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Per la sua singolare attualità, anticipiamo l'articolo con il contributo di don PINO DEMASI, Parroco in Polistena e Vicario generale della Diocesi di Oppido-Palmi, in corso di pubblicazione - insieme ad un intervento del magistrato Ruggiero Dicuonzo - sul numero 1/2010 della nostra rivista GIUSTIZIA INSIEME.

ROSARNO: DA MERCE DI SCAMBIO A CITTADINI

 

 

Io credo che gli episodi di Rosarno siano la cartina di tornasole di come viene affrontato il fenomeno migratorio nel nostro Paese. Un fenomeno che in Italia è diventato “problema” ed in Calabria “emergenza”.

Per l’Italia un problema. E non può non essere così, dal momento che non si parla in termini di integrazione ma di pubblica sicurezza.

Alcuni dati. Il fondo per le politiche per l’integrazione in Italia è di appena 5 milioni di euro, mentre, per  esempio, in Germania è di 750 milioni. Nello stesso tempo il governo italiano per il biennio 2008–10 ha stanziato 535 milioni di euro per la gestione dei Centri di identificazione ed espulsione. Si tratta di 178 milioni l’anno, 36 volte di più di quanto si stanzia per l’integrazione. E allora mi domando: come si può aspettare una società ben integrata, se non si investe in  servizi sociali e sanitari pensati sulle esigenze dei migranti, in mediatori culturali, in sostegno alle associazioni, nella scuola e nell’insegnamento della lingua italiana?

Ma quello che nel resto del Paese è problema, in Calabria in generale e nella Piana di Gioia Tauro in particolare diventa  emergenza. Perché qui lo Stato è totalmente assente. Qui già vivono gli “uomini senza”: senza lavoro, senza sanità, senza politiche sociali,  senza tutela dei diritti, senza rappresentanti politici che possano dirsi tali,senza territorio, perché chi fa da padrone non è lo Stato ma  la delinquenza organizzata, senza legalità perché è il mondo dell’illegalità diffusa.

E’ in questa realtà che da oltre dieci anni è nato e cresciuto sempre più il fenomeno dell’immigrazione stagionale.

Un fenomeno che nessuno ha mai osato governare: né gli organi  centrali né quelli periferici dello Stato.

A governare il fenomeno ci ha pensato la delinquenza organizzata, che ha gestito i flussi migratori ed il mercato del lavoro nero, stabilendo che gli immigrati fossero prima sfruttati e sottopagati nelle campagne a raccogliere arance al servizio dei proprietari terrieri locali, costretti a vivere in condizioni inumane, peggio delle bestie, depravati della loro dignità.

Tutto questo, al di là di qualche denuncia che forse è stata troppo debole, tra il silenzio-assenso di tutti, anche  della società civile  e del mondo ecclesiale, perché ci siamo preoccupati tantissimo di fare carità verso gli immigrati, ma non abbiamo saputo o voluto lavorare per rimuovere le cause di quella triste situazione.

E tutto questo nonostante che il grido degli immigrati si sia fatto sentire più volte. Basta ricordare soprattutto la notte di rivolta dello scorso anno, dopo le ritorsioni a colpi di pistola, la corale partecipazione alle indagini da parte degli immigrati con l’arresto del colpevole, episodi questi che, tra l’altro, sono una dimostrazione che gli Africani hanno un senso dello Stato superiore a quello degli abitanti del luogo.

Credo allora che la storia di Rosarno sia una storia di diritti infranti e di assenza totale delle Istituzioni che avrebbero dovuto tutelare e riaffermare diritti di base e di cittadinanza, ma anche di assenza della società civile che più degli immigrati continua ad avere paura e ad essere succube della ‘ndrangheta. Non si spiegherebbe in altro modo il fatto che a Rosarno e dintorni nessuno ha mai brandito spranghe, impugnato armi, favorito l’intervento dello Stato contro la ‘ndrangheta; cosa invece  esercitata nei confronti  degli immigrati.

 

Ma perché, mi direte, questo è successo proprio a Rosarno?

Rosarno, 15 mila abitanti, nel cuore della Piana di Gioia Tauro. Il Comune  per la seconda volta è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Recentemente il Commissariamento è stato prorogato di altri sei mesi. Cinquemila famiglie, ha da lungo tempo una economia incentrata sulla produzione agricola, in particolare agrumeti. La proprietà della terra, decisamente frantumata, è distribuita tra poco meno di duemila famiglie, ciascuna delle quali possiede in media un ettaro o poco più; insomma ad ognuna un “giardino”, come dicono a Rosarno. A partire dagli anni Novanta e fino al 2008, i contributi finanziari europei per l'agricoltura meridionale venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla burocrazia europea, nella misura di circa ottomila euro per ettaro. Per i tremila braccianti v'era la protezione previdenziale dell'Inps: bastava lavorare cinquantuno giorni, cinque in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un assegno di disoccupazione per tutto l'anno.

