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“I poteri istruttori del Consiglio Giudiziario

e dei suoi componenti”


di Paola DI NICOLA (Componente effettivo del Consiglio Giudiziario di Roma e magistrato presso il Tribunale di Latina)

 
 
Relazione per la formazione decentrata dei magistrati presso la Corte d’Appello di Cagliari
 
“I poteri istruttori del Consiglio Giudiziario e dei suoi componenti”

Credi tu anzitutto che di sé stessi, e gli uni degli altri, vedano altro fuorché le ombre riflesse dal fuoco sulla parete dell\'antro di fronte a loro?

(Platone Repubblica, Libro VII, 515)

 

a) Le funzioni dei Consigli Giudiziari

Per parlare dei poteri istruttori dei Consigli Giudiziari è necessario innanzitutto esaminare quale ne sia l’oggetto.

In modo molto sintetico e considerando le funzioni dei Consigli Giudiziari in carica è utile riprendere l’elencazione contenuta nella risoluzione del CSM sul decentramento del 20 ottobre 1999:

- area della prima formazione professionale e della valutazione iniziale dei giovani che entrano in magistratura.

Un ambito, questo, in cui il Consiglio giudiziario cumula funzioni di organizzazione e coordinamento della formazione professionale dei magistrati di prima fascia e compiti di giudizio sugli esiti del tirocinio e delle prime esperienze di lavoro professionale (si avvalgono dell’apporto dei magistrati collaboratori, approvano i piani di formazione da questi ultimi proposti, ricevono le relazioni finali da essi elaborate, formano il fascicolo personale dell’uditore, formulano conclusivamente il parere sul conferimento delle funzioni giurisdizionali);

- l’attività di “aggiornamento professionale” dei giudici di pace;

- area della raccolta di informazioni e del giudizio motivato per la valutazione di professionalità dei magistrati del distretto, giudizio argomentato sulla vita professionale dei magistrati, e cioè sulle competenze e capacità (o sulle incompetenze e incapacità), sulle attitudini e sui meriti (o sulle inettitudini o i demeriti) dimostrati dai magistrati nel corso della loro attività lavorativa;

- i pareri sulle proposte di tabelle biennali di composizione degli uffici (e delle tabelle infradistrettuali) e sulle relative variazioni, nonché sui criteri di assegnazione degli affari;

valutazioni sui requisiti professionali e personali dei magistrati onorari ai fini del loro reclutamento e della loro permanenza in servizio;

- i pareri sul conferimento di incarichi extragiudiziari, sulle incompatibilità ambientali, sulle dispense dal servizio.

 

Alla luce della nuova disciplina (LEGGE 111/2007), oltre quelle sopra enumerate, le nuove competenze dei Consigli Giudiziari saranno:

1        vigilanza sull\'andamento degli uffici giudiziari del distretto, con segnalazione di eventuali disfunzioni al Ministro della giustizia;

2       pareri e proposte sull\'organizzazione e il funzionamento degli uffici del giudice di pace del distretto;

3       pareri su collocamenti a riposo, dimissioni, decadenze dall\'impiego, concessioni di titoli onorifici e riammissioni in magistratura;

4       proposte al comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura in materia di programmazione dell’attività didattica della Scuola.

 

b) I Consigli Giudiziari e l’attività di conoscenza

Nella sopra richiamata Risoluzione sul decentramento, che costituisce la fonte principale dalla quale evincere il senso profondo dell’autogoverno, testualmente si parla della “centralità del Consiglio giudiziario nell’opera di sistematica rilevazione, conoscenza, descrizione, misurazione, documentazione e valutazione del lavoro professionale dei magistrati.

I Consigli giudiziari sono i destinatari naturali ed i collettori di tutte le informazioni e valutazioni provenienti da altri soggetti che a loro volta hanno il compito di osservare il magistrato nel suo percorso di formazione o nella sua attività lavorativa o che di fatto lo osservano (i magistrati collaboratori per gli uditori giudiziari; i dirigenti degli uffici per i magistrati in servizio etc.)” (così par. 2.3 della Risoluzione).

In sostanza ai Consigli Giudiziari è attribuito un ruolo assai rilevante, specialmente nell’ambito delle valutazioni di professionalità: costruire “dal basso” un patrimonio conoscitivo sul magistrato che seguirà questo in tutta la sua carriera e che consentirà al CSM di svolgere, con cognizione di causa e sulla base di parametri fattuali, il proprio potere decisionale.

