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MAFIA e POTERE
Dalle Stragi del 1992 sino ai "Colletti Sporchi" dei Nostri Giorni
di Marco IMPERATO 

 

Università Bicocca Milano , 28 aprile 2009

 


 

“Non ebbe la possibilità di portare a compimento le sue potenzialità ed è per questo che la sua memoria insegue e stimola così tanti di noi. Perché voleva che il lavoro fosse portato a termine, perché era spesso impaziente e combattivo.”

                            (Robert Kennedy e il suo tempo, A.M. Schlesinger)                                       

 

Queste parole, che in realtà si riferiscono a Robert Kennedy, mi vengono in mente quando penso alle vite delle due figure simbolo della battaglia contro la mafia: Paolo Borsellino e Giovanni Falcone... e mi ricordano perché questi due uomini hanno significato tanto per me, facendomi desiderare di fare il mestiere che faccio, e per tutti noi che siamo oggi qui uniti, ne sono convinto, dal desiderio e dal sogno di un paese migliore, libero dalla corruzione e dall’illegalità, un paese che offra opportunità a tutti e che non abbia bisogno di eroi ma solo di persone oneste che facciano la loro parte per il bene della collettività.

Falcone e Borsellino vennero uccisi tuttavia perché almeno un capitolo fondamentale del loro lavoro lo avevano portato a compimento: il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione confermava gli ergastoli del processo istruito per anni dal pool di Palermo decretando così il successo della strategia di Paolo e Giovanni, che ebbero la capacità e l’audacia di processare per la prima volta la mafia come sistema unitario, come organizzazione verticistica e di potere, quella raccontata da Buscetta e da tutti gli altri collaboratori che si erano decisi a rispondere alle domande degli inquirenti, forse percependo che la parte sana dello Stato poteva davvero vincere la guerra.

Subito dopo quella storica sentenza Cosa Nostra reagiva uccidendo Salvo Lima, potente senatore andreottiano simbolo di una stagione politica che aveva usato la mafia per raccogliere consenso permettendo a questa di prosperare con i suoi affari. Con l’assassinio di Lima i “corleonesi” stavano dicendo che quell’epoca era terminata, che il patto era sciolto e la partita si riapriva.

A scombinare i piani era stato lo stesso Falcone, che agendo dal suo ufficio all’interno del Ministero della Giustizia fece in modo che il collegio decisivo non fosse presieduto dal giudice Carnevale, assolto nel 2002 dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa dopo una condanna a 6 anni in appello, in particolare grazie al fatto che la Suprema Corte non ha ritenuto utilizzabili ai fini processuali le testimonianze dei colleghi giudici che raccontavano le pressioni fatte da Carnevale in camera di consiglio per giungere all’annullamento di importanti sentenze in materia di criminalità organizzata.

La vicenda del giudice Carnevale, con il suo sapore di verità negata, è purtroppo emblematica del paradosso italiano: colui che le intercettazioni avevano ascoltato attaccare con violenza i martiri della mafia è rientrato nel pieno delle sue funzioni mentre una legge contra personam impediva a Caselli di concorrere al posto di Procuratore Nazionale Antimafia, oggi in carico a Pietro Grasso.

 

Ma torniamo al 1992 e facciamo un breve cronistoria.

Ø     Il 30 gennaio la Corte di Cassazione conferma gli ergastoli alla cupola di Cosa Nostra

Ø     Il 12 marzo Salvo Lima viene ucciso a Palermo

Ø     Il 5 aprile le elezioni politiche decretano il successo del Partito Socialista, l’avanzata della Lega Nord, e la regressione della DC, sotto al 30%, anche per lo perdita del bacino di voti assicurato dalla mafia

Ø     Il 23 maggio una carica di tritolo degna di una paese in guerra uccide Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta

Ø     L’emozione e lo shock generati dalla strage di Capaci sbloccano la situazione politica e il 26 maggio viene eletto a sorpresa Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro

Ø     Il 19 luglio un’autobomba uccide Paolo Borsellino e la sua scorta in via D’Amelio

 

Non è possibile adesso ripercorrere in maniera esaustiva la storia di questi eventi e delle indagini che sono seguite e quindi mi limiterò a sollevare due questioni per la nostra riflessione:

