sia con la nuova regolamentazione per
l'attribuzione delle funzioni di legittimità all'esito della carriera.
Se guardiamo al presente come storia, si tratta di una riforma che non
guarda affatto in avanti, facendo tesoro delle esperienze accumulate e
delle necessità di miglioramento che sono emerse. Tutto al contrario,
si tratta di una riforma che guarda molto all'indietro, agli anni
sessanta dello scorso secolo, senza minimamente tener conto delle
ragioni che avevano indotto il Parlamento, con un lento processo di
sostanziale adeguamento alla Costituzione, ad abolire il vecchio
sistema di selezione per l'accesso alla corte suprema basato su
concorsi e scrutini a base cooptativa, in un quadro oltretutto di
separazione funzionale anche dal punto di vista associativo tra
magistrati di cassazione e magistrati di merito: un sistema, che aveva
indotto gravi storture anche sul piano dell'efficienza inducendo la
diffusione di uno stile delle sentenze -utilizzate come titoli per le
promozioni- che le faceva assomigliare più a manifestazioni
monografiche del pensiero di un libero giurista che a un atto motivato
di autorità.
Per quanto riguarda poi il concorso anticipato per la metà dei posti
disponibili che istituisce una doppia filiera per l'accesso in
cassazione va ricordato che un concorso anticipato rispetto agli
scrutini era già previsto in passato (solo per un decimo dei posti
disponibili e riservato ai consiglieri di appello con almeno tre anni
di anzianità) e non aveva dato buona prova, tanto che fu abolito dalla
legge 831 del 73 a partire dal quarto anno successivo alla sua entrata
in vigore.
Non voglio sostenere con questo che non sia pensabile una qualche nuova
modalità di selezione per l'accesso in cassazione in grado di
migliorare lo stato esistente delle cose, che tuttavia, lo ribadisco,
non mi pare così insoddisfacente come da alcuni si pretende. Ma il
compito va comunque attribuito all'organo di autogoverno, magari
tramite un'apposita commissione che si avvalga di strumenti diversi o
almeno ulteriori rispetto alla valutazione delle sentenze considerate
come titoli scientifici. Per esempio, il tasso di impugnazioni di
legittimità accolte contro i provvedimenti, la produttività dimostrata
(in cassazione c'è molto lavoro da smaltire), la valutazione
complessiva dell'operato in sede di merito risultante da pareri
consultivi forniti dall'interfaccia degli utenti del servizio
giustizia, così da responsabilizzare anche il ceto forense nella sua
valutazione, senza necessità di farli entrare con poteri deliberativi
nei consigli giudiziari.
4.-L'assetto dato nel disegno del ministro alla scuola
della magistratura invera la seconda parte della formula di Guarnieri e
Pederzoli. Una volta controllato sia pure indirettamente l'accesso in
cassazione così da trasformarla nel tempo in un organo autocostituito
secondo criteri di cooptazione fortemente influenzata dal potere
esecutivo, il disegno affida alla Corte suprema la gestione del corpo
attribuendole il potere di incidere sugli sviluppi di carriera di ogni
singolo magistrato, determinando così con largo anticipo i quadri
dirigenti della futura magistratura.
Ed invero, l'art. 3 lettera a) del dld prevede l'istituzione di una
Scuola della Magistratura presso la Corte di cassazione "preposta alle
attività.di aggiornamento professionale dei magistrati.. anche ai fini
della progressione in carriera" (corsivo mio). La scuola, finanziata
dal Ministero di giustizia, dovrebbe essere diretta da un Comitato
direttivo composto da due magistrati di cassazione scelti dal Primo
Presidente della Corte e da tre avvocati e/o magistrati con almeno
vent'anni di anzianità nominati dal CSM di concerto con il Ministro
della giustizia." (corsivo mio) Lo stesso articolo 3 lettera g)
prevede che al termine del corso frequentato alla scuola
sia "rilasciato un parere che contenga elementi di verifica
attitudinale, da inserire nel fascicolo personale del magistrato, al
fine di costituire elemento per le valutazioni operate dal CSM
concernenti la progressione in carriera dei magistrati, nonché i
tramutamenti e i conferimenti di incarichi direttivi e semidirettivi".
Come si vede, attraverso la Scuola la Corte di cassazione, accanto alla
funzione di giudice delle sentenze assume anche quella di giudice dei
giudici di merito. Il che avviene in ultima istanza per conto
dell'esecutivo, che oltre ad influenzare come abbiamo visto l'accesso
alla cassazione mette mano anche sulla scuola grazie al concerto per la
nomina della maggioranza dei componenti il Comitato direttivo.
Il tutto avviene in un contesto in cui la scuola del CSM, che, grazie
ad una quasi ventennale esperienza di partecipazione posso dire
funziona egregiamente, sta ulteriormente migliorando grazie ai nuovi
corsi di formazione decentrata e alle modalità di didattica attiva
introdotte ormai da qualche anno. Su di essa è opportuno intervenire
per modifiche che istituzionalizzino il tirocinio per aspiranti
magistrati secondo la linea abbozzata più sotto e, con riferimento alla
formazione permanente. riescano ad ovviare ad alcuni inconvenienti, il
principale dei quali a mio giudizio risiede nel fatto che ai corsi e
convegni di studio partecipano con entusiasmo i magistrati migliori e
cioè quelli che hanno minor necessità di formazione.