Il Consiglio Giudiziario è, dunque, il “vero controllore di prima istanza della professionalità del magistrato” (così la risoluzione sul decentramento citata).

Accanto a forme tipizzate di conoscenza (rapporti dei Capi degli Uffici, statistiche, provvedimenti a campione, provvedimenti prodotti dall’interessato, pubblicazioni, autorelazione, ecc.), ve ne sono altre che sono il frutto dell’elaborazione, dell’assunzione di responsabilità e anche della fantasia del singolo Consigliere Giudiziario (vedi infra).

Nella nuova legge sulle valutazioni di professionalità (art. 11 D. Lvo 160/06), vengono dettagliatamente indicati, per ogni singolo parametro di valutazione, nuove e più pregnanti fonti documentali. Si pensi in particolare:

-         “all’esito degli affari nelle successive fasi e nei gradi del procedimento” (art. 11 citato D. Lvo e Capo V n. 2 della circolare del CSM del 4/10/2007);

-         alle statistiche che terranno finalmente conto anche del dato qualitativo degli affari;

- ai termini di deposito delle sentenze (vedi infra);

- agli incarichi extragiudiziari (nella circolare si parla solo di quelli obbligatori – es: partecipazione alle Commissioni per esami avvocato – mentre la legge, all’art. 11/4 lett. E) non specifica. Perché questa restrizione conoscitiva ? vedi infra). 

Poiché le informazioni assunte dai Consigli Giudiziari, che hanno il radicamento diretto sul territorio cui appartiene l’ufficio del magistrato da valutare, finiscono per essere le principali fonti di conoscenza su cui fondare il giudizio di professionalità, è di tutta evidenza il rilievo che assumono, specialmente perché per essere smentite dall’organo decisionale centrale devono essere contraddette da altre e diverse informazioni, talvolta non disponibili per il Consiglio Giudiziario (es: pendenza di procedimenti disciplinari o paradisciplinari), di contenuto tanto significativo da eliderle.

Questo impone infatti al CSM, nonostante il ruolo ausiliario e consultivo del Consiglio Giudiziario, di emettere sempre un parere motivato ed articolato su dati obbiettivi allorché si discosti da quanto rappresentato in prima istanza dall’organo locale di autogoverno.

La conseguenza del fatto che il bagaglio conoscitivo sulla storia professionale del magistrato si forma in seno al Consiglio Giudiziario è che i suoi componenti, con le conoscenze proprie dovute al vivere negli uffici giudiziari, hanno una rilevantissima e delicatissima responsabilità di carattere istituzionale e professionale.

E’ evidente che le loro omissioni determinano ricadute dirette sulla credibilità dell’intero corpo giudiziario sia dal punto di vista interno (tra i magistrati) che esterno (tra gli avvocati, i consulenti, il personale di cancelleria, ecc.) perché, non permettendo una effettiva conoscenza della validità professionale o meno di un magistrato, non metteranno il CSM in grado di decidere con cognizione di causa le sorti di quel magistrato sia in termini di progressione in carriera, sia in termini di capacità direttiva degli uffici. A quest’ultimo riguardo ciò vale più ancora oggi che finalmente il requisito dell’anzianità da criterio di valutazione è diventato requisito di legittimazione tanto da ampliare il numero dei possibili aspiranti e da lasciare un ambito di discrezionalità molto forte al CSM che potrà compiere scelte trasparenti e adeguate solo se messo, soprattutto dai Consigli Giudiziari, nella condizione di farlo. 

Nell’esperienza maturata presso il Consiglio Giudiziario di Roma ho potuto verificare che con la dovuta attenzione e con la lettura dettagliata dell’intero fascicolo personale del magistrato (e ancor di più dall’autorelazione) è possibile comprendere la statura dello stesso in termini sia professionali che deontologici ed umani (es: tipo ed entità degli incarichi extragiudiziari, segnalazione o meno di situazioni di incompatibilità e scelte conseguenti, partecipazione ai corsi di formazione, carico familiare, conoscenza delle lingue, ecc.). Ma questo non basta.

 

c) I poteri istruttori del Consiglio Giudiziario

Talvolta si rende necessario dare corso ai poteri istruttori allorché i dati a disposizione del Consiglio Giudiziario siano laconici e, come tali, inidonei a redigere un giudizio adeguato; oppure siano contrastanti rispetto a quanto emerge dal fascicolo personale o rispetto a fatti ritenuti notori da uno o più componenti del Consiglio Giudiziario.