1.      la prima:

Falcone e Borsellino non vennero uccisi solo per quello che avevano fatto, ovvero il maxiprocesso, ma anche per quello che volevano ancora fare… ovvero la guerra al terzo livello, alla borghesia mafiosa, alla struttura di potere ed economica che teneva (e tiene) i fili della grande criminalità organizzata e della corruzione in Italia, manovrando appalti, spostando voti alle elezioni, inquinando il libero mercato attraverso il riciclaggio di denaro sporco…

E’ singolare che molti politici si riempiano la bocca dei nomi di questi magistrati, e poi scelgano di dimenticarsi che erano stati proprio loro a indicare la strada battuta in particolare dal pool Caselli coi processi eccellenti ai politici di primo rango (e qui non discutiamo delle singole responsabilità penali, ma di una logica di approccio al fenomeno)…

2.     la seconda:

Sebbene le due stragi siano intimamente connesse, le indagini hanno fatto comprendere come l’attentato di via D’Amelio non sia stato solo e semplicemente il secondo capitolo della vendetta iniziata a Capaci.

Vi sono troppi interrogativi rimasti aperti, troppe tracce parlano del coinvolgimento di parti dello stato che potrebbero aver usato Cosa Nostra per fare un lavoro gradito e utile non soltanto a Cosa Nostra. Per non parlare della scomparsa dell’agenda su cui Paolo Borsellino annotava gli appunti più riservati e delicati delle sue investigazioni.

Le indagini sui mandanti occulti della strage sono state ostacolate prima che potessero arrivare a fare chiarezza su questa vicenda tanto determinante per il corso futuro degli eventi e per gli assetti della presunta Seconda Repubblica.

 

Dovrebbero bastare queste brevi considerazioni, oltre all’indubitabile significato politico dell’omicidio di Salvo Lima, per convincerci definitivamente che le stragi del 1992 non possono essere relegate nella sola storia criminale di questo Paese, o raccontate esclusivamente nelle pagine di cronaca giudiziaria… oppure ridotte a fenomeno meridionale.

Nel 1993 gli attentati di Roma, Milano e Firenze, che oggi sappiamo essere stati opera di Cosa Nostra, riportarono in Italia un clima che si pensava appartenere al passato, e ciò accadeva proprio mentre le indagini di Mani Pulite, esplose nel 1992, svelavano l’oscena corruzione del potere politico in Italia decapitando un’intera classe dirigente.

La concomitanza di questi eventi, qualche anno dopo il crollo del muro di Berlino, non era causale e non rappresentava soltanto la drammatica fine di una fase storica: in quegli anni e con il sangue delle stragi di Capaci e via D’Amelio si stavano decidendo gli assetti di potere futuri e in particolare il rapporto tra mafia e potere politico.

 

La morte di Falcone e Borsellino e l’omicidio di Lima, pur nei loro significati opposti, erano tutti sintomatici di una sfida lanciata ai massimi livelli: i corleonesi, che in quel momento guidavano la cupola con Riina, volevano dimostrare la loro forza e al contempo far capire ai vecchi referenti politici che la situazione stava cambiando.

Si rivelò una strategia folle, e che infatti in seguito Provenzano abbandonò: lo Stato, che da sempre aveva volentieri stretto taciti e inconfessabili accordi con la mafia sottobanco con reciproco beneficio, non poteva non dare segni di reazione di fronte a eventi così clamorosi: si giunse così a una nuova legislazione antimafia (dall’inasprimento del 41bis alle norme sulla confisca dei beni) e alla straordinaria stagione del pool di Palermo diretto da Caselli, che conseguì risultati eccezionali e che non possono essere smentiti o offuscati dall’esito di alcuni processi come quello di Andreotti (salvato dalla prescrizione) o di Mannino (assolto a sorpresa in Cassazione), di cui potremo parlare dopo se ce ne sarà il tempo.

