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La questione giustizia è una cosa seria. (se si vuole parlare davvero di giustizia, e non di altro)


di VITO D'AMBROSIO

articolo pubblicato sulla Rivista "Coscienza", n. 6/10, edita dal Meic

1.La questione giustizia “ballerina”.

Se avessi cominciato a scrivere questo articolo quando me lo hanno chiesto, cioè in settembre, adesso lo avrei dovuto rivedere a fondo; e gli scenari sono cambiati e cambiano così rapidamente, che non si può escludere la necessità, a breve, di un ulteriore aggiornamento. Intanto una prima precauzione mi consiglia di cambiare i tempi dei verbi, essendo del tutto superate (sembra), le prospettive valide fino a poche settimane fa. Perché la posizione di governo e Parlamento in materia è stata di una variabilità impressionante, ad ondate. E tutte le varie tappe del percorso, asseritamente destinate ad impostare una riforma della giustizia che la rendesse più e meglio funzionante, sono e sono state, in realtà, rivolte a tutt’altro.  Quando sembrava che si fosse raggiunto un punto di accordo e si cominciava a procedere a ritmo accelerato, all’improvviso una variazione dei delicati equilibri all’interno della maggioranza rallentava tutto, fino al fermo totale. Poi, carsicamente, qualche tema riemergeva e ricominciava tutto, quasi con le stesse espressioni, quasi sempre con gli stessi protagonisti. Qualche mese   fa, all’inaugurazione della mostra del cinema di Venezia, il Presidente della Repubblica ha potuto chiedere ironicamente ai cronisti che fine aveva fatto il decreto sulle intercettazioni, ed analoga domanda si potrebbe fare sul c.d. processo breve, che,invece, è tecnicamente una prescrizione processuale, cioè una sciocchezza del tutto sconosciuta agli ordinamenti giuridici moderni. Intanto la navigazione di un’ altra modifica processuale, il legittimo –e insindacabile- impedimento, è approdato, come era del tutto prevedibile, al palazzo della Consulta, ed è in attesa di essere valutato dai giudici della Corte Costituzionale, nell’ udienza  già fissata del 14 dicembre prossimo e poi rinviata all’11 gennaio, per evitare coincidenze con scadenza politiche di tutto rilievo (la mozione di sfiducia al governo).

Nel frattempo si sono susseguite le riunioni “ristrette” –ma ben pubblicizzate- su un altro decreto, o disegno di legge, volto a riscrivere il c.d. lodo Alfano, dopo la bocciatura per incostituzionalità dello stesso, nella sua prima versione. Anche gli esperti e i tecnici non riescono a seguire più le variazioni sul tema, quindi mi sembra naturale che l’opinione pubblica, tra l’altro pochissimo e malissimo informata, ritenga le questioni della giustizia una specie di mistero, che prima o poi si chiarirà, non si sa come e non si sa quando, e, in fondo, non interessa saperlo.

In questo scenario indegno di un Paese serio, intanto, la giustizia continua a funzionare poco e male, e la medesima opinione pubblica, non riuscendo a capire il complesso meccanismo che regola la celebrazione dei processi, e al cui funzionamento difettoso vanno attribuite le maggiori responsabilità del disservizio, tende ad attribuire le “colpe” ai protagonisti apparenti della recita, cioè ai giudici, e in questa convinzione è molto “confortata” dalle pesanti, generali e generiche offese alla magistratura, che sembrano essere diventate un capitolo fisso delle esternazioni del Presidente del Consiglio, e dei suoi più stretti collaboratori.

Poiché, però, non si deve disperare che l’Italia ridiventi, prima o poi, un Paese normale (purché rimanga un Paese unico e non una veste di Arlecchino, ma questo è un altro discorso, che esula da questo tema), vale la pena di cercare di portare un minimo di chiarezza su un problema, il funzionamento della giustizia, la cui centralità è innegabile, anche se per ragioni assai diverse da quelle sbandierate da chi ci governa.