Il problema ovviamente si pone solo quando i Capi degli Uffici non redigano dei rapporti esaurienti che diano conto di tutto il percorso professionale del magistrato da valutare, situazione che, purtroppo, nella prassi si verifica frequentemente.

In alcuni casi è il singolo Consigliere Giudiziario che puo’ riempire direttamente le lacune, il chè avviene di solito utilizzando la valutazione dei provvedimenti acquisiti a campione che vengono allegati unitamente al rapporto.

Altre volte è la Cancelleria del Consiglio Giudiziario che puo’ sopperire, su espressa indicazione o segnalazione del Consigliere Giudiziario o del Presidente, inserendo ad esempio la scheda informatica della carriera del magistrato (tratta dal sito del CSM) o l’elenco degli incarichi extragiudiziari svolti negli ultimi anni o dei corsi cui ha partecipato.

Altre volte, invece, le carenze sono tali per cui si rimette il rapporto al Capo dell’Ufficio perché lo integri con dati obbiettivi. Il Consiglio Giudiziario di Roma, infatti, recentemente ha dovuto emettere addirittura una risoluzione, indirizzata ai Capi degli Uffici, in cui ha indicato nel dettaglio quali fossero i dati obbiettivi che necessariamente dovevano essere contenuti nei rapporti redatti per gli incarichi direttivi e semidirettivi e prima ancora aveva inviato a tutti i magistrati del distretto (anche ai fini della redazione di significative e non incensanti autorelazioni) un deliberato nel quale imponeva, a pena di irricevibilità dei rapporti, la precisa indicazione dei dati di fatto che essi dovevano contenere.

Per evitare il disarmante, esteso e inammissibile fenomeno dei cosiddetti “fascicoli muti” - fascicoli personali in cui nulla di concreto viene rappresentato circa la vita professionale del magistrato e densi di aggettivazioni ridondanti e inutili – è indispensabile responsabilizzare tutti i soggetti che partecipano alla redazione del parere del CG primi tra tutti, appunto i Capi degli Uffici, e in seconda battuta anche i magistrati che redigono l’autorelazione.

Significativo, per cogliere la diffusività del fenomeno degenerativo rappresentato, è che il CSM ha dovuto inserire uno specifico articolo nella circolare sulla tenuta dei fascicoli personali dei magistrati (art. 4) per vietare l’inserimento delle note meramente elogiative e da ultimo il Capo XVI comma 4 della circolare sulle valutazioni di professionalità ha persino prescritto che i Consigli Giudiziari indichino l’eccezionalità del livello del magistrato in valutazione “con il necessario rigore” !

Diverso è il caso in cui invece i dati a disposizione del Consigliere Giudiziario siano del tutto contrastanti con il comune sentire negli uffici ovvero con la fama del magistrato.

E’ in questi casi che viene messa alla prova la sensibilità istituzionale ed il senso di responsabilità dei Capi di Corte e dei singoli componenti del CG.

Talvolta accade che un non meglio precisato pietismo coglie chi, senza esser capace di spogliarsi dei rapporti di amicizia o di colleganza professionale con il magistrato da valutare, deve redigere il parere di professionalità.

Per evitare le conseguenze che ciò determina in termini di distorsione dell’intero sistema e della credibilità di ognuno di noi, è indispensabile che i componenti del CG abbiano un forte senso di responsabilità che deve manifestarsi innanzitutto con la verbalizzazione scritta della loro conoscenza diretta di fatti e persone.

La circolare del CSM sui nuovi criteri per la valutazione di professionalità sopra citata dedica il Capo XV comma 2 al potere istruttorio del Consiglio Giudiziario: “Laddove lo ritenga necessario, il Consiglio giudiziario può assumere informazioni su fatti specifici segnalati dai suoi componenti o dai dirigenti degli uffici o dai consigli dell’ordine degli avvocati”.

