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I RAPPORTI TRA PUBBLICO MINISTERO E POLIZIA GIUDIZIARIA: PROSPETTIVE DI RIFORMA O DI CONTRORIFORMA?

di Antonio Scaglione Ordinario di Diritto processuale penale-Università degli Studi di Palermo

 

Testo della relazione svolta nell’Incontro - dibattito sul tema <<Le indagini preliminari e il Disegno di legge di riforma in cantiere>>, organizzato dall’Associazione nazionale magistrati-Sezione distrettuale di Palermo (Aula magna della Corte di appello di Palermo, 4 aprile 2009) 

 

 

1. Il recente disegno di legge del Ministro della giustizia, recante <<Disposizioni in materia di procedimento penale, ordinamento giudiziario ed equa riparazione in caso di violazione del termine di ragionevole durata del processo>>, contiene, tra le altre, specifiche previsioni in tema di notizie di reato e di attività della polizia giudiziaria.

     La prima proposta di riforma riguarda i soggetti legittimati a ricercare la notizia di reato; tematica questa che ha sempre registrato nel nostro ordinamento, a livello sia di previsioni codicistiche sia di progetti di riforma, soluzioni differenziate e notevolmente problematiche. L’approccio all’argomento impone quindi, inevitabilmente, qualche breve notazione ricostruttiva.

      Anzitutto, il codice di procedura penale abrogato, nel contesto di un’attività autonoma della polizia giudiziaria notevolmente  estesa sia nei tempi che nei contenuti,  attribuiva espressamente agli organi di polizia giudiziaria il potere di prendere <<anche di propria iniziativa>> notizia dei reati (art. 219 c. p. p. 1930), con l’obbligo successivo di fare rapporto <<senza ritardo>> all’autorità giudiziaria (procuratore della Repubblica o pretore) di ogni reato del quale venivano a conoscenza (art. 2, commi 1 e 3, c. p. p. del 1930).

     Nel silenzio della disciplina codicistica, era controverso allora, soprattutto a partire dagli anni settanta, se il pubblico ministero avesse il potere di ricercare autonomamente la notizia di reato[1]. Un indirizzo dottrinale non esitava ad optare per la soluzione positiva, rilevando che quella contraria non era coerente con un generale impianto normativo <<nel quale la regola [era] che le attribuzioni della polizia giudiziaria non [dovevano essere] superiori a quelle del magistrato, ma eguali, se non inferiori>>[2]. Nella prassi applicativa, invece, il pubblico ministero si attivava, di regola, solo sulla base del “rapporto” della polizia giudiziaria, che, in tal modo, dava la prima e fondamentale impostazione al processo penale, conformemente alle direttive del potere esecutivo[3].

     Il vigente codice di procedura penale, colmando il vuoto normativo di quello abrogato, ha previsto espressamente, pur in assenza di specifiche direttive nella legge delega del 1987, il potere non solo della polizia giudiziaria, ma anche del pubblico ministero di ricercare ed acquisire la notizia di reato (art. 330 c.p.p.)[4].

     Questa funzione, da un lato, appare consona al ruolo del pubblico ministero perché tanto la ricerca della notizia di reato quanto il successivo esercizio dell’azione penale configurano un’attività essenzialmente di “parte” e possono, quindi, cumularsi in capo al medesimo soggetto processuale[5], e, dall’altro, risulta necessario completamento sia della direzione delle indagini preliminari, sia della diretta disponibilità della polizia giudiziaria[6], sancite dall’art. 327 c. p. p. in attuazione dell’art. 109 Cost.

     Le problematiche dibattute in relazione al vigente art. 330 c. p. p. hanno riguardato sia l’obbligatorietà o la facoltatività dell’iniziativa ufficiosa del pubblico ministero, sia il suo ambito di operatività. Sotto quest’ultimo profilo, si è prevalentemente ritenuto che il pubblico ministero non avrebbe il potere di ricercare “al buio” la notizia di reato, ma che sarebbe comunque necessaria una precedente conoscenza – di solito ottenuta ab esterno da articoli di stampa, voce pubblica, fatti notori, confidenze - dell’esistenza di un ipotetico e possibile fatto di reato[7].

