Get Adobe Flash player

Tavola Rotonda

LA COSTITUZIONE E LO STRANIERO

Intervento di Gioacchino NATOLI (Lampedusa 11 settembre 2009)

 

 

 

 

 

 

 

1. Overlook sull’immigrazione nell’Unione.

L’immigrazione “regolare” nella UE è ormai una realtà.

Oggi gli immigrati (cioè i cittadini di paesi terzi) rappresentano circa il 3,8% della popolazione totale dell’Unione [1] e, dal 2002, si registrano ogni anno tra 1,5 e 2 milioni di “arrivi netti”.

Accanto a questa immigrazione legittima vi è quella “irregolare”[2], della quale Lampedusa è comunemente considerata la principale porta d'ingresso dal mare.

Ormai, “quei barconi” sono assurti a icona di una Italia sotto assedio ed un’opinione largamente diffusa ritiene che, frenando gli sbarchi, si possano contrastare in maniera incisiva gli ingressi “irregolari”.

In questo modo, l’aver respinto forzatamente verso la Libia[3], nel modo che sappiamo, alcune migliaia di malcapitati [compresi donne, minori e potenziali richiedenti asilo o rifugio] – pur fra le proteste dell’ONU, del Consiglio d’Europa, della CEI e di varie altre istituzioni – può essere fatto passare come una vittoria decisiva sull’immigrazione indesiderata.

Ma, in realtà, gli arrivi dal mare rappresentano soltanto la minima frazione di un fenomeno variegato e complesso.

Il sistema “Frontex” (di sorveglianza delle frontiere esterne europee)[4] ha prodotto nel 2007 un totale di 163.903 respingimenti:

-          la maggior parte in Grecia (73.000, soprattutto sui confini terrestri),

-          poi in Spagna (27.900) ed in Italia (21.650),

tutti volti a contrastare l’immigrazione africana (in specie dal Corno d’Africa e dal Maghreb).

Il più alto numero di respingimenti si è registrato, dunque, sulla frontiera marittima meridionale, che rappresenta [insieme alla Francia] l’80% del numero complessivo dei casi denunciati nei 27 paesi dell’Unione.

 

 

2. Il mito dell’invasione.

Per fortuna, con riguardo all’Italia, un affidabile Rapporto dell’International Migration Institute [Università di Oxford, 2007] ha sfatato questo diffuso mito[5], dimostrando che:

 

  1. gli arrivi “via mare”  rappresentano non più del 12% circa dell’immigrazione irregolare dall’Africa verso l’Italia;
  2. una fetta delle stesse dimensioni entra con documenti contraffatti oppure nascosta su mezzi di trasporto terrestri;
  3. la più larga componente [75% circa], invece, arriva, in maniera molto semplice e meno rischiosa, con un regolare visto turistico: sono i cd. overstayers.

 

Quando il visto scade, il turista si trasforma in “immigrato irregolare”, magari perché ha frattanto trovato un “lavoro nero” nelle famiglie o nelle piccole imprese italiane del nord-est, senza che il pur “occhiuto” Osservatorio CGIA di Mestre si sia mai accorto di ciò o lo abbia  denunciato.

Tuttavia, i riflettori mediatici puntati sugli sbarchi non solo consentono di concentrare gli sforzi su un segmento limitato e controllabile della questione, ma disegnano un’immagine di “fermezza” e, soprattutto, lasciano in ombra gli aspetti meno confessabili del problema  [l’impiego illegittimo di irregolari nel nostro mercato del lavoro, senza apprezzabili interventi di contrasto da parte delle istituzioni dello Stato].

Gli “arrivi dal mare” – mediante un’informazione drogata – si imprimono nell’immaginario collettivo, e per i vari governi è conveniente che gli elettori credano (a partire dalle isolate valli della Padania) che tutta l’immigrazione irregolare si esaurisca con gli sbarchi a Lampedusa, giacché ciò dà l’impressione che le attuali migration policies [muscolari ed illiberali] possano fermare le “invasioni barbariche”.

 

 

3. Dati sui flussi e politiche UE.

 

Al 1° gennaio 2006, soggiornavano nell’Unione 18,5 milioni di “cittadini di paesi terzi” e non vi sono motivi per ritenere che tali flussi migratori potranno diminuire.

Orbene, in un’Europa che invecchia, l’immigrazione può contribuire in modo significativo ai risultati economici della UE, giacché gli europei vivono più a lungo, la generazione del baby boom si avvicina alla pensione ed i tassi di natalità sono bassi.

 

Nel 2007, la popolazione attiva[6] dell’Unione era di circa 235 milioni [7] ma – secondo le ultime proiezioni demografiche[8] - entro il 2060 essa,  anche se l’immigrazione dovesse proseguire ai livelli attuali, diminuirà di almeno 50 milioni.

Viceversa,  in assenza di nuovi arrivi, scenderà addirittura di circa 110 milioni.

Questo trend – alla luce di un recente studio europeo del Comitato di politica economica e della Commissione[9] - non solo presenta notevoli rischi per la sostenibilità delle pensioni, dei sistemi sanitari e di protezione sociale, ma imporrà all’Unione un aumento della spesa pubblica.

Comunque, al di là dell’indubbio contributo al potenziale economico e produttivo dell’Europa, l’immigrazione può arricchire le nostre società anche in termini di “additivo culturale”.

Un tale positivo apporto, però, potrà essere ben sfruttato soltanto con un’integrazione riuscita nelle società ospiti: il che richiede una strategia, che tenga conto non solo dei benefici per la società ospitante ma anche degli interessi degli immigrati.

 

Tuttavia, questa sfida porta con sé una serie di questioni complesse.

 

Occorrono, infatti, meccanismi e filosofie basati su una solidarietà tra gli stati-membri e l’UE, che ripartiscano gli oneri e coordinino le politiche.

Inoltre, gestire efficacemente l’immigrazione significa affrontare anche diverse questioni relative alla sicurezza delle nostre società e degli stessi immigrati.

Per tali motivi, è necessario contrastare sia l’immigrazione illegale sia le attività criminali correlate nonché combattere il lavoro irregolare, in quanto questo discredita l’immigrazione legale, è deleterio per la concorrenza leale e crea situazioni di abuso o di violazione di diritti e libertà fondamentali,.