Come è desumibile dalla lettera della circolare e, avendo riguardo anche ai nuovi poteri di vigilanza sull’andamento degli uffici giudiziari assegnati ai Consigli Giudiziari (art. 15 lettera e) del D. Lvo 25/2006 coordinato con la L. 111/2007), l’organo locale puo’ attivare i propri poteri istruttori anche in forza della segnalazione dei Capi degli Uffici oltre che dei Consigli dell’Ordine degli Avvocati. La novità, come è evidente, consiste proprio nell’inserimento dell’Avvocatura, pur in modo indiretto, nel circuito valutativo della professionalità dei magistrati (si veda in particolare l’art. 11 comma 4 lett. f) secondo cui il CG acquisisce e valuta “il rapporto e le segnalazioni provenienti dai capi degli uffici, i quali devono tenere conto delle situazioni specifiche rappresentate da terzi nonché delle segnalazioni eventualmente pervenute dal consiglio dell\'ordine degli avvocati, sempre che si riferiscano a fatti specifici incidenti in modo negativo sulla professionalità, con particolare riguardo alle situazioni concrete e oggettive di esercizio non indipendente della funzione e ai comportamenti che denotino evidente mancanza di equilibrio. Il rapporto del capo dell\'ufficio e le segnalazioni del consiglio dell’ordine degli avvocati sono trasmessi al consiglio giudiziario dal presidente della corte di appello o dal procuratore generale presso la medesima corte, titolari del potere-dovere di sorveglianza, con le loro eventuali considerazioni e quindi trasmessi obbligatoriamente al Consiglio superiore della magistratura.”)

Questo determina una significativa e necessaria apertura sulla quale si misurerà la crescita della classe forense, il suo senso di responsabilità nella corretta gestione della giurisdizione in senso lato, il suo livello deontologico.

Si deve però rappresentare, in concreto, che sino ad oggi è stato raro l’intervento fattivo dell’avvocatura, che pure sarebbe stato auspicabile per innumerevoli motivi – primo tra tutti quello dello sganciamento della magistratura dal proprio atavico limite di autoreferenzialità - , nelle occasioni riconosciutele. Si pensi, in particolare, al potere di muovere osservazioni scritte alle tabelle di organizzazione degli uffici e di decidere, nei Consigli Giudiziari in composizione integrata, se avviare o archiviare procedimenti disciplinari nei confronti dei giudici onorari o dei Vice procuratori onorari.

Il limite che la circolare del 4/10/2007 fissa rispetto alle richieste avanzate dai soggetti promotori dell’istruttoria (singolo Consigliere Giudiziario, dirigente dell’Ufficio, Consiglio dell’Ordine)è la valutazione discrezionale dell’intero organo di autogoverno della “necessità” dell’approfondimento sollecitato. E’ evidente che la richiesta istruttoria dovrà essere vagliata adeguatamente evitando però che il requisito della richiamata “necessità” assuma un carattere a tal punto restrittivo da scoraggiare i proposti approfondimenti, specie allorché prevengano dall’ Avvocatura che per assumersi una tale responsabilità è presumibile che abbia adeguatamente, e in taluni contesti anche coraggiosamente, ponderato la richiesta.

Con specifico riguardo ai Consiglieri Giudiziari va citata la disposizione della legge (art. 11/3 lett. a) a sua volta ripresa dalla circolare sulle valutazioni di professionalità (Capo VII), che consente di accedere e poi chiedere l’acquisizione di “eventuali atti che si trovino nella fase pubblica di uno dei processi trattati dal magistrato in valutazione”.

Ci si trova dinnanzi ad un ulteriore passo verso la responsabilizzazione dei singoli Consiglieri Giudiziari che direttamente o tramite terzi soggetti (avvocati o colleghi) possono avere conoscenza di particolari e significative situazioni che hanno inciso sulla credibilità dell’ordine giudiziario.

Mentre prima era consentito solo all’organo collegiale di compiere l’accesso e chiedere l’acquisizione di atti, adesso è il singolo Consigliere che ha il potere di vagliare il materiale giudiziario redatto restando però ferma, in capo all’intero Consiglio Giudiziario, la facoltà di chiedere l’acquisizione, questa volta però, diversamente da quanto avveniva nel sistema precedente, valutandone l’opportunità grazie ad elementi conoscitivi diretti e puntuali posti a disposizione dal singolo Componente.

Se, dunque, un Pm ha visto rigettare la propria richiesta di misura cautelare con provvedimenti sciatti e disorganici dello stesso notorio Gip o un avvocato ha rilevato che i propri motivi di impugnazione non vengono mai tenuti in considerazione dal solito magistrato - a parte i necessari vagli nelle sedi giudiziarie competenti -  e se in quei provvedimenti sono ravvisabili profili incidenti in modo diretto sulla professionalità, potrà essere attivato il singolo Consigliere Giudiziario che solo se autorevole, affidabile ed equilibrato, sarà in grado di utilizzare dette informazioni per sollecitare il Consiglio giudiziario ad operare un controllo dal basso della professionalità concreta del magistrato.