Ecco la fotografia che di questo passaggio fece il Procuratore Aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato in una relazione letta a Palermo il 19 febbraio 2005:

Nella crisi degli assetti della classe dirigente della prima Repubblica, si apriva agli inizi degli anni Novanta una parentesi storica […] durante la quale il sistema di potere nazionale perdeva  temporaneamente il controllo di alcuni sottosistemi strategici, quale quello dell’ amministrazione della giustizia.

Per la prima volta nella storia del paese, la magistratura operava come una variabile indipendente dal sistema politico, inverando nella prassi il dettato costituzionale dell’indipendenza dell’Ordine giudiziario, rimasto sino ad allora  virtuale affermazione di principio.

Per alcuni anni […] il pianeta mafia ruotando su se stesso ha mostrato pienamente per la prima volta entrambe le sue facce – quella della mafia militare e quella della mafia borghese , che si sono rivelate l’una il rovescio dell’altra, componenti dello stesso sistema di potere.

 

Ma proprio quando ci si incominciava ad avvicinare alle stanze dei bottoni, il clima sociale e politico cambiava nuovamente.

Il Paese ebbe una sorta di crisi di rigetto e quella stagione di successi giudiziari e di rinascita morale che poteva preludere a un vero ricambio della classe dirigente si interruppe: gli entusiasmi verso le indagini divennero diffidenza, il sostegno per le procure si trasformò in sospetto, la fiducia nella magistratura fu spazzata via da una stagione di violenta e volgare delegittimazione che ancora oggi pare non aver terminato il suo lavoro di erosione ed isolamento dell’ordine giudiziario.

 

Ricordiamoci di questo: la consapevolezza e la presa di posizione dell’opinione pubblica a favore della legalità sono condizioni necessarie perché il disegno della nostra Carta Costituzionale si realizzi pienamente e la magistratura sia davvero soggetta solo alla legge e non subordinata o intimidita o limitata da un potere politico che vuole le mani libere e quindi non sopporta che si indaghi sul fenomeno della corruzione nella pubblica amministrazione, sulle ruberie delle ricchezze pubbliche o sulla connivenza della classe dirigente politica ed economica con la criminalità organizzata.

Quando è la gente per prima a non voler più cercare la verità, a non pretendere più giustizia uguale per tutti, allora la magistratura si ripiega in sé stessa e la sua possibilità di fare luce e fare giustizia è fortemente ridotta.

Non voglio certo dire che una magistratura libera e indipendente sia infallibile e non corra il rischio di commettere errori o addirittura abusi; ma questi argomenti non possono diventare alibi per limitarne l’autonomia e la separazione dagli altri poteri dello Stato.

Potremmo parlare per ore delle gravi colpe di giudici e pubblici ministeri: autoreferenzialità, corporativismo, gestione politicizzata di molti ruoli determinanti, un insufficiente controllo degli standard di professionalità e un’insopportabile indulgenza verso coloro che non fanno il loro dovere.

…ma un Paese democratico deve avere la forza e la lucidità per riformare il sistema preservando quel bene supremo per tutti, e non solo per i magistrati, che è rappresentato dall’indipendenza del potere giudiziario.

La legalità è il potere dei senza potere” , ha detto una volta Dubcek…

 

Torniamo adesso a quello che accadde tra la il 1992 e il 1994, quando con la vittoria di Berlusconi nelle elezioni del 27 marzo iniziava, comunque la si voglia giudicare oggi, la Seconda Repubblica.

Alla vigilia di quelle elezioni Cosa Nostra era sul punto di entrare direttamente in politica, anche approfittando delle praterie lasciate libere da Mani Pulite, con un partito di tipo secessionista sul modello della Lega Nord.

Questo progetto fu poi abbandonato ma solo per tornare allo schema più classico, ovvero quello della ricerca di uno (o più) referenti politici a cui affidare gli equilibri di potere e gli enormi interessi economici della mafia.

È in questo quadro inquietante che si inserisce la vicenda non ancora chiarita delle trattative segrete che vi sarebbero state tra Cosa Nostra e parti delle istituzioni, iniziate ancor prima probabilmente della strage di via D’Amelio, cui si sarebbe giunti anche perché il Procuratore Borsellino non ostacolasse questa possibilità di accordo.

