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LA RIFORMA DEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE GLI ASPETTI PROCESSUALI

Intervento di Mario Fresa

(componente della sezione disciplinare del CSM)

 

SOMMARIO: 1. Le ragioni della Riforma. 2. La disciplina transitoria. 3. La titolarità dell’azione disciplinare ed i termini di esercizio. 4. Le indagini nel processo disciplinare. 5. Il potere di archiviazione del Procuratore generale. 6. La chiusura delle indagini. 7. Il dibattimento e la sentenza. 8. La sospensione dei termini. 9. I rapporti con altri procedimenti. 10. Le misure cautelari. 11. Le impugnazioni.

C.S.M. - IX COMMISSIONE
Ufficio dei Referenti per la

FORMAZIONE DECENTRATA nel DISTRETTO DI BOLOGNA

 

GIORNATA DISTRETTUALE DI FORMAZIONE

Bologna 20 giugno 2008

 

LA RIFORMA DEL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE

GLI ASPETTI PROCESSUALI

Intervento di Mario Fresa

(componente della sezione disciplinare del CSM)

 
 

SOMMARIO: 1. Le ragioni della Riforma. 2. La disciplina transitoria. 3. La titolarità dell’azione disciplinare ed i termini di esercizio. 4. Le indagini nel processo disciplinare. 5. Il potere di archiviazione del Procuratore generale. 6. La chiusura delle indagini. 7. Il dibattimento e la sentenza. 8. La sospensione dei termini. 9. I rapporti con altri procedimenti. 10. Le misure cautelari. 11. Le impugnazioni.

 
1. Le ragioni della Riforma.
 

Il tradizionale sistema della responsabilità disciplinare dei magistrati trova il suo fondamento: a) nella Costituzione, che all’art. 105 attribuisce al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati; b) nella legge sulle guarentigie della magistratura, n. 511 del 31 maggio 1946 (artt. 17, 18, 19, 20, 21, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37 e 38); c) nella legge istitutiva del CSM, n. 195 del 24 marzo 1958 (artt. 10, primo comma, n. 3, 14, primo comma, n. 1); d) nel relativo regolamento di attuazione e di coordinamento n. 916 del 16 settembre 1958 (artt. 57, 58, 59, 60, 61 e 62).

Su questo sistema, come noto, è intervenuta la riforma del 2006, prima con il decreto legislativo 23 febbraio 2006, n. 109 (la c.d. legge Castelli) e, poi, con le modificazioni ad esso apportate dalla legge 24 ottobre 2006, n. 269 (la c.d. legge Mastella).

Il nuovo sistema normativo si è sostituito integralmente al vecchio, con l’abrogazione (art. 31) delle relative disposizioni contenute nel r.d.l. n. 511/46 (artt. 17, 18, 19, 20, 21, 27, 28, 29, 30, 31, 32, 33, 34, 35, 36, 37 e 38), nella legge n. 195/58 (art. 14, primo comma, n. 1) e nel d.p.r. n. 916/58 (artt. 57, 58, 59, 60, 61 e 62).

 

Le ragioni di una riforma di così ampia portata sono certamente quelle dettate dall’esigenza di un ammodernamento dei principi generali della deontologia giudiziaria che proveniva da più parti, per i diversi profili della tipizzazione degli illeciti disciplinari, dell’obbligatorietà dell’azione disciplinare e delle regole del procedimento disciplinare.

 

a) La tipizzazione degli illeciti disciplinari.

Per il primo profilo, politici (dei diversi schieramenti), studiosi del diritto ed anche magistrati lamentavano il dato di fatto che la previgente disciplina - basata sulla c.d. atipicità dell’illecito disciplinare - non indicava quali potessero essere i fatti costituenti infrazione ai doveri deontologici.

La norma fondamentale in materia era costituita dall’art. 18 del r.d.l. n. 511/46, in base al quale si aveva illecito tutte le volte che “il magistrato manchi ai suoi doveri o tenga in ufficio o fuori una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell’ordine giudiziario”.

In concreto, l’individuazione delle ipotesi di illecito spettava alla sezione disciplinare del C.S.M.. Questo organo giurisdizionale, seppur tenendo conto dei suoi stessi precedenti giurisprudenziali e delle prassi applicative, era del tutto libero così nella individuazione delle fattispecie come nell’applicazione delle relative sanzioni.

La dottrina, in particolare, affermava che l’assenza di una tipizzazione degli illeciti disciplinari, per un verso, poteva impedire nel relativo procedimento di perseguire effettivamente e di sottoporre a sanzione i magistrati che avessero commesso abusi o scorrettezze deontologicamente rilevanti, nell’esercizio o fuori delle loro funzioni; per altro verso, poteva però anche consentire che i magistrati fossero arbitrariamente perseguiti attraverso un uso distorto, intimidatorio e persecutorio dell’illecito disciplinare.

Dunque, la tipizzazione degli illeciti disciplinari era vista dai più come un’esigenza di razionalità del sistema che potesse, al contempo, garantire ed assicurare la certezza del diritto e, a ciascun magistrato, la sua piena indipendenza, esterna come interna al sistema del governo autonomo.

Le prime applicazioni della nuova disciplina tipizzata degli illeciti dimostrano come questa sia più gravosa e più rischiosa per il magistrato incolpato rispetto alla precedente.

In particolare, il raffronto in concreto tra il vecchio art. 18 e le nuove fattispecie tipizzate, al fine di stabilire quale sia la norma più favorevole per l’incolpato nel regime transitorio, si risolve quasi sempre nel senso della applicazione della disciplina abrogata, che non prevedeva tra l’altro in nessun caso un tetto minimo di sanzione e che assicurava comunque al giudice una più ampia discrezionalità nella effettuazione del concreto apprezzamento della lesione del prestigio dell’ordine giudiziario e della credibilità della funzione giudiziaria esercitata.

 

b) L’obbligatorietà dell’azione disciplinare.

Altro tratto caratteristico della disciplina previgente era quello della discrezionalità dell’esercizio della relativa azione, la cui titolarità – ieri come oggi – era sia del Procuratore generale della corte di cassazione, sia, attraverso il primo, del Ministro della giustizia.

Anche questo aspetto, in stretto collegamento all’altro dell’assenza di ogni tipizzazione dell’illecito, aveva suscitato ampio dibattito in dottrina ed in sede politica.

I sostenitori del principio di obbligatorietà dell’azione disciplinare ritenevano che, in una situazione ove i confini del lecito e dell’illecito erano sfumati per l’assenza di un codice dei fatti disciplinarmente rilevanti, l’attribuzione di un potere discrezionale nell’esercizio dell’azione rischiava di compromettere la certezza del diritto e la parità di trattamento di tutti i magistrati e poteva favorire i meccanismi di difesa o di persecuzione a seconda dei motivi più vari, per nulla inerenti al profilo deontologico, quali l’appartenenza a certe correnti dell’A.N.M., a certe ideologie, a certe posizioni politiche (o politiche giudiziarie).

Altri invece ammonivano sui rischi insiti nel principio di obbligatorietà dell’azione, affermando ad esempio che, se l’azione è obbligatoria, ogni esposto, ogni denuncia, ogni segnalazione, per quanto palesemente infondata o pretestuosa, diventa necessariamente oggetto di analisi e di giudizio, con un meccanismo che può portare, da una parte, ad aumentare vertiginosamente il lavoro della Procura generale prima e della sezione disciplinare poi e, dall’altra, ad innescare la moltiplicazione di denunce, esposti, anche per ragioni di ritorsione.

 

c) Le regole del procedimento disciplinare.

Il terzo profilo di ampio dibattito nelle sedi politiche, così come in dottrina e nella magistratura, era quello inerente le regole del procedimento disciplinare, che era ancora governato dall’applicazione delle norme del codice di procedura penale di tipo inquisitorio degli anni trenta.

Invero, l’intera assunzione dei mezzi di prova e l’intera assunzione della controversia avvenivano ad opera della procura generale, ovvero del pubblico accusatore.

Il procuratore generale aveva il potere discrezionale ed insindacabile di scegliere per l’istruzione formale o per quella sommaria e provvedeva direttamente all’escussione delle prove ed a concretizzare il diritto al contraddittorio che all’incolpato è riconosciuto.

Dinanzi alla sezione disciplinare la regola era quella della non ripetizione degli atti istruttori assunti dalla procura generale e, per quanto le sezioni unite della corte di cassazione avessero costantemente cercato di mitigare questo principio, accadeva che in sede dibattimentale le parti potevano solo esporre le loro ragioni e concludere, ma non ottenere, nel rispetto del pieno contraddittorio, la ripetizione dell’attività di accertamento dei fatti.

Molti dunque auspicavano che anche al processo disciplinare venissero applicate le regole del nuovo codice di procedura penale, con un diritto pieno alla difesa e la previsione che la prova non si formasse più dinanzi alla procura generale ma presso il giudice disciplinare, soggetto terzo ed equidistante tra le parti.

 

2. La disciplina transitoria.

 

La riforma del 2006 ha pertanto previsto la tipizzazione degli illeciti disciplinari, l’obbligatorietà della relativa azione e l’applicabilità al processo disciplinare, in quanto compatibili, delle norme del codice di procedura penale vigente.

Ancora oggi, tuttavia, a distanza di circa due anni dalla data di entrata in vigore del d.lgs. n. 109/2006 (19 giugno 2006) i procedimenti disciplinari che giungono dinanzi alla sezione disciplinari sono soggetti a riti e regole diverse in forza del principio del tempus regit acta e della disciplina transitoria prevista dall’art. 32 bis, che è norma introdotta nel d.lgs. n. 109 dalla successiva legge n. 269 del 24 ottobre 2006.

