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"NIENTE DI CIÃ’ CHE VALE LA PENA DI ESSERE CONOSCIUTO PUÃ’ ESSERE INSEGNATO."
di Marco IMPERATO (uditore giudiziario con funzioni di p.m. presso la Procura di Marsala)

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Questa provocazione di Oscar Wilde potrebbe sembrare la pietra tombale su qualsiasi discorso relativo alla formazione...
Ed invece credo che la consapevolezza dei limiti di ogni insegnamento possa essere il punto di avvio per la mia riflessione, così da non rischiare di limitare tutto ad un discorso tecnico, asfittico, privo di prospettiva.
...Perché è proprio la visione d´insieme a mancare: forse perché ci siamo lanciati ad imitare il modello scolastico americano, fondato sulla specializzazione e l´approfondimento, dimenticando che tali obiettivi avrebbero dovuto arricchire e non sostituire la capacità di sintesi e lo spessore storico della cultura italiana. Spessore proprio anche della cultura giuridica.

A volte si ha l´impressione che il livello di conoscenza dello studente universitario debba essere direttamente proporzionale al numero di diversi e nuovi corsi proposti e proponibili...
Un filosofo francese ha detto
"la scienza accumula un´immensa erudizione di fatti e scopre importanti verità ; ma poiché è assorbita dai dettagli e le manca pertanto una visione d´insieme, diventa la più cieca delle cecità "
Scambiando il nozionismo per conoscenza del diritto, rischiamo di non sollevare lo sguardo per chiederci dove stiamo andando, le ragioni profonde di quello che stiamo facendo.
Intendiamoci: la necessità di porsi queste domande radicali appartiene ad ogni condizione, umana e lavorativa; ma diventa tremendamente urgente se il proprio servizio riguarda l´istanza di giustizia dei cittadini.

Questo servizio alla collettività , questa delicata funzione costituzionale non può essere soltanto una fredda attuazione di procedure.
Il momento applicativo della norma è sola la punta di un iceberg, sotta la quale vi sono passaggi delicati:
? Lo studio del diritto e l´aggiornamento costante
? La conoscenza minuziosa delle carte processuali che compongono il procedimento
? La riflessione sui nodi fattuali e giuridici
? ...e infine la comprensione umana della vicenda, che non vuole distogliere o distrarre lo sguardo del magistrato, ma semmai fare da collante tra le precedenti tappe

Mi rendo conto di essere partito da lontano, ma spero che questa premessa possa dare il senso del breve intervento che vi propongo: breve quanto la mia esperienza personale di giovane magistrato: solo da Ottobre ho preso le funzioni come Pubblico Ministero.
Chiedo scusa sin d´ora a tutti i miei colleghi per l´incompletezza delle questioni che saprò sollevare, ma il mio vuole essere solo un modesto contributo, uno stimolo ad avviare il confronto

Qui a Marsala camminiamo sulle spalle di giganti: confesso che sono spesso attraversato da un senso di inadeguatezza, e non mi riferisco tanto e soltanto ad un problema di competenza e perizia sul lavoro.
Penso innanzi tutto all´insufficiente spessore del mio background, alle mie carenze di conoscenza della storia italiana, e all´interno di questa della storia dei magistrati e della lotta per la legalità , per non parlare della storia (nonsologiudiziaria) di questa terra straordinaria e difficile che è la Sicilia.

Noi giovani uditori padani, calati dal lontano e freddo nord, rischiamo di essere dei corpi estranei e come tali di provocare delle reazioni di rigetto, senza avere la capacità e la possibilità di agire davvero sui fenomeni criminali che corrompono questa regione.
Ma per fare questo è evidente che non possono bastare le nozioni del diritto e gli strumenti offerti dal codice di procedura penale: occorre conoscere la mentalità delle persone, il loro linguaggio, i loro legami, le condizioni politiche e sociali in cui essi agiscono e si contrappongono.
È fin troppo ovvio dire che la preparazione del concorso e l´uditorato svolto a Milano sono solo parzialmente funzionali al lavoro che cerco di svolgere nella Procura di Marsala: occuparsi, tanto per fare un esempio a caso, di estorsioni e di truffe ai finanziamenti pubblici in questa provincia è cosa ben diversa che istruire un medesimo procedimento in Lombardia.