 

Gli intrecci narrati dai processi a esponenti politici di destra e di sinistra e in particolare la vicenda del senatore Dell’Utri (ancora in attesa dell’esito del giudizio di appello dopo la condanna in primo grado) dovrebbero imporre riflessioni e approfondimenti sulla genesi di questa c.d. Seconda Repubblica… ma su questi interrogativi si preferisce far calare il silenzio.

Un silenzio scelto anche da Cosa Nostra a partire dalla seconda metà degli anni novanta, avendo compreso che spargere sangue provoca più guai di quanti non ne possa risolvere e anche per poter dare l’illusione che tutto sia sotto controllo, sebbene nulla sia davvero cambiato e permangano gravi e fortissime le infiltrazioni mafiosa in tutti i centri vitali e di potere del Paese.

Ogni volta che poi si riesce a incardinare dei processi a qualche esponente dell’establishment, le indagini vengono sistematicamente delegittimate con l’accusa di essere viziate da fini politici, ottenendo così l’effetto di spostare la discussione dal merito alle opinioni, dai fatti alla propaganda. Ci si difende dal processo e non nel processo, spesso anche grazie all’atteggiamento complice o timido dei giornalisti, troppe volte ridotti a cassa di risonanza dei potenti e incapaci di svolgere inchieste indipendenti e raccontare verità scomode.

 

D’altronde mischiare le carte è un’arte in cui eccellono i mafiosi: nei miei anni siciliani ho capito che l’antimafia è il primo carro su cui salire per ottenere popolarità, legittimazione democratica e… denaro. È emblematica la vicenda di un politico di Villabate, in provincia di Palermo, che organizzava manifestazioni antimafia avendone chiesto l’esplicita autorizzazione al locale boss , di cui favoriva la latitanza.

La criminalità organizzata è inoltre abilissima a farsi finanziare dallo Stato: a volte ingannandolo, altre sfruttando la sua pigra inerzia e distrazione… altre ancora con la sua dolosa complicità e connivenza.

Intanto c’è il controllo degli appalti pubblici, che avviene infiltrandosi nella pubblica amministrazione o corrompendola, ed approfittando oggi anche del fatto che la magistratura si è vista spuntare molte delle sue armi in questo genere di indagini (andatevi a vedere la legislazione penale con cui si è aperta questa famigerata Seconda Repubblica).

Ma la vera arte dei colletti bianchi (e sporchi..) della borghesia economica mafiosa è quella di sfruttare tutte le numerosi voci di finanziamento pubblico per poi distrarli nelle loro tasche o in quelle dell’organizzazione criminale.

 

La Procura di Marsala era e temo sia ancora sommersa di denunce della Finanza per truffe realizzate sfruttando la legge 488, con la quale lo Stato vorrebbe finanziare nuove iniziative imprenditoriale nelle aree depresse del Sud a fondo perduto. In queste indagini spesso si scopre che non c’era nessun progetto imprenditoriale ma solo una cortina fumogena realizzata ad arte da professionisti di ogni specie (commercialisti, architetti, avvocati) per ottenere il denaro: parlo di centinaia di migliaia di euro pubblici che invece di diventare stimolo per l’economia e sostegno all’occupazione spariscono nelle solite sporche e ricche mani. È un meccanismo non solo siciliano, anche se al sud le opportunità si moltiplicano grazie a una politica che a dispetto degli slogan è spesso ancora assistenzialista.

Molti truffatori seriali la passano liscia e i pochi che incappano nelle lente maglie della giustizia possono sempre sperare nella prescrizione; solo alcuni sfortunati arrivano ad essere condannati ma comunque anche in quel caso subiranno pene miti e soprattutto il denaro sarà perduto per sempre.

Per farvi comprendere la dimensione e la diffusione del fenomeno, vi basti pensare che un Capitano della Finanza mi raccontò che loro riuscivano a fare dei controlli solo su circa il 10% dei finanziamenti annuali erogati nella Provincia di Trapani e nel 100% dei casi rilevavano irregolarità, più o meno gravi.

 

Il quadro è scoraggiante anche perché sono in cantiere riforme che potrebbero ulteriormente indebolire l’efficacia e l’indipendenza delle indagini.