Per cominciare, bisogna partire da una distinzione fondamentale, cioè dallo scopo che si vuole raggiungere: se, detto con chiarezza, si intende far funzionare meglio la giustizia per tutelare gli interessi di tutti i cittadini e della intera società –cioè si vuole trattare della “questione giustizia”-  i rimedi da studiare e gli argomenti da approfondire non sono pochi, né semplici, ma sono comunque ben conosciuti, o conoscibili; se, invece, il fine da raggiungere è quello di tutelare una, o pochissime persone, nelle posizioni più elevate della nostra Repubblica – se, in altri termini, la giustizia è vista come un “problema”- la strada da seguire è totalmente altra. Cercherò di fornire prove di quello che ho detto.

2. Il problema giustizia

ovvero la giustizia “vista dall’alto”.

Una premessa é necessaria a questo paragrafo: a chi, traendo spunto dalle ultime vicissitudini dell’attuale maggioranza (se ancora esistente), ritenesse inutile attardarsi ad esaminare percorsi e prospettive in materia di giustizia,e possibili ricadute delle decisioni politiche sulla situazione effettiva della giustizia oggi in Italia, occorre rispondere che si sbaglia di grosso. Un riepilogo delle vicende riguardanti la giustizia che si sono snodate in questi anni è importante non tanto per attribuire responsabilità, quanto per individuare con precisione le conseguenze negative e gli eventuali rimedi.

Per un approccio non superficiale, quindi, l’esame deve spaziare anche sul periodo precedente a quello attuale, coprendo gli anni che hanno prima visto in azione una maggioranza analoga a quella attuale, guidata dallo stesso soggetto, e poi una maggioranza di segno politico diverso, con un altro Presidente del Consiglio. Perché, purtroppo, le responsabilità dell’attuale situazione non possono essere equamente ripartite tra centro destra e centro sinistra, ma sussistono sia a carico dell’una che dell’altra maggioranza, anche se in misura diversa e per azioni diverse, avendo la prima agito positivamente e la seconda omesso di agire.

Una panoramica anche soltanto per titoli è sufficiente a rilevare la finalità effettiva dell’ attività legislativa in materia di giustizia negli anni del secondo governo Berlusconi. Basta infatti, ricordare  le leggi che hanno modificato

  • la disciplina delle rogatorie (richieste di cooperazione ad altre autorità giudiziarie estere) rese più difficili con la L. n. 367 del 2001;
  • la legislazione sul falso in bilancio (D. L.vo  n. 61 del 2002),che ha sostanzialmente “depenalizzato” il reato, mentre nel resto del mondo occidentale le pene venivano aumentate;
  • l’ampliamento della categoria del “legittimo sospetto”, cioè dei casi in cui si può chiedere che il processo si svolga davanti ad un giudice diverso da quello normalmente competente (L. n. 248 del 2002);
  • la riduzione dei tempi di prescrizione dei reati per gli incensurati (cioè in gran parte persone “importanti”), che, con la L. n. 251 del 2005 si sono visti quasi dimezzare il tempo necessario a prescrivere;
  • la nuova disciplina delle “legittima difesa”, che, con la L. n. 59 del 13 febbraio 2006, ha stabilito che è sempre legittimo usare le armi contro chi commette delitti contro il patrimonio in luogo privato;
  • il c.d. lodo Schifani –dal nome del proponente- che stabiliva la sospensione dei procedimenti a carico delle più alte cariche dello Stato;
  • la c.d. legge Pecorella, che negava la possibilità per il p.m.(e rendeva più difficile per la parte offesa) di appellare le sentenze di proscioglimento in primo grado.

La richiesta di moltissimi operatori del diritto (magistrati, avvocati, professori) di abolire queste leggi appena iniziata la legislatura, avanzata con un pubblico appello alle vigilia delle elezione politiche del 2006, fu completamente ignorata da chi vinse quelle elezioni, cioè dal governo Prodi, che quindi, è diventato corresponsabile di chi quelle norme aveva voluto ed approvato (cioè il secondo e terzo governo Berlusconi).

Alcune di quelle leggi sono state cancellate dal nostro ordinamento (il lodo Schifani e la legge Pecorella sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte Costituzionale, la legge sul legittimo sospetto è stata sostanzialmente disapplicata dall’interpretazione della Corte di Cassazione), ma le altre sono ancora in vigore e valgono per tutti i reati commessi allora e giudicati adesso, in base alla disposizione dell’articolo 2 del codice penale.