Negli uffici questi maggiori e più efficaci controlli nell’ambito della professionalità aggiunti alle condotte sostanzialmente non tipizzate degli illeciti disciplinari stanno destando fortissime preoccupazioni che invece vanno diradate lì dove un auspicabile e necessario miglioramento del sistema di valutazione, finora obbiettivamente inesistente (si vedano le tragiche statistiche sui pareri contrari), sia rivolto a colpire le innumerevoli, e finora vergognosamente tollerate, sacche di negligenza e inettitudine, e non a creare un clima da stato di polizia tra i magistrati che lavorano seriamente. Solo la capacità, l’autorevolezza, la professionalità e la serietà dei singoli componenti dell’autogoverno, a cominciare dai Consiglieri Giudiziari, consentirà di rendere questa legge lo strumento per fare la doverosa pulizia e selezione nell’ordine giudiziario senza condizionanti interventi esterni.

 

c.1) in particolare: la conoscenza di procedimenti penali a carico di magistrati   

E’ utile sapere che, contrariamente a quanto si possa credere, molto spesso il Consiglio Giudiziario non è a conoscenza della pendenza di procedimenti penali, disciplinari o paradisciplinari relativi al magistrato in valutazione, tanto da rendere la stessa del tutto disancorata dalla realtà.

Circa, in particolare, i procedimenti penali l’attività normativa del CSM è stata molto ricca sia di circolari (n. 13682 del 5/10/1995 e 112 del 24/11/1996) che di deliberazioni (del 13/1/1994, del 17/5/1995), ed è stata un’attività finalizzata ad ampliare al massimo l’ambito conoscitivo dell’organo di autogoverno centrale.

Infatti, a prescindere dalla previsione normativa di cui all’art. 129 disp. Att. Cpp. (Informazioni sull\'azione penale: comma 1 “Quando esercita l\'azione penale nei confronti di un impiegato dello Stato o di altro ente pubblico, il pubblico ministero informa l\'autorità da cui l\'impiegato dipende, dando notizia dell\'imputazione. Quando si tratta di personale dipendente dai servizi per le informazioni e la sicurezza militare o democratica, ne dà comunicazione anche al Comitato parlamentare.” Comma 3-bis “Il pubblico ministero invia la informazione contenente la indicazione delle norme di legge che si assumono violate anche quando taluno dei soggetti indicati nei commi 1 e 2 è stato arrestato (p.p. 380 ss.) o fermato (p.p. 384) ovvero si trova in stato di custodia cautelare (p.p. 285 s., 2845).”), i magistrati della Procura della Repubblica che conducono indagini su colleghi devono informare, di loro iniziativa, della notizia di reato, dei fatti e degli sviluppi del procedimento (oltre che dei provvedimenti rilevanti) il CSM, il Ministro della Giustizia, il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, il Presidente della Corte d’Appello, il Procuratore Generale presso la Corte d’Appello e il Capo dell’Ufficio in cui il magistrato presta servizio.Circa il segreto investigativo le circolari 510/94 e 1362/95 hanno espressamente escluso che esso sia opponibile al CSM (punto 4) della circolare 510/94: “ Nel bilanciamento degli interessi in giuoco, tra efficienza dell’attività investigativa, da una parte, e tutela della credibilità della giurisdizione, dall’altra, può quindi ritenersi tuttora consentito il superamento del segreto investigativo ogni qualvolta questo possa rallentare od impedire l’esercizio della funzione di tutela e controllo da parte del C.S.M., che comunque resta soggetto alla disciplina del segreto d’ufficio, e che è tenuto a valutare gli eventuali specifici motivi che giustificherebbero, in relazione alle concrete e puntuali esigenze delle indagini, un rinvio nell’acquisizione dei dati coperti dal segreto.”.

In sostanza il PM procedente è tenuto ad informare tutte le Autorità istituzionali deputate alla vigilanza e la omissione di detto obbligo si riverbera direttamente sull’intero percorso valutativo del magistrato da parte dell’autogoverno.

Il problema è quello di stabilire se anche il Consiglio Giudiziario, che attraverso i Capi di Corte potrebbe essere a conoscenza della pendenza di procedimenti penali nei confronti dei magistrati in valutazione (si pensi al rilievo di questo dato specialmente per i pareri per gli uffici direttivi) possa ritenersi legittimato a richiedere informazioni al magistrato procedente. Nelle circolari, nelle risoluzioni e nelle risposte a quesiti del CSM nulla viene espressamente chiarito al riguardo ma, a mio avviso, proprio in considerazione della unitarietà che contraddistingue il circuito dell’autogoverno e stante la "compartecipazione dei Consigli Giudiziari nell\'esercizio della funzione valutativa" con un ruolo ausiliario in virtù della vicinanza alle diverse realtà degli uffici giudiziari sul territorio nazionale (così Risoluzione sul Decentramento del 20.10.99) si potrebbe pervenire ad una risposta positiva alla domanda posta.