     Quanto ai successivi progetti di riforma del codice e, anzitutto, in quello redatto dalla Commissione ministeriale presieduta dal compianto prof. Andrea Antonio Dalia[8], è stata prevista invece - nel quadro di un generale ampliamento dell’autonomia investigativa della polizia giudiziaria e del conseguente ridimensionamento delle funzioni investigative del pubblico ministero[9], finalizzati alla distinzione sistematica <<tra notizia di reato, azione, e giurisdizione>>[10] - l’abolizione del potere del pubblico ministero di ricercare le notizie di reato[11], e l’attribuzione di  tale compito, in via esclusiva, alla polizia giudiziaria (art. 358 comma 1 del progetto Dalia)[12].

    Nella relazione che accompagnava questo progetto si giustificava questa proposta con l’esigenza di superare l’attuale commistione e promiscuità di funzioni e di ruoli tra polizia giudiziaria e pubblico ministero  <<in linea con lo spirito del sistema accusatorio>> e in base alla considerazione che l’organo dell’accusa è <<estraneo alla cultura dell’investigazione>> tant’è che queste funzioni  non sempre sarebbero state esercitate <<con la richiesta professionalità>>[13].

    Una soluzione diversa è stata prevista nella successiva bozza di delega legislativa elaborata, nella precedente legislatura, dalla Commissione ministeriale per la riforma del codice di rito penale presieduta dal prof. Giuseppe Riccio[14],  al fine di <<razionalizzare il modello investigativo esistente, affidando al pubblico ministero la conduzione e la responsabilità delle indagini e alla polizia giudiziaria il compito fondamentale di prendere notizie dei reati e di coadiuvare il pubblico ministero nelle attività investigative>>[15]. In particolare, si proponeva il mantenimento del potere del pubblico ministero di ricercare la notizia di reato, rinviando, però, al successivo articolato codicistico la disciplina delle cosiddette investigazioni procedimentali dirette a tal fine (dir. n. 54.1), con la possibilità, quindi, di <<limitare questo potere rispetto a specifiche e predeterminate fattispecie di reato>>.

 

 2. Infine, il recente Disegno di legge in esame propone, da un lato, di attribuire alla polizia giudiziaria il potere-dovere di <<prendere di propria iniziativa e ricevere le notizie di reato>> (v. art. 55 comma 1 e 330 comma 1), e, dall’altro, di demandare al pubblico ministero solo la funzione di “ricevere” <<le notizie di reato presentate o trasmesse a norma degli articoli seguenti>> (v. art. 330 comma 1, secondo periodo). Analoghe previsioni sono state previste per il procedimento penale davanti al giudice di pace, mediante la riformulazione dell’art. 12 d. lgs. n. 274 del 2000.     Sempre in tema di notizie di reato, una ulteriore limitazione ai poteri del pubblico ministero è contenuta nel “nuovo” comma 3-ter dell’art. 335 c. p. p., secondo cui non si può fare alcun uso e non si può svolgere alcuna indagine con riferimento alle notizie iscritte in registri diversi dal registro delle notizie di reato.

     La ratio della riforma – come si legge nella relazione che accompagna il Disegno di legge - <<risponde all’esigenza di una più chiara distinzione dei ruoli tra polizia giudiziaria e pubblico ministero>>[16] e, quindi, è finalizzata a ridurre la cosiddetta <<metamorfosi in chiave poliziesca>>[17] che il pubblico ministero avrebbe subito nell’ultimo trentennio, soprattutto a causa della legislazione dell’emergenza collegata alle diverse situazioni criminali che si sono susseguite nel tempo: dal terrorismo interno alle mafie, e dalle inchieste su affari e politica ancora una volta al terrorismo, questa volta di matrice internazionale. 