Pertanto, per effetto dei principi generali in materia di successione delle leggi nel tempo e della regola specifica suindicata, possono verificarsi dinanzi la sezione disciplinare le seguenti, diverse situazioni.

Quando i fatti addebitati sono stati commessi sotto il regime della vecchia normativa, e cioè prima del 19 giugno 2006 ed anche l’azione disciplinare è iniziata prima della entrata in vigore della legge di riforma non si applica la nuova normativa, in quanto la disciplina transitoria di cui all’art. 32 bis si applica “ai soli procedimenti disciplinari promossi a decorrere dalla data di entrata in vigore dello stesso decreto”.

In questi casi, le norme applicabili rimangono, pertanto, quella di cui all’art. 18 del r.d.lgs. 31 maggio 1946, n. 511 e della atipicità dell’illecito e tutte le altre previste dalla disciplina previgente, indipendentemente dal fatto che esse siano o meno più favorevoli all’incolpato. Invero, secondo l’orientamento, di carattere generale, affermato dal Supremo Collegio, le sanzioni disciplinari, sebbene applicate da un organo titolare di poteri giurisdizionali, costituiscono pur sempre sanzioni amministrative, alle quali non sono automaticamente riferibili i principi propri delle sanzioni penali, e restano invece soggette al principio di legalità e di irretroattività, che comporta l’assoggettamento della condotta considerata alla legge del tempo del suo verificarsi, con conseguente inapplicabilità della disciplina successiva più favorevole.

Quando i fatti addebitati sono stati commessi prima del 19 giugno 2006, ma l’azione disciplinare è iniziata dopo quella data è applicabile l’art. 32 bis che, in queste ipotesi, prevede che “continuano ad applicarsi, se più favorevoli, gli articoli … del regio decreto legislativo 31 maggio 1946, n. 511”, tra cui l’art. 18.

Quando i fatti addebitati sono stati commessi dal 19 giugno 2006 in poi si applicano, ratione temporis, per quanto riguarda la configurazione dell’illecito disciplinare ed ogni altro profilo, sostanziale o processuale, le norme previste dal decreto legislativo n. 109.

In questa ipotesi, deve farsi un’ulteriore distinzione, a seconda che il fatto successivo al 19 giugno 2006, sia stato commesso prima o dopo l’entrata in vigore (9 novembre 2006) delle norme di cui alla legge n. 269 del 2006, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 24 ottobre 2006.

Nel primo caso si applicano, ratione temporis, le norme del decreto legislativo n. 109 nella loro versione originaria e quindi senza le modifiche ad esse eventualmente apportate dalla legge n. 269.

 

3. La titolarità dell’azione disciplinare ed i termini di esercizio.

 

Come detto, la titolarità dell’azione disciplinare è affidata disgiuntamente (art. 14 d.lgs. n. 109) al Ministro della giustizia (art. 107 Cost.) ed al Procuratore generale presso la Corte di cassazione.

La ratio della duplice titolarità - oggi come ieri - mira a garantire l’apporto di diverse sensibilità culturali e sociali in una materia centrale nel sistema del governo autonomo della magistratura, evitando il rischio di qualsiasi forma di separatezza ed autoreferenzialità.

Con una differenza di fondo. Perché mentre il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare mediante richiesta di indagini al Procuratore generale presso la Corte di cassazione e contestuale comunicazione al C.S.M., con indicazione sommaria dei fatti per i quali si procede, il Procuratore generale ha l’obbligo di esercitare l’azione medesima, dandone comunicazione - nelle stesse forme - al Ministro ed al C.S.M..

In questo caso il Ministro, se ritiene che l’azione disciplinare deve essere estesa ad altri fatti, ne fa richiesta, nel corso delle indagini al Procuratore generale. Parimenti, il Procuratore generale, nel corso delle sue indagini, può contestare fatti nuovi, anche se l’azione sia stata promossa dal Ministro.

La relazione di accompagnamento allo schema di decreto legislativo, approvata dal Consiglio dei Ministri il 28 ottobre 2005 in attuazione della legge delega 25 luglio 2005, n. 150, evidenzia che l’obbligatorietà dell’azione disciplinare per il Procuratore generale presso la Corte di cassazione trova il suo fondamento nel fatto che si tratta di un organo “non solo politicamente irresponsabile”, ma anche “vincolato al canone dell’uguaglianza ed imparzialità”, mentre la facoltatività per il Ministro è ricondotta al fatto che l’esercizio dell’azione disciplinare “può riposare anche su ragioni politiche”.

Chiunque ha la facoltà di segnalare ai titolari dell’azione fatti di rilevanza disciplinare.

Alcuni organi però hanno un vero e proprio obbligo di comunicazione di ogni fatto rilevante sotto il profilo disciplinare” al Procuratore generale presso la Corte di cassazione (art. 14, quarto comma). Essi sono il C.S.M., i consigli giudiziari e i dirigenti degli uffici. A loro volta i presidenti di sezione e i presidenti di collegio, nonché i procuratori aggiunti hanno l’obbligo di comunicare ai dirigenti degli uffici “i fatti concernenti l’attività dei magistrati della sezione o del collegio o dell’ufficio che siano rilevanti sotto il profilo disciplinare”.

L’omissione di questa comunicazione, da parte dei dirigenti degli uffici o dei presidenti di sezione o di collegio, è prevista come illecito disciplinare tipizzato ai sensi dell’art. 2, lett. dd) del d.lgs. n. 109. Risultano iniziate recentemente le prime azioni disciplinari sulla base di questa norma.

Quanto all’obbligo di segnalazione al titolare dell’azione disciplinare da parte del C.S.M., esso è risultato sinora interpretato piuttosto elasticamente dall’organo di governo autonomo, riconoscendosi i pericoli di strumentalizzazioni anche politiche che potrebbero derivare da una interpretazione rigorosa di ciò che deve intendersi per “fatto rilevante sotto il profilo disciplinare”.

Costantemente, vengono trasmesse al Procuratore generale le delibere di archiviazione, su proposte della Prima commissione, competente in materia di esame di esposti, denunce e procedimenti ex art. 2 L.G., quando in esse si ravvisi una condotta colpevole da parte del magistrato interessato che possa essere oggetto di una valutazione disciplinare.

Diversamente operano le altre commissioni, che non sempre segnalano al plenum del C.S.M. fatti oggetto di possibile rilevanza disciplinare ai fini della trasmissione degli atti al Procuratore generale.

Anche il Ministro della giustizia, ovviamente, piuttosto che promuovere l’azione, può segnalare al Procuratore generale un fatto di possibile rilevanza disciplinare.

La segnalazione può anche costituire una vera e propria “denuncia circostanziata” “quando contiene tutti gli elementi costitutivi di una fattispecie disciplinare” (art. 15, primo comma).

 

La differenza tra mere segnalazioni e denunce circostanziate è decisiva ai fini del decorso del termine annuale che il Procuratore generale ha a disposizione per promuovere l’azione disciplinare. L’azione disciplinare deve essere promossa, infatti, “entro un anno dalla notizia del fatto” (art. 15, primo comma) e della notizia del fatto il Procuratore generale può essere reso edotto o con denuncia circostanziata o a seguito dell’espletamento, da parte sua, di sommarie indagini preliminari.

Non previsto dall’art. 15, il termine di decadenza annuale per il Ministro è ora espressamente previsto a seguito della modifica dell’art. 14, primo comma, effettuata con la legge 30 luglio 2007, n. 111 (art. 4, comma 17). Tale previsione, evidentemente, risponde all’esigenza di circoscrivere, da un punto di vista temporale, il potere discrezionale del Ministro stesso in merito al promovimento dell\'azione e alle determinazioni successive.

Ai fini della decorrenza del termine annuale di decadenza dall\'azione disciplinare la piena conoscenza del fatto da parte del Ministro si considera acquisita quando del fatto sia stata appresa la notizia dell\'Ispettorato ministeriale, in quanto la comunicazione dell\'ispezione al Ministro è fatto interno all\'Ufficio e, come tale, non produttivo di effetti processuali.

Deve ritenersi che anche nel sistema vigente, come nel vecchio, l\'alternatività - tra Ministro della Giustizia e P.G. presso la Corte di cassazione - nell\'iniziativa del promovimento della relativa azione comporta che l\'eventuale decorso del termine annuale di decadenza per uno dei predetti titolari non estingue il potere di iniziativa dell\'altro.

Quanto all\'individuazione del termine finale, nessun rilievo assume la data della comunicazione all\'incolpato, sia perché dalla lettera della legge e dai principi generali in materia di procedimento, la formulazione della comunicazione o della richiesta, in forma certa e documentale, è sufficiente a far considerare iniziato il procedimento, sia perché la comunicazione all\'interessato presuppone che l\'azione disciplinare sia stata già promossa.

Il limite temporale annuale per l\'esercizio dell\'azione - così come ogni altro termine di decadenza previsto nel procedimento disciplinare - è rilevabile d\'ufficio e preclude la cognizione sul fatto alla sezione disciplinare, che deve conseguentemente dichiarare estinto il procedimento, sempre che l’incolpato vi consenta (art. 15, settimo comma).