Questa visione del futuro sviluppo della politica comune di immigrazione europea è stata ufficialmente presentata dalla Commissione in una sua importante comunicazione del 5 dicembre 2007 [v., COM(2007) 780] e lo stesso Consiglio europeo – nella medesima sessione di lavori 2007 – ha affermato che lo sviluppo di una politica migratoria comune, ad integrazione delle politiche degli stati-membri, rimane una priorità fondamentale.

 

 

4. La situazione in Italia.

 

Orbene, in questo scenario europeo[10], l’attuale maggioranza politica del Parlamento italiano si è mossa e si muove – come ben noto – in direzione di palese “contro-tendenza” rispetto alle direttive emanate in sede internazionale.

 

Ed invero – sulla base dell’opinione [peraltro rivelatasi errata al lume di un recentissimo studio di Bankitalia sulle Economie regionali nel 2008][11] secondo cui l’immigrazione conduce inevitabilmente ad un concorrenza tra immigrati e cittadini meno abbienti per la spartizione delle scarse offerte lavorative disponibili – in questi ultimi anni si è legiferato con una chiara opzione verso una rigida selezione, in base alla cittadinanza, dei potenziali beneficiari sia dell’offerta di lavoro sia del magro welfare pubblico.

 

Questa scelta legislativa – a dire della migliore dottrina – non è corretta né fondata dal punto di vista giuridico, in quanto le normative emanate appaiono contrarie sia ai vincoli costituzionali sia a quelli di natura sovra-nazionale, desumibili – ad es. – dalla CEDU [12], dal diritto comunitario e da altre convenzioni internazionali [13].

Del resto, il recente “pacchetto sicurezza” ha ulteriormente dimostrato tale atteggiamento generale,  recando un chiaro vulnus al principio del rispetto della dignità umana che la Carta di Nizza (art. 1)[14] e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (Preambolo e art. 1)[15] collocano come fondamento dell’intera architettura dei diritti fondamentali.

5. Gli interventi della Corte costituzionale.

 

Di recente, questi vincoli di natura “esterna” sono stati ribaditi dalla Corte delle leggi in una importante sentenza [n° 306 del 29 luglio 2008][16], in cui autorevoli commentatori[17] hanno rinvenuto una norma di jus cogens, che imporrebbe a tutti gli Stati il divieto di discriminare gli stranieri rispetto al godimento dei diritti fondamentali.

La vera novità valoriale di tale sentenza consiste – secondo i primi commentatori – nel fatto che mentre, in precedenza[18], la Corte aveva sempre riferito al diritto internazionale (prevalentemente) pattizio l’esistenza di diritti inviolabili o fondamentali della persona [come tali vincolanti gli Stati anche nel trattamento degli stranieri], oggi essa ha invece riconnesso il divieto di discriminazione [ex art. 10, co. 1, Cost.] al diritto internazionale consuetudinario, che – come noto – ha rango poziore rispetto a quello pattizio.

Questo passo è stato ritenuto molto coraggioso, giacché gli “strumenti convenzionali” concernenti il divieto di discriminazione consentono sempre agli Stati una sorta di “liberatoria” quanto alla loro discrezionalità nel trattamento della condizione giuridica dello straniero.

E, in tal senso, militano le stesse direttive UE [19], che permettono agli stati-membri di poter distinguere – sulla base della condizione dello straniero [ad es., “regolare di lungo o di breve periodo” oppure “irregolare”] – la disciplina di uno specifico diritto, rendendone l’esercizio più difficoltoso o condizionato, a seconda che si tratti di un diritto fondamentale o non fondamentale.

Il discrimen è legato, dunque, alla natura del diritto in questione [20].

 

Per parte sua, la Corte costituzionale ha più volte affermato che gli stranieri sono titolari di diritti fondamentali, per la semplice ragione che questi diritti riguardano la “persona in quanto tale”.

 

La tendenziale equiparazione fra cittadino e straniero si fonda sugli artt. 2 Cost.  [la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell’uomo], 3 Cost. [principio di eguaglianza] e 10, co. 2, Cost.. [condizione giuridica dello straniero].

 

Infatti, dispone l’art. 2 Cost. che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo » ed il termine «uomo» ivi impiegato non  può essere inteso soltanto come sinonimo di «cittadino»,  perché – al di là del noto dibattito dottrinale sul punto – non si possono comunque considerare irrilevanti nella soluzione del problema interpretativo la quantità e qualità delle norme internazionali che disciplinano i diritti dell'uomo, tra le quali assumono particolare rilevanza:

 

-          la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948

-          e la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo del 1950.

 

La Corte cost. poi [a partire dalla sentenza 120/1962] ha accolto  il punto di vista che il principio di eguaglianza, pur essendo nell'art. 3 Cost. riferito solo ai cittadini, debba ritenersi esteso agli stranieri, allorché si tratti della tutela dei diritti inviolabili dell'uomo.

Ma la riconosciuta eguaglianza di situazioni soggettive nel campo della titolarità dei diritti di libertà non esclude affatto che, in situazioni concrete, possano presentarsi – fra soggetti uguali – “differenze di fatto” che il legislatore può apprezzare e regolare nella sua discrezionalità con il solo limite della razionalità del suo apprezzamento[21].

Queste differenti situazioni “di fatto” e di connesse valutazioni giuridiche sono rilevabili in ogni ordinamento e si fondano sulla basilare differenza esistente tra il cittadino e lo straniero, consistente nella circostanza che, mentre il primo ha con lo Stato un rapporto di solito originario e comunque permanente, il secondo ne ha uno acquisito e, generalmente, temporaneo [22].

Occorre distinguere, quindi, secondo quanto detto in materia dalla stessa giurisprudenza costituzionale, tra:

a)      libertà civili estensibili agli stranieri;

b)     libertà, ancorché inviolabili, non estensibili ai medesimi.

 

Ma, oltre a ricordare ciò, sarà necessario saggiare la dimensione di tali situazioni soggettive di vantaggio alla luce dei più significativi documenti internazionali, a cominciare proprio dalla CEDU.

 

L’obiettivo vuole essere quello di scandagliare la “categoria dello straniero”, alla luce della normativa costituzionale e delle stesse Corti di Lussemburgo e di Strasburgo [in una prospettiva trans-nazionale].