Questa necessaria conseguenza, dovuta alla  semplice applicazione di un articolo del codice, frutto della nostra civiltà giuridica, spiega da sola quanto sia stato dirompente l’effetto delle c.d. riforme, che non hanno inciso per nulla sulla durata dei processi, ma hanno sicuramente comportato notevoli miglioramenti nella situazione processuale di chi quei reati ha commesso. E preferisco rinviare una riflessione sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, che esula in parte dal nostro tema, ma che ci offre spunti per orientarci nel labirinto della politica della giustizia di questa maggioranza, almeno fino ad ora (le future vicende sono ancora imprevedibili, e quindi non si possono prendere in esame).

Dall’inizio di questa legislatura, comunque, la c.d. “riforma della giustizia” è diventata un ricorrente ritornello, quando non una vera e propria ossessione, nelle esternazioni del Presidente del Consiglio, sempre più preoccupato per l’avvicinarsi della scadenza del 14 dicembre (adesso dell’11 gennaio), quando la Corte Costituzionale dovrà decidere sulla rispondenza o meno ai principi della nostra Costituzione delle legge sul legittimo impedimento, che equivale ad una specie di diritto di autocertificazione sulle ragioni che, ritenute legittime per presunzione assoluta, impediscono all’imputato di essere presente al giudizio a suo carico, giudizio che perciò deve essere rinviato.

In previsione di una decisione non favorevole, si sono costruite teorie che dovrebbero spiegare come, perché e per quanto il Presidente del Consiglio deve essere tenuto al riparo dalle pretese di giudicarlo. Teorie che, in prima battuta, si vorrebbero ispirate soprattutto a quelli che vengono indicati come i principi analoghi degli ordinamenti stranieri. Però almeno una precisazione si impone: partendo dalle priorità presunte individuate dal governo e dalla sua maggioranza, va premesso che la necessità di bilanciare il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale con quello dell’esercizio “sereno” delle funzioni di governo dello Stato è nata con questa maggioranza e con la posizione peculiare del suo vertice politico- istituzionale. In precedenza nessuno aveva mai ipotizzato che tale situazione potesse verificarsi con una frequenza ed una intensità tali, da “convincere” il legislatore a predisporre apposite previsioni normative. Il problema della valutazione della condotta dei vertici dello Stato si è posto e si pone anche in altri ordinamenti, ma le soluzioni adottate in quegli ordinamenti sono abbastanza chiare e lineari. Sia che si tratti di reati c.d. “propri”, cioè che possono essere commessi solo da alcuni soggetti (esempio tipico, negli Stati Uniti, i reati presidenziali o dei giudici della Corte Suprema, e, in  Italia, i delitti di alto tradimento o attentato alla Costituzione commessi dal Presidente della Repubblica) sia che si tratti di reati comuni, ma sempre commessi da soggetti posti al vertice istituzionale, le vie scelte sono sostanzialmente due, distinte o complementari: o una particolarità nelle procedure – l’impeachment statunitense per esempio, ma anche la previsione della nostra Costituzione di un giudizio affidato alla Corte Costituzionale integrata se imputato è il Presidente della Repubblica- o una sospensione della procedibilità –caso tipico la Francia, dove il giudizio è sospeso durante l’espletamento della carica, ma la norma, chiaramente eccezionale, è applicabile soltanto al Presidente della Repubblica,e non al capo del governo- che però non impediscono la sottoposizione a giudizio o di un giudice speciale o del giudice ordinario ( per il nostro ordinamento unico competente) alla cessazione dall’incarico. Qualunque sia la procedura da seguire, insomma, è fuor di dubbio, negli ordinamenti giuridici dei Paesi occidentali,e comunque nel nostro, che la responsabilità penale per reati comuni non viene né eliminata, né attenuata se chi li commette è investito , dopo o durante la commissione dei reati, di cariche apicali dell’ordinamento (art. 96 della Costituzione:”Il Presidente del Consiglio dei ministri ed i Ministri, anche se cessati dalla carica,sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni,alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale”, che sostituisce, in base ad una modifica del 1989, la precedente formulazione, che era la seguente “Il Presidente del Consiglio dei ministri e i ministri sono posti in stato d’accusa dal Parlamento in seduta comune per reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni”) . La conclusione necessaria, in via non solo logica, ma soprattutto politico-giuridica, è che la competenza a giudicare sulla responsabilità resta attribuita ai giudici ordinari i quali debbono ispirarsi alle norme comuni, applicabili in tutti i giudizi analoghi a carico di ogni cittadino. Questo principio, che finora nessuno ha osato contestare esplicitamente, comporterebbe, vista la peculiare situazione del vertice governativo in Italia, che  si potrebbe avere, in contemporanea, l’esercizio della più alta funzione politica e l’affermazione di penale responsabilità a carico dello stesso soggetto, per la commissione di reati comuni. La palese assurdità di tale ipotetica situazione ha spinto i sostenitori del premier a proporre soluzioni che, sostanzialmente, eliminassero in radice il problema, sottraendo, di fatto, al giudizio della magistratura ordinaria un solo, o al massimo pochissimi soggetti situati in posizioni apicali dell’ordinamento politico.