     Rinviando alla conclusione del presente intervento, la formulazione di ulteriori rilievi critici e dubbi di legittimità costituzionale, mi limito ora ad osservare che, anche a volere ritenere esistenti prassi di “ipertrofia” investigativa del pubblico ministero, queste situazioni di eccessiva discrezionalità dell’organo dell’accusa dovrebbero essere affrontate non già abolendo i suoi poteri di ricerca delle notizie di reato e affidando tale compito in via esclusiva alla polizia giudiziaria, bensì individuando rigorosamente i presupposti per la ricerca delle notizie di reato e, soprattutto, per lo svolgimento delle attività investigative volte a tal fine nella prospettiva indicata dalla Commissione Riccio.

   

3.  Le altre proposte di modifica, contenute nel Disegno di legge de quo, riguardano l’attività investigativa della polizia giudiziaria e i suoi rapporti con il pubblico ministero.

     Al riguardo, va brevemente ricordato che il testo originario del codice vigente affidava le indagini preliminari, di regola, al pubblico ministero, mentre demandava alla polizia giudiziaria limitati poteri di intervento in situazioni di necessità e di urgenza.

    Questo originario assetto codicistico mutò però, come si è già notato, a partire dagli anni novanta in quanto il legislatore, prima sotto la spinta dell’emergenza mafiosa e poi di quella terroristica, apportò rilevanti modifiche alle disposizioni in materia di polizia giudiziaria, attribuendo a quest’ultima sia una più ampia facoltà di iniziativa e di indagine diretta, parallela a quella del pubblico ministero, sia più rilevanti poteri investigativi e coercitivi.

    A nostro avviso, queste modifiche novellistiche del codice e le contestuali innovazioni introdotte da diverse leggi speciali hanno continuato ad assicurare soluzioni di equilibrio in quanto, pur mantenendo ferme la gestione e la direzione delle indagini preliminari da parte del pubblico ministero, hanno consentito alla polizia giudiziaria di svolgere con immediatezza, efficacia ed ampia autonomia le sue funzioni investigative – insostituibili per organizzazione e radicamento territoriale – strumentali sia all’esercizio dell’azione penale, sia allo svolgimento della giurisdizione penale.

    Questo ultimo indirizzo di politica legislativa ha ora trovato il punto di arrivo e di massima espansione nel Disegno di legge in esame che si caratterizza per l’eccessivo e generalizzato ampliamento della autonomia investigativa della polizia giudiziaria e per la rilevante compressione dei poteri del pubblico ministero.

    In primo luogo, sotto il profilo soggettivo, si propone la modifica del vigente art. 56 c. p. p., limitando la dipendenza funzionale dal pubblico ministero di alcuni organi di polizia giudiziaria. Si prevede, infatti, che l’attività di polizia giudiziaria è svolta <<alla dipendenza e sotto la direzione dell’autorità giudiziaria>> solo dalle sezioni di polizia giudiziaria, mentre gli altri organi di polizia giudiziaria, i servizi e gli altri uffici, compiono le loro attività soltanto <<sotto la direzione>> dell’autorità giudiziaria.

    In questo contesto, si propone altresì la modifica degli artt. 11 e 14 disp. att. c. p. p. stabilendo che, con riferimento ai trasferimenti del personale delle sezioni di polizia giudiziaria e all’allontanamento del dirigente dei servizi, disposti dalle amministrazioni di appartenenza,  non sono più necessari, rispettivamente,  il <<nulla osta>> e il <<consenso>> del procuratore della Repubblica e del procuratore generale presso la Corte di appello, ma è sufficiente un loro <<parere>> non vincolante. 

    Quanto al profilo oggettivo, il Disegno di legge, pur mantenendo sostanzialmente il potere della polizia giudiziaria di svolgere investigazioni autonome anche <<dopo l’intervento del pubblico ministero>>, secondo le modalità già previste dal vigente art. 348 c. p. p.,  riduce però in modo rilevante i vincoli rispetto al pubblico ministero in quanto, la polizia giudiziaria,  in questi casi, avrà l’obbligo solo di <<informare>> il pubblico ministero, ma non più <<prontamente>> come è richiesto attualmente.