 

Accanto al termine di decadenza, la legge n. 269 del 24 ottobre 2006 ha opportunamente introdotto anche un termine di prescrizione dell’azione disciplinare che, ai sensi dell’art. 15, comma 1 bis del d.lgs. n. 109, “non può comunque essere promossa … quando sono decorsi dieci anni dal fatto”.

Anche in questo caso, la sezione disciplinare è tenuta a dichiarare estinto il procedimento per intervenuta prescrizione, sempre che l’incolpato vi consenta.

 

4. Le indagini nel processo disciplinare.

 

L’esercizio dell’azione disciplinare nei termini determina, a tutti gli effetti, l’inizio del procedimento.

Nel caso in cui sia il Ministro della giustizia ad esercitare l’azione, l’inizio del procedimento è determinato dalla richiesta di indagini rivolta al Procuratore generale, mentre nel caso in cui sia quest’ultimo ad esercitare l’azione, il procedimento ha inizio con la comunicazione al Consiglio superiore della magistratura (art. 15, terzo comma).

Dalla data di inizio del procedimento decorre il termine di decadenza di due anni, entro il quale il Procuratore generale deve formulare le richieste conclusive, che possono essere di non luogo a procedere oppure, previa formulazione dell’incolpazione, di richiesta di fissazione dell’udienza di discussione orale al presidente della sezione disciplinare (art. 15, secondo comma, così come modificato dalla legge n. 269 del 2006).

Il magistrato incolpato deve essere informato dell’inizio del procedimento a suo carico e del fatto che gli viene addebitato entro trenta giorni dall’inizio del procedimento, così come ha pure diritto di ricevere comunicazione di eventuali estensioni ed integrazioni degli addebiti (art. 15, quarto comma).

Sul terreno della difesa, la stessa norma (art. 15, quarto comma) dispone che l’incolpato può farsi assistere da altro magistrato, anche in quiescenza, o da un avvocato, designati in qualunque momento dopo la comunicazione dell’addebito, nonché, se del caso, da un consulente tecnico.

Poiché la natura giurisdizionale del processo disciplinare era indiscussa anche nel previgente ordinamento, l’unica innovazione della normativa vigente sta nell’aver recepito l’insegnamento della Corte Costituzionale che, in accoglimento della questione di legittimità costituzionale dell’art. 34, secondo comma, della legge sulle guarentigie, per contrasto con gli artt. 3 e 24 Cost., aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma medesima nella parte in cui escludeva che il magistrato sottoposto a procedimento disciplinare potesse farsi assistere da un avvocato del libero foro.

Tuttavia questa opzione, resa possibile dalla sentenza della Corte Costituzionale e poi sancita dalla nuova disciplina, non esclude la facoltà di autodifesa dell’interessato e ciò si evince proprio dal tenore letterale della norma vigente (l’incolpato può farsi assistere…), collegato all’immutata ratio, che caratterizza il procedimento disciplinare a carico di magistrati, soggetti qualificati e professionalmente attrezzati a svolgere funzioni processuali.

Pertanto, l’art. 15 del d.lgs. n. 109 del 2006 prevede tre possibilità alternative per l’incolpato: nominare difensore un magistrato; nominare difensore un avvocato del libero foro, difendersi da solo.

Quel che non è possibile - secondo il costante orientamento della sezione disciplinare - è che l’incolpato si avvalga di due difensori (un magistrato ed un avvocato del libero foro, o anche due avvocati del libero foro).

La sezione disciplinare invero - dopo un primo sporadico intervento interpretativo di segno opposto - interpreta in via restrittiva la norma sulla base del suo tenore letterale e della disgiuntiva (“o”) presente nel disposto di legge, nonché del carattere peculiare del procedimento disciplinare, che consente, appunto (diversamente dagli altri procedimenti giurisdizionali), l’autodifesa dell’interessato.

 

Regola di carattere generale in tema di nullità di atti processuali è quella (art. 15, quinto comma) secondo cui gli atti di indagine devono essere preceduti dalla comunicazione all’incolpato o dall’avviso al difensore (se designato). Gli atti non preceduti da comunicazione all’interessato o da avviso al difensore sono nulli, ma suscettibili di sanatoria ove la nullità non sia dedotta con dichiarazione scritta e motivata nel termine di dieci giorni dalla data in cui l’interessato (o il suo difensore) abbia avuto conoscenza del contenuto di tali atti. Comunque, in mancanza di conoscenza precedente, dalla data di comunicazione del decreto che fissa la discussione orale davanti alla sezione disciplinare.

Il riferimento della norma ad un onere di motivazione delle doglianze difensive determina quindi una sanatoria della nullità anche nel caso in cui l’incolpato deduca la nullità con dichiarazione non contenente un minimum motivazionale.

In ogni caso, gli atti di indagine che devono essere preceduti dalla comunicazione all’incolpato o dall’avviso al difensore devono intendersi quelli rispetto ai quali essi, se ritualmente preavvisati, avrebbero avuto diritto di presenziare o almeno di interloquire. Non devono quindi essere preceduti da comunicazione o avviso gli atti “non garantiti” che non comportano il coinvolgimento della difesa (come, ad esempio, l’assunzione della persona informata dei fatti).

 

Le indagini nel procedimento disciplinare sono svolte dal Procuratore generale presso la Corte di cassazione o da un magistrato del suo ufficio.

Per gli atti da compiersi fuori dal suo ufficio, il Procuratore generale presso la Corte di cassazione può richiedere altro magistrato in servizio presso la procura generale della corte d’appello nel cui distretto l’atto deve essere compiuto.

Per le attività di indagine si osservano, in quanto compatibili, le norme del codice di procedura penale vigente, ad eccezione di quelle che comportano l’esercizio di poteri coercitivi nei confronti dell’imputato, delle persone informate dei fatti, dei periti e degli interpreti, fatta salva, peraltro, la possibilità di disporre, ai sensi dell’art. 133 c.p.p., l’accompagnamento coattivo delle persone diverse dall’incolpato (art. 16, secondo comma).

Le persone informate sui fatti, i periti e gli interpreti possono essere chiamate a rispondere, ove ne sussistano i presupposti, di specifici reati, espressamente richiamati (art. 16, terzo comma), e cioè dei reati di rifiuto di uffici legalmente dovuti (art. 366 c.p.), di false informazioni al pubblico ministero (art. 371 bis c.p.), di false dichiarazioni al difensore (art. 371 ter c.p.), di falsa testimonianza (art. 372 c.p.), falsa perizia e interpretazione (art. 373 c.p.), falsa interpretazione (art. 376 c.p.).

In questi casi, possono trovare applicazione la circostanza di esclusione della punibilità di carattere soggettivo (la ritrattazione ex art. 376 c.p.) e le cause di non punibilità contemplate dall’art. 384 c.p..

Tra le norme del processo penale ritenute compatibili con il procedimento disciplinare vi sono quelle relative alle investigazioni difensive (art. 391 bis ss. c.p.p.), che sono espressione del più generale principio di parità tra accusa e difesa.

Mancando nel procedimento disciplinare la figura del giudice per le indagini preliminari sono viceversa incompatibili tutte quelle norme del processo penale che presuppongono la presenza di questo giudice ai più diversi fini (incidente probatorio, udienza preliminare, ecc.).

Il Procuratore generale, se lo ritiene necessario ai fini delle determinazioni sull’azione disciplinare, può acquisire atti coperti da segreto investigativo senza che detto segreto possa essergli opposto (art. 16, quarto comma).

La norma è del tutto peculiare in tema di procedimenti disciplinari, diversificandosi da quella vigente riguardo alle altre giurisdizioni disciplinari, dove vige il contrario principio della opponibilità del segreto investigativo.

Può avvenire che il Procuratore della Repubblica che svolge indagini in sede penale comunichi, motivatamente, il possibile, grave pregiudizio per le sue indagini, che potrebbe scaturire dalla loro pubblicizzazione.

In questo caso, il Procuratore generale viene investito di un duplice ordine di poteri (art. 16, quarto comma, nel testo modificato dalla legge n. 269 del 2006).

Per un verso, il potere di disporre la secretazione degli atti per un periodo non superiore ad un anno, prorogabile per altri sei mesi su richiesta motivata del Procuratore della Repubblica, ovvero di un altro anno quando si procede per reati di cui all’art. 407, secondo comma c.p.p. (reati associativi, per finalità di terrorismo o eversione, in materia di stupefacenti, ecc. e, comunque, reati che rendono le investigazioni particolarmente complesse).

Per altro verso, il potere di sospendere il procedimento disciplinare per un periodo di tempo corrispondente a quello di secretazione degli atti. Conseguentemente, per i casi di procedimenti disciplinari collegati a delitti gravi, le indagini del Procuratore generale possono concludersi anche dopo quattro anni (al termine di decadenza biennale può aggiungersi la sospensione del procedimento sino a due anni).

 

5. Il potere di archiviazione del Procuratore generale.

 

Onde affievolire le rigidità di un sistema in cui è obbligatorio l’esercizio dell’azione disciplinare ed al contempo ridurre l’enorme mole di lavoro che, altrimenti, sarebbe ben presto caduta sugli uffici della Procura generale della Corte di cassazione e della sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, la legge n. 269 del 2006 ha introdotto uno specifico e circoscritto potere di archiviazione da parte del Procuratore generale (comma 5 bis dell’art. 16).

