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CORRENTI CORRENTISMO E CLIENTELISMO

di Ciro RIVIEZZO 

 

 

 

 

 

Negli ultimi anni si va infittendo la polemica politica sulla esistenza e sulle funzioni delle correnti in magistratura, e sulla loro influenza sulle scelte in sede di autogoverno. E' una polemica alla quale partecipano un pò tutti: molti politici, soprattutto dell'attuale maggioranza (ma non solo), i quali ritengono impropria l'esistenza stessa delle correnti, soprattutto all'interno del C.S.M., in quanto fonte di "politicizzazione" della magistratura; il Presidente della Repubblica, che non perde occasione per esortare il Consiglio al superamento delle logiche correntizie nelle scelte dei dirigenti degli uffici giudiziari; il Ministro della Giustizia, che, sostenendo che le nomine dei dirigenti sono frutto di accordi spartitori programmatici tra le correnti, annuncia proposte di riforme del CSM tese a disaggregare il sistema stesso delle correnti, attraverso l'elezione dei componenti del CSM sulla base preliminare di un sorteggio che individui i candidati; i laici presenti nel C.S.M., che fanno della denuncia delle presunte degenerazioni correntizie un loro cavallo di battaglia quotidiano (salvo determinarsi sulla base di logiche territoriali o peggio); le stesse correnti della magistratura (e l'A.N.M.) che ammettono (chi più chi meno) le cadute legate alle logiche dell'appartenenza, anche se negano l'esistenza di accordi spartitori; alcuni colleghi di base che sposano le tesi dei politici sulla influenza nefasta delle correnti sull'autogoverno, giungendo a ipotizzare una sorta di "regime", di cui le correnti farebbero parte integrante, teso a limitare l'indipendenza interna dei colleghi, attaccando i più esposti e coraggiosi (vedi De Magistris, Forleo, ecc.). Più in generale, nella generalità dei magistrati vi è un forte clima di sfiducia soprattutto nel modo in cui viene esercitato l'autogoverno, le cui scelte si ritengono influenzate dalle logiche dell'appartenenza correntizia, seppure si riconosce il valore storico delle correnti come luogo di elaborazione culturale, come dimostrato dalla ampia partecipazione dei magistrati alle consultazioni elettorali, anche associative, e dalla massiccia adesione all'ANM e alle correnti.

A questo quadro, che si può definire consolidato, dato che ormai la discussione va avanti da decenni, negli ultimi anni si va aggiungendo un fenomeno nuovo, in qualche misura dettato dalla legge elettorale per il Consiglio, che prevede, com'è noto, l'elezione dei magistrati maggiormente votati nell'ambito delle varie categorie, e l'espressione della preferenza unica. Infatti, tale sistema consentirebbe a colleghi che hanno una base elettorale personale o territoriale sufficiente di candidarsi autonomamente, anche al di fuori delle correnti, e consente già oggi a singoli di avere un peso personale molto forte all'interno del singolo gruppo, attraverso la velata "minaccia" di candidarsi comunque. Si accentua, quindi, la tentazione di creare un proprio sistema soggettivo di relazioni interpersonali, basate sul dato territoriale o sulla conoscenza diretta, ed alimentato dall'informazione al di fuori dei canali istituzionali, a volte distorta, sulle attività consiliari, ovvero su posizioni espresse singolarmente, che consentono di guadagnare la gratitudine dei colleghi per quella che si ritiene una attenzione particolare alla propria posizione. Questo modo di fare è molto fruttuoso in quanto solletica la notoria autoreferenzialità di molti colleghi, che ritengono - quasi per definizione - che ogni volta che la scelta cade su persona diversa da se stessi, sia conseguenza di logiche di appartenenza (il che a volte è vero, ma molte altre volte no), e non prendono nemmeno in considerazione l'ipotesi che si tratti di una diversa legittima valutazione dei vari profili professionali.