D’altra parte non avrebbe alcun senso la previsione che il Pm procedente comunichi al Presidente della Corte d’Appello e al Procuratore Generale presso la Corte d’Appello (entrambi membri di diritto del Consiglio Giudiziario) del distretto in cui presta servizio il magistrato indagato o imputato della sussistenza di un procedimento a suo carico se non anche al fine di tenerne conto in sede valutativa. Ciò vale a maggior ragione a seguito dell’entrata in vigore della nuova disciplina dell’Ordinamento giudiziario (e della disciplina di dettaglio emanata dal CSM) lì dove impone che il parere del Consiglio Giudiziario dia conto degli elementi in fatto, positivi o negativi, su cui si fonda il parere. Se poi la conoscenza del dato fattuale della pendenza di un procedimento penale incidesse, in considerazione del suo oggetto, sui prerequisiti della professionalità, ovverosia l’indipendenza, l’imparzialità e l’equilibrio, è di tutta evidenza che escluderne il Consiglio Giudiziario, oltre che renderne del tutto inutile il lavoro, avrebbe effetti distorsivi dell’intero sistema valutativo.

 

c.2) la conoscenza di procedimenti disciplinari e paradisciplinari

La precedente circolare sulle valutazioni di professionalità (n. 170003/1999), oggi abrogata, prevedeva nella propria relazione introduttiva un principio fondamentale: la unitarietà e la globalità del giudizio sulla figura del magistrato, tenendo conto di tutta la sua carriera professionale.

La finalità era ovviamente quella di consentire una fattiva e dettagliata conoscenza da parte del CSM di fatti capaci di incidere sull’idoneità, la funzionalità e la trasparenza del soggetto in valutazione.

In questa logica assumevano carattere significativo anche singoli e risalenti episodi della carriera del magistrato (es: iscrizione ad una loggia massonica), pur se già assunti a fondamento di procedimenti disciplinari o per incompatibilità ambientale e pur se inidonei a determinare l’applicazione della relativa sanzione (si veda relazione alla circolare con riferimento al paragrafo 6 della stessa); così come si riteneva che anche le sentenze assolutorie pronunciate dalla Sezione Disciplinare del CSM andassero esaminate nella loro integralità, visto che fino al 1998 non erano adottate formule assolutorie diversificate (si vedano relazione alla circolare con riferimento al paragrafo 8 della stessa e risposta al quesito posto al CSM dal Presidente della Corte d’Appello di Catanzaro del 15/2/2001), e si potesse tenere conto dei dati di fatto in esse riportati ai fini della valutazione di professionalità.

In particolare tra le fonti di conoscenza erano richiamati:

“6) le sentenze pronunziate nei confronti del magistrato della Sezione Disciplinare del Consiglio, che attengono a fatti o comportamenti rilevanti per la valutazione della professionalità del magistrato sottoposto a valutazione;

7) i provvedimenti cautelari adottati dalla sezione disciplinare del Consiglio nei confronti del magistrato;

8) i provvedimenti decisori pronunziati in sede penale dalla autorità giudiziaria nei confronti del magistrato che attengono a fatti o comportamenti rilevanti per la valutazione della professionalità del magistrato;

9) i provvedimenti cautelari adottati in sede penale dall\'A.G. e riguardanti il magistrato;

10) ogni altro atto e documento che fornisca dati obiettivi e rilevanti relativi all\'attività professionale e ai comportamenti incidenti sulla professionalità del magistrato.”

Attualmente invece la legge (art. 11 comma 4 lett. a) indica tra le “fonti di conoscenza” da utilizzare per le valutazioni di professionalità, in termini molto generali, le informazioni esistenti presso il CSM e il Ministero della Giustizia e stabilisce che il Consiglio Giudiziario deve acquisire e valutare questi dati, con ciò imponendo al CSM – con i prevedibili costi in termini di tempo e di dispiego di energie - di inserire dette informazioni per consentire all’organo locale di autogoverno di averne conoscenza e tenerne conto.