 

Bisogna partire dalla distinzione esistente tra le seguenti categorie di  straniero:

 

-          apolide

-          richiedente asilo

-          rifugiato

-          comunitario

-          extra-comunitario.

Con riguardo, per ragioni di sintesi, agli istituti del diritto d’asilo e dello status di rifugiato, va ricordato che essi trovano la loro fonte di disciplina in primo luogo nella Costituzione e, quindi, in leggi ordinarie e regolamenti di attuazione ed esecuzione.

 

L’art. 10, co. 3, Cost. fornisce intanto il contenuto del diritto d’asilo, laddove prevede una tutela per lo straniero che non possa godere nel proprio paese di garanzie di libertà democratiche quali quelle assicurate presso lo Stato italiano[23].

 

Le principali fonti ordinarie [invero orientate essenzialmente a disciplinare lo status di rifugiato] sono costituite, poi, da due leggi di ratifica di Convenzioni internazionali:

 

-          legge 24 luglio 1954, n. 722 [di ratifica della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951], relativa allo statuto dei rifugiati;

-          legge 23 dicembre 1992, n. 523 [di ratifica della Convenzione di Dublino del 15 giugno 1990], relativa alla determinazione dello stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli stati della Comunità europea.

 

Il Parlamento è  anche intervenuto, successivamente, con una normativa d’urgenza, costituita dal decreto-legge 30 dicembre 1989, n. 416 [conv. in legge 28 febbraio 1990, n. 39].

Di essa resta in vigore solo il primo articolo, sostanzialmente integrato e modificato con gli artt. 31 e 32 della legge 30 luglio 2002, n. 189.

 

Esistono poi nell’ordinamento italiano il T.U. delle Disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero [approvato con d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286] nonché il Regolamento di attuazione del suddetto T.U. [approvato con DPR 31 agosto 1999, n. 394].

Può essere utile, infine, ricordare il d. lgs. 7 aprile 2003, n. 85 [di attuazione della Direttiva comunitaria 2001/55/CE, relativa alla concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati ed alla cooperazione in ambito comunitario], nel quale viene tra l'altro affermato (art. 7) il principio che l'ammissione alle misure di protezione temporanea non preclude la presentazione dell'istanza per il riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra.

 

 

6. Diritto d’asilo e status di rifugiato.

 

Si deve, però, principalmente alle giurisprudenze della Corte di Cassazione e dei giudici amministrativi l’elaborazione di una chiara nozione del diritto d’asilo e la precisa distinzione con lo status di rifugiato.

La qualità di rifugiato si differenzia da quella di asilante perché postula – quale fattore determinante – il presupposto del fondato pericolo di persecuzione” (Cass. civ., sez. I, 9 aprile 2002, sent. n° 5055, ric. Lingurar)[24].

Lo status di rifugiato deve essere accordato qualora l’interessato abbia subito la violazione di quei diritti umani fondamentali sanciti da documenti internazionali, che indichino chiaramente l’assenza di protezione da parte del paese d’origine; il carattere della persecuzione, in atto o temuta, deve risultare personale e diretta (TAR Veneto, sez. III, 31 luglio 2001, n. 2354).

Pertanto, per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato è necessario un requisito che non viene richiesto per l’accertamento del diritto d’asilo, e cioè la sussistenza almeno di fondati motivi per ritenere che lo straniero subirebbe nel proprio Paese una persecuzione; laddove, per il diritto d’asilo, è sufficiente l’oggettiva mancanza di libertà democratiche nel Paese di provenienza (TAR Friuli Venezia Giulia, 18 dicembre 1991, n. 531; nonché 23 gennaio 1992, n. 15).

 

Ciò è quanto accade, invero, nei casi di respingimenti collettivi verso la Libia, in cui si trascura di fare anche solo cenno alle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori.

Vari rapporti dello Human Rigths Watch denuncia arresti arbitrari, soprusi sistematici, detenzioni prolungate in condizioni precarie e deportazioni forzate di migliaia di stranieri presenti in Libia.

Vengono messe in rilievo in particolare le deportazioni in massa in Eritrea, dove il governo detiene, e presumibilmente tortura, i rimpatriati dalla Libia.

Si fa riferimento anche alle condizioni disumane nei campi di detenzione libici, alcuni dei quali costruiti con finanziamenti dell’Italia.

 

Resta da precisare, dunque, la principale fonte normativa concernente lo status di rifugiato.

 

Si deve ritenere che tuttora la disciplina sostanziale più compiuta sia contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951 [recepita dalla L. 24 luglio 1954, n. 722],  la quale attribuisce (art. 1)[25] la qualità di rifugiato “a colui che abbia fondate ragioni di ritenersi perseguitato a motivo della sua razza, della sua religione, della sua nazionalità, della sua appartenenza ad un certo gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, e non possa ricevere tutela nel proprio Paese”.

 

La giurisprudenza del Consiglio di Stato (Sez. IV, 11 luglio 2002, n. 3874) ha precisato, poi, che la posizione di rifugiato si pone come “species” rispetto al “genus” costituito dal diritto d’asilo.

Ed infatti, nelle norme dell’ordinamento positivo italiano le due figure giuridiche vengono spesso usate promiscuamente[26].

 

 

7. Equiparazione tra le nozioni di rifugiato e di asilante.

 

I contenuti della tutela – in un primo tempo  diversi, avendo in comune solo il diritto a non essere espulsi dal territorio italiano – possono considerarsi attualmente unificati.

 

Infatti, il T.U. sull’immigrazione (D. Lgs. 25 luglio 1998, n° 286) contiene delle disposizioni di carattere generale, che, pur non facendo esplicito riferimento né al diritto d’asilo né allo status di rifugiato, consentono di ritenere che l’ordinamento italiano abbia sostanzialmente unificato la tutela concreta dello straniero presente sul proprio territorio[27].

 

Ed infatti, l’art. 2, co. 1, così testualmente recita:

 

Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti”.

 

E prosegue, riconoscendo allo straniero presente sul territorio nazionale:

-          tutti i diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano, salve disposizioni specifiche particolari;

-          parità di trattamento con il cittadino in materia di lavoro;

-          diritto alla partecipazione alla vita pubblica;

-          parità di accesso alla tutela giurisdizionale rispetto al cittadino, e nei rapporti con la pubblica amministrazione.