I casi della speciale archiviazione prevista dalla c.d. legge Mastella sono dunque tassativi ed il Procuratore generale vi provvede con apposito provvedimento:

a) quando il fatto addebitato non costituisce condotta disciplinarmente rilevante ai sensi dell’art. 3 bis, pure introdotto con la medesima legge del 24 ottobre 2006 (“L’illecito disciplinare non è configurabile quando il fatto è di scarsa rilevanza”);

b) quando il fatto addebitato forma oggetto di denuncia non circostanziata, che non contiene, quindi, tutti gli elementi costitutivi di una fattispecie disciplinare;

c) quando il fatto addebitato non rientra in alcuna delle ipotesi di illecito disciplinare, tassativamente previste dagli artt. 2, 3 e 4;

d) quando il fatto addebitato risulta inesistente o non commesso a seguito delle indagini svolte.

Il provvedimento di archiviazione è comunicato al Ministro della giustizia.

Il Ministro può rimanere inerte oppure, entro dieci giorni dal ricevimento della comunicazione, può richiedere al Procuratore generale la trasmissione di copia degli atti. Quindi, nei sessanta giorni successivi alla ricezione degli stessi, può richiedere al presidente della sezione disciplinare la fissazione dell’udienza di discussione orale, formulando l’incolpazione.

Il provvedimento di archiviazione acquista efficacia solo se il termine predetto sia interamente decorso senza che il Ministro abbia avanzato la richiesta di fissazione dell’udienza di discussione orale davanti la sezione disciplinare. In tal caso, il termine annuale di decadenza dall’azione disciplinare è sospeso.

La norma attribuisce al Procuratore generale una amplissima discrezionalità, fondata com’è su una attività di interpretazione che pone problemi delicati i quali, nella possibile inerzia del Ministro, non sono risolvibili da alcun organo giurisdizionale, né dalla sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, né dalla Corte di cassazione.

Anzitutto, ogni qualvolta una segnalazione di fatti di rilevanza disciplinare non integri una denuncia circostanziata, il Procuratore generale è libero di decidere se svolgere indagini o archiviare tout court. In ogni caso, svolte le indagini, il Procuratore generale può ritenere - con poteri decisionali amplissimi e non sindacabili in via giurisdizionale se non ad impulso del Ministro - che il fatto addebitato sia inesistente o non commesso, o non configurabile in alcuna delle fattispecie tipizzate di illecito disciplinare o, pur configurabile in una di esse, di scarsa rilevanza.

Vale a dire che il Procuratore generale può fare tutto quello che, in ipotesi, potrebbe fare la sezione disciplinare del CSM all’esito di un ordinario dibattimento.

Pur condividendosi, pertanto, la scelta del legislatore di attenuare alcunffetti negativi del principioegislatorecito,e un fatto addebitato, che si coòr configurabile, in una di esseocuratore generi effetti negativi del principio di obbligatorietà dell’azione disciplinare, resta il dubbio che sarebbe stata più opportuna una scelta nel senso di prevedere l’obbligo di comunicazione del provvedimento anche alla sezione disciplinare, con analoga possibilità, anche per quest’organo ed entro il medesimo termine, di fissazione dell’udienza orale di discussione.

 

6. La chiusura delle indagini.

 

Il Procuratore generale, se non sussistono i presupposti per esercitare il potere di archiviazione, al termine delle indagini, che devono svolgersi nel termine di due anni, può alternativamente chiedere la declaratoria di non luogo a procedere o formulare l’incolpazione e chiedere al presidente della sezione disciplinare la fissazione dell’udienza di discussione orale (art. 17, secondo comma).

La sezione disciplinare è tenuta a pronunciarsi nel termine di decadenza di due anni dalla richiesta di fissazione dell’udienza di discussione (art. 15, secondo comma).

Contestualmente alla richiesta, il Procuratore generale deve provvedere: a) ad inviare alla sezione disciplinare il fascicolo delle indagini, che rimane qui depositato a disposizione dell’incolpato, che può prenderne visione ed estrarre copia degli atti; b) a comunicare questi adempimenti all’incolpato ed al suo difensore.

Tra gli adempimenti cui è tenuto il Procuratore generale, per costante giurisprudenza della sezione disciplinare, non vi sono quelli ai sensi dell’art. 415 bis c.p.p., dovuti in sede penale a conclusione delle indagini preliminari e nel solo caso di richiesta di rinvio a giudizio. L’obbligo per il P.M. di notificare l’avviso della conclusione delle indagini preliminari all’indagato ed al suo difensore - con conseguente avvertimento che l’indagato ha facoltà, nel termine di venti giorni, di presentare memorie, produrre documenti, ecc. - non ha infatti portata generale, ma è limitato solo al caso in cui il P.M. si determini a richiedere la celebrazione dell’udienza preliminare. Manca, evidentemente, nel procedimento disciplinare un filtro predibattimentale, qual è nel procedimento penale quello del giudice dell’udienza preliminare.

Quando vi è la richiesta di fissazione dell’udienza di discussione orale, il Procuratore generale ne dà comunicazione al Ministro inviando copia dell’atto. Il Ministro, entro venti giorni dal ricevimento della comunicazione, può chiedere l’integrazione dell’incolpazione e, nel caso di azione disciplinare da lui promossa, la modificazione dell’incolpazione, cui provvede il Procuratore generale.

Quando invece la richiesta del Procuratore generale è di non luogo a procedere, la comunicazione al Ministro deve essere data nelle sole ipotesi in cui sia stato lo stesso Ministro ad aver esercitato l’azione disciplinare, ovvero ad aver richiesto l’integrazione della contestazione. In questo caso il Ministro, entro dieci giorni dal ricevimento della comunicazione può richiedere copia degli atti e, nei venti giorni successivi alla ricezione degli stessi, può richiedere al presidente della sezione disciplinare la fissazione dell’udienza di discussione orale, formulando l’incolpazione.

Gli incisivi poteri che, al termine dell’istruttoria, sono riservati al Ministro derivano - come tutti gli altri poteri attribuiti a quest’organo nel corso del procedimento - dalla scelta di fondo del legislatore di considerare l’organo governativo “parte” del procedimento disciplinare.

Sulla richiesta di non luogo a procedere la sezione disciplinare decide in camera di consiglio.

Se accoglie la richiesta, provvede con ordinanza di non luogo a procedere, per essere rimasti esclusi gli addebiti o perché il fatto non costituisce illecito disciplinare (che è formula che viene adottata quando sia rimasto escluso l’elemento soggettivo della fattispecie).

Se rigetta la richiesta, il Procuratore generale formula l’incolpazione e chiede al presidente della sezione disciplinare la fissazione della discussione orale.

Il presidente della sezione disciplinare fissa, con suo decreto, il giorno della discussione orale, con avviso ai testimoni ed ai periti.

Il decreto è comunicato, almeno dieci giorni prima della data fissata per la discussione orale, al pubblico ministero ed all’incolpato, nonché al difensore di quest’ultimo, se già designato e, nelle ipotesi in cui egli abbia promosso l’azione disciplinare o abbia richiesto l’integrazione o la modificazione della contestazione, anche al Ministro.

 

7. Il dibattimento e la sentenza.

 

La sezione disciplinare del CSM è eletta dal Consiglio dopo il suo insediamento e giudica nella composizione di cui all’art. 4 della legge 24 marzo 1958, n. 195, così come modificato dalla legge 28 marzo 2002, n. 44 (art. 15, secondo comma). Tale norma prevede un presidente (di regola, il vice presidente del C.S.M.) e cinque giudici a latere (un membro laico e quattro membri togati, di cui uno proveniente dalla magistratura di legittimità, due dalla magistratura giudicante di merito ed uno dalla magistratura requirente di merito).

E’ previsto un meccanismo di sostituzioni per i casi di legittimo impedimento dei componenti titolari, meccanismo che deve però rispecchiare, per provenienza laica e togata, di legittimità e di merito, giudicante e requirente, la composizione del collegio titolare.

Anche in materia disciplinare il dibattimento è preceduto dalla fase degli atti introduttivi nella quale il giudice controlla la regolare costituzione delle parti e queste possono articolare eventuali questioni preliminari e richiedere l’ammissione delle prove.

Possono essere formulate in questa fase istanze di mero rinvio per legittimo impedimento, istanze di sospensione per pregiudizialità, di riunione o separazione di procedimenti, di immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità, di regolare formazione del fascicolo per il dibattimento, ecc.

Esaurita la fase preliminare, il dibattimento si apre con la relazione di un componente della sezione disciplinare nominato dal presidente (art. 18, primo comma).

Con la relazione, il componente della sezione disciplinare enuncia i capi di incolpazione, ricostruisce i momenti della segnalazione del fatto, dell’inizio dell’azione disciplinare, delle indagini del Procuratore generale, dell’interrogatorio dell’incolpato e di eventuali memorie difensive, dell’assunzione di persone informate dei fatti e di ogni altro, eventuale, accadimento. Sottolinea, se del caso, eventuali questioni di fatto o di diritto ritenute rilevanti. Procede all’eventuale lettura di atti o documenti contenuti nel fascicolo processuale.

L’udienza dibattimentale è pubblica, ma il collegio, su richiesta di una delle parti, può disporre che si proceda a porte chiuse se ricorrono esigenze di tutela della credibilità della funzione giudiziaria, con riferimento ai fatti contestati ed all’ufficio che l’incolpato occupa, ovvero esigenze di tutela del diritto dei terzi (art. 18, secondo comma).

La regola della pubblicità delle udienze disciplinari è innovativa rispetto al sistema abrogato e costituisce il punto di arrivo di un lungo e complesso percorso.