Ferma la scarsa problematicità delle ipotesi,infatti non previste nella nostra Costituzione, di commissione di reati comuni da parte dei soggetti indicati, che attualmente rimangono di competenza del giudice ordinario, le ultime “contorsioni” modificatrici della Costituzione, poste in essere specialmente con il c.d. Lodo Alfano costituzionale, tentano di aprire un paracadute “totale” a favore del Presidente del Consiglio (ed anche del Presidente della Repubblica, sembra).

La più forte giustificazione di questa deriva, che in sostanza vorrebbe spostare sul piano politico la competenza a decidere su questioni di responsabilità penale, è il richiamo all’art. 68 della Costituzione, nella sue versione originale, che richiedeva l’autorizzazione della Camera di appartenenza per sottoporre a procedimento penale un membro del Parlamento. Venuta meno tale forma di “immunità”, si sostiene, occorre porre dei limiti al potere dei giudici (più correttamente, si dovrebbe dire dei pubblici ministeri) di incidere con la loro azione sulle prerogative del Parlamento, attraverso la incriminazione di singoli parlamentari, e tali limitazioni sarebbero in applicazione del primo comma dell’art. 68 citato, il quale, con espressione immutata, stabilisce la immunità dei membri del Parlamento per “le opinioni espresse e i voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”.

La giustificazione ha le gambe corte, come le bugie. E’ vero, infatti, che i padri costituenti stabilirono la immunità dei parlamentari per gli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni, ma è altrettanto vero che tale immunità, tradizionale nelle democrazie occidentali, serviva ad evitare il rischio del ripetersi di esperienze totalitarie, come quella fascista, dalla quale l’Italia era appena uscita, e al prezzo del sangue di tanti.

Nel corso degli anni, però, tale immunità si era estesa in misura patologica, fino a diventare quasi automatica ( l’autorizzazione a procedere mi fu negata, quando ero pretore, per un banalissimo eccesso di velocità in mare con un motoscafo, appartenente ad un deputato, il quale, con ammirevole correttezza, formalizzò per iscritto la sua rinuncia all’immunità, che però era irrinunciabile, così che non potetti irrogare la prevista ammenda, perché l’eccesso di velocità era stato ritenuto commesso nell’esercizio delle funzioni di parlamentare).

Quando si manifestò in tutta la sua devastante gravità ed estensione il fenomeno della corruzione, in quella serie di processi che andò sotto il nome di “mani pulite”, l’opinione pubblica reagì con forza all’uso assolutamente distorto della immunità parlamentare nell’applicazione dell’articolo 68, che infatti fu cambiato con legge costituzionale n. 3 del 1993, la quale ridusse l’immunità processuale soltanto all’arresto, al sequestro e alle intercettazioni, consentendo invece la sottoposizione a processo penale dei parlamentari senza autorizzazione della Camera di appartenenza (autorizzazione che continuò ad essere necessaria per il rinvio a giudizio, decisione affidata, per i ministri, ad un apposito tribunale collegiale, esistente in ogni sede di Corte d’Appello, il quale però, per rinviare a giudizio, deve chiedere ed ottenere la suddetta autorizzazione).