In effetti, molti tra i braccianti rosarnesi preferiscono, oggi come allora, percepire l'indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori; dal momento che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, basta ed avanza la fatica penosa dei migranti stranieri, totalmente flessibile ed a costi irrisori.

Così, gli agrumi di Rosarno erano competitivi sul mercato delle derrate alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita. Anzi di più: per oltre un decennio la produzione dei giardini è costantemente cresciuta; e la città ha vissuto un generale aumento del reddito monetario.

In realtà questo miracolo economico in questa terra dall’illegalità diffusa, si basava sulla frode e la pubblica menzogna.

La cosa funzionava così: le cooperative dei piccoli proprietari raccoglievano le arance per poi smerciarle verso i grandi mercati ortofrutticoli e le industrie alimentari del Nord. Queste stesse associazioni, dirette da un personale proveniente equamente dal ceto politico di centrosinistra e di centrodestra, gestivano i contributi europei. Poiché questi ultimi erano proporzionali alle quantità di agrumi conferiti dai contadini alle cooperative, Rosarno produceva una sterminata quantità di arance, molte sugli alberi, ma molte di più sulla carta. Se il contadino portava un certo ammontare di agrumi, l'associazione, nella fattura, ne dichiarava tre, cinque, perfino dieci volte tanto. I proprietari degli agrumeti incassavano così dei contributi finanziari gonfiati, che, in misura assai modesta, stornavano ai contadini per assicurarsi, a buon mercato, la complicità collettiva; per quella dei disoccupati rosarnesi ci pensava l'Inps con i suoi elenchi falsi e senza fine, di braccianti agricoli per i quali non veniva versato quanto dovuto alla previdenza.

Attorno a questa truffa di massa, ne erano sbocciate poi svariate altre, sempre sui fondi europei; in particolare erano sorte numerose industrie che trasformavano le “arance di carta” in “succhi di carta”.

E’ chiaro che in questa situazione di illegalità i proprietari, conniventi o succubi della delinquenza organizzata, a cui sta a cuore il controllo del territorio e che quindi detta sempre le dinamiche del gioco, proprietari che avevano voglia di arricchirsi in fretta, non sono andati tanto per il sottile; essi hanno esercitato la loro egemonia sui braccianti agricoli rosarnesi attraverso la pratica del tutto discrezionale delle assunzioni, tanto di quelle vere quanto, e soprattutto, di quelle false.

Gli altri, i migranti, in maggioranza africani, erano nuda forza-lavoro, priva di mutua, contratto e protezione sindacale. Non solo lavorano al nero, come del resto accade frequentemente e più in generale nell'economia calabrese anche per i cittadini italiani; ma percepiscono un salario nero che è meno della metà di quello, pur sempre nero, corrisposto al bracciante indigeno.

Questo improbabile assetto economico ha retto bene per quasi un ventennio; ma, ecco che, pochi anni fa, si sono avvertiti i primi scricchiolii; sono partite le prime inchieste, qualche truffa particolarmente clamorosa è venuta alla luce; perfino l'Inps è sembrata uscire dal letargo per rivedere l'elenco dei braccianti registrati e sfoltirlo di quasi la metà. Poi, nel 2008, la decisione di Bruxelles: allarmati dalla scoperta delle truffe, i burocrati della comunità europea hanno bruscamente deciso di mutare il criterio d'erogazione dei contributi, legandolo agli ettari e non più alla produzione. Questo ha comportato che laddove, prima, il proprietario di un giardino riceveva ottomila euro ad ettaro, ora riesce ad ottenerne poco più di millequattrocento. E così a Rosarno, quest'anno, gran parte delle arance sono restate sugli alberi, il loro prezzo di vendita non copre neppure il costo di produzione. Laddove qualche anno fa occorrevano, per il lavoro di raccolta, oltre duemila migranti quest'anno ne bastavano meno di duecento.

E così l’area che si respira, ad un tratto cambia anche per gli immigrati. I rosarnesi, egemonizzati dai proprietari degli agrumeti, hanno cominciato ad avvertire la presenza dei migranti come eccedente ed inutile; prima erano braccia che lavoravano per loro, poi sono divenuti vagabondi stranieri da rinviare a casa loro; in fretta, talmente in fretta da lasciarli creditori, da non aver tempo per pagare loro quel lavoro al nero che alcuni avevano comunque compiuto.
Nella totale incapacità di mediazione politica da parte delle Istituzioni, è venuto così montando un disagio e una decisione: per gli immigrati di colore non c’era più posto a Rosarno.