Nonostante la clausola generale di rinvio alle disposizioni del codice di procedura penale, fatti salvi i limiti di compatibilità e l’esclusione dei poteri coercitivi come nella fase delle indagini (art. 18, quarto e quinto comma), il giudizio disciplinare non è strutturato secondo il modello accusatorio ed il principio dell’oralità trova limitazioni.

La sezione disciplinare, infatti, può: a) assumere, anche d’ufficio, tutte le prove che ritiene utili; b) disporre o consentire la lettura di rapporti dell’Ispettorato generale del Ministero della giustizia, dei consigli giudiziari e dei dirigenti degli uffici, la lettura di atti dei fascicoli personali nonché delle prove acquisite nel corso delle indagini; c) consentire l’esibizione di documenti da parte del pubblico ministero e dell’incolpato (art. 18, terzo comma).

Assunte le prove e terminata l’istruttoria dibattimentale, ha luogo la discussione, con le relative conclusioni del pubblico ministero e della difesa dell’incolpato. L’incolpato, se non si difende da sé, deve essere sentito per ultimo (art. 19, primo comma). Tuttavia, potendosi applicare al procedimento disciplinare l’art. 494 c.p.p., in ogni stato del dibattimento l’incolpato ha facoltà di rendere le dichiarazioni che ritiene opportune.

La sezione disciplinare delibera nel segreto della camera di consiglio. Le deliberazioni sono prese a maggioranza dei voti e, in caso di parità, prevale la soluzione più favorevole all’incolpato.

Immediatamente dopo il presidente dà lettura del dispositivo in udienza.

La sezione provvede con sentenza, che può essere di condanna o di assoluzione. Irroga quindi una sanzione disciplinare in caso di condanna ovvero, se non è raggiunta prova sufficiente, dichiara esclusa la sussistenza dell’addebito (oppure dichiara, in caso di difetto dell’elemento soggettivo, che il fatto non costituisce illecito disciplinare). La differenziazione delle formule assolutorie è prassi consiliare che, pur in assenza di una disciplina espressa sul punto, può ritenersi consentita proprio in forza del generale rinvio alle norme del codice di procedura penale. I motivi della sentenza sono depositati nella segreteria della sezione disciplinare entro trenta giorni dalla deliberazione (art. 19, secondo comma).

La sentenza della sezione disciplinare è comunicata al Ministro nella ipotesi in cui egli abbia promosso l’azione disciplinare, ovvero richiesto l’integrazione o la modificazione della contestazione, con invio di copia integrale, anche ai fini della decorrenza dei termini per la proposizione del ricorso alle sezioni unite della Corte di cassazione. Il Ministro può richiedere copia degli atti del procedimento (art. 19, terzo comma).

 

8. La sospensione dei termini.

 

La nuova disciplina dei termini è caratterizzata - come si è visto - da una scansione temporale più rigida che nel vecchio sistema e risponde al principio costituzionalmente garantito della ragionevole durata del processo (art. 111, terzo comma, Cost.).

Il termine di prescrizione di dieci anni dal fatto per promuovere l’azione ed i diversi termini di decadenza (un anno per Ministro e P.G. per iniziare l’azione dalla notizia del fatto, due anni dall’inizio del procedimento per il P.G. per formulare le richieste conclusive, due anni dalla richiesta di fissazione dell’udienza per la sezione disciplinare per la pronuncia) rappresentano uno strumento di controllo della durata del processo e rispondono al principio del favor per l’incolpato, il quale può decidere se avvalersene o meno.

Tutti questi termini sono tuttavia sospesi in casi tassativamente e specificamente indicati dalla legge (art. 15, ottavo comma).

Sono queste le cause di sospensione dei termini del procedimento disciplinare:

a) l’inizio del procedimento penale per il medesimo fatto, l’arresto, il fermo o l’esecuzione della misura cautelare; in questi casi il termine riprende a decorrere dalla data in cui non è più soggetta ad impugnazione la sentenza di non luogo a procedere ovvero sono divenuti irrevocabili la sentenza o il decreto penale di condanna;

b) la proposizione di una questione di legittimità costituzionale; in questo caso, il termine riprende a decorrere dal giorno in cui è pubblicata la decisione della Corte costituzionale;

c) la sottoposizione dell’incolpato o del suo difensore a perizia o ad accertamenti specialistici, per tutto il tempo necessario all’espletamento di tali atti;

d) il rinvio del procedimento disciplinare a richiesta dell’incolpato o del suo difensore o per impedimento dell’incolpato o del suo difensore;

e) la pendenza di un procedimento civile, penale o amministrativo pregiudiziale all’accertamento del fatto costituente l’illecito disciplinare della grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza insescusabile (lett. g) dell’art. 2) ovvero del travisamento dei fatti determinato da negligenza insescusabile (lett. h) dell’art. 2);

f) la sospensione del procedimento disciplinare a seguito di decreto del Procuratore generale dovuto alla secretazione delle indagini in sede penale (art. 16, quarto comma).

 

9. I rapporti con altri procedimenti.

 

Ferme restando le ipotesi di sospensione del decorso dei termini, il nuovo sistema ha sancito l’autonomia del procedimento rispetto all’azione civile di risarcimento del danno ed all’azione penale relativa al medesimo fatto, ben potendo essere promossa l’azione disciplinare indipendentemente da esse (art. 20, primo comma).

Per quanto attiene alla valenza del giudicato, nel giudizio disciplinare hanno autorità di cosa giudicata, la sentenza penale irrevocabile di condanna e quella di patteggiamento quanto all’accertamento del fatto, della sua illiceità penale e dell’affermazione che l’imputato lo ha commesso (art. 20, secondo comma) e la sentenza penale irrevocabile di assoluzione quanto all’accertamento che il fatto non sussiste o che l’imputato non lo ha commesso (art. 20, terzo comma).

Fuori di questi limiti, il giudizio disciplinare conserva ogni autonomia. Invero, ferma restando l’immutabilità degli accertamenti sui fatti circa la loro storicità, il giudice disciplinare ben può e deve procedere alla qualificazione dei medesimi sotto il diverso profilo deontologico ed indipendentemente dalla qualificazione o meno come reati dei fatti oggetto di accertamento.

Sicché, non solo una assoluzione in sede penale perché “il fatto non costituisce reato” non preclude la possibilità di una condanna in sede disciplinare dell’incolpato che non abbia informato la sua condotta alle regole deontologiche, ma anche un fatto non configurato come reato per difetto dell’elemento oggettivo può essere viceversa configurato come illecito disciplinare e determinare una condanna in questa sede.

Non sussistono in alcun modo vincoli preclusivi in sede di giudizio disciplinare nelle ipotesi di sentenza penale di non doversi procedere per estinzione del reato per qualsiasi causa, né nell’ipotesi di decreto di archiviazione in sede penale.

 

Anche l’illecito civile disciplinato dalla legge 13 aprile 1988, n. 117 e l’illecito disciplinare si pongono su piani diversi.

La responsabilità civile del magistrato, infatti, sussiste soltanto quando la violazione di legge, l’affermazione di un fatto la cui esistenza è incontestabilmente esclusa o la negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontestabilmente dagli atti, dipendano da negligenza inescusabile, la quale, secondo un costante orientamento giurisprudenziale, richiede un quid pluris rispetto alla negligenza e cioè che l’errore si presenti come non spiegabile, senza agganci con le particolarità della vicenda atti a ritenerlo comprensibile (anche se non giustificato).

Per quanto riguarda la responsabilità disciplinare, invece, deve essere accertata - oggi, come nel regime antecedente alla riforma del 2006 - tenendo conto di tutte le particolarità della situazione, quali una scarsa ponderazione, un’approssimazione o una limitata diligenza, sempre che tali comportamenti non costituiscano vizi rilevanti esclusivamente sul piano processuale e abbiano invece valore sintomatico di comportamenti confliggenti con la deontologia professionale.

 

Sebbene non sia previsto da specifica norma di legge, anche nel procedimento disciplinare è vigente il generale principio del ne bis in idem (art. 649 c.p.p.), per cui qualora nei confronti dell’incolpato sia avviata nuovamente azione disciplinare per i medesimi fatti oggetto di sentenza disciplinare irrevocabile, deve dichiararsi l’improcedibilità dell’azione per l’esistenza di precedente giudicato.

 

10. Le misure cautelari.

 

Le misure cautelari adottabili prima o nel corso del procedimento disciplinare sono quelle della sospensione obbligatoria dalle funzioni e dallo stipendio (art. 21), della sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio (art. 22) e del trasferimento ad altra sede o la destinazione ad altre funzioni (art. 13, secondo comma).

Mentre le prime due misure erano già previste nel sistema abrogato, l’istituto del trasferimento cautelare e provvisorio ad altra sede o ad altre funzioni è istituto del tutto nuovo nell’ordinamento e destinato ad incidere sensibilmente nella realtà giudiziaria, in deroga al principio generale dell’inamovibilità di sede, costituzionalmente garantito (art. 107).

Il trasferimento cautelare e provvisorio può essere disposto dalla sezione disciplinare, quando sussistano gravi elementi di fondatezza dell’azione disciplinare e ricorrano motivi di particolare urgenza, su richiesta del Ministro o del Procuratore generale, nei casi di procedimento disciplinare per addebiti punibili con una sanzione diversa dall’ammonimento ed anche prima dell’inizio del procedimento disciplinare.