La modifica della immunità parlamentare, quindi, fu effetto del suo uso distorto, e non, come si vuole far passare adesso, della debolezza parlamentare nei confronti di una magistratura impropriamente aggressiva nei confronti degli esponenti del potere legislativo. Non ci fu affatto, perciò, un potere, il giudiziario, che commise uno straripamento nei confronti di un altro potere, quello legislativo, ma, più semplicemente, il legislatore ebbe paura delle reazioni di una opinione pubblica inferocita e attenuò la sua posizione privilegiata (in fondo, paradossalmente, i rappresentanti del popolo adeguarono le norme al sentire profondo dei loro rappresentati).

La situazione rimase invariata, fino a quando i magistrati di Milano (anche qui, più correttamente, dovrebbe parlarsi dei pubblici ministeri) iniziarono indagini che avevano ad oggetto la condotta del Presidente del Consiglio in carica. Da tale momento, che si potrebbe individuare nella notifica di un avviso di procedimento al Presidente del Consiglio nel 1994 (evento dal quale la successiva linea difensiva-offensiva dell’attuale maggioranza fa dipendere la caduta del primo governo Berlusconi, dimenticando che invece la crisi vi fu per il ritiro dell’appoggio della Lega, per ben altre ragioni), è cominciata l’attuazione di una strategia difensiva a tutto campo, che fin dall’inizio, essendo impercorribile la strada del ripristino dell’immunità nella sua forma ed espansione originarie, fu volta a raggiungere gli stessi scopi con altri mezzi.

Così, quando si formò il secondo governo Berlusconi, uno dei suoi primi obiettivi fu quello di utilizzare la normativa ordinaria per raggiungere lo scopo, rivelatosi abbastanza chiaro, di ri-formare il sistema delle leggi in modo da sottrarre all’iniziativa dei pubblici ministeri prima, e poi all’attenzione dei giudici, quei fatti che avrebbero potuto essere posti in atto dal Presidente del Consiglio, o nell’ambiente a lui vicino. E l’elenco di tali c.d. “riforme” è stato esposto all’inizio di questo paragrafo.

In mezzo, ed è questione di questa legislatura, si sono saggiati altri percorsi possibili per giungere ad un obiettivo mai nascosto, ma ultimamente chiarito in maniera inequivocabile proprio dal vertice dell’esecutivo. Tutto nasce dal procedere dei processi a carico del Presidente del Consiglio e di altri soggetti con lui imputati. I procedimenti, proprio per l’applicazione dei successivi lodi, si sono divisi in due, il grosso ha proseguito il suo cammino ed è arrivato o all’epilogo di una sentenza definitiva (processo Mills, noto avvocato inglese imputato e condannato per essere stato corrotto dal premier per rendere falsa testimonianza in suo favore), o comunque molto avanti nell’iter del processo, ed oggi, se non si sbarra la strada con altri ostacoli, si avvicina il momento nel quale i giudici dovranno accertare l’eventuale responsabilità del Presidente del Consiglio.

Così la riforma della giustizia è diventato un ritornello fisso nelle esternazioni presidenziali, ma quello che si vuole, in realtà, è la sottoposizione del pubblico ministro all’esecutivo, o diretta, mediante la separazione delle carriere, o indiretta, obbligando il p.m. ad esercitare il suo potere soltanto sul materiale raccolto dagli organi di polizia, per definizione dipendenti dal Governo.

 

3. La questione giustizia o il Patto per la giustizia,

ovvero la giustizia agli occhi del cittadino.

Deve essere chiaro, comunque, che le sbandierate riforme della giustizia di origine governativa o della maggioranza parlamentare non arrecheranno alcun beneficio al funzionamento concreto della Giustizia, che resterà lento, inspiegabile, lontano dalle esigenze reali degli utenti di questo importantissimo servizio pubblico.