 

Quanto accaduto a Rosarno ha posto allora in evidenza alcune questioni risapute ed insolute:

1. la situazione di sfruttamento e illegalità diffusa in ampie zone d’Italia ed in molti settori lavorativi, quello agricolo in particolare, che non riguarda solo i lavoratori immigrati, anche se loro sono l’anello più debole ed esposto a situazioni incompatibili con la permanenza dentro i confini dello Stato di Diritto;

 

2. la presenza radicata della criminalità organizzata e in contemporanea l’assenza dello Stato sia come presidio di ordine pubblico e sia soprattutto come presidio sociale, perché Rosarno segnala l’assenza preoccupante di Istituzioni in grado di riaffermare diritti di base e di cittadinanza;

 

3.  la  “debolezza” dell’associazionismo cattolico e laico. Coloro che appartengono al mondo delle libere associazioni, al volontariato cattolico, ai centri sociali sono stati certamente gli unici presenti “sul campo” a Rosarno a fianco degli immigrati sia in tutti questi anni sia nei giorni della rivolta. È stato un impegno eccezionale, raramente riscontrabile in altre parti del nostro Paese. C’è stato un limite, però, a questo impegno: il non essere riusciti a fare diventare la “carità” progetto politico, in termine soprattutto di rimozione delle cause che a Rosarno hanno prodotto ingiustizia e negazione di diritti. In un certo qual modo, purtroppo, la rete di assistenza sociale attorno agli immigrati è diventata funzionale al meccanismo dello sfruttamento;

 

4. la perdita della “memoria collettiva” nelle popolazioni di Rosarno e della Piana e la paura dell’impegno. Nell’immaginazione nazionale la Piana di Gioia Tauro è solo terra di mafia. In realtà questo territorio può raccontare una storia sconosciuta, nobile e sotto certi aspetti anche eroica. Questa terra è stata terra di lotta contro lo sfruttamento e per la conquista dei diritti, dignità e salari: la lotta dei “cafoni” contri gli “agrari”, la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori. Questa terra è anche terra di antimafia con i suoi morti: Ciccio Vinci, Peppe Valarioti, il medico Ioculano … ebbene questa terra di sfruttati e di umiliati, di quei “terroni”, tra cui mio padre, che a Piazza Statuto, a Torino, si sono guadagnati, con la lotta, la loro dignità, ha permesso che il piombo dei nuovi agrari, spalleggiati dalla ‘ndrangheta e nell’assenza delle Istituzioni, versasse il sangue dei lavoratori.

 

Il dramma nel dramma: la Rosarno che tace, la Rosarno che dimentica, la Rosarno che non è più capace di ribellarsi, che ha paura non degli immigrati ma dei mafiosi. Ma schiavo non è chi si ribella.  Schiava è la Rosarno che tace. Schiavi siamo noi. Non gli africani che hanno alzato la testa. A loro il nostro grazie per averci ricordato che una volta anche noi eravamo capaci di ribellarci. Anche noi eravamo capaci di essere uomini liberi  e non schiavi. Gli africani salveranno Rosarno, scriveva nel 2009 Antonello Mangano. Perché "i migranti contro la mafia sono più coraggiosi di noi", spiega da tempo Roberto Saviano.

 

Per agire qui e ora: il dopo Rosarno

Anche i recenti fatti di Rosarno, assieme a quelli di Reggio Calabria, testimoniano certamente la complessità della situazione calabrese, in cui la ‘ndrangheta si rivela davvero protagonista e regista. Il Capo dello Stato ha parlato di una “Regione difficile, una Regione per tanti aspetti sfortunata”. Il Presidente Napolitano ha rivelato, però, che “se la ‘ndrangheta, la criminalità organizzata, qui in Calabria blocca lo sviluppo della Calabria, è il nemico principale del futuro e del lavoro per i giovani; se è vero che la ‘ndrangheta addirittura cerca di rubare la coscienza dei calabresi e cancella le loro libertà, il loro diritto a vivere serenamente, a vivere civilmente, attraverso la pratica della intimidazione, della minaccia, del ricatto; se tutto questo è vero, ebbene, allora bisogna che sia chiaro a tutti  gli Italiani che la Calabria è in prima linea nella lotta contro la criminalità, è in prima linea nella lotta per la sicurezza e per la libertà del nostro paese”.

Ma, aggiunge il Capo dello Stato, la Calabria “è una Regione che deve dare di più, che deve mobilitarsi di più, una società che deve esprimere le sue energie, la sua capacità di reazione e di risposta, più di quanto non abbia fatto finora … non deve più esserci nulla del genere di quel che è accaduto a Rosarno”. Deve essere altresì chiaro, però, che nessun dramma sociale può farci dimenticare quello che il Sommo Pontefice chiama il “cuore del problema”. “Bisogna ripartire dal significato della persona. Un immigrato è un essere umano differente per provenienza, cultura e tradizioni ma è una persona da rispettare” (Saluto dell’Angelus, 10.01.2010).