 

Completa la tutela dello straniero la previsione combinata degli artt. 43 e 44 del T.U. cit., riguardanti discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi.

 

E’ considerato atto discriminatorio, nei confronti del quale si può chiedere tutela al giudice :

-          “ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”.

 

Circa l’ambito soggettivo di applicazione, deve ritenersi, in primo luogo, che il diritto d’asilo ed anche lo status di rifugiato riguardino i cittadini extra-comunitari.

 

E ciò, sia perché nell’ambito della UE esiste una omogeneità di tutela costituzionale delle garanzie democratiche, tale che non può non risultare applicabile il terzo comma dell’art. 10 Cost.; sia per un dato letterale, contenuto nell’art. 1 T.U. sull’immigrazione (D. Lgs n. 286/98), il quale, in attuazione dell’art. 10, co. 2, Cost.[28], qualifica sostanzialmente come straniero:

-          il cittadino di Stato non appartenente alla UE;

-          e l’apolide.

 

Per i cittadini comunitari, infatti, l’art. 1, co. 2, contiene una norma di salvaguardia, che rende applicabili  anche ad essi le disposizioni del T.U. se si tratti di “norme più favorevoli”.

 

Per quanto concerne, invece, lo status di rifugiatolimiti soggettivi negativi sono specificamente delineati dalla stessa Convenzione di Ginevra, che esclude la sua applicabilità ad una serie di persone, che si trovino, ad es., nelle seguenti condizioni (art. 1):

 

-          soggetti considerati dalle competenti autorità del paese nel quale essi hanno stabilito la loro residenza, come aventi diritti ed obblighi propri di chi abbia la nazionalità di quel paese (punto E);

-          ovvero  persone per le quali vi siano seri motivi di ritenere che abbiano commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra o un delitto contro l’umanità, o un reato grave di diritto comune nei confronti del paese d’accoglienza, prima di essere ammesse come rifugiate, o si siano rese colpevoli di azioni contrarie alle finalità ed ai principi delle Nazioni Unite (punto F).

 

 

8. Cenni alle procedure interne di riconoscimento.

 

Per il riconoscimento del diritto d’asilo, bisogna fare riferimento al capo II della L. 30 luglio 2002 n. 189 [di modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo [29]].

Essa prevede [art. 32, mod. dal D.L. n. 416/89] apposite Commissioni territoriali per il riconoscimento dell’asilo ed una procedura semplificata per i casi di trattenimento [quando lo straniero non ha titolo per rimanere e deve essere espulso].

Il trattenimento è attuato nei cd. centri di identificazione [ovvero di permanenza temporanea e assistenza per i destinatari di provvedimenti di espulsione o respingimento].

Inoltre, la Commissione centrale per il riconoscimento dello status di rifugiato [art. 2 Regolamento DPR 15 maggio 1990 n. 136] è stata trasformata in Commissione nazionale per il diritto d’asilo, cui sono attribuiti compiti di indirizzo e coordinamento delle commissioni territoriali nonché poteri decisionali in materia di revoca e cessazione degli status concessi (art. 1 quinquies D.L. n° 416/89).

 

Anche dall’esame di queste norme emerge come il legislatore italiano consideri sostanzialmente come “unico istituto” sia il diritto d’asilo sia lo status di rifugiato[30].

Ciò è frutto, verosimilmente, dell’art. 1 L. 23 dicembre 1992 n. 523 [che ha ratificato la Convenzione  di Dublino del 15 giugno 1990[31]], ove è detto che per domanda d’asilo s’intende la “domanda con cui uno straniero chiede ad uno stato membro la protezione della Convenzione di Ginevra, invocando la qualità di rifugiato ai sensi della summenzionata convenzione, modificata dal protocollo di New York”.

A proposito della Convenzione di Dublino, va osservato come la legge n. 189/2002[32] abbia previsto la competenza dello Stato italiano per l’esame delle domande di riconoscimento dello status di rifugiato, “ove i tempi non lo consentano”, ai sensi della suddetta Convenzione.

 

 

9.  La legge n° 94/2009.

 

Richiamata la natura ampiamente illiberale della filosofia che l’ha originata, va detto che con l’approvazione della L. 15 luglio 2009, n. 94 (pubblicata il successivo 24) si è completato l’intervento in materia di “sicurezza” promosso dal Governo nella primavera del 2008[33], il quale aveva contestualmente presentato al Parlamento un d.d.l. in cui quale avevano trovato collocazione ulteriori proposte in materia.

La legge n. 94/2009 agisce su diversi fronti, con disposizioni che, nel dichiarato intento del legislatore, dovrebbero trovare nel contrasto alla «diffusione di un sentimento di insicurezza collettiva» il loro minimo comune denominatore.

L’ampiezza ed eterogeneità degli interventi modificativi non consentono di riconoscere una  fonte unitaria di ispirazione della novella, che sembra voler [soprattutto] corrispondere al sentimento di insofferenza dell’opinione pubblica nei confronti della presuntivamente troppo debole risposta punitiva riservata dall’ordinamento a specifiche categorie di fatti criminali.

 

Ne è risultata un’operazione, che incide in maniera “chirurgica” su profili particolari delle “politiche di fatto” condotte dal Governo italiano di allontanamento forzato in mare dei migranti verso altri paesi, senza aver assicurato a tali soggetti il diritto di presentare domanda di asilo, come coralmente stabilito:

-          nella Convenzione ONU in materia,

-          nella Carta di Nizza [Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea],

-          nella CEDU,

-          nella stessa direttiva europea Retour [34] [approvata il 18 giugno 2008 sui “rimpatri dei clandestini”, che non sembra coerente con le migliori tradizioni europee e che è stata etichettata da taluni osservatori neutrali come “direttiva della vergogna”],

-          e, da ultimo, dalla Corte di giustizia [che, con decisione del 17.2.2009,  ha considerato “rifugiato” anche il soggetto che provenga da paesi in cui si è disintegrata l’autorità statale].

 

Tra l’altro, non va dimenticato che, nel § 1 della Raccomandazione 19 settembre 2001 del Commissario per i diritti umani si esprime il principio secondo cui:

-          i cittadini di Stati terzi che passano le frontiere di uno Stato membro, con l'intenzione di entrare nel suo territorio, devono essere trattati con rispetto per la loro dignità umana, anche nel caso in cui non abbiano diritto all'ingresso, per mancanza di visti o documenti regolari o per altri motivi [35].