Una delle cose secondo me meno decorose che vi sono in Consiglio è la corsa - a volte sul filo dei minuti - a dare sistematicamente per primi al collega l'informazione individuale che gli interessa (spesso anche su questioni minime, come l'autorizzazione pacifica a un incarico o una scontata progressione), anticipando - spesso solo di ore o al più di giorni - la comunicazione ufficiale. E' una pratica clientelare che non finirà fintanto che non crescerà nei colleghi la consapevolezza che impiegare tante energie a questo fine non significa particolare attenzione alla posizione di ciascuno ma semplicemente ricerca di consenso a buon mercato. E quindi fintanto che a tale sistema non sarà data una valenza negativa, e non positiva, anche da parte del beneficiario dell'informazione. Per non parlare delle informazioni distorte sui lavori consiliari, a volte anche su quelli segreti. Su questo tema, c'è stato grande impegno dall'attuale Consiglio nel senso di rafforzare l'informazione ufficiale, dalla comunicazione dell'O.d.g. del Consiglio al report in tempo reale, o quasi, sulle decisioni assunte. Molti consiglieri fanno comunicazioni pubbliche nelle varie liste, locali o di corrente, cercando di essere tempestivi. Altro si può ancora fare, soprattutto a livello ufficiale, ma - si ripete - le prassi distorte si eliminano solo con il consenso "sociale".

Per lungo tempo la risposta dell'associazionismo è stata di tipo "negazionista". Tutte le correnti, tranne il Movimento che su questi temi è nato, per anni hanno negato l'esistenza del fatto stesso che l'autogoverno era condizionato dall'appartenenza, e il Movimento è stato isolato in questa battaglia, condotta anche dall'opposizione in Associazione. Oggi la situazione è cambiata, e vi è una consapevolezza diffusa della necessità di un cambiamento radicale, e anzi addirittura c'è chi, come Magistratura Indipendente, negli ultimi tempi si è scoperta - un poco tardivamente - paladina dell'anticorrentismo, anche se è poi interessante verificare la coerenza tra intenti proclamati e scelte concrete. Ad esempio, si bolla come correntizia la scelta di un magistrato per la Vice-Segreteria del CSM, dimenticando che il collega che si riteneva migliore era un militante del proprio gruppo. Non dubito della buona fede del gruppo di M.I. e della plausibilità della loro scelta, ma, di fronte ad una platea di candidati di tutto rispetto, anche diversi da quello prescelto (anche noi ritenevamo si potesse fare una scelta migliore a favore di un candidato diverso, anche se abbiamo ritenuto di contribuire all'elezione del proposto da parte del Comitato di Presidenza, ritenendolo comunque un ottimo elemento), dire che le diverse opzioni di altri sono "correntizie", motivando la propria anche con la rivendicazione di una diversa ripartizione delle "quote" all'interno delle strutture di supporto del Consiglio, è davvero poco credibile. Ma, evidentemente, il correntismo vale per gli altri e non per se stessi.

In realtà, passi avanti sono stati fatti, e la selezione dei dirigenti - a volte assai coraggiosa - spesso a larga maggioranza o all'unanimità sta a indicare non accordi spartitori ma la condivisione di alcuni valori ormai comuni. Anche se a volte alcune scelte suscitano perplessità e su di esse intendiamo continuare a esercitare il nostro ruolo di denuncia.

Come si vede, si tratta di problemi molto diversi tra loro, ma in qualche modo collegati.

In primo luogo bisogna porsi la questione se il sistema delle correnti sia ancora valido, oppure la degenerazione abbia raggiunto un livello tale che solo un suo smantellamento possa essere efficace. Non è affatto una questione peregrina e rispetto ad essa personalmente mi pongo in maniera molto laica, avendo sempre ritenuto che le correnti (e il Movimento in particolare) sono uno strumento (di democrazia) e non un fine.