La circolare, al capo VII, restringe l’area di operatività della citata disposizione nella parte in cui: a) qualifica dette informazioni come “acquisibili” (e non già acquisite) per il Consiglio Giudiziario; b) le limita a quelle esistenti presso la Prima Commissione del CSM, presso la Segreteria della Sezione Disciplinare, presso il Ministero della Giustizia e contenute nelle relazioni ispettive.

E’ di tutta evidenza che la nuova disciplina mira quindi ad una conoscenza ampia e a tutto campo della carriera del magistrato da parte dell’organo locale di autogoverno facendo rientrare nel materiale valutativo anche atti che sulla base della disciplina concernente la tenuta dei fascicoli personali (circolare n. 17728 del 28 luglio 1998, come modificata con la Deliberazione del 15 giugno 2005)  non potrebbero essere presenti, visto che in essi sono automaticamente inserite soltanto:

-         le sentenze di condanna ed i provvedimenti cautelari in materia disciplinare e penale (art. 3 lett. d);

-         per i dirigenti le “1) delibere concernenti l’esame delle proposte di formazione delle tabelle biennali e dei programmi organizzativi; 2) delibere concernenti l’esame delle modifiche delle tabelle o dei programmi organizzativi, che non comportino esclusivamente il tramutamento o la destinazione di magistrati all’interno dell’ufficio ovvero che non comportino esclusivamente la modifica di criteri di sostituzione dei magistrati, salvo che non riguardino anche l’utilizzo e la destinazione dei G.O.T. e dei V.P.O.; 3) delibere concernenti l’esame delle proposte di formazione delle tabelle infradistrettuali; 4) delibere concernenti l’esame delle proposte relative ai decreti di applicazione e supplenza di durata superiore ai trenta giorni ovvero adottati al di fuori delle disposizioni contenute nelle tabelle, nonché i provvedimenti di destinazione agli uffici giudiziari dei magistrati distrettuali.”.

E’ utile sottolineare che queste fonti conoscitive, pur espressamente codificate e previste, fino ad oggi, il più delle volte, non erano presenti nel fascicolo personale, cosicché è spesso accaduto che il Consiglio Giudiziario valutasse il magistrato senza tenerne conto, con tutte le conseguenze in termini di effettività e completezza del giudizio.   

Altro dato da segnalare, per comprendere l’incongruenza tra la pretesa di una valutazione reale da parte del Consiglio Giudiziario e gli strumenti di cui detto organo fino ad oggi disponeva, è che sebbene si dovesse tenere conto anche dei dati di fatto contenuti nelle sentenze disciplinari di assoluzione, le stesse, per previsione di circolare (quella citata sulla tenuta dei fascicoli personali), non erano inserite nel fascicolo del magistrato, cosicché era concretamente impossibile che potessero veramente essere valutate.  

Non si tratta di una questione astratta perché investe risvolti concreti di notevole rilevanza. Si pensi, in particolare, al caso della sentenza disciplinare o penale che si concluda con un’assoluzione fondata sull’elemento psicologico e che rappresenti condotte poste in essere dal magistrato di rilevante gravità sotto il profilo oggettivo e tali da incidere in modo significativo sulle precondizioni di indipendenza, imparzialità ed equilibrio.

Nel concreto, proprio nella consapevolezza della lacunosità e della non attualità del materiale valutativo, è capitato che alcuni Consiglieri Giudiziari di Roma, prima di redigere il parere, abbiano consultato internet trovandovi informazioni determinanti come:

-         notizie di stampa su indagini giudiziarie relative al magistrato o su frequentazioni o rapporti personali di questo con soggetti indagati per gravi reati:

-         questioni di costituzionalità sollevate;

-         incarichi politici svolti;

-         rapporti familiari non segnalati con avvocati; ecc.

In alcuni casi dette informazioni hanno costituito l’origine dell’esercizio dei poteri istruttori del Consiglio Giudiziario e dell’assunzione di provvedimenti negativi, della segnalazione alle Autorità preposte all’esercizio dell’azione disciplinare o per la verifica della presenza di condizioni di incompatibilità.

Ovviamente le notizie reperibili su internet sono conosciute anche dal magistrato interessato e possono essere da questi contestate sia nell’esercizio dell’ordinario diritto al contraddittorio, che puo’ essere attivato in sede istruttoria dal Consiglio Giudiziario con l’audizione del magistrato; sia in sede di eventuale impugnazione del parere, nel termine di 10 giorni dalla sua notifica, in relazione alle fonti conoscitive utilizzate.      