Anche se la legge nulla dice in proposito, deve ritenersi che - laddove il provvedimento cautelare del trasferimento sia richiesto prima dell’inizio dell’azione disciplinare o, comunque, prima della fase dibattimentale - debba seguirsi il rito della udienza camerale partecipata con la garanzia di una piena difesa tecnica e del contraddittorio, così come è invece espressamente previsto per la sospensione facoltativa.

La sezione disciplinare deve quindi valutare la sussistenza del presupposto del fumus boni iuris, commisurato anche alla gravità del fatto sul piano disciplinare e di quello del periculum in mora, che deve essere di specifico apprezzamento con riferimento al tempo trascorso dal fatto, alla sua risonanza in sede locale ed alle negative ripercussioni nell’ufficio giudiziario ove l’incolpato svolga le proprie funzioni. Tra l’altro, i motivi di particolare urgenza per disporre il trasferimento cautelare, non vengono meno nell’ipotesi di presentazione di domanda di trasferimento da parte dell’incolpato.

Le prime applicazioni dell’Istituto da parte della sezione disciplinare hanno dimostrato la particolare efficacia e tempestività del nuovo strumento cautelare nel rimuovere situazioni ambientali divenute difficili anche a causa di condotte di magistrati rilevanti sotto il profilo disciplinare. E’ appena il caso di sottolineare come gli strumenti assicurati alla difesa dell’incolpato ed al contraddittorio tra le parti sono decisivi al fine di evitare all’esterno anche il dubbio di strumentalizzazioni politiche del nuovo Istituto.

 

Anche le misure di sospensione, obbligatoria o facoltativa, vengono adottate sulla richiesta avanzata dal Ministro o dal Procuratore generale.

La sospensione cautelare è obbligatoria quando il magistrato, sottoposto a procedimento penale, sia attinto da una misura cautelare personale. Essa determina il collocamento del magistrato fuori del ruolo organico della magistratura e può essere adottata anche prima del procedimento disciplinare.

La ratio della disposizione è quella di evitare che l’esercizio delle funzioni giudiziarie in una condizione di menomata credibilità, proprio a causa della misura cautelare adottata in sede penale, possa minare la necessaria fiducia che i cittadini debbono riporre nel magistrato e nell’ordine giudiziario in generale.

La sospensione permane sino alla sentenza di non luogo a procedere non più soggetta ad impugnazione o alla sentenza irrevocabile di proscioglimento (art. 21, secondo comma) ed è revocata, anche d’ufficio, allorché la misura cautelare adottata in sede penale sia revocata per carenza di gravi indizi di colpevolezza. Negli altri casi di revoca o di cessazione degli effetti della misura cautelare, la sezione disciplinare è tenuta discrezionalmente a valutare l’opportunità di revocare la sospensione (art. 21, terzo comma).

La sospensione cautelare è facoltativa in due distinte ipotesi: a) quando il magistrato sia sottoposto a procedimento penale per delitto non colposo punibile, anche in via alternativa, con pena detentiva; b) quando al medesimo possano essere ascritti fatti rilevanti sotto il profilo disciplinare che, per la loro gravità, siano incompatibili con l’esercizio delle funzioni. Anch’essa, come quella obbligatoria, determina il collocamento fuori del ruolo organico della magistratura e può essere adottata anche prima del procedimento disciplinare.

In questo caso la legge prevede espressamente il rito camerale previo contraddittorio con l’interessato ed il suo difensore (art. 22, secondo comma) ed è particolarmente delicato l’esame del fumus boni iuris e del periculum in mora che vanno parametrati alla gravità delle imputazioni (o incolpazioni) elevate, alla serietà e consistenza del quadro indiziario acquisito ed alla compromissione della considerazione di cui il magistrato deve godere, necessaria per esercitare le funzioni con il dovuto prestigio anche in una sede diversa da quella in cui i fatti si sono verificati.

Nei casi di minore gravità il Ministro o il Procuratore generale possono chiedere alla sezione disciplinare il trasferimento provvisorio dell’incolpato ad altro ufficio di un distretto limitrofo, ma da diversi quello indicato nell’art. 11 del codice di procedura penale (art. 22, primo comma, ultimo periodo).

Il caso di trasferimento d’ufficio previsto dall’art. 22 può ritenersi diverso rispetto all’analoga misura cautelare prevista dall’art. 13, che può essere adottata non in luogo della sospensione, ma ogni qualvolta sussistano motivi di particolare urgenza, e che può comportare, a differenza della prima, un trasferimento anche nell’ambito dello stesso distretto.

Sebbene la norma non precisi alcunché, deve ritenersi che la sezione disciplinare possa irrogare la sanzione meno grave del trasferimento d’ufficio anche quando il Ministro ed il procuratore generale abbiano richiesto soltanto la sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio o quando l’incolpato abbia chiesto la revoca della sospensione stessa.

La sezione disciplinare può revocare la sospensione in qualsiasi momento, anche d’ufficio (art. 22, terzo comma), ogni qualvolta ritenga che siano venuti meno, per qualsiasi causa, i presupposti del fumus boni iuris e del periculum in mora.

Sia per la sospensione obbligatoria che per quella facoltativa è prevista la corresponsione al magistrato sospeso di un assegno alimentare nella misura indicata dall’art. 10, secondo comma (artt. 21, quarto comma e 22, quarto comma) e cioè pari a due terzi dello stipendio e delle altre competenze di carattere continuativo, se il magistrato sta percependo il trattamento economico riservato alla prima o seconda o terza classe stipendiale; alla metà, se alla quarta o quinta classe; ad un terzo, se alla sesta o settima classe.  

Il magistrato riacquista il diritto agli stipendi ed alle altre competenze non percepite, detratte le somme corrisposte per assegno alimentare, se è prosciolto con sentenza irrevocabile ai sensi dell’art. 530 del codice di procedura penale. Tale disposizione si applica anche se è pronunciata nei suoi confronti sentenza di proscioglimento per ragioni diverse o sentenza di non luogo a procedere non più soggetta ad impugnazione, qualora, essendo stato il magistrato sottoposto a procedimento disciplinare, lo stesso si sia concluso con sentenza di non luogo a procedere o se l’incolpato è assolto o condannato ad una sanzione diversa dalla rimozione o dalla sospensione dalle funzioni per un tempo pari o superiore alla durata della sospensione cautelare eventualmente disposta (artt. 21, quinto comma, 22, quarto e quinto comma). In questi casi sono corrisposti gli arretrati dello stipendio e delle altre competenze non percepiti, detratte le somme già riscosse per assegno alimentare.

La cessazione degli effetti delle misure cautelari comporta la reintegra, a tutti gli effetti, del magistrato nella situazione anteriore alla sospensione, consistente nel diritto ad essere assegnato al posto in precedenza occupato ovvero, qualora non sia vacante, alla scelta tra i posti disponibili, con diritto di prelazione su altri eventuali concorrenti, a condizione che si tratti di un posto analogo a quello originariamente ricoperto e che la scelta avvenga entro un anno dalla data di cessazione dell’efficacia della misura cautelare (art. 23).

Nessuna norma regola la questione del termine di efficacia delle misure cautelari, ma deve ritenersi, in conformità a quanto più volte sancito dalla giurisprudenza disciplinare che il termine quinquennale di cui all’art. 9, secondo comma, della legge 7 febbraio 1990, n. 19, previsto per la cessazione dell’efficacia della sospensione cautelare del pubblico dipendente, non si applichi alla sospensione cautelare del magistrato.

 

11. Le impugnazioni.

 

Avverso i provvedimenti in materia di sospensione e contro le sentenze della sezione disciplinare, l’incolpato, il Ministro ed il Procuratore generale possono proporre ricorso per cassazione (art. 24).

La norma nulla dice in ordine alla ricorribilità in cassazione anche contro i provvedimenti di trasferimento d’ufficio in via cautelare, ma l’art. 17 della legge 24 marzo 1958, n. 195 prevede in via generale che contro i provvedimenti in materia disciplinare del CSM, è ammesso il ricorso alle sezioni unite della Corte di cassazione.

D’altra parte, un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma speciale conduce inevitabilmente a ritenere ammissibile il ricorso anche in questi casi e le prime applicazioni giurisprudenziali vanno in questa direzione.

Nei confronti dei provvedimenti in materia di sospensione il ricorso non ha effetto sospensivo del provvedimento impugnato.
Il ricorso per cassazione va presentato nei termini e con le forme previsti dal codice di procedura penale.

L’originaria disposizione del d.lgs. n. 109 del 2006 prevedeva che il ricorso venisse deciso dalle sezioni unite penali della Corte di cassazione, ma una modifica apportata dalla legge n. 269 del 2006 ha reintrodotto l’impugnabilità delle sentenze e delle ordinanze cautelari della sezione disciplinare dinanzi alle sezioni unite civili della Corte di Cassazione (art. 24, secondo comma).

Sicché, per effetto dell’errore di coordinamento legislativo l’incolpato, il Ministro ed il Procuratore generale devono proporre il ricorso nei termini e nelle forme previste dal rito penale, ma il giudizio si incardina presso le sezioni unite civili della Corte di cassazione, che devono decidere entro sei mesi dalla data di proposizione del ricorso.

 

Mezzo straordinario di impugnazione, anche nel processo disciplinare, è la revisione (art. 25) che consente, in casi tassativi, di rimuovere gli effetti di giudicato, dando priorità di giustizia sostanziale rispetto a quella di certezza dei rapporti giuridici.