     Ed ancora, si riformula l’art. 354 comma 2 c. p. p., stabilendo che il potere della polizia giudiziaria di compiere, nel caso di periculum in mora, i necessari accertamenti e rilievi sullo stato dei luoghi e delle cose e sulle persone, provvedendo altresì, <<se del caso>>, a sequestrare il corpo del reato e le cose ad esso pertinenti, non è più subordinato ai presupposti consistenti  nell’impossibilità dell’intervento del pubblico ministero o nella mancata assunzione da parte di quest’ultimo della direzione delle indagini. In tal modo, si consentirà alla polizia giudiziaria di compiere queste delicate attività, quasi sempre non ripetibili, senza alcun controllo preventivo da parte del pubblico ministero.

    Infine, si è previsto pure l’ampliamento della attività delegata svolta dalla polizia giudiziaria, stabilendo (nel testo riformulato dell’art. 370 c.p.p.)   che la stessa  potrà compiere, previa delega del pubblico ministero, anche gli interrogatori  e i confronti cui partecipi la persona indagata, che si trovi privata della libertà personale.

     La scelta di attribuire alla polizia giudiziaria il potere di compiere l’interrogatorio delegato anche di un soggetto in vinculis suscita notevoli perplessità in considerazione del possibile recupero probatorio di tale atto nel dibattimento, attraverso i meccanismi attualmente previsti dall’art. 513 comma 1 e dall’art. 503 comma 5 c. p. p. 

     Appare, invece, condivisibile la previsione secondo cui il pubblico ministero per lo svolgimento di investigazioni tecnico-scientifiche, può delegare <<i servizi di investigazione scientifica istituiti presso i servizi centrali e territoriali di polizia giudiziaria>> in alternativa, ovviamente, alla scelta di procedere con la forma della consulenza (v. il testo riformulato dell’art. 370-bis c. p. p.). Se le indagini e gli accertamenti possono comportare <<modificazioni irreversibili dello stato dei luoghi e delle cose>> è prevista, in ogni caso, l’osservanza delle <<garanzie>> previste dall’art. 360 c.p.p.

     Il Disegno di legge prevede poi un sottosistema normativo in materia di attività di polizia giudiziaria nei procedimenti penali relativi ai reati  per i quali è prevista la citazione diretta a giudizio davanti al Tribunale in composizione monocratica, riproducendo sostanzialmente il modello già introdotto dal d. lgs. n. 274  del 2000 per il procedimento penale di pace (v. il testo riformulato degli artt. 335-bis, 347-bis e 347-ter  c.p.p.).

    In particolare, la polizia giudiziaria, acquisita una notizia di reato, avrà, dopo avere informato il pubblico ministero, il potere di compiere <<di propria iniziativa>> tutti gli atti di indagine necessari per la ricostruzione del fatto e l’individuazione del colpevole, e il dovere, concluse le indagini, di presentare allo stesso pubblico ministero, una <<relazione scritta, entro il termine di sei mesi>>: il vecchio “rapporto” di polizia giudiziaria, previsto dal codice del 1930.   

    Soltanto, nei casi di particolare complessità o di connessione con un reato diverso da quelli di cui all’art. 550 c. p. p., la polizia giudiziaria dovrà procedere secondo il rito ordinario.

    Si prevede, poi, che il pubblico ministero, a seguito di richiesta della polizia giudiziaria e se non ritenga di svolgere personalmente le indagini o singoli atti, possa autorizzare la stessa al compimento di interrogatori e confronti cui partecipi la persona indagata, di accertamenti tecnici non ripetibili, e, infine, di perquisizioni e sequestri nei casi in cui la stessa polizia non sia legittimata a procedervi autonomamente.

    In conseguenza del nuovo assetto dato alle indagini preliminari, il pubblico ministero non solo perde la funzione di ricercare la notizia di reato, ma vede altresì limitati i suoi poteri investigativi. Basti ulteriormente notare che il vigente potere dovere del pubblico ministero di compiere personalmente ogni attività di indagine (<<compie>>) (art. 370 c. p. p.), è trasformato in una mera facoltà dello stesso organo (<<può compiere>>).