 

Indubbiamente uno degli emblemi della L. 94/09 è quello delle incriminazioni dedicate al contrasto dell’immigrazione clandestina.

 

La revisione appare funzionale alla più generale ri-definizione di molte disposizioni del d. lgs. 25 luglio 1998, n. 286.

Ed in tal senso, la disposizione che di tale volontà costituisce il simbolo è certamente quella che introduce per la prima volta nell’ordinamento il reato di immigrazione clandestina.

Il nuovo reato è introdotto all’art. 10-bis d. lgs. n. 286 del 1998[36].

Quella configurata dal legislatore è una contravvenzione, punita con la sola ammenda da 5.000 a 10.000 euro, la cui condotta tipica consiste nell’ingresso o nel trattenimento nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni contenute nello stesso d. lgs. n. 286 del 1998 ovvero nell’art. 1 della legge 28 maggio 2007, n. 68 (“Disciplina dei soggiorni di breve durata degli stranieri per visite, affari, turismo e studio”).

Si tratta di un reato proprio dello straniero, che non distingue tra cittadini comunitari ed extracomunitari.

Però, ai sensi dell’art. 1, co. 2, d. lgs. n. 286 del 1998, le norme dello stesso decreto non si applicano ai  comunitari [ma solo agli extra ed agli apolidi].

Tale condotta, tenuto conto della disciplina normativa [che definisce le condizioni per cui l’ingresso deve ritenersi “legale”], rimane integrata sostanzialmente quando lo straniero entri in territorio italiano senza essere in possesso del passaporto o di altro documento equipollente ovvero senza avere il visto d’ingresso o ancora, quando, pur in possesso dei titoli summenzionati, entri nel nostro paese senza passare dai valichi di frontiera [salva l’ipotesi dello stato di necessità][37].

Qualora la condotta tipica posta in essere dallo straniero sia quella di trattenimento, invece, il reato assume natura permanente[38], protraendosi la sua consumazione per tutto il tempo in cui l’autore permane illegalmente sul territorio italiano.

Le due condotte descritte sono ovviamente alternative, come suggerisce la stessa formulazione della norma incriminatrice e, dunque, allo straniero che, dopo aver fatto illegalmente ingresso in Italia, vi si trattiene deve essere contestato un unico reato.

 

Ma, al di là di questo nuovo reato, il T.U. n° 286/1998 (art. 10) continua a prevedere, in ordine ai cd. respingimenti, che:


La polizia di frontiera dispone il respingimento degli stranieri:

-          che si presentano ai valichi di frontiera senza avere i requisiti;

-          ovvero documenti validi, visto d’ingresso, documentazione idonea al fine di provare lo scopo del soggiorno e l’effettiva disponibilità dei mezzi di sussistenza per il proprio mantenimento durante il medesimo.

Il respingimento con accompagnamento alla frontiera è, altresì, disposto nei confronti degli stranieri:

-          che entrano nel territorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera e sono fermati all’ingresso o subito dopo che, sprovvisti dei requisiti per l ’ingresso in Italia, siano stati temporaneamente ammessi nel territorio per necessità di pubblico soccorso;

-          il respingimento non viene effettuato se lo straniero chiede asilo politico, il riconoscimento dello status di rifugiato o se vi sono i requisiti per l’adozione di misure di protezione temporanea per motivi umanitari;

-          i respingimenti sono registrati dall’autorità di pubblica sicurezza.

 

Lo spinoso problema, dunque, che si è concretamente creato in questi ultimi mesi in virtù della recente politica “muscolare” sottostante all’accordo con la Libia in materia di respingimenti nel Canale di Sicilia[39], rimane legislativamente regolato nella maniera sopra indicata.

Di conseguenza, queste politiche [di cui il Ministro dell'Interno ed il Governo menano gran vanto] presentano peculiari profili di illegalità.

Ed è stata la stessa Corte di Strasburgo, in data 25 marzo 2009 [40], a sollevare lo spinoso problema , ponendo in una decisione interlocutoria le seguenti “obiezioni e domande di chiarimenti” all’Italia:

-          Les requérants ont-ils subi des traitements contraires à l’article 3 de la Convention de la part des forces de police italiennes? [41]

-          Le refoulement immédiat des requérants de la part des autorités italiennes s’analyse-t-il en une expulsion contraire à l’article 4 du Protocole no 4? [42]

-          Le refoulement des requérants a-t-il représenté un empêchement dans l’exercice de leur droit de saisir la Cour d’un recours individuel conformément à l’article 34 de la Convention? [43]

-          dates auxquelles les requérants seraient arrivés en Italie;

-          procédures suivies dans les ports de Venise, Ancône et Bari (identification, mesures adoptées,  remise aux commandants des navires à destination de la Grèce, enregistrement d’éventuelles demandes de protection internationales),

in ordine alle quali attende convincenti risposte dal nostro Paese prima di decidere.

Noi tutti auspichiamo, dunque, che gli organi giurisdizionali sovra-nazionali possano riportare “verità e giustizia” in questa delicata materia, perché ciò attiene alla stessa “questione democrazia” in Italia.

 

Ritornando all'interpretazione autentica di tali “operazioni” fornita dallo stesso Ministro, si tratterebbe di un "nuovo modello di contrasto in mare", che comporterebbe un respingimento dei "clandestini" (cioè dei profughi), alla frontiera, senza che possano trovare applicazione le normative sul diritto d'asilo, in quanto «i clandestini non arrivano sul territorio nazionale».

Sennonché è di palmare evidenza che i profughi, soccorsi (o abbordati) in mare e trasferiti sulla navi militari italiane, sono assoggettati ad un provvedimento amministrativo, non individuale, in virtù del quale vengono coattivamente consegnati alle autorità libiche.

Ed è altrettanto evidente che gli stessi, sebbene non “sbarcati” sul territorio geografico italiano, vengono assoggettati ad un atto di sovranità delle autorità politiche italiane, attuato mediante l'utilizzo di navi e personale militare italiano.