Poco male, l´esperienza si fa sul campo, verrebbe da dire...
Ma permettetemi di sollevare due obiezioni:
1. in primo luogo vi è il rischio di fare l´esperienza sulla pelle altrui, ovvero su quella dei cittadini, ai quali non posso certo chiedere di pazientare fino a che non avrò terminato la mia crescita professionale per ottenere una risposta adeguata alle loro istanze ;
2. in secondo luogo si dovrebbe avere la possibilità di approfondire e riflettere su tutte le nuove questioni, di diritto e di fatto, che la nuova esperienza propone: ma questo è pressoché impossibile. Gli uffici delle Procure e dei Tribunali sono carichi di lavoro e di urgenze e bisogna imparare a nuotare in fretta se non si vuole colare a picco.
Spesso manca anche il tempo per confrontarsi tra di noi quanto si vorrebbe, o addirittura scarseggiano i colleghi con una certa anzianità di servizio e ai pochi presenti non si può chiedere di tenere a battesimo ogni nuova cucciolata di uditori.

Ho avuto il privilegio di avere dei giudici affidatari di straordinaria disponibilità e professionalità a Milano, così come qui a Marsala ho trovato colleghi estremamente preparati e in grado di dispensare preziosi consigli.
Tuttavia questa fase di transizione, che va dalla fine dell´uditorato all´inizio dello svolgimento pieno delle funzioni di magistrato, dovrebbe inserirsi in una struttura più solida e definita, mentre spesso è affidata alla buona volontà dei singoli e allo spirito di adattamento che sviluppa il singolo (e peraltro si tratta di una qualità indispensabile per il nostro lavoro).
Il Consiglio Superiore della Magistratura e Consigli Giudiziari si sono occupati molto anche di questi aspetti (e il lavoro di Mario Fresa sui diritti e doveri degli uditori testimonia questa attenzione), ma le prassi che ho potuto constatare presentano ancora troppe falle e vaghezze.

Si tratta di un´esigenza primaria, e non di una comodità auspicabile, perché è in questi anni che ci si forma come magistrati, è in questi anni che si impara il mestiere, e le cattive abitudini che si dovessero acquisire all´inizio sarà difficile togliersele nel tempo.

Non spendo troppe parole sul ben conosciuto tema del turnover di giovani magistrati in queste sedi (più o meno disagiate), con il relativo deficit di conoscenza del territorio e la difficoltà a costruire un rapporto fiduciario e produttivo con le forze di polizia.
Certo la partenza di un magistrato proprio nel momento in cui ha finalmente acquisito l´esperienza e la maturità necessarie per coordinare indagine di ampio respiro non va nel senso di una lotta più efficace alla criminalità .

Io sono entrato in magistratura nel 2002 secondo un modello concorsuale in trasformazione, nel quale ancora non operavano le scuole di specializzazione come filtro post universitario.
Con riferimento al concorso di uditore giudiziario, malgrado le riforme già intervenute e quelle prospettate, credo che vada denunciato ancora un problema di fondo spesso dimenticato.
Il modello basato sui quiz e sulla prosecuzione post-laurea degli studi può avere molti vantaggi sul piano della gestione dei numeri, del controllo e del filtro della qualità , ma ha anche un grande demerito: non concede a tutti le stesse chance.

Chi, come me, ha avuto il privilegio di essere sostenuto economicamente dalla famiglia ed ha così potuto dedicarsi esclusivamente allo studio, ha goduto di un enorme vantaggio rispetto a tutti coloro che hanno dovuto affiancare lavoro e studio.
Ma un sistema che elimina candidati preparati e motivati solo perché non hanno potuto dedicarsi esclusivamente alla memorizzazione dei quiz, non solo rischia di essere inefficace nel riuscire a selezionare i migliori giuristi, ma diventa socialmente iniquo, non rimuovendo gli ostacoli di ordine economico di cui parla l´art. 3 della Costituzione per il pieno sviluppo della persona umana.
Non si può rincorrere ricette semplicistiche (penso ai quiz psicoattitudinali...): la coperta è corta, ma ritengo sia doveroso porsi intanto il problema e cercare delle strategie praticabili.