Con la previsione legislativa sopra richiamata questi problemi conoscitivi e le conseguenti défaillances dei Consigli Giudiziari, prima ignari di fatti significativi, saranno verosimilmente rimossi ma non puo’ essere sottaciuto che verrà ampliato fortemente l’ambito di responsabilità valutativa degli organi locali di autogoverno, con tutto ciò che comporta in termini di necessari professionalità e rigore dei suoi componenti. 

 

c.3) la conoscenza degli incarichi extragiudiziari

La legge all’art. 11 comma 4 lett. e) individua, sempre tra le fonti di conoscenza del Consiglio Giudiziario per la valutazione di professionalità del magistrato, “gli incarichi giudiziari ed extragiudiziari” e già il Decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 35, stabiliva, a fini di trasparenza, la pubblicità degli incarichi extragiudiziari (si veda al riguardo la delibera del Consiglio superiore della magistratura, nella seduta del 5 luglio 2006).

Nella circolare, anche in relazione a questo dato, il CSM, a mio avviso in modo arbitrario e non coerente, esclude gli incarichi giudiziari ed extragiudiziari dalle fonti conoscitive per inserirli:

-         al Capo VIII paragrafo 3.1, relativo al parametro della laboriosità, e limitandolo agli incarichi di natura obbligatoria;

-         al Capo XIV paragrafo 3, relativo agli allegati al rapporto informativo, in cui sono richiamati “i dati relativi allo svolgimento di incarichi giudiziari ed extragiudiziari di natura obbligatoria”

In sostanza sebbene il legislatore avesse imposto prima la pubblicità degli incarichi extragiudiziari dei magistrati (Decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 35) e poi la valutazione degli stessi ai fini della verifica di professionalità (Decreto legislativo 5 aprile 2006, n. 160, come modificato dalla L.111/2007), la circolare del CSM ha ritenuto arbitrariamente di omettere qualsiasi riferimento agli incarichi extragiudiziari facoltativi, questi ultimi, per loro natura, unici a richiedere uno spazio serio di valutazione da parte dell’organo di autogoverno perché astrattamente capaci di porre problemi concreti di efficienza e  trasparenza.

A prescindere dalla dizione letterale delle disposizioni contenute nella circolare si ritiene che, in ossequio alle prevalenti ragioni di trasparenza che informano la legislazione vigente sul punto oltre che di completezza del quadro valutativo del magistrato, sia sempre dovuta l’acquisizione, al fascicolo personale del soggetto in valutazione, dell’elenco di tutti gli incarichi extragiudiziari da questi svolti nel tempo tratta dal sito del CSM.  

d) La vigilanza sugli uffici giudiziari

Tutto quello che si è sopra scritto in ordine ai poteri conoscitivi ed istruttori dei Consigli Giudiziari spiegherà per la prima volta i propri effetti anche in un ambito più ampio di quello della valutazione di professionalità ovverosia quello relativo al controllo sulla concreta funzionalità degli uffici.

I Consiglieri Giudiziari dovranno dunque conoscere l’ambito territoriale in cui operano recandosi direttamente a verificare le condizioni di lavoro dei colleghi; gli sprechi e le neghittosità; le efficienze o le inefficienze dei singoli uffici al fine di valorizzare e pubblicizzare modelli organizzativi validi e denunciare le sofferenze di quelli inadeguati individuando le eventuali cause oggettive o le responsabilità personali; le carenze o il cattivo utilizzo di personale amministrativo o di mezzi; il rapporto con l’avvocatura e con altri soggetti istituzionali; il reperimento autonomo di risorse economiche da parte di singoli uffici (es: fondi europei per progetti specifici come nell’esperienza della Procura di Bolzano); ecc.   

A questo processo accurato di acquisizione di conoscenze dirette potrà fare seguito un’ attività di impulso presso il Ministero della Giustizia, e non solo, finalizzata a rimuovere le ragioni delle disfunzioni rilevate. 

In conclusione ritengo che il nuovo ordinamento giudiziario, con l’ampliamento che ha determinato dei poteri dell’organo decentrato di autogoverno, sarà la vera sfida su cui si misurerà la capacità della magistratura di operare un reale controllo sulla professionalità dei magistrati, sull’efficienza degli uffici, sul rispetto delle regole. Ma sarà più ancora la vera sfida per l’eliminazione delle incrostazioni corporative ed autoreferenziali di cui la magistratura viene, in talune circostanze, a ragione accusata. 

Paola Di Nicola (Componente effettivo del Consiglio Giudiziario di Roma e magistrato presso il Tribunale di Latina)

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