Del resto, come notato da illustri commentatori[44],  l'art. 4 c. p. precisa che le navi e gli aeromobili italiani sono considerati "territorio dello Stato", ovunque si trovino.

Pertanto i profughi soccorsi (o catturati) in mare sono giuridicamente entrati nel "territorio dello Stato" per il solo fatto di essere stati trasbordati sulle navi italiane ed è proprio il fatto di essere soggetti alla sovranità italiana, che rende possibile la loro consegna coatta alle autorità libiche.

Alla luce di ciò, restano applicabili – a tutta evidenza – le norme interne e sovra-nazionali già richiamate in precedenza nonché le problematiche sottostanti.

 

Peraltro, a dirimere ogni dubbio, giova riportare alcune recentissime dichiarazioni di autorevoli esponenti UE, rese in occasione della recente tragedia dei 73 migranti morti nelle acque della Sicilia meridionale:

 

-          RESPINGIMENTI IN LIBIA, DIRETTORE CIR SU INTERVENTO COMMISSIONE EUROPEA 15 luglio 2009 – (ANSA)

 

"Finalmente la Commissione Europea interviene sui respingimenti effettuati dall'Italia verso la Libia, richiamando l'Italia alla stretta osservanza non solo delle norme comunitarie, ma anche di quelle internazionali sulla protezione dei rifugiati e in primo luogo del principio di non respingimento" ha dichiarato il Direttore del CIR, Christopher HEIN.

"Abbiamo potuto dimostrare attraverso colloqui individuali con le persone respinte e adesso detenute in Libia che molti di loro effettivamente sono rifugiati" continua Hein "Ricordo anche che la stragrande maggioranza di richiedenti asilo eritrei in Italia lo scorso anno ha ottenuto il riconoscimento della loro necessità di avere protezione e che nessuno è stato rimpatriato".

 

-          IMMIGRAZIONE:BARROT, ITALIA RISPETTI NORME UE-INTERNAZIONALI (ANSA) - BRUXELLES, 15 LUG 2009 –

 

''In effetti bisogna che  l'Italia rispetti non solo le norme Ue, ma anche quelle internazionali''.

Così il vicepresidente della Commissione Ue, Jacques BARROT, ha risposto ad una domanda sull'interrogazione scritta inviata ieri dall'eurodeputata Rita Borsellino alla Commissione europea, secondo la quale il reato di clandestinità e l'immediata esecuzione del rimpatrio sono in contrasto con una direttiva europea.

''Non c'è la possibilità di rimpatrio - ha aggiunto Barrot - in quei Paesi dove non ci sono garanzie di protezione consolare. Bisogna vedere, non posso ancora dare un giudizio''.

Il vicepresidente della Commissione ha riferito che ''abbiamo interrogato il governo italiano sulle misure intraprese dal governo italiano in materia di immigrazione irregolare e stiamo

aspettando e valutando quanto l'Italia intende fare. Al momento opportuno giudicheremo''.

 

 

-          IMMIGRATI: BARROT, NO AL RIMPATRIO IN PAESI SENZA DIRITTI UMANI  Bruxelles, 15 lug. 2009 – (AGI)

 

Sul pacchetto sicurezza la Commissione Europea ancora non si pronuncia, ma il vicepresidente Jacques BARROT ricorda, a proposito del reato di immigrazione clandestina, che "l'Italia deve rispettare non solo le norme europee ma anche quelle internazionali, in particolare non ci può essere la possibilità di rimpatrio in quei paesi dove non ci sono garanzie di protezione consolare". Interpellato dai giornalisti, il commissario europeo responsabile della giustizia e libertà spiega di "aver chiesto al governo italiano le misure prese in materia di immigrazione irregolare. Al momento opportuno sarà dato un giudizio".

Il portavoce della Commissione Europea, Michele CERCONE, responsabile della giustizia e libertà, precisa che "sono state chieste informazioni alle autorità italiane per vedere in che modo sono condotte e quali sono le operazioni di rimpatrio". Per il resto, "l'esame del <pacchetto> è ancora in corso e se ne sta verificando la compatibilità con la legislazione europea".

Quanto al reato di immigrazione clandestina, prosegue il portavoce "si tratta di una questione specifica nella quale la Commissione Europea non ha competenza per giudicare perché fa parte della sfera di diritto penale".

Altra cosa è "la gestione dei flussi migratori in Mediterraneo ed il rimpatrio degli immigrati in Libia. Ci sono principi internazionali da rispettare".

 

-           UNHCR: "Negata a somali possibilità asilo" - Roma, 1 set. 2009 (Apcom)

 

L'Unione Europea prenderà informazioni, l'Onu già condanna il comportamento dell'Italia: il respingimento del gommone con i 75 somali mette la politica di contrasto all'immigrazione del governo italiano sotto la lente degli organismi internazionali, e scatena in Italia altre polemiche.

Minimizza il ministro dell'Interno Roberto Maroni, secondo il quale la richiesta di informazioni da parte di Bruxelles è "prassi normale", e ribadisce la linea del rigore: "I respingimenti continueranno".

Ma la portavoce dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Laura BOLDRINI, denuncia: "Nonostante fossero ancora a bordo della motovedetta italiana, e quindi in territorio italiano, ai somali non è stata data la possibilità di fare richiesta di asilo".

Per vederci chiaro, la Commissione europea "invierà una richiesta di informazioni ai due paesi interessati, Italia e Malta, per poter valutare la situazione", riferisce a Bruxelles un portavoce dell'Esecutivo comunitario, Dennis Abbott. Che ricorda come "qualunque essere umano ha diritto di sottoporre una domanda che gli riconosca lo statuto di rifugiato o la protezione internazionale".

 

La stessa Laura BOLDRINI, appena il 6 settembre, ha ancora dichiarato:

 

-          “E’ vero che l’istituto del respingimento esiste nell’ordinamento italiano, ma è regolato dal Testo Unico sull’immigrazione, che lo vieta nei confronti dei richiedenti asilo.

Ma se noi rispediamo i rifugiati sulle coste libiche, li priviamo del loro diritto di fare domanda di asilo.

L’Italia, inoltre, ha recepito l’art. 33 della Convenzione di Ginevra: un principio che non ha limitazioni geografiche” [45].