Aspettando di muovere i miei primi passi in magistratura mi ero immaginato, o almeno avevo sperato, di potermi davvero fare carico di ogni aspetto con l´impegno e l´approfondimento che decisioni di grande delicatezze per la vita altrui impongono.
Nella mia utopia c´era spazio per leggere monografie sui temi di maggiore attualità , aggiornarmi sulle riviste giuridiche, partecipare alla vita associativa in maniera sempre più consapevole, spendere energie per padroneggiare davvero i procedimenti che mi venivano affidati... adesso tutto ciò mi fa sorridere.

La realtà è infatti spesso frammentata tra la pressione degli adempimenti quotidiani, l´incalzare delle urgenze, la sinuosità della burocrazia e il principio dell´irresponsabilità che, malgrado tutte le dichiarazioni di principio, spesso ancora domina la Pubblica Amministrazione : a volte nasce un senso di isolamento e di solitudine.
Ogni difficoltà rappresenta un´occasione di maturazione, ma questo vivere alla giornata, con la frustrazione di non riuscire quasi mai a dare il servizio che si dovrebbe e si vorrebbe, non può essere il modello di formazione per un giovane magistrato.
Naturalmente le ombre e le difficoltà sono poi spessissimo ripagate dalla grande soddisfazione per poter condividere un lavoro di straordinaria bellezza, mai uguale a se stesso pur celebrandosi nell´ossessivo rispetto delle procedure, un lavoro che quotidianamente costringe a rimettersi in questione.

Anzi, sono del tutto certo che lo spessore di un´esperienza maturata in Uffici (tra virgolette...) caldi come quello di Marsala mi permetterà di affrontare qualsiasi altra situazione o prova del futuro con maggiore fiducia e serenità , anche per l´inevitabile cambiamento di prospettiva a cui costringe il confronto con una cultura per molti aspetti diversa da quella da cui provengo.

Questa è l´Italia: terra di ammagliante bellezza e di avvilenti contraddizioni.
Questa è la Sicilia: con le sue luci abbaglianti e i suoi vicoli nascosti nell´ombra.
E questo è il nostro lavoro, un pendolo che oscilla costantemente tra ideali altissimi e impacci quotidiani, tra delusioni cocenti e momenti di entusiasmo autentico, quando si ha la sensazione di aver svolto il proprio dovere.
I lati oscuri del nostro Paese e le sue più patologiche disfunzioni, alcune delle quali osserviamo anche nell´amministrazione della Giustizia, spesso diventano il terreno nel quale può rinascere la speranza della volontà di cambiare (per dirla come Gramsci), il terreno nel quale la paziente cura del dovere quotidiano è la vera sfida del nostro lavoro e di quello di ogni altro cittadino e cittadina.

Costruire percorsi professionali, culturali ed umani per formare dei giudici e pubblici ministeri preparati, responsabili, indipendenti, autorevoli (e non autoritari): questa è la via maestra per evitare che si realizzi un modello di magistratura burocrate e ripiegata su se stessa, che fa delle norme i propri idoli invece che degli strumenti al servizio dei cittadini.
Se l´accesso alla magistratura sarà ispirato da questi criteri e la formazione saprà coltivare e nutrire queste qualità , non dovremo temere nessuna riforma, ma sapremo anzi condurla e riconquistare credibilità e fiducia presso l´opinione pubblica. Una fiducia necessaria, è forse oggi il caso di specificare, non per dare legittimazione ai provvedimenti giudiziari ma per diffondere e costruire davvero una cultura delle istituzioni e della legalità , ossigeno per la lotta ad ogni tipo di mafia.

Marco Imperato

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