   E’ dunque ammessa la revisione solo quando: a) i fatti posti a fondamento della sentenza risultano incompatibili con quelli accertati in una sentenza penale irrevocabile ovvero in una sentenza di non luogo a procedere non più soggetta ad impugnazione; b) sono sopravvenuti o si scoprono, dopo la decisione, nuovi elementi di prova, che soli o uniti a quelli già esaminati nel procedimento disciplinare, dimostrano l’insussistenza dell’illecito; c) il giudizio di responsabilità e l’applicazione della relativa sanzione sono stati determinati da falsità ovvero da altro reato accertato con sentenza irrevocabile.

Gli elementi in base ai quali si chiede la revisione devono essere, a pena di inammissibilità della domanda, tali da dimostrare che, se accertati, debba essere escluso l’addebito o debba essere applicata una sanzione diversa da quella inflitta se si tratta della rimozione, ovvero se dalla sanzione applicata è conseguito il trasferimento d’ufficio (art. 25, secondo comma).

Legittimati a chiedere la revisione sono: a) il magistrato condannato; b) in caso di morte o di sopravvenuta incapacità, un suo prossimo congiunto che vi abbia interesse anche soltanto morale; c) il Ministro; d) il Procuratore generale (art. 25, terzo e sesto comma).

L’istanza deve contenere, a pena di inammissibilità, l’indicazione specifica delle ragioni e dei mezzi di prova che la giustificano e deve essere presentata, unitamente ad eventuali atti e documenti (quale ad esempio la sentenza penale) alla segreteria della sezione disciplinare.

La sezione disciplinare, instaurato il contraddittorio con le parti, dichiara inammissibile l’istanza se proposta fuori dei casi consentiti dalla legge, senza l’osservanza delle modalità prescritte, ovvero se risulti manifestamente infondata; altrimenti, dispone il procedersi a giudizio di revisione secondo le regole del giudizio disciplinare (art. 25, settimo comma).

Contro la decisione che dichiara inammissibile l’istanza di revisione è ammesso ricorso alle sezioni unite civile della Corte di cassazione (art. 25, ottavo comma).

In caso di accoglimento dell’istanza di revisione la sezione disciplinare revoca la precedente decisione (art. 25, nono comma), con conseguenti effetti giuridici sia in ordine alla carriera del magistrato, sia a fini economici (art. 25, decimo comma).

 


Cfr. Sent. sez. disc. CSM, n. 38 del 18 aprile 2008; n. 14 del 22 febbraio 2008.

La Commissione bicamerale presieduta dall’on. D’Alema aveva previsto nei suoi lavori preparatori l’azione disciplinare obbligatoria.

L’A.N.M., nel documento a commento dello schema di decreto legislativo in tema di responsabilità disciplinare esprimeva perplessità sul punto.

Cass., sez. un. civili, n. 27172 del 20 dicembre 2006; n. 17 del 4 gennaio 2007; n. 1821 del 29 gennaio 2007; n. 2685 del 7 febbraio 2007; n. 16628 del 27 luglio 2007.

Cfr. ex multis, Cass. n. 14771 del 13 luglio 2005; n. 9889 dell’11 maggio 2005; n. 11459 del 19 giugno 2004; n. 6769 del 6 aprile 2004.

Anche nel regime abrogato, la giurisprudenza intendeva la "notizia" del fatto, che segna il "dies a quo" del termine di decadenza per il promuovimento dell’ azione, come conoscenza certa di tutti gli elementi costitutivi dell\'illecito, non rilevando al suddetto fine l\'acquisizione di dati insufficienti ad un\'esauriente formulazione dell\'incolpazione ed alle corrispondenti esigenze di difesa dell\'accusato: Cass., Sez. Un. Civ. n. 5510 del 14 maggio 1993 e n. 5542 del 12 dicembre 1989.

Cfr. nel sistema abrogato, Sez. Disc. CSM del 6 maggio 1988, secondo la quale: “I titolari dell\'azione disciplinare si considerano, agli effetti della decadenza dell\'azione disciplinare per inutile decorso del termine annuale, non nella loro qualità di persone fisiche bensì come ufficio, per cui arbitraria sarebbe ogni distinzione tra il Procuratore Generale e i suoi sostituti ovvero tra Ministro e articolazioni ministeriali. Ai fini della decorrenza del termine deve farsi riferimento al momento in cui la notizia sia comunque pervenuta all\'ufficio o del Procuratore Generale, anche se del fatto sia venuto a conoscenza un suo sostituto attraverso la lettura di incarti processuali relativi ad un ricorso per cassazione, o del Ministro, anche se del fatto sia venuto a conoscenza l\'Ispettorato generale destinatario di un esposto a carico di un magistrato. La conoscenza del fatto costituente illecito disciplinare deve ritenersi completa e diretta da parte del Ministro fin dal momento in cui si completa la ispezione, mentre non rileva a tali fini il momento di redazione e deposito della relazione ispettiva. Riferire l\'inizio del termine annuale di decadenza alla redazione e deposito della relazione ispettiva, anziché di compimento dell\'ispezione è non solo contrario alla corretta qualificazione dei rapporti tra Ministro e suo Ispettorato, ma introduce elementi di assoluta dilatabilità del termine decadenziale, rischiando di vanificare finanche la stessa previsione di un termine dal momento che i tempi di deposito delle relazioni dipendono dallo stesso organo Ministro nei cui confronti il termine di decadenza è previsto.

Cass., Sez. Un. Civ., n. 3612 del 16 febbraio 2007; n. 14 del 27 gennaio 2004; n. 9010 del 2 novembre 1994; cfr. anche Corte Cost. n. 196 del 1992.

Cfr. nel regime abrogato Sez. Disc. CSM del 28 luglio 2005. 

Corte Cost., n. 497 del 2000.

Del resto, la giurisprudenza formatasi nel regime della vecchia normativa riteneva che l\'art. 34 del r.d.lgs. 31 maggio 1946, n. 511 - nella parte in cui prevedeva non già l\'obbligo, ma la mera facoltà dell\'incolpato di farsi assistere da un difensore, in relazione alle speciali esigenze del procedimento ed all\'attitudine di chi fosse professionalmente investito della funzione giurisdizionale a far derivare esclusivamente dalla propria valutazione tecnica la linea difensiva circa i comportamenti contestatigli - escludesse l\'applicabilità dell\'art. 304 dell\'abrogato cod. proc. pen., nella parte in cui imponeva all\'inquirente di nominare un difensore di ufficio, ove l\'imputato non avesse ottemperato all\'invito a nominarne uno di propria fiducia: Cass. Sez. Un. Civ., n. 27172 del 20 dicembre 2006. Si riteneva, più esplicitamente, che l’autodifesa dell’incolpato fosse una scelta del legislatore in concreto idonea ad assicurare il diritto di difesa, tenuto conto della peculiarità del procedimento disciplinare e proprio in considerazione della preparazione e qualificazione professionale del magistrato incolpato: Cass. Sez. Un. Civ., n. 556 del 30 gennaio 1985; Cass. Sez. Un. Civ., n. 12323 del 29 novembre 1995.

contra, in dottrina, CASSANO, Il procedimento disciplinare, in AA.VV., Il nuovo ordinamento giudiziario, Milano, 2006, 343.

Attualmente, sono delegati allo svolgimento di procedimenti disciplinari 9 sostituti procuratori generali a fronte di un organico di 65, e ciò dimostra l’estrema delicatezza della materia.

Art. 384, primo comma: “… non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé medesimo o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile nocumento nella libertà e nell’onore”.

Art. 384, secondo comma: “… la punibilità è esclusa se il fatto è commesso da chi per legge non avrebbe dovuto essere richiesto di fornire indicazioni ai fini delle indagini o assunto come testimonio, perito, consulente tecnico o interprete ovvero non avrebbe potuto essere obbligato a deporre o comunque a rispondere o avrebbe dovuto essere avvertito della facoltà di astenersi dal rendere informazioni, testimonianza, perizia, consulenza o interpretazione”.

Con delibera del 15 luglio 2004 (parere sulla riforma dell’ordinamento giudiziario) il CSM ha adombrato sul punto specifico sospetti di incostituzionalità.

I problemi sono acuiti dalla circostanza che non si è ancora formata giurisprudenza in ordine all’interpretazione dell’art. 3 bis, non essendo ancora chiaro se, in che termini ed entro quali limiti, configurare la scarsa rilevanza di un fatto addebitato che rientri in una delle ipotesi tipiche di illecito disciplinare.