     Ed ancora, mentre attualmente il pubblico ministero può dare le direttive e delegare il compimento di atti ad un ufficiale di polizia giudiziaria di sua scelta, il Disegno di legge prevede che <<le direttive e le deleghe di indagine>> dovranno essere necessariamente impartite <<al dirigente del servizio o della sezione di polizia giudiziaria>>.

     Infine, si propone, riformulando l’art. 326 c. p. p., che il pubblico ministero, nell’assumere <<le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale>> dovrà tenere <<anche conto dei risultati delle indagini della polizia giudiziaria>>; previsione, quest’ultima, che non solo legittima ulteriormente la polizia giudiziaria a svolgere indagini <<su piani investigativi anche diversi da quelli del pubblico ministero>>, ma potrebbe orientare e condizionare quest’ultimo nelle scelte relative all’esercizio o no dell’azione penale[18].

 

4. In conclusione, il prospettato ampliamento dei poteri della polizia giudiziaria e il conseguente ridimensionamento del ruolo del pubblico ministero potrebbero compromettere in modo rilevante, a nostro avviso, il rapporto di cosiddetta “gerarchia funzionale” tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, sancito dall’art. 109 della Costituzione[19] per evitare interferenze del potere esecutivo sia nel momento genetico del procedimento penale, sia  nel corso delle indagini preliminari.

    La diretta disponibilità della polizia giudiziaria da parte del pubblico ministero implica, infatti, necessariamente la titolarità da parte di quest’ultimo di poteri di gestione, e non solo di direzione e coordinamento delle indagini preliminari[20]. E’ evidente, quindi, che maggiormente si dilatano gli spazi di autonomia investigativa della polizia giudiziaria, sia sotto il profilo temporale che sotto quello contenutistico, più si limita la sua dipendenza funzionale dal pubblico ministero.

     Ulteriori dubbi di legittimità costituzionale, soprattutto con riferimento  alla soppressione del potere del pubblico ministero di ricercare la notizia di reato, possono sorgere anche in relazione ai principi costituzionali di obbligatorietà dell’azione penale, la cui operatività presuppone necessariamente una notizia di reato[21], di indipendenza del pubblico ministero dal potere esecutivo, e di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge[22].

     Gli organi di polizia giudiziaria infatti, nelle loro diverse articolazioni (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di finanza, e Direzione investigativa antimafia), costituiscono pur sempre strutture verticistiche e gerarchicamente dipendenti dal Governo e non hanno, conseguentemente, l’autonomia e l’indipendenza che connotano invece gli uffici del pubblico ministero. Inoltre, non sarebbe più consentito allo stesso pubblico ministero di supplire alle eventuali carenze nell’attività di ricerca e di formazione delle notizie di reato da parte della polizia giudiziaria al fine di  ridurre al massimo le aree di impunità e di assicurare così una effettiva eguaglianza dei cittadini davanti alla legge penale.

      E’ evidente poi, che, nelle prassi applicative, l’ampliamento eccessivo dell’autonomia della polizia giudiziaria tanto nella ricerca delle notizie di reato, quanto nelle scelte e nelle iniziative operative, potrà determinare situazioni di inefficienza e conflittualità investigative, mediante reciproche interferenze e sovrapposizioni sia tra le indagini dei diversi organi di polizia giudiziaria, sia tra quest’ultime e quelle del pubblico ministero[23]. 

    Riteniamo, infine, che questa eventuale riforma relativa all’attività di polizia giudiziaria, a prescindere dai profili di legittimità costituzionale,  potrebbe determinare una ulteriore “destrutturazione” del nostro sistema codicistico, vale a dire la disgregazione della sua coerenza e sistematicità originarie, in conseguenza della crescita, al suo interno di <<norme intruse>>, che evidenziano non solo <<antinomie, conflitti e sottosistemi normativi>>[24], ma anche contraddittorie scelte di politica legislativa, talora nel senso del garantismo, talora nel senso della difesa sociale.