Una ultimissima vicenda rende chiara la inattendibilità assoluta delle incaute promesse e  vanterie provenienti dai vertici politici istituzionalmente competenti: all’inizio dell’anno una messaggio proveniente dalla Direzione Generale dell’Organizzazione del Ministero della Giustizia avvertiva tutti gli uffici giudiziari che, per carenza di fondi, la manutenzione dei sistemi informatici in dotazione ad uffici e magistrati veniva sospesa, e restava affidata soltanto alla buona volontà e capacità dei centri ministeriali. Dopo che i ministri Alfano e Brunetta avevano, poco tempo fa, esaltato l’informatizzazione della pubblica amministrazione in generale e degli uffici giudiziari in particolare, si tornava indietro di decenni, tanto che alcuni dirigenti di uffici cardine –il procuratore della Repubblica di Napoli, per esempio- non escludeva il ritorno alle sentenze scritte a mano. Di fronte alla concreta prospettiva di un blocco, in tempi rapidi, di alcune delle più delicate funzioni degli uffici giudiziari, eventualità non esclusa neppure dal direttore generale del ministero ed alla reazione durissima della Associazione Magistrati, degli Organismi dell’avvocatura, e della pubblica opinione, ampiamente avvertita dagli organi di informazione, il Ministero è corso ai ripari, predisponendo la non sospensione dell’assistenza, però solo in via provvisoria, per un decreto del Ministro che ha stornato altri capitoli di spesa del suo ministero. A parte la curiosità di conoscere quali servizi soffriranno le conseguenze di questa “deviazione” di fondi, rimangono le perplessità sulla non trasparenza della scelte ministeriali in materia, sulla mancata informazione relativamente ai costi dell’informatica giudiziaria e alle strategie future per aumentarne l’impiego, ormai indispensabile, sulla tenace e dissennata scelta di affidare per lotti e tempi determinati un servizio, quello di manutenzione, che è costante e che richiede professionalità capaci ed aggiornate.

Altro, non meno grave, discorso è quello relativo alla responsabilità politica di chi, nel governo, ha deciso di non finanziare più un settore fondamentale del servizio giustizia, senza trovare alcuna obiezione concreta ed efficace. Né va nascosta la responsabilità dell’intero governo in questo indegno rimpallarsi di responsabilità, sintomo indiscutibile della scarsissima considerazione in cui è tenuta la giustizia,, nonostante le costanti e solenni affermazioni contrarie di chi “dirige la politica generale del Governo  e ne è responsabile “ (articolo 95 della Costituzione sulle attribuzioni del Presidente del Consiglio).

Per tornare al tema centrale, è palese che al cittadino comune interessa molto poco la separazione delle carriere mentre interessa assai più la difficoltà di rilascio di un certificato dal casellario giudiziario perché i computer non funzionano, ultimo segno del malfunzionamento di una giustizia lontana e incomprensibile, le cui criticità vengono facilmente attribuite alla magistratura, visto il ruolo da protagonista, e la condotta non sempre cortese o attenta  del singolo magistrato.

Mentre, però, nel caso dell’informatica, nessuna responsabilità può attribuirsi alla magistratura e tutta la responsabilità, invece, pesa sugli organi che hanno investitura politica,  la credibilità della magistratura, invece, è fortemente indebolita per alcune vicende che vanno esaminate con attenzione, per evitare diagnosi e terapie sbagliate; per fare un solo esempio, la sconvolgente “questione morale” che ha occupato le cronache di questi ultimi tempi, e sulla quale la Associazione Magistrati si sta interrogando per individuare rimedi efficaci, incide senza dubbio sull’immagine complessiva dell’istituzione, ma, paradossalmente, sul singolo cittadino che ha subito personalmente l’impatto delle disfunzioni del sistema incide assai di più la disorganizzazione degli uffici o, peggio, il comportamento del magistrato, che talvolta nasconde dietro il malfunzionamento un atteggiamento di vera, o presunta, scortesia o addirittura supponenza.

E qui entriamo in un ambito molto delicato,  che necessita di una premessa generale.

Prima disorientata sotto la violenza inconcepibile di attacchi delegittimanti da parte dei vertici dell’esecutivo, la magistratura ha successivamente assunto un atteggiamento per così dire“a testuggine”, arroccandosi in un guscio duro, che copre e difende anche le “parti molli”. Detto in altri termini, un potere diffuso, per definizione, ha ceduto spesso alla tentazione di difendere ogni singolo esponente, per paura che una distinzione tra “buoni e cattivi” al suo interno potesse offrire spunti ed argomenti ai suoi inferociti detrattori. Ma, con questa scelta tattica, si è dimenticato un assunto cardine, che si basa proprio sulla diffusione del potere. L’aspetto complessivo della magistratura, cioè, non è formato soltanto dai volti di quei suoi esponenti impegnati nei “processi al potere”, ma anche dai comportamenti dei tanti magistrati che “amministrano” giustizia giorno per giorno, rispondendo ai tanti cittadini che chiedono la soluzione di problemi “normali”, in tempi possibilmente accettabili, fidando su un giudice sufficientemente preparato, e contando su risultati almeno in parte prevedibili.

