Get Adobe Flash player

In memoria di Falcone e Borsellino

di Vito D'Ambrosio


Pubblichiamo l'intervento di Vito D'Ambrosio all'incontro svoltosi il 3.7.2012 in Corte di cassazione in omaggio a Paolo Borsellino e Giovanni Falcone

 

 

A) Premessa.

 

Preliminarmente confesso che non riesco a valutare quanta riconoscenza debbo a chi mi ha designato per questo ricordo, perché all’indubbio e inaspettato onore di parlare in questa occasione assai significativa e davanti ad ascoltatori di tale livello si accompagna in me la riemersione di un dolore che neppure venti anni sono bastati ad attutire. Cercherò perciò di imporre al mio dire una sobrietà sempre auspicabile, e per me oggi indispensabile.

 

Il rischio più grande che si corre, infatti, in queste cerimonie/celebrazioni (non mi piace il termine eventi oggi di moda) è quello di annegare nella melassa della retorica i messaggi chiari e duri che ci vengono dalla storia dolorosa di questi uomini e di altri che sono diventati –anche loro malgrado- simbolo di valori importanti.

Proprio per evitare questo rischio e restare ai fatti, io voglio dire, con l’Enrico V di Shakespeare, che all’inizio della battaglia eravamo davvero in pochi. Quelli che oggi si affannano a chiamare per nome, e a parlare di Giovanni e Paolo, allora, quando il maxi processo cresceva e si avviava a diventare il primo vero e serio tentativo di fare luce sulle vicende di mafia degli ultimi anni, li chiamavano rigorosamente per cognome, e certo non per amicizia. Per questa ragione io e qualche altro loro amico sincero abbiamo, concordemente ma senza concordarlo, cominciato a chiamarli Falcone e Borsellino, facendo il percorso inverso.

 

Ma i pochi dell’inizio della storia – e non della battaglia, perché i giudici non conducono battaglie – hanno assistito con angoscia alla sconfitta, che sembrava definitiva, dopo una prima tappa molto positiva.

 

B) Il maxi processo.

 

Io ho visto il maxi processo quando ancora era un magma di carte, che con enorme fatica e pazienza Falcone e un piccolo gruppo di giudici istruttori, i componenti dell’adesso famoso, allora famigerato POOL raccoglievano, interpretavano ed ordinavano; un giorno, infatti, in uno dei miei non rari viaggi a Palermo, Falcone mi chiese se volevo vedere materialmente quello che stava diventando il maxi processo, e, alla mia risposta affermativa, mi portò in una specie di spazioso ripostiglio adiacente al suo ufficio e mi mostrò le scaffalature che coprivano tutte le pareti, piene di faldoni di carte: quello, mi spiegò, era il famoso processo, dal quale venivano stralciati e varati per l’ulteriore cammino processuale i capitoli definiti, mentre le indagini proseguivano su altri filoni.

 

Quella immagine, di una stanza con le pareti coperte ,alla lettera,di scaffali impilati di carte, mi tornò in mente quando, alcuni anni dopo, mi trovai a maneggiare i fascicoli sui quali stavamo studiando, io e i miei due compagni di designazione, la strategia con la quale avremmo affrontato il dibattimento, che si preannunciava mastodontico. Basti ricordare, per citare pochissimi numeri, che il processo si basava su circa 500.000 carte, che la sentenza di primo grado (stesa materialmente da Piero GRASSO, l’attuale Procuratore Nazionale Antimafia) occupava quasi 7.000 pagine e quella di appello, che aveva sostanzialmente disatteso la tesi accusatoria, era lunga più di 2.000 pagine (del resto anche quella di Cassazione supera le 1500 pagine, dimensione assolutamente eccezionale per un giudizio di legittimità). Era, probabilmente, il più grande processo mai celebrato nella nostre aule, e si ricordi che all’epoca non esisteva ancora la pratica informatica del “copia e incolla” che ingigantisce, spesso del tutto inutilmente, tanti processi al giorno d’oggi.