 

 

In conclusione:

 

non resta che auspicare, dunque, “più volontà politica e più disponibilità alla ricerca paziente di validi punti d'incontro” – come ha detto in un suo intervento del 5 settembre a Cernobbio il Presidente Napolitano – affinché "l'Europa faccia più decisi passi avanti sulla via dell'integrazione, superando la soglia di persistenti chiusure nazionali e spinte centrifughe".

E, in particolare, che essa si adoperi per annullare in concreto "i limiti che tuttora incontra l’impegno comune europeo in materia di immigrazione, a garanzia dell'inalienabile diritto all'asilo per chi sia costretto a richiederlo”.

 


[1]               Questa cifra si riferisce alla percentuale della popolazione dell’UE costituita da cittadini di paesi terzi: va tenuto presente che molti di costoro non sono immigrati, ma discendenti di immigrati, che non hanno acquistato la cittadinanza del paese di residenza.

Negli ultimi venti anni, poco più di 26 milioni di persone sono arrivate nella UE (a 15) a fronte di 20 milioni di emigrati negli USA, di 1,6 milioni in Australia e di 1 milione circa in Giappone.

Dal 2000, paesi come l’Irlanda e la Spagna hanno visto raddoppiare il rapporto tra popolazione straniera e indigena (fonte: European Social Survey).

[2] E’ preferibile questo aggettivo a quello (più penal-sociologico) di clandestino.

[3] v., Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione italo-libico del 30 agosto 2008 e Protocollo di collaborazione del 29 dicembre 2007.

Il metodo del “respingimento forzato in mare” ha cominciato ad operare, in modo più violento, a partire dal 7 maggio 2009.

[4] Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne della UE, la quale, insieme a MedSea, ICONet, PEV, EuroSur, EuroPol [ed altre sigle o acronimi], costituisce ormai la più articolata rete di “guardie di confine” marittimo.

[5] H. de Haas, The myth of invasion. Irregular migration from West Africa to the Maghreb and the European Union, IMI, Oxford, October 2007.

[6] totale delle persone occupate e disoccupate.

[7] V., Eurostat - Statistiche relative alla popolazione e alle condizioni sociali.

[8] Statistiche di Eurostat relative alla popolazione EUROPOP 2008 [scenario basato sul 2008: anno di convergenza 2150].

[9] Cfr. “L’impatto dell’invecchiamento sulla spesa pubblica: proiezioni per gli Stati membri dell’UE a 25 sui trasferimenti in materia di pensioni, cure sanitarie, cure di lunga durata, istruzione e disoccupazione (2004-2050)” [titolo orig.: “The impact of ageing on public expenditure: projections for the EU-25 Member States on pensions, health-care, long-term care, education and unemployment transfers (2004-2050)”], in European Economy, Special Reports, 1/2006 [a cura del Comitato di politica economica e della Commissione europea (DG ECFIN)].

 

 

[10] v., da ultimo, comunicazione della Commissione CE del 17.6.2008 [COM (2008) 359] nonché del 10.6.2009 [COM (2009) 262] .

[11] cfr. “Rapporto della Banca d’Italia sulle economie regionali nel 2008”, secondo cui “la crescita del numero di stranieri negli ultimi anni non si è riflessa in un peggioramento delle opportunità occupazionali per i cittadini del nostro Paese” in la Repubblica del 19.8.2009 (pag. 6).

[12] v. art. 14 (principio di non discriminazione), ora esteso a qualsiasi diritto legislativo stabilito dagli stati membri, in virtù del Protocollo XII [in vigore dall’1 aprile 2005].

[13] v., art. 10 della Convenzione OIL n° 143/1975.

[14]La dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata”.

[15] Preambolo:

Considerato che il disconoscimento ed il disprezzo dei diritti dell’uomo hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell’umanità”;

“Considerato che è indispensabile che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione”;

art. 1: “Tutti gli essere umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

[16] Tra le norme del diritto internazionale generalmente riconosciute rientrano quelle che, nel garantire i diritti fondamentali della persona indipendentemente dall'appartenenza a determinate entità politiche, vietano discriminazioni nei confronti degli stranieri  legittimamente soggiornanti nel territorio dello Stato”.

[17] A. Guazzarotti:  “Lo straniero, i diritti, l’eguaglianza”, in Questione Giustizia, 1/2009.

[18] v., sent. n. 120/1967 [.. l'art. 2 e l'art. 10, secondo comma, della Costituzione: il primo dei quali riconosce a tutti, cittadini e stranieri, i diritti inviolabili dell'uomo, mentre l'altro dispone che la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Ciò perché, se è vero che l'art. 3 si riferisce espressamente ai soli cittadini, è anche certo che il principio di eguaglianza vale pure per lo straniero quando trattisi di rispettare quei diritti fondamentali] e sent. n. 104/1969.

[19] cfr., la n° 2000/43/CE del 29.6.2000 (sul principio di parità di trattamento indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica) e la n° 2000/78/CE del 27.11.2000 (relativa alla parità di trattamento in materia di occupazione e condizioni di lavoro), che fanno salva la possibilità per gli Stati di disciplinare la condizione giuridica dei cittadini di Paesi terzi e degli apolidi.

20         In base alla loro struttura, i diritti – come noto – possono essere classificati come assoluti (quando possono essere fatti valere nei confronti di qualsiasi soggetto), relativi (quando possono essere fatti valere nei confronti solo di soggetti particolari; nei casi in esame, principalmente lo Stato) o funzionali (quando il loro esercizio è strumento e non già conseguimento del bene della vita).

21            Il legislatore può parificare e diversificare, ma nei limiti della ragionevolezza e degli altri principi costituzionali. Una scelta del legislatore deve essere valutata rispetto a due requisiti di validità: nella legge deve essere individuabile una finalità, e questa deve essere una finalità apprezzabile costituzionalmente.

[22] Il cittadino, ad esempio:

-          ha  nel territorio un suo domicilio stabile, noto e dichiarato, che lo straniero ordinariamente non ha;

-          ha diritto di risiedere ovunque nel territorio della Repubblica, ovviamente senza limiti di tempo, mentre lo straniero può recarsi a vivere nel territorio del nostro, come di altri Stati, solo con determinate autorizzazioni e per un periodo di tempo, che è in genere limitato, salvo che egli non ottenga il cd. diritto di stabilimento [o di incolato], che gli assicuri un soggiorno di durata prolungata o indeterminata;

-          infine, il cittadino non può essere allontanato per nessun motivo dal territorio dello Stato, mentre lo straniero ne può essere espulso, ove si renda indesiderabile, specie per commessi reati.