§        Uno dei fronti aperti è quello delle intercettazioni : le versioni del disegno di legge si susseguono e al momento è difficile capire quale sarà l’esito dell’iter parlamentare, ma certo le proposte sinora note avrebbero effetti molto gravi, soprattutto al Sud. Non basta infatti dire che si potrà continuare ad intercettare nei reati di mafia: si pensi che normalmente le indagini per fatti di usura ed estorsione sono svolte dalle procure ordinarie e senza che possa essere contestata alcuna aggravante mafiosa almeno nella fase iniziale. E poi come scardinare il muro di omertà se non viene consentito di intercettare le vittime dei reati senza il loro previo consenso ? e se di indagati non ce ne sono ? e a cosa servono le intercettazioni se si possono attivare quando ormai si sono raggiunti abbastanza elementi da poter chiedere persino una custodia in carcere, ove sussistano anche le esigenze cautelari ?

Possiamo discutere se ci sia stato talora un uso troppo piatto e pigro delle intercettazioni nel nostro paese, ma queste restano uno strumento fondamentale e particolarmente efficace e vi possono essere molti altri strumenti per tutelare la privacy dei cittadini onesti.

§        Veniamo poi ai rapporti tra Polizia Giudiziaria e Pubblico Ministero : questa può essere la chiave di volta. Se fosse realizzato il progetto annunciato, nel quale sono Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza a condurre le indagini e non hanno obbligo di riferire tutto e subito ai pubblici ministeri, il potere politico sarebbe riuscito con questa sola mossa a “normalizzare” le procure.

Sarebbe infatti come costruire una diga a monte che lasci passare solo quello che non è sgradito al potere: tutti gli organi di Polizia Giudiziaria dipendono infatti solo funzionalmente dalle Procure, essendo poi incardinati in un ministero e quindi sotto il controllo governativo. Non avendo le garanzie di indipendenza date alla magistratura dalla Costituzione, chi garantisce ai cittadini che a tali organi sarà concesso di indagare liberamente in tutte le direzioni ? In questo modo sul tavolo dei pubblici ministeri rischiano di arrivare soltanto le vicende dei soliti disperati, tossicodipendenti, immigrati clandestini e bassa manovalanza criminale, senza che siano disturbati disturbare i colletti bianchi. L’esito di questa strategia sarebbe quello che molti già oggi vorrebbero : “una militarizzazione del diritto penale, un diritto penale da favelas disarmato nei confronti della devianze criminali di settori della classe dirigente e potenziato nei confronti dei reati da strada”[1].

§        Lo svuotamento delle Procure del Sud, infine, potrebbe servire da cavallo di troia per immettere corpi estranei nella magistratura, proseguendo così quel percorso lento (e incostituzionale) di separazione delle carriere, anticamera della sottomissione dei Pubblici Ministeri al Governo.

 

Cosa fare allora ? Rimane solo scoraggiamento e pessimismo ?

Certo la magistratura deve mantenere la schiena dritta e fare il suo lavoro fino in fondo, ma se parliamo di cambiamenti ha un ruolo limitato: può intervenire solo ad accertare e punire fatti già commessi utilizzando le regole che gli sono date dall’assemblea legislativa; e in ogni caso non dovete sottovalutare la tendenza conservatrice e burocrate di una parte rilevante della magistratura stessa, che si è spesso dimostrata accomodante e docile coi potenti per non mettere a rischio le proprie prerogative e la propria tranquillità.

 

Quali strade restano alla società civile ?

Che cosa possono fare soprattutto i giovani, l’unica plausibile forza motrice e riformatrice del nostro paese ?

 

In una recente intervista dell’ex presidente della Corte Costituzionale Zagrebelsky ho trovato questa frase : “Il nemico della democrazia è la oligarchia. La creazione di centri di potere invisibile che erodono i poteri formali”.

Non dimentichiamocelo: la democrazia non è un bene acquisito una volta per tutte 60 anni fa : ha bisogno di cure e attenzione quotidiane altrimenti rischia di diventare un simulacro vuoto dentro al quale il popolo è tutt’altro che sovrano.