5.-Per chiudere, qualche parola sulle modifiche proposte per il
reclutamento dei magistrati. E' verissimo che l'attuale sistema deve
venire abbandonato al più presto. La legittimazione di un qualsiasi
laureato in giurisprudenza a tentare un concorso basato prima su quiz
e poi su temi scritti comporta gravissimi inconvenienti, a cominciare
dal numero troppo elevato di candidati ed a finire con la casualità che
inficia la selezione dei promossi per effetto dell'imponderabilità dei
molti fattori da cui dipende.
E' verissimo che l'attuale sistema deve venire abbandonato al più
presto. La legittimazione di un qualsiasi laureato in giurisprudenza a
tentare un concorso basato prima su quiz e poi su temi scritti
comporta gravissimi inconvenienti, a cominciare dal numero troppo
elevato di candidati ed a finire con la casualità che inficia la
selezione dei promossi per effetto dell'imponderabilità dei molti
fattori da cui dipende.
Tuttavia la proposta di restringere l'accesso al concorso per uditore
giudiziario a "coloro i quali abbiano conseguito l'abilitazione
all'esercizio della professione forense ovvero l'idoneità in qualsiasi
concorso bandito dalla pubblica amministrazione per il quale è
necessario il possesso della laurea in giurisprudenza ovvero abbiano
conseguito il dottorato di ricerca in materie giuridiche" (art. 2
lettera a) dld, può certo realizzare un abbattimento del numero dei
partecipanti grazie alle selezioni anteriormente operate, ma è fonte di
inconvenienti ulteriori. Il più grave, a mio giudizio, consiste nello
spostare troppo in là l'accesso alla magistratura, rendendo così
attuale il pericolo di una discriminazione di ceto, in quanto solo chi
appartiene a famiglie abbienti può permettersi i lusso di attendere
oltre i trent'anni per ottenere l'indipendenza economica. Altri
inconvenienti sono poi costituiti dalle enormi differenze su base
territoriale nel tasso di promozioni agli esami di abilitazione alla
professione di avvocato e dal diverso tasso di difficoltà dei concorsi
per la pubblica amministrazione che richiedono la laurea di
giurisprudenza. A causa di queste differenze non sarebbe garantita
l'uguaglianza delle posizioni di partenza.
Piuttosto, se si vuole mantenere il modello francese della formazione
separata per avvocati e magistrati, (buttando tra l'altro a mare le
scuole forensi postuniversitarie, che però stentano a decollare) credo
che una buona strada consisterebbe nel prevedere un concorso di accesso
all'istituenda scuola per aspiranti magistrati per un numero almeno
doppio rispetto ai posti di organico man mano vacanti in magistratura,
concorso riservato ai laureati con un certo punteggio minimo (diciamo
105 su 110), con la previsione di una borsa di studio adeguata per i
vincitori, e una via di fuga in settori della pubblica amministrazione
che richiedono una preparazione giuridica per i partecipanti alla
scuola che non riescano a superare il concorso di secondo livello per
la nomina ad uditore giudiziario.

6.-Voglio concludere con una notazione che riguarda i miei rapporti con
la magistratura. Oltre trent'anni di esercizio della professione
forense accanto all'insegnamento universitario mi hanno fatto toccare
con mano che nell'amministrazione della giustizia italiana ci sono
molte cose che non vanno e reclamano rimedio, già vi ho accennato. Mi
hanno anche convinto, debbo ora aggiungere, che alcuni guai sono
direttamente imputabili a singoli magistrati. Una certa arroganza nei
comportamenti, un vissuto a volte terribilmente autoreferenziale, una
forte inclinazione al formalismo burocratico, e se pur di rado, una
neghittosità imperdonabile sono tutti ingredienti che credo
sperimentati da chiunque abbia a che fare con la vita quotidiana del
foro, sia pure accanto a gentilezza d'animo, apertura alla società
civile, cultura giuridica orientata ai valori, spirito di servizio. Ma
si tratta di guai che richiedono un autogoverno meno indulgente, anche
attraverso riforme che introducano criteri più oggettivi e articolati
dei presenti per gli incentivi (promozioni) e i disincentivi (sanzioni
disciplinari). Non richiedono di certo attentati all'indipendenza come
quelli insidiosi perché nascosti nei particolari che ho cercato di far
emergere in queste brevi riflessioni, che potrebbero stare sotto
l'insegna di un motto famoso, opportunamente rivoltato: inimicus Plato,
sed amica veritas.

Sergio Chiarloni


[1] ci pone al 28 posto nel mondo dietro il Bostwana, secondo la
classifica redatta da Transparency International, una prestigiosa
organizzazione non governativa con sede a Berlino

[2] GUARNIERI e PEDERZOLI, La magistratura nelle democrazie
contemporanee, Bari, 2002, 138.


Share