 

Ma, quando cominciò la nostra fatica, non avevamo ancora ben chiara in mente l’importanza di quello che si stava per celebrare. Non si trattava, infatti, soltanto della storia di una guerra di mafia che aveva seminato di morti Palermo e dintorni, terminata con la vittoria di una strategia sanguinaria, ideata e concretata da nuovi soggetti associati, i quali avevano sostituito i vecchi boss, sterminandoli. Si potevano leggere in controluce, in quelle pagine, i nascenti contorni di una strategia mafiosa vincente assai più pericolosa di quella perdente, perché volta ad inserirsi nei centri vitali della società nazionale e non solo regionale. Il maxiprocesso, in sostanza, se analizzato con l’attenzione che richiedeva, indicava già il cammino che la criminalità organizzata, specie siciliana, avrebbe percorso negli anni successivi. Certo era trattata in maniera assai sintetica, in tutti quei fascicoli voluminosi, la parte più delicata e pericolosa,quella dei rapporti tra mafia e politica, che tanto avrebbe costellato di amarezze l’ultima parte della vita umana e professionale di Falcone, però il nocciolo, l’unico possibile all’epoca ( si ricordi che Buscetta per il suo silenzio sul tema avanzò la giustificazione di un contesto socio-politico non ancora affidabile e non sufficientemente maturo per affrontare le conseguenze di rivelazioni approfondite) si poteva intravedere bene.

 

Ma, comunque e soprattutto, il maxi processo era la vittoria momentanea di Falcone e Borsellino, perché loro due erano stati i maggiori protagonisti del lavoro del pool, perché loro due avevano steso la sentenza ordinanza che aveva segnato il passaggio dalla fase istruttoria a quella dibattimentale, perché loro due, disciplinatamente e per senso del dovere avevano accettato di pagare, con l’esilio nell’isola dell’Asinara per il tempo necessario alla stesura di quell’atto, la incapacità dello Stato di assicurare la loro incolumità.

Per questo soprattutto chiesi di succedere a Nino Scopelliti dopo il suo assassinio, ma anche perché volevo, in un certo senso, riscattare la decisione del Consiglio Superiore della Magistratura, -del quale io facevo parte- sia di preferire a Falcone un altro magistrato per la nomina a dirigente dell’ufficio istruzione di Palermo, sia di sottoporre ad un vero e proprio processo Borsellino, quando, in due interviste contemporanee, aveva denunciato il calo della tensione nell’impegno antimafia di quell’ufficio, dopo quella nomina. Di tutto questo si rese conto quel grande magistrato, nonché persona autenticamente per bene, che fu Vittorio Sgroi, all’epoca Procuratore Generale, quando decise di assegnare anche me al piccolo, valido ma assolutamente insolito “tandem” di rappresentanti dell’accusa designati per quel processo, con una decisione al di fuori di ogni prassi, sia per la pluralità di sostituti (ben tre), sia per la designazione di chi ancora formalmente non era sostituto, ma magistrato d’appello applicato. E la sensibilità di Sgroi fu tale, da disporre che il motivo particolare alla base della mia nomina restasse nell’ombra, per non aumentare a mio carico il livello di rischio cui ognuno di noi era esposto. Di questo non avrei detto nulla, non volendo aumentare il numero già eccessivo di non pochi magistrati protagonisti, se non vi avesse fatto cenno poco fa, nella sua schiettezza peculiare, il successore attuale di Sgroi, Gianfranco Ciani.

 

Di quella vicenda conservo un ricordo nitido, sia della fase preparatoria, faticosa specialmente per la necessità di una concordanza necessaria nelle nostre posizioni, sia di quella più propriamente dibattimentale, protrattasi per un numero del tutto anomalo di udienze (dai primi di dicembre 1991 alla fine di gennaio 1992), ben tre delle quali furono interamente occupate dalle requisitorie dei tre rappresentanti dell’accusa, e svoltasi proprio nell’aula nella quale parliamo stamattina.

