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Questo tipo di responsabilità civile: vendetta contro i giudici

pubblichiamo l'intervento del dott. Roberto Tanisi,
Presidente della Sezione distrettuale di Lecce dell'Associazione Nazionale Magistrati, inviata anche ad un quotidiano locale

Gentile Direttore,

approfitto della sua cortese ospitalità per fare alcune puntualizzazioni sulle numerose inesattezze (riconducibili, prevalentemente, ad esponenti del mondo politico, ma non solo) apparse in questi giorni sulla stampa a proposito della responsabilità civile dei magistrati.

1 – Non è esatto che manchi, oggi, una disciplina normativa sulla responsabilità civile dei Magistrati. La legge n. 117/88, varata all’indomani del referendum, prevede la possibilità per chiabbia “subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia” di agire contro lo Stato per ottenere “il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale” (art. 2). La legge prevede, poi, che lo Stato possa rivalersi nei confronti del Magistrato, una volta che risulti accertata la sua responsabilità (art. 7). È previsto, inoltre, l’esercizio dell’azione disciplinare obbligatoria da parte del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, del titolare di tale azione e, comunque del Ministro, nei confronti del magistrato “per i fatti che hanno dato causa all’azione di risarcimento”, con la postilla che, in tal caso, l’azione disciplinare non è circoscritta alle sole ipotesi di dolo o colpa grave. La conclusione che se ne trae è, dunque, che i magistrati rispondono tanto in sede civile (grazie all’azione di rivalsa), quanto in sede disciplinare. Si potrà discutere del fatto che, tecnicamente, il meccanismo disegnato dalla Legge Vassalli sia piuttosto macchinoso, ovvero che nel periodo di vigenza della legge siano state esperite poche azioni, ma ciò non può certamente essere ascritto ai Magistrati. A tali forme di responsabilità (penale, civile, disciplinare) si aggiunge, inoltre, anche la responsabilità contabile (Il Quotidiano ne ha dato ampiamente conto a proposito delle spese per le Consulenze della Procura).

2 – Non è esatto che l’emendamento alla legge comunitaria, approvato dalla Camera, sia riconducibile ad una ventilata armonizzazione del diritto interno a quello Comunitario, in forza di una Sentenza della Corte europea di Giustizia. La sentenza in parola ha infatti statuito che gli Stati(non i singoli magistrati) siano responsabili per i danni arrecati da pronunce giurisdizionali in contrasto col diritto europeo (che, spesso, derivano proprio dal difetto di armonizzazione, non imputabile ai giudici, della nostra legislazione con quella comunitaria). Dunque, ad essere onesti, la sentenza esprime proprio l’esatto contrario di quello che si vuol far credere. E, del resto, non potrebbe essere altrimenti, dal momento che con Raccomandazione 17.11.10, nel delineare quella che è stata definita la “Magna Charta” dei giudici europei, il Consiglio d’Europa ha espressamente limitato ai casi di dolo e colpa grave la responsabilità civile dei magistrati, escludendo l’azione civile diretta e prevedendo che soltanto “lo Stato, ove abbia dovuto concedere una riparazione, può richiedere l’accertamento di una responsabilità civile del giudice attraverso un’azione innanzi ad un tribunale”, con l’ulteriore precisazione che “i giudici non devono essere personalmente responsabili se una decisione è riformata in tutto o in parte a seguito di impugnazione”.

 

3 – Non è esatto sostenere che negli altri Stati europei sia prevista una responsabilità civile diretta dei giudici. In realtà è vero esattamente il contrario, dal momento che in taluni Stati la Legislazione è ancor più “garantista” di quella italiana. Difatti: Nel Regno Unito vige il principio della “immunità giudiziaria”, nel senso che i Magistrati non rispondono degli atti compiuti nell’esercizio delle loro funzioni e ciò al fine di tutelare la loro indipendenza ed autonomia di giudizio; in Francia lo Stato, se condannato, può rivalersi sul Giudice solo in caso di una mancanza “particolarmente grave”, ossia in caso di dolo; in Germania, Portogallo e Belgio la situazione è, grosso modo, paragonabile alla nostra; in Spagna lo Stato e il Magistrato possono essere chiamati in giudizio in solido, ma dopo una verifica preliminare che abbia accertato la sussistenza del dolo o della colpa grave del magistrato; nei Paesi Bassi è prevista solo l’azione civile contro lo Stato che non ha azione di rivalsa contro il magistrato.

4 – E’ suggestivo, ma non è esatto, sostenere che i magistrati debbano essere chiamati a rispondere direttamente in sede civile, come ogni altro pubblico impiegato o professionista. Intanto perché non è vero che per tutti i pubblici dipendenti è prevista la responsabilità civile diretta: così, per esempio, l’art. 61 della Legge n. 312/80 prevede per il personale, docente e non docente, di ogni tipo di scuola un modello di responsabilità civile analogo a quello delineato dalla legge n. 117/88 per il personale di magistratura e tale modello è stato ritenuto pienamente legittimo dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 64/92). Inoltre – come evidenziato anche dal vice-Presidente del C.S.M. Vietti – il ruolo rivestito dai Magistrati è un unicum, non paragonabile a quello degli altri professionisti, se solo si considera che con ogni suo provvedimento il Magistrato è fatalmente destinato a “recare potenzialmente danno a qualcuno”: se assolve, scontenta la vittima; se condanna, scontenta l’imputato; in ogni causa civile, almeno uno dei contendenti è destinato a restare insoddisfatto della decisione, quando non lo è anche il vincitore, se la domanda non è accolta in tutti i suoi punti. In questa situazione, consentire alla parte soccombente o insoddisfatta di agire direttamente in giudizio contro il magistrato vale ad intaccarne l’indipendenza e l’autonomia di giudizio, col rischio, in determinati casi, di paralizzare il sistema a causa delle incompatibilità che si potranno determinare.

Ben a ragione, il noto civilista Pietro Trimarchi, sul Corriere della Sera, scrive che l’azione di responsabilità civile contro i magistrati, oltre che non necessaria, è anche dannosa, “in primo luogo per la possibile distorsione degli incentivi tutte le volte che le diverse decisioni possibili della controversia presentino, indipendentemente dalla loro correttezza, un rischio asimmetrico di risarcimento del danno (danno facilmente dimostrabile di una parte contro danno non facilmente dimostrabile dell’altra, danno quantitativamente molto diverso per le parti in lite, danno privato contro danno indiretto per interessi pubblici diffusi), con la possibilità che il giudice si senta indotto a preferire non già la soluzione più giusta, bensì quella che implica per lui stesso un minor rischio di danno risarcibile; … in secondo luogo perché un giudizio nel quale il giudice si possa sentire esposto a un’aggressione della parte insoddisfatta si potrebbe svolgere in un’atmosfera degradata e non idonea ad assicurare un giusto risultato”.

Altri, dunque, devono essere gli strumenti con cui realizzare una tutela più efficace del cittadino contro l’errore giudiziario (che è, ex se, ineliminabile!).

Quanto accaduto alla Camera appare, invece, come un colpo di mano con cui una classe politica, in cui non mancano certo gli inquisiti, cerca, sotto l’usbergo di una sentenza della Corte di Giustizia malamente invocata, di consumare una propria “personale” vendetta nei confronti della Magistratura, “rea” di aver applicato il principio di legalità nei confronti di tutti, anche di coloro che si reputano “più uguali degli altri”.

A pagarne le conseguenze saranno, come al solito, i cittadini.

 

Roberto Tanisi

Presidente A.N.M. – sede distrettuale di Lecce

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