 

 


 

[1]  Al riguardo v. FERRUA, L’iniziativa del pubblico ministero nella ricerca delle notizie di reato, in Leg. pen., 1986, p. 313 ss.; NOBILI, Il magistrato in funzione di polizia tributaria: una ulteriore “supplenza” conforme alle norme vigenti?, ibidem, p. 322 ss; TRANCHINA, Il pubblico ministero ricercatore di notizie di reati:una figura poco rassicurante per il nostro sistema, ibidem, p. 330 ss.

[2] Così VOENA, in Giur. cost., 1975, p. 2153. V., pure, FERRUA, op. cit., p. 319.

[3] Così NEPPI MODONA, Nella confusione il P.m. perde l’indipendenza, in Il Sole 24 Ore del 27 febbraio 2009, p. 12.

[4] Sulla ricerca della notizia di reato da parte del pubblico ministero, v., per tutti, MARANDOLA, I registri del pubblico ministero tra notizia di reato e effetti procedimentali, Padova, 2001, p. 89 ss.

[5] FERRUA, op. cit., p. 317; cui adde PAULESU, Sub art. 330, in AA. VV., Codice di procedura penale commentato, a cura di Giarda-Spangher, II ed., art. 326-746, Milano,2001, p. 27 s., II, 1.

[6] FUMU, Sub art. 330, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da CHIAVARIO, vol. IV, Torino, 1990, p. 48.

[7] MARANDOLA, op. cit., p. 101 ss.

[8] Vedi l’articolato, in AA. VV., Verso un nuovo processo penale. Opinioni a confronto sul progetto di riforma Dalia, a cura di Pennisi, Milano, 2008, p. 260 ss. Lo stesso testo è stato presentato il 2 maggio 2006 alla Camera quale proposta di legge dai deputati Pecorella ed altri

[9] In questo senso, v., pure, il programma della maggioranza governativa dell’epoca (in Quest. giust., 2001, p. 607 ss.) che prevedeva l’assegnazione agli organi di polizia giudiziaria del <<pieno diritto all’attività investigativa, lasciando al pubblico ministero il controllo sulla legalità del loro operato>>. Il programma del Ministro della giustizia dell’epoca (in www. Giustizia. it) proponeva, a sua volta, di <<ridefinire i rapporti fra polizia giudiziaria e pubblico ministero>>. Ed ancora, la proposta di legge di iniziativa dei deputati Mormino, Cola e Pittelli, presentata il 23 gennaio 2003 e recante <<Modifiche al codice di procedura penale in attuazione dei principi del giusto processo>> (atto Camera n. 2217), sostituiva il potere di direzione delle indagini da parte del pubblico ministero, previsto dai vigenti artt. 56 e 327 c. p. p., con quello di coordinamento delle stesse. 

[10] DALIA, Relazione introduttiva, in AA. VV., Verso un nuovo processo penale, cit., p. 20.

[11]  Cfr., anche,  il Progetto di legge di iniziativa dei deputati Mormino, ed altri, cit., che proponeva di sopprimere nell’art. 330 c. p. p. le  parole <<di propria iniziativa>>, individuava la notizia di reato in <<qualsiasi fatto venuto a conoscenza del pubblico ministero o della polizia giudiziaria nel quale possa concretamente individuarsi una ipotesi di reato>>, e prevedeva che il pubblico ministero e la polizia giudiziaria <<non possono fare alcun uso>> di altre diverse notizie di reato, <<comunque ricevute>>,  stabilendo la sanzione di inutilizzabilità per <<gli atti eventualmente compiuti>>. V., pure, il Disegno di legge n. 1769 d’iniziativa dei senatori Bobbio, Nania ed altri in tema di <<Modifiche al codice di procedura penale in materia di utilizzazione delle denunce anonime>>, secondo cui gli atti di indagine compiuti a seguito di una denuncia anonima o <<priva dei requisiti che consentano l’effettiva identificazione dell’autore, anche se riprese dagli organi di informazione, non possono essere in alcun modo utilizzati>> e acquisiti, e i procedimenti penali relativi, eventualmente posti in essere, <<sono nulli ad ogni effetto>>.   