Quando, alla fine, dopo giorni di arringhe appassionate o distaccate, erudite od emotive, ma tutte ugualmente accanire e “schierate” contro quello che alcuni, anche sui mezzi di comunicazione, avevano sprezzantemente battezzato come il teorema Buscetta (o Falcone - Buscetta), fummo chiamati per la lettura dei dispositivi, mi ricordo ancora il particolare delle mani sudate per l’emozione, mai più capitatomi in seguito, e l’ondata di soddisfazione che mi sommerse quando mi resi conto che non le nostre, ma le tesi dell’ufficio istruzione di Palermo, e quindi di Falcone e Borsellino, erano state accolte in pieno dalla Corte, con una profonda modifica della sentenza d’appello. Feci fatica a non mostrarla, la soddisfazione, nelle dichiarazioni rese a caldo, subito dopo il lunghissimo dispositivo, perché, come dissi, non si può essere soddisfatti quando vengono irrogati ergastoli e altre pesantissime pene detentive, ma indubbiamente in quel momento mi sembrava di vedere il volto sorridente di Falcone e quello, spesso un po’ imbronciato, di Borsellino. Detti subito la notizia a Falcone, al ministero, e ci ripromettemmo di parlare a lungo di quella vicenda processuale, ma, quando, finalmente, riuscimmo ad accordare le nostre agende, e ci telefonammo fissando un appuntamento per il giorno successivo al ritorno di Falcone da Palermo, l’appuntamento non fu onorato, perché Falcone non tornò più da Palermo.

Potrei ancora parlare, e non poco, di quel processo, che segnò la vita di due grandi magistrati e dette inizio alla nostra amicizia, per esempio evidenziando che nonostante la mole di adempimenti che furono necessari, quasi nessuna sbavatura processuale fu accertata, ma i ricordi si rifiutano di lasciarsi confinare in quell’ambito.

 

C) Al di là del maxi processo.

 

La memoria del nostro legame amicale è intessuta di tante vicende, di tanti episodi, piccoli o grandi, che si sono susseguiti nel corso di quegli anni, che poi non furono molti, ma a me sembrano tantissimi; io infatti ho conosciuto Falcone, e poco dopo Borsellino, nel gennaio 1986 –all’inizio di una campagna elettorale che mi avrebbe portato a far parte del CSM- e la nostra amicizia fu troncata, insieme alla loro vita, nel maggio, per Falcone, e nel luglio del 1992, per Borsellino. In quei sei anni, a riguardarli adesso, le vicende di Palermo, che poi si basavano sulle vicende di Falcone soprattutto e poi anche di Borsellino, scandirono i momenti più importanti. Quasi ogni anno, dal 1987, quella della nomina di Borsellino come Procuratore della Repubblica a Marsala, che io non votai ma per ragioni assai diverse da quelle indicate con la dura e ingiustificata polemica di Sciascia contro i professionisti dell’antimafia ( e infatti per me era sbagliato smembrare la squadra prima di aver ottenuto risultati ben più solidi), da Palermo giungevano notizie allarmanti, sulle difficili relazioni tra uffici e tra magistrati, sulle famose lettere anonime del Corvo, piene di accuse velenose contro Falcone, Di Gennaro e altri soggetti al centro della scena istituzionale, sugli sviluppi poco limpidi di vicende allarmanti, come il fallito attentato a Falcone dell’Addaura, che si giunse perfino a ridicolizzare quale farsesco tentativo di un giudice sul viale del tramonto per recuperare una perduta centralità mediatica con l’autoorganizzazione di un attentato innocuo.

 

Grande era lo sforzo che Falcone doveva fare ogni volta per mantenere una calma esteriore e non dare pretesti ai suoi tanti avversari – ed anche nemici – sia dentro che fuori delle istituzioni e della magistratura,come ha giustamente affermato il Procuratore Generale Ciani (ed anche di questo si dovrà parlare diffusamente in un futuro prossimo), il cui scopo assai chiaro era quello di delegittimare lui e con lui il frutto della sue indagini. E ancora più grande era la sua attenzione per evitare le trappole “professionali” che gli venivano tese. Così fu una sua decisione istintiva, ma professionalmente costruita, quella, ad esempio, di incriminare per calunnia un falso “pentito” che aveva tentato di costruire un racconto semiserio sulle connivenze di un noto uomo politico, Salvo Lima, mettendo in tal modo Falcone di fronte alla scelta o di iniziare indagini, destinate a sicuro insuccesso con le relative intuibili conseguenze, o di trascurare la denuncia, attirandosi ulteriori accuse di “avvicinamento” ad una parte di un partito politico, sospettata da molto tempo di collateralismo mafioso ( e di quella decisione fui uno dei primi ad essere informato).