Vedi in dottrina SCARSELLI, Ordinamento giudiziario e forense, 2008, 164; contra CASSANO, op. cit., 345 ss.. Anche l’ANM, in sede di Osservazioni allo schema di decreto legislativo in materia disciplinare così ha osservato: “Quando dal regime dell’azione si passa all’esame dei ruoli del Ministro e del Procuratore generale nella procedura disciplinare, i guasti del “parallelismo imperfetto” emergono con ancora maggiore evidenza. Dal momento che la Costituzione attribuisce al Ministro il ruolo di promotore dell’azione disciplinare in teoria sarebbe stato - e sarebbe tuttora possibile - che il legislatore ordinario attribuisse al Ministro un autonomo potere di indagine e di accusa dinanzi alla Sezione disciplinare del CSM. Come è noto la scelta compiuta in passato dal legislatore è stata diversa. Si è optato per la duplice titolarità dell’azione disciplinare - facoltativa -   in capo al Ministro della Giustizia ed al Procuratore generale presso la Corte di cassazione mentre è stato riservato alla Procura il ruolo di unico organo inquirente e requirente nel procedimento disciplinare. Oggi si propone una singolare terza via. Il Ministro della Giustizia - accanto al potere di promuovere in regime di facoltatività l’azione disciplinare mediante “richiesta di indagini” al Procuratore generale diviene titolare di ampi e penetranti poteri di impulso, di intervento e di accusa in tutte le fasi della procedura disciplinare. Poteri che lo configurano, di volta in volta, come organo requirente sostitutivo o alternativo alla Procura generale o come organo requirente concorrente ed aggiuntivo rispetto ad essa. Il Ministro, infatti, pur senza assumere mai una diretta responsabilità per lo svolgimento delle indagini, può esercitare la sua decisiva influenza in ogni momento del procedimento disciplinare. Già nella fase iniziale del procedimento e nel corso delle indagini il Ministro può chiedere che l’azione disciplinare promossa dal Procuratore generale sia estesa ad altri fatti ; e può inoltre rivendicare una analoga estensione dell’azione disciplinare tutte le volte che il Procuratore generale contesti fatti nuovi nel corso delle indagini. Ma è nelle fasi successive - delle richieste da formulare al termine delle indagini e del dibattimento - che il ruolo del Ministro subisce le più profonde trasformazioni.

Al Ministro sono infatti attribuiti: a) il potere di chiedere la “integrazione” della contestazione disciplinare formulata dal Procuratore generale nell’ipotesi di azione promossa dallo stesso Procuratore; b) il potere di chiedere la “modificazione” della contestazione disciplinare formulata dal Procuratore generale nell’ipotesi di azione scaturita da una iniziativa ministeriale; c) il potere di proporre “opposizione” al CSM avverso la richiesta di declaratoria di non luogo a procedere - per ragioni procedurali - formulata dal Procuratore generale al termine delle indagini ; d) il potere di diretta “formulazione dell’incolpazione” e di autonoma “richiesta di fissazione del giudizio disciplinare” in tutti i casi in cui dissente dalla richiesta di declaratoria di non luogo a procedere del Procuratore generale fondata sulla esclusione dell’addebito; … f) il potere di ricorrere … alle Sezioni unite … della Corte di cassazione avverso le sentenze della Sezione disciplinare.  

La vastità e la pervasività dei poteri ministeriali fanno del Ministro un agile protagonista della procedura disciplinare, capace di essere onnipresente negli snodi decisivi del procedimento ed al tempo stesso libero dal peso gravoso delle indagini e tecnicamente “irresponsabile”, perché costantemente al riparo dalle smentite provenienti dagli eventuali esiti negativi dei giudizi disciplinari. Un “Ministro disciplinare”, dunque, che in ogni momento può intervenire per correggere, contraddire, sostituire e soppiantare il suo modesto comprimario, il Procuratore generale, oberato dal carico ed impigliato nei lacci della gestione dell’azione disciplinare obbligatoria. Sul piano istituzionale, poi, va rilevato che il procedimento disciplinare potrebbe essere segnato in ogni sua fase da impulsi contrastanti e da serie divergenze tra il Procuratore generale , organo normalmente investito delle funzioni inquirenti e requirenti, ed il Ministro in veste di accusatore extra ordinem.”  

Già nella disciplina abrogata la giurisprudenza di legittimità aveva riconosciuto l’irretrattabilità dell’azione disciplinare e l’autonomia della valutazione della sezione disciplinare anche nel caso di richiesta di declaratoria di non doversi procedere da parte del P.G.: Cass. Sez. Un. Civ., n. 1994 dell’11 febbraio 2003; n. 11724 del 5 agosto 2002.

Per effetto della sentenza della Corte Costituzionale 3 luglio 2003, n. 262, che ha dichiarato illegittimo l’art. 4 della legge n. 195/58 nella parte in cui “non prevede l’elezione da parte del CSM di ulteriori componenti supplenti”, è intervenuto lo stesso CSM (delibera 1° marzo 2006) introducendo nel proprio regolamento l’art. 3 bis, che prevede tra l’altro che all’atto dell’elezione dei componenti titolari vengano eletti dieci componenti supplenti (sette togati e tre laici).

Su cui vedi infra, par. 9.

È compatibile con il procedimento disciplinare la norma di cui all’art. 129 c.p.p..

L’art. 431 c.p.p. è compatibile solo entro certi limiti con il procedimento disciplinare, ove sono acquisiti di diritto gli atti contenuti nel fascicolo della Procura generale.

Sul punto, vedi CASSANO, op. cit., 353 s..

Poiché l’incolpato è persona giuridicamente attrezzata, le sue dichiarazioni spontanee spesso esorbitano dai limiti di cui all’art. 494 c.p.p. e sconfinano in una vera e propria difesa. In tal caso, è compito del presidente della sezione disciplinare ricondurre le dichiarazioni spontanee (e senza contraddittorio) ai limiti di legge.

Cfr. da ultimo, Ord. Sez. Disc. CSM, n. 13 del 18 febbraio 2008.

Si pensi al magistrato assolto in sede penale dall’imputazione di associazione per delinquere, che può essere condannato in sede disciplinare per aver frequentato gli associati sottoposti ad altro procedimento penale a lui assegnato.

Anzi, l’art. 4, lett. d) del d.lgs. n. 109 prevede, quale fattispecie tipica di illecito disciplinare ”qualunque fatto costituente reato idoneo a ledere l’immagine del magistrato, anche se il reato è estinto per qualsiasi causa o l’azione penale non può essere iniziata o proseguita”.

Cfr. Sez. Disc. CSM, n. 97 del 16 novembre 2007 per una fattispecie regolata dalla abrogata normativa.

Cass. n. 12357 del 6 novembre 1999; Cass. n. 16935 del 29 novembre 2002; Cass. n. 16696 del 7 novembre 2003; Cass. n. 15227 del 5 luglio 2007.

Sez. Disc. CSM, n. 32 dell’11 marzo 2005.

L’art. 31 del r.d.l. n. 511 del 1946 disponeva la sospensione obbligatoria del magistrato nei confronti del quale fosse stata emesso un provvedimento restrittivo della libertà e la sospensione facoltativa nel caso in cui il magistrato fosse sottoposto a procedimento penale senza restrizione della libertà. L’art. 30 prevedeva un’altra ipotesi di sospensione facoltativa nel caso in cui il magistrato fosse sottoposto a procedimento disciplinare.

Vedi Cass. Sez. Un., n. 25815 dell’11 dicembre 2007, che ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale della norma. Tra l’altro, proprio in quanto il trasferimento d’ufficio è destinato ad incidere sulla regola generale dell’inamovibilità, il legislatore ha preferito questo strumento cautelare, che deve essere adottato con le garanzie giurisdizionali, rispetto alla procedura amministrativa di incompatibilità ambientale ex art. 2 L.G., oggi limitata alle sole ipotesi di condotte incolpevoli dell’interessato.

Cass. Sez. Un., n. 25815 dell’11 dicembre 2007.

Cass. Sez. Un., n. 25815 dell’11 dicembre 2007; Ord. Sez. Disc. CSM n. 47 del 30 maggio 2007; Sent. Sez. Disc. CSM n. 3 del 18 gennaio 2008.

La norma è dunque di portata più ampia rispetto alla vecchia disciplina perché fa riferimento a tutte le misure cautelari personali che si distinguono in coercitive (artt. 280 ss. c.p.p.: divieto di espatrio, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, allontanamento dalla casa familiare, divieto ed obbligo di dimora, arresti domiciliari, custodia cautelare in carcere, custodia cautelare in luogo di cura) ed interdittive (artt. 287 ss. c.p.p.: sospensione della potestà dei genitori, sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio e, per quanto possa rilevare per un magistrato, divieto temporaneo di attività professionale).

Cfr. Ord. Sez. Disc. CSM, n. 100 del 16 novembre 2007.

La norma sembra viziata da eccesso di delega nella parte in cui aggiunge la possibilità per il magistrato già sottoposto a sospensione cautelare di richiedere, con concorso virtuale, “funzioni di livello pari a quelle più elevate assegnate ai magistrati che lo seguivano nel ruolo al momento della sospensione cautelare, ad eccezione delle funzioni direttive superiori giudicanti e requirenti di legittimità e delle funzioni direttive superiori apicali di legittimità”. La legge delega non prevede, infatti, queste modalità di reintegrazione, che sono del resto estranee anche alla disciplina della restituito in integrum richiamata dalla norma stessa e contenuta negli artt. 3, commi 57 e 57 bis della legge 24 dicembre 2003, n. 350 e successive modificazioni, e 2, terzo comma, del decreto legge 16 marzo 2004, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 maggio 2004, n. 126.

Sez. Disc. CSM, n. 51 del 28 maggio 2002 ; n. 6 del 30 gennaio 2002; n. 97 del 22 ottobre 1999.

Secondo una interpretazione logico sistematica delle norme del d.lgs. n. 109, l’esercizio del potere di impugnazione da parte del Ministro dovrebbe intendersi limitato alle sole ipotesi in cui questi abbia promosso l’azione disciplinare, richiesto l’integrazione o la modifica dell’incolpazione.

Cass. Sez. Un., n. 25815 dell’11 dicembre 2007; Ord. Sez. Disc. CSM n. 47 del 30 maggio 2007; Sent. Sez. Disc. CSM n. 3 del 18 gennaio 2008.

Come imposto dalla legge delega n. 150 del 2005.

Cfr. Sez. Disc. CSM, n. 31 del 4 aprile 2008.


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