[12] Sul punto, v. ZAPPULLA, Le modifiche in tema di notitia criminis, in AA. VV., Verso un nuovo processo penale, cit., p. 189 ss.

[13] V. la Relazione al progetto del codice di procedura penale redatta dal Presidente della Commissione, prof. Dalia, in AA. VV., Verso un nuovo processo penale, cit., p. 246 s.

[14] Vedi il testo in Riv. it. dir. e proc. pen., 2008, p. 485 ss.

[15] Così la Relazione alla bozza di legge delega redatta dalla Commissione Riccio, p. 83.

[16] In questo senso, v. la Relazione al Disegno di legge in esame (n. 1440), Senato della Repubblica, Atti parlamentari, p. 5 s.

 

[17] L’espressione appartiene a DE LEO, Alla ricerca di una sicurezza perduta. Il “pacchetto sicurezza”tra istanze di prevenzione e politica giudiziaria, in AA. VV., Processo penale e nuove norme sulla sicurezza dei cittadini (legge 26 marzo 2001, n. 128), a cura di Gaeta, Padova, 2001, p. 29.

[18] In questo senso, v. la Relazione al Disegno di legge in esame (n.1440), cit., p. 6.

[19] Sul punto, v., anche, il Documento, approvato il 14 marzo 2009, dall’Associazione tra gli studiosi del processo penale, in www.dirittoegiustizia.it, quotidiano on line del 19/03/2009.

[20] Sul punto v. GROSSO, Polizia giudiziaria, II, Diritto processuale penale, in Enc. giur., vol. XXIV, 1990, p. 2; MANZIONE, Polizia giudiziaria, in Enc. dir., Agg., vol. VI, Milano, 2002, p. 868 s.; SCAGLIONE, La gestione delle indagini preliminari:la fisionomia dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, in AA. VV., Il processo penale tra politiche della sicurezza e nuovi garantismi, a cura di Di Chiara, Torino, 2003, p. 223.

[21] Sul problema dei rapporti tra il potere del pubblico ministero di ricercare, anche di ufficio, la notizia di reato e l’art. 112 Cost., v., in vario senso, DE LEO, Il pubblico ministero tra completezza investigativa e ricerca dei reati, in Cass. pen., 2005, p. 1447; FERRUA, op. cit., p. 320; FUMU, Sub art. 330, in Commento al nuovo codice di procedura penale, coordinato da Chiavario, vol. IV, cit., p. 48; ORLANDI, Inchieste preparatorie nei procedimenti di criminalità organizzata: una riedizione dell’inquisitio generalis?, in Riv. it. dir. e proc. pen., 1996, p. 571; SCAPPINI, Sub art. 330, in Commentario breve al codice di procedura penale, a cura di Conso e Grevi, Padova, 2005, p. 1130, II.

[22] In questo senso, v. NEPPI MODONA, op. loc. ult. cit.

[23] Nel senso, invece, che il proposto ampliamento dei  poteri della polizia giudiziaria, pur presentando il rischio di rendere <<permeabile l’attività investigativa alle influenze del potere esecutivo>>, potrebbe però consentire di ridurre i tempi delle indagini  e di accertamento dei reati, v. BARGI, Lo schema di riforma del processo penale: il difficile equilibrio tra ragione politica e dogmatismo, garanzie processuali e ragionevole durata del processo, in Osservatorio del processo penale, Utet, 2009, n. 1, p. VII,.

[24] In generale, sui fenomeni di <<destrutturazione e decodificazione>> del sistema processuale penale, v. AMODIO, Dal rito inquisitorio al “giusto processo”, in Il giusto processo, 2002,  p. 99 s.

 

 

 

 

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