 

[23] L’art. 117 [nella nuova formulazione della legge costituzionale n. 3/2001] mantiene allo Stato la competenza esclusiva in materia di diritto d'asilo e di tutela degli stranieri.

 

[24] “… lo status di rifugiato […] differisce dalla condizione dell'avente diritto all'asilo, ex art. 10 comma 3 Cost., in ragione della esigenza di accertare l'ulteriore requisito del pericolo di persecuzione (cfr. S.U. 907/99.

Va rilevato che il riconoscimento dello status in discorso tuttora si consegue attraverso la procedura di cui  all'art. 1, comma 5, del D.L. 416/89, conv. in L. 28.2.90 n. 39 [norma non abrogata dall'art. 47 D.Leg. 286/98, che, alla lett. E), ha invece abrogato gli artt. 2 e seguenti del citato D.L.].

Ebbene, in base alla conservata disposizione, lo straniero deve presentare all'Ufficio di Polizia istanza motivata e sulla sua base "Il Questore.... rilascia, dietro richiesta, un permesso di soggiorno temporaneo valido fino alla definizione della procedura di riconoscimento".

Il regolamento di attuazione del T.U., approvato con DPR 31.8.99 n. 394, disciplina poi (artt. 27 e 28) le modalità attraverso le quali avviene il rilascio del permesso di soggiorno”.

[25] Art. 1 - Definizione del termine di "rifugiato"

A.   Ai fini della presente Convenzione, il termine di "rifugiato" è applicabile:

1)  [omissis]

2) a chiunque […], nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato;

oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.

[26] Si veda, ad es., il citato art. 7 d. lgs. 7 aprile 2003 n. 85, che reca la rubrica “istanze di asilo” e si riferisce poi, nel testo, esclusivamente alla procedura di riconoscimento dello status di rifugiato, ai sensi della Convenzione di Ginevra.

Ma, soprattutto, si consideri l’art. 1 L. n. 523/92 cit., che definisce domanda di asilo l’istanza tesa ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato.

 

[27] Spinge – per una unificazione della tutela – anche l’art. 5, co. 1, T.U. cit., il quale stabilisce che possono soggiornare in Italia solo gli stranieri muniti di carta di soggiorno o permesso di soggiorno.

 

[28]La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali”.

[29] contenuta nel D.L.  30 dicembre 1989 n. 416, convertito in legge 28 febbraio 1990 n. 39, e nel relativo decreto di attuazione (DPR n. 136/90).

[30] in quanto sotto la rubrica “diritto d’asilo” del capo II inserisce norme, che disciplinano la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato.

[31] in tema di determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati della Comunità europea.

[32] all’art. 1 ter, co. 5, introdotto nel D.L. 416/89.

[33] d.l. 23 maggio 2008, n. 92,  convertito con modifiche nella L. 24 luglio 2008, n. 125.

[34] Vi è non solo il rischio di suscitare paure ataviche, volano di movimenti xenofobi e nazionalisti, ma anche una terribile competizione “ securitaria” tra Stati nell’indurre coloro che Hannah Arendt chiamava denizen (non cittadini, privi di diritti) a scegliere altre mete.

Tuttavia non sembra affatto che l’ Unione possa adottare qualsiasi tipi di politica, anche in spregio non solo alla sue migliori tradizioni di tolleranza, alla ratio essendi della costruzione europea come risposta alla catastrofe nazionalista degli anni 30-40 ([34]) , ma anche a quei principi “ di diritto” depositati nella tradizioni costituzionali comuni e nelle decisioni delle due Corti europee, in alcuni casi peraltro ereditati dall’antico “diritto delle genti”, di ascendenza greco-romana..

La direttiva Retour approvata 18 giugno, dopo un accordo definito di “ compromesso” a Bruxelles tra P.E. e Consiglio, sui “ rimpatri dei clandestini” non sembra coerente con tali tradizioni e a ragione, nonostante i tiepidi miglioramenti strappati dal Parlamento, è stata etichettata come “ direttiva della vergogna”

[35] Testualmente: “everyone has the right, on arrival at the border of a member State, to be treated with respect for his or her human dignity rather than automatically considered to be a criminal or guilty of fraud”.

[36] dall’art. 1, comma 16, lett. a), della novella

[37] Lo stesso art. 10-bis (comma secondo) prevede peraltro un’eccezione per il caso in cui si proceda al respingimento ai valichi di frontiera del clandestino, ai sensi del primo comma dell’art. 10 dello stesso d. lgs. n. 286 del 1998.

In tale ipotesi, per volontà espressa del legislatore, la fattispecie non si perfeziona, seppure formalmente lo straniero abbia effettivamente fatto ingresso illegale nel territorio dello Stato.

[38] cfr. recente parere sulla legge n° 94 dell’Ufficio del Massimario della Cassazione.

[39] da fonte Viminale:

-          n° 7.567 arrivi sulle coste italiane dall’1 gennaio al 19 agosto 2009 (n. 17.585 nell’intero 2008);

-          di cui n. 2.548, a Lampedusa, nello stesso periodo 2009 (n. 14.905 nell’intero 2008);

-          da fonte Fortresse Europe:

-          n. 42 morti e n. 373 dispersi nello stesso periodo 2009 (a fronte, rispettivamente, di n. 119 e n. 1055 nel 2008).

 

 

[40] II Section, Requête n° 16643/09, présentée par Alisina SHARIFI et autres contre l’Italie et la Grèce, introduite le 25 mars 2009.

[41]Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.

[42]Le espulsioni collettive sono vietate”.

[43]La Corte può essere investita da una domanda fatta pervenire da ogni persona fisica…

[44] v., D. Gallo: in  Liberazione del 25.8.2009

[45] Art. 33 -  Divieto d’espulsione e di rinvio al confine

1. Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.

2. La presente disposizione non può tuttavia essere fatta valere da un rifugiato se per motivi seri egli debba essere considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede oppure costituisca, a causa di una condanna definitiva per un crimine o un delitto particolarmente grave, una minaccia per la collettività di detto paese.

 

Share