Come veniva fatto dire al personaggio interpretato da Gian Maria Volontè nel film Indagine su di un cittadino al di sopra di ogni sospetto : “il popolo è minorenne” …che equivale a dire che non può e non deve sapere tutto.

 

Vogliamo essere un popolo di minorenni, vivere da cittadini inconsapevoli che credono ci sia democrazia e libertà solo perché di tanto in tanto possiamo andare a votare, magari senza nemmeno poter esprimere una preferenza ?

Oppure vogliamo davvero scoprire cosa è accaduto tra il 1992 e il 1994, così che il futuro della nostra democrazia e delle nostre istituzioni non rischi di poggiare le sue fondamenta in un terreno corrotto e inquinato ?

Vogliamo delegare il nostro presente e il futuro dei nostri figli ad altri oppure vogliamo sapere, domandare, essere coinvolti e partecipare per evitare che dietro slogan demagogici si nascondano oligarchie, corruzione, interessi criminali ?

Vogliamo che gli appalti per costruire nuove scuole ed ospedali le vincano le ditte più meritevoli e moderne secondo progetti trasparenti oppure che vengano decise a tavolino da logiche lobbistiche o criminali votate soltanto al profitto ?

Io credo che tutti noi qui oggi desideriamo e pretendiamo di diventare un popolo maggiorenne, libero e consapevole.

 

Lo scrittore calabrese Corrado Alvaro disse : “la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”.

Per questo non possiamo permetterci di disperare e a ciascuno di noi, per quel che gli compete, è richiesto di essere vigile, critico e di non smettere di credere che vivere rettamente non è soltanto utile, ma è ciò che può cambiare in meglio il nostro futuro.

Grazie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Letture (in ordine di titolo)

 

Siti internet

 

 

Amici come prima, Francesco Forgione

Colletti sporchi, Ferruccio Pinotti

Cosa Nostra, John Dickie

Cose di cosa nostra, intervista di Marcelle Padovani a Giovanni Falcone

Fratelli di sangue, Nicola Gratteri – Antonio Nicaso

Gli amici degli amici, Marco Travaglio

Gomorra, Roberto Saviano

I complici, Lirio Abbate e Peter Gomez

Il caso De Magistris, Antonio Massari

Il “Crucifige!” e la democrazia, Gustavo Zagrebelsky

Il ritorno del principe, Roberto Scarpinato e Saverio Lodato

Il vizio della memoria, Gherardo Colombo

Imparare la democrazia, Gustavo Zagrebelsky

Intoccabili, Marco Travaglio e Saverio Lodato

La Costituzione contesa, Pietro Scoppola

Lettere luterane, Pier Paolo Pasolini

L'agenda rossa di Paolo Borsellino, Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco

Mani Pulite, G. Barbacetto – P. Gomez – M. Travaglio

Massa e potere, Elias Canetti

Paolo Borsellino, Umberto Lucentini

Per non morire di mafia, Pietro Grasso – Alberto La Volpe

Relazione di Gioacchino Natoli, convegno Mafia e Potere – Palermo 19 febbraio 2005[2]

Relazione di Roberto Scarpinato, convegno Mafia e Potere – Palermo 19 febbraio 2005

Robert Kennedy and his times, A. M. Schlesinger

Sentenza della Corte Suprema d’Israele sul muro : HCJ 2056/04 Beit Sourik Village Council v. The Government of Israel (vedere Wikipedia per versione tradotta)

Storia della mafia. Dalle origini ai nostri giorni, Salvatore Lupo

Storia di Giovanni Falcone, Francesco La Licata

Sulle regole, Gherardo Colombo

Un eroe borghese, Corrado Stajano

 

www.amnesty.it

www.antimafiaduemila.com

www.libera.it

www.carovanaantimafia.it

www.grandinchieste.it

www.movimentoperlagiustizia.it

www.progettolegalita.it

www.narcomafie.it

http://toghe.blogspot.com

www.libertaegiustizia.it

www.giuristidemocratici.it

www.societacivile.it

www.voglioscendere.it

www.19luglio1992.com

 

 



[1] Parole di Roberto Scarpinato.

[2] Gli audio delle relazione qui indicate e di tutti gli altri interventi sono reperibili sul sito di Radio Radicale

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