Questa persona è stata ed è calpestata ogni giorno, quando singoli ed Istituzioni voltano la testa dall’altra parte, rispetto ad un bollettino giornaliero che ci parla di sfruttamento dell’immigrato, di   soccombenza di fronte al racket e all’usura, di prevaricazione mafiosa.

 

E allora bisogna ripartire, mettendo in rete esperienze, idee e passioni. Serve un nuovo impegno collettivo. Occorre una mobilitazione di massa perchè più che un caso Rosarno, c’è un caso Calabria, all’interno del quale è emerso il caso Rosarno. Occorre ragionare di Calabria, di Rosarno e di ‘ndrangheta, di lavoro nero e di malapolitica.

E’ necessario, pertanto ed innanzitutto, che  lo Stato si riprenda il controllo del territorio; ma è necessario altresì uno scatto in avanti della società civile che deve lasciarsi alle spalle la mentalità mafiosa e l’illegalità diffusa.

Una strategia specifica merita l’eliminazione del lavoro nero dalle campagne. Non si tratta solo di fare si che ogni lavoratore sia assicurato, protetto da tutele, riceva una “giusta mercede”. Ma di evitare che troppi imprenditori si adagino sulla raccolta di frutti senza più mercato, utilizzando lo sfruttamento degli “schiavi” come unico vantaggio competitivo. Si tratta di impedire che intere cittadine vivano grazie a sussidi di disoccupazione per braccianti, lucrati senza mai mettere piede in campo. Come scriveva Francesco Riccardi su Avvenire “in gioco non c’è il versamento di un contributo in più o in meno, ma la scelta – decisiva – di quale messaggio si dà in particolare ai giovani: “Rispettate le regole, lavorate d’impegno e la nostra vita migliorerà”. Oppure: “andate da un compare, da un boss, chiedetegli un piacere, procuratevi una pensione e fatevi sottomettere””. Anche qui nella lotta al lavoro nero non basta l’opera di ispezione e repressione. Occorre un impegno corale di parti sociali e associazionismo. Il controllo e la riprovazione sociale verso chi sfrutta i lavoratori, il non farsi complici indiretti delle irregolarità, sono un imperativo morale e un’arma efficace a nostra disposizione. La lotta al lavoro nero va assunta come asse centrale, portante, del progetto educativo nelle nostre comunità.

Rosarno deve diventare il simbolo di un rinnovato impegno educativo in campo politico e sociale, che aiuti a costruire una “città dell’uomo”, dove il lavoro, la casa non sono “merce”, ma beni comuni da promuovere e difendere per tutti.

Ma tutto questo non basta se non è accompagnato da politiche di accoglienza e di integrazione e da tanta progettualità.

L’impegno di alcune amministrazioni comunali come quelle di Riace, Badolato, Caulonia negli anni passati ha mostrato che quando esiste la volontà politica è possibile anche in Calabria, in questa realtà così complessa, tutelare e difendere i diritti fondamentali e intervenire positivamente sulle forme di accoglienza. Su questa strada bisogna intervenire con una legislazione seria e che tuteli i diritti di tutti, del lavoro stagionale. È necessario in questo contesto un programma immediato di edilizia di emergenza nella Piana di Gioia Tauro e nelle zone agricole frequentate dai migranti. Anche gli Atenei calabresi potrebbero offrire accessi gratuiti e borse di studio a quei giovani immigrati istruiti che, lavorando già nella Piana di Gioia Tauro, intendono completare la loro formazione con un curriculum accademico. Il mondo dell’associazionismo deve lavorare infine nella stessa logica dell’accoglienza e dell’integrazione e non tanto nell’assistenza sociale spicciola. Meno assistenza e maggiore creazione di servizi che promuovano l’autonomia sociale dell’immigrato. Alla classe dirigente spesso  senza  credibilità bisogna rispondere con la partecipazione corale.

Non si tratta solo di fare in modo che tra gli scheletri di vecchie fabbriche dismesse e di agrumeti profumati non ci sia più necessità di  un divieto scalfito indelebilmente su un muro, “Avoid shooting blacks” “Non è permesso sparare ai neri”.

Si tratta invece di restituire verità e giustizia ad un intero territorio.

Per questo c’è bisogno dell’impegno di tutti ora e qui. Chi non risponde all’appello si assumerà la responsabilità di aver contribuito a far perdere il treno a questo territorio. Un treno che, se, come sta accadendo in questi giorni, si abbasseranno anche le gru del porto di Gioia Tauro, difficilmente ripasserà. Perché la Calabria non è persa, ma ci siamo vicini.

DON PINO DEMASI

Parroco di  S. Marina V. in Polistena,

Vicario generale della Diocesi di Oppido – Palmi


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