Continuo a ritenere che sia un bene che i magistrati si dividano tra loro in aggregazioni culturali basate su programmi condivisi. Lo dico anche sulla base di esperienze concrete. In Consiglio si vede come le diverse opzioni culturali siano tuttora vive e influenzino - in senso positivo - le scelte dell'autogoverno, sia in termini generali che nei casi singoli. Ad esempio, non penso che sarebbe stato possibile operare un così forte rinnovamento della classe dirigente della magistratura, se non vi fosse stata la spinta decisa di alcuni gruppi, mentre altri tuttora dimostrano di privilegiare logiche più legate all'anzianità e all'esercizio "senza demerito" delle funzioni direttive. Dimenticando le conseguenze nefaste che l'applicazione protratta di questi principi ha avuto sulla selezione dei dirigenti. Su alcuni temi (come i fuori ruolo e i ricollocamenti in ruolo, le Scuole private per la preparazione al concorso, il rispetto rigoroso delle regole nella valutazione dei trasferimenti extra-ordinem, ecc.) appare evidente la diversa sensibilità politica della nostra componente rispetto alle altre. E si potrebbe continuare. Ed è importante che sulle scelte effettuate dai consiglieri si aprano dibattiti in seno ai gruppi, in modo da costituire una rete di controllo sociale sull'operato degli eletti, anche in prospettiva. E' noto, ad esempio, che anche nel nostro gruppo vi sono state (come vi erano state in passato) discussioni pubbliche su alcune determinazioni degli eletti al Consiglio, e penso che esse, nel rispetto delle posizioni di ciascuno, abbiano contribuito ad una crescita complessiva di consapevolezza di tutti.

Ritengo, quindi, che siano da rigettare le tesi di chi - come molti politici e qualche magistrato - vorrebbe che la magistratura fosse formata da monadi isolate, che non discutono e non si differenziano tra loro sulla base di scelte trasparenti e dichiarate. Intanto l'autogoverno ha un senso, in quanto i candidati si propongono agli elettori sulla base di programmi. Al di là di questo, esiste solo la autoreferenzialità personale, i potentati individuali, che non soffrirebbero di sistemi di controllo democratico ma si baserebbero esclusivamente sul clientelismo.

Si badi bene, questo non significa difendere l'attuale ripartizione tra le correnti, stratificatasi negli anni e nata in una situazione del tutto diversa. E' un comune sentire che divisioni del passato non hanno più molto senso, ed è forte la consapevolezza che spesso si ritrovano comunanze trasversali tra aderenti a gruppi diversi, a volte impensabili a prima vista. C'è bisogno di un grande dibattito su questo, e la parola finale deve essere lasciata alla base dei magistrati che, nelle sedi locali innanzitutto, e poi in quella nazionale, deve saper costruire nel tempo aggregazioni diverse sulla base di programmi comuni. Solo dal basso possono nascere iniziative di questo genere, ogni altra soluzione sarebbe illusoria. Su questa capacità di cambiamento si gioca la vitalità dell'associazionismo giudiziario. E' compito dei gruppi più consapevoli (e innanzitutto del Movimento) non ostacolare questo percorso, ma anzi favorirlo. Questo è il solo modo per superare le disaffezioni di tanti e il disinteresse per l'associazionismo, vissuto come qualcosa di estraneo, se non nemico. I nodi su cui dividersi - dal modo di intendere la professione alla indipendenza interna, dal significato di professionalità alla selezione dei dirigenti, ecc. - ci sono e sono evidenti. Senza rincorrere il consenso immediato, ma privilegiando la coerenza delle idee.

Nel frattempo occorre "gestire" l'autogoverno. Molte sono le cose da fare, sia a livello locale che nazionale. Dalla mia prospettiva particolare, determinata dal mio attuale ruolo, l'attenzione al superamento delle logiche di appartenenza, specie nell'ultimo anno consiliare - che tradizionalmente è il più difficile -, deve aumentare, stimolando la discussione pubblica sulle scelte di ciascuno, a cominciare dalle nostre. Su tanti temi (uffici requirenti, fuori ruolo, strutture di supporto del Consiglio, autogoverno locale, ruolo del Consiglio nell'intervenire nelle situazioni di sofferenza degli uffici, ecc.) bisogna gettare le basi per il futuro. Rendere sempre più trasparente e rapido il sistema di comunicazione delle decisioni consiliari, pur nella consapevolezza che chi vuole guadagnare qualche consenso personale arriverà sempre prima. Rivitalizzare il dibattito sulle scelte di fondo dell'autogoverno, chiamando tutti a partecipare alle discussioni preparatorie delle decisioni. Non so se ciò sarà sufficiente a restituire credibilità all'autogoverno, anche in vista di scelte legislative che preannunciano tempi nefasti. So che noi stiamo già operando secondo queste linee direttrici, e che intendiamo continuare a farlo.

Ciro Riviezzo

 

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