Se a queste istanze non si risponde, i tanti cittadini che si rivolgono alla giustizia ne ricavano una impressione negativa, che è assai più diffusa e radicata di quella derivante dalla propaganda mediatica, pregiudizialmente critica, delle vicende  giudiziarie del Presidente del Consiglio.

Frastornati dallo scontro durissimo con la parte più ostile della classe politica, i magistrati corrono il rischio di dimenticare che, comunque, sono titolari di un potere fortemente incidente sulla condizione degli “utenti”, e il cui esercizio è valutato con una attenzione, spesso verrebbe da dire “dolente”, da chi lo sperimenta sulla sua pelle, e non su quella di una sola persona, molto potente, ma molto distante. Il teste che, con la minaccia di accompagnamenti coatti o  di pene pecuniarie, si reca nei palazzi di giustizia e vede rinviata, magari più volte, la causa nella quale dovrebbe essere sentito, con fissazione di date lontane, senza ricevere alcuna spiegazione sui motivi di questa ripetuta e malissimo ricompensata perdita del suo tempo, non avrà una buona opinione del funzionamento della giustizia, così come ne avrà una pessima la parte che attende anni per ottenere una decisione, che accolga o respinga la sue richieste; e non sarà certo spinto a scrivere l’elogio dei giudici l’avvocato che avrà visto rinviare la sua causa, o troncare la sua arringa, per motivi da lui non condivisi e con maniere assai sbrigative, se non peggio.

Su questo piano si gioca la partita vera, quella che potrebbe determinare un risultato finale positivo, se solo i giocatori (quelli per bene, ovviamente) accettassero le regole sostanziali del gioco.

La prima regola è che bisogna giocare in squadra, una squadra nella quale sia chiara la distribuzione dei ruoli, ma sia ancora più chiaro che la vittoria deriva dalla collaborazione di tutti. Se il giudice decide da solo (o al massimo con due suoi colleghi) da solo non ha sufficiente forza e peso politico per incidere su una situazione pessima come è quella di oggi in materia di giustizia civile e penale. Il che significa non che la decisione va presa sulla base di esigenze “esterne” ma più semplicemente che comunque non si può ignorare il contesto nel quale le decisione viene assunta (ferma, ovviamente, l’autonomia del giudice anche rispetto all’opinione pubblica).

La seconda regola è che bisogna sapere bene chi gioca nella stessa squadra, e chi invece, magari con una maglietta dolosamente colorata, fa gli interessi degli altri. Anche qui non si possono fare errori. La pretesa di parecchi magistrati di accomunare nell’elenco dei cattivi tutti gli esponenti politici è sbagliata, e forse anche ingenerosa ( e comunque non è così che si risponde all’attacco di chi straparla sempre di magistratura “politicizzata” e cattiva, contrapposta ad un’altra neutrale e buona). Ma altrettanto sbagliata è quella di considerare a priori alcune parti politico-partitiche alleate, o nemiche.

Nel difficile cammino di una società democratica nessun potere ama le limitazioni postegli da altri poteri, salvo che la democrazia sia difesa e fatta propria dalla gran parte dei cittadini di quella società.

Da questa osservazione, frutto di lunghe esperienze istituzionali, deriva la necessità che l’ordine giudiziario, con un potere di controllo incisivo e diffuso, costruisca una politica di alleanze intelligente e lungimirante.