 

Ma grande, grande al massimo grado possibile, fu in tutti e due la fedeltà istituzionale, il senso del dovere, che per loro era diventato una seconda natura; solo con una incredibile capacità di anteporre ai propri interessi quello delle istituzioni, alla necessità di tutelare la propria vita quella di difendere la Repubblica alla quale avevano, come tutti gli impiegati pubblici, giurato fedeltà (ma con ben altra consapevolezza), possono spiegarsi alcuni episodi, di due dei quali sono stato testimone.

 

Un pomeriggio di tarda primavera Falcone aveva appena finito di tenere una conferenza, su mia insistenza, ad Ancona, la mia città: declinato un invito a cena, perché la sua incredibile capacità lavorativa gli imponeva di tornare subito a Roma, accettò di bere un aperitivo con me e mia moglie. Seduti ai tavolini all’aperto di una magnifica piazza, parlavamo del più e del meno ( ma sempre di lavoro) e Falcone fumava una sigaretta dopo l’altra. Ad un certo punto mia moglie glielo fece notare, sottolineando che certamente tutto quelle sigarette non potevano fargli bene; Falcone si fermò un attimo, la guardò attentamente e le rispose, con un tono che mi impressionò per la sua serietà: “Giuliana io di una cosa sono certo ed è che non morirò per le sigarette”. Dopo poco partì ed io e Giuliana restammo seduti, cercando di superare il senso di impotenza che ci era entrato dentro di fronte alla frase di quell’amico tanto fatalisticamente rassegnato. E del resto la amara lucidità di Falcone la avevo ritrovata tutta nella dedica del suo libro-intervista con Marcelle Padovani “Cose di cosa nostra”, che mi aveva regalato scrivendo semplicemente : “in ricordo di tante battaglie,in gran parte perdute”, ed ogni volta che la rileggo mi ricordo della mattina in cui me la portò.

Lo stesso fatalismo che lessi sul viso di Borsellino, quando, poco prima di salutarlo all’aeroporto di Palermo, dove mi aveva accompagnato dopo i funerali di Falcone, gli dissi “Paolo, stai molto attento, adesso il bersaglio principale sei tu”. Borsellino mi rispose, e sento ancora le sue parole nonché il tono della sua voce: “Vito starò attento, ma è tutto inutile. Se hanno deciso, lo fanno”. Io scappai via, all’imbarco, per nascondere le lacrime.

Sono stati uccisi, Falcone e Borsellino, certamente per la loro capacità professionale, certamente per il valore simbolico che avevano assunto, anche senza volerlo, ma sono stati uccisi forse anche per altri motivi, che noi non sappiamo ma che potrebbero nascondersi nei sottofondi melmosi di quegli anni terribili (non dimentichiamo come, assai stranamente, alla strage di Capaci seguì dopo pochissimo tempo l’elezione del Presidente della Repubblica, la limpida persona di Oscar Luigi Scalfaro, e cessò lo stallo che per giorni aveva inchiodato in Parlamento i grandi elettori, incapaci di scegliere).

 

D) Un accenno di conclusione.

 

Non sappiamo se e quando e come si avvererà la triste profezia di Falcone, che, basandosi sulle strumentalizzazioni fatte contro di lui e su di lui, temeva che anche dopo morto qualcuno avrebbe tentato di nascondersi dietro la sua figura per giocare un gioco poco pulito, e mi tengo ben lontano dall’attualità, che va accostata con particolare cautela da chi indossa la toga. Sono convinto, però, che il modo migliore per smentire la profezia è quello di raccogliere il loro messaggio di sereno -che non significa incosciente- coraggio, di tenace attaccamento ai valori della democrazia e di questa nostra Costituzione e di rendere testimonianza concreta della condivisione di quei valori, in questo nostro Paese, il cui livello etico si è abbassato in misura allarmante, come sa molto bene chi lavora in queste aule (anche se possiamo pur notare qualche motivo di speranza, proveniente soprattutto dal modo dei giovani).

 

Lo dobbiamo innanzitutto a Giovanni e a Paolo, ma lo dobbiamo anche, e forse ancora di più, ai nostri figli e ai nostri nipoti, che potranno conoscere e ricevere il messaggio di questi due simboli, persone a loro sconosciute, solo attraverso il nostro esempio.

 

Vito D’Ambrosio.

 

Roma 3 luglio 2012.

Aula Magna della Corte di Cassazione.

 

Share