E’ necessario, cioè, cogliendo spunto dalle attuali vicende parossistiche, concordare un vero e proprio PATTO PER LA GIUSTIZIA, con tutti i soggetti, che, individualmente o come gruppi, trarrebbero beneficio da un buon funzionamento della giustizia. Ed infatti il 10 giugno 2009 è stato stipulato un «Patto per la giustizia e per i cittadini» firmato venerdì 10 luglio 2009, alle ore 19, a Roma, nell'Aula Magna della Corte di Cassazione dai presidenti delle associazioni di tutte le magistrature (a cominciare dall'Anm), dell'Organismo unitario dell’avvocatura e dell'avvocatura dello Stato, dai segretari generali delle organizzazioni sindacali Fp-Cgil, Uilpa-Uidag, Flp, Rdb-Cub e dei dirigenti della giustizia., “per proporre al Governo un progetto condiviso, capace di rendere effettivo un diritto costituzionalmente garantito, a cominciare dalla rapidità dei procedimenti” come si legge nel manifesto fondativo (riprodotto e commentato  anche nel sito Web dell’Associazione Nazionale Magistrati www.associazionemagistrati.it). Ma un Patto solido richiede che tutti i contraenti si presentino con assoluta sincerità, portando nell’accordo i propri valori aggiunti, però anche riconoscendo le proprie criticità.  Su questa linea, allora, la magistratura italiana deve, senza arroccamenti e con la massima trasparenza, rispondere alla ricorrente domanda sulle sue responsabilità sostanziali nella situazione attuale. In altre parole, se la magistratura è sicura di aver sempre fornito un servizio giustizia al massimo delle sue possibilità, se è sicura di non aver mai fatto un uso “eccessivo” del suo potere, se è sicura che nessun magistrato non ha mai ceduto alla tentazione di comportamenti professionali connotati da arroganza o noncuranza, allora potrà pretendere che spetti solo ad altri di porre rimedio. Se, invece, queste assicurazioni non potrà darle, come è in realtà, allora dovrà prima di tutto provvedere ad una autocritica severa  e ad    un intervento concreto al suo interno. E più sarà credibile quanto meno cederà alle sirene corporative, immancabili in situazioni del genere.
Non si tratterà tanto di comportamenti sanzionabili disciplinarmente (su questo piano, la magistratura e il vituperato Consiglio Superiore della Magistratura nella sua articolazione disciplinare non hanno nulla da temere in un confronto con tutte le analoghe strutture del pubblico impiego), ma soprattutto di carenze di comportamento più sottili, ma non meno negative.

Tanto è vero che l’organismo rappresentativo della Magistratura, l’Associazione Nazionale magistrati, ha proprio di recente, sabato 13 novembre, sentito la necessità di ripensare ed aggiornare il suo codice deontologico, risalente alla metà degli anni Novanta, ribadendo, all’articolo 2 -intitolato “, Rapporti con le istituzioni, con i cittadini e con gli utenti della giustizia”- che “nei rapporti con i cittadini e con gli utenti della giustizia il magistrato tiene un comportamento disponibile e rispettoso della personalità e della dignità altrui…”  e all’articolo 9 -sulla “imparzialità del magistrato”- cheIl magistrato rispetta la dignità di ogni persona, senza discriminazioni e pregiudizi di sesso, di cultura, di ideologia, di razza, di religione. Nell'esercizio delle funzioni opera per rendere effettivo il valore dell'imparzialità, agendo con lealtà e impegnandosi a superare i pregiudizi culturali che possono incidere sulla comprensione e valutazione dei fatti e sull'interpretazione ed applicazione delle norme.” (il testo del codice aggiornato sarà presto pubblicato integralmente sul sito dell’Associazione, aperto a tutti).

 

4. Una prima conclusione.

Sicuramente il panorama politico nazionale non si stabilizzerà nel futuro prossimo.

Molto probabilmente, quindi, la questione giustizia resterà sul tappeto, anche se  ancora pesantemente condizionata dalla situazione del Presidente del Consiglio.

La riforma della giustizia diventerà sempre più urgente, per le persone normali e per bene che ancora abitano in buon numero nel nostro Paese. Per avviarla a soluzione, però, le misure ventilate in questi ultimi tempi non servono assolutamente.

Serviranno, invece, quelle proposte che chi vive e lavora nei palazzi di giustizia, o ci si trova per necessità, riuscirà ad elaborare per migliorare il livello della democrazia, non esaltante nella presente congiuntura dell’Italia.

E per mantenere un ruolo centrale in questa lunga marcia attraverso le riforme “vere” la magistratura dovrà sedersi al tavolo delle alleanze avendo cancellato, o almeno ignorato, le inevitabili derive corporative, che ne annullerebbero la credibilità.

Questo è il panorama e questo è l’impegno che ci sta davanti.

In questa opera lunga e non sempre gratificante c’è bisogno dell’impegno di chiunque ritenga assolutamente insoddisfacente l’attuale panorama istituzionale.

 

Vito D’Ambrosio.

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