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Libertà di associazione e di manifestazione del pensiero: i diritti negati del cittadino-magistrato di Armando SPATARO (su "La Rinascita" – 17.10.2003) Nuova pagina 3

La storia del disegno di legge delega per la riforma dell’Ordinamento giudiziario approvato dalla Commissione giustizia del Senato è la storia del progressivo innalzamento del livello di scontro con la Magistratura che l’attuale maggioranza parlamentare continua con determinazione a perseguire. Tra il 2002 e la prima metà di quest’anno, infatti, il Ministro Castelli ed il suo comitato di sedicenti saggi hanno progressivamente elaborato una serie di progetti di riforma che, non risolvendo alcuno dei problemi reali della giustizia, mirano alla restaurazione dell’assetto ordinamentale della magistratura degli anni ’50 ed, in sostanza, al suo controllo. Progetti che non hanno accolto alcuno dei rilievi del CSM, dell’Associazione Magistrati e del mondo accademico e che appaiono ispirati da una chiara volontà: quella di punire una magistratura rea di non di volere assecondare l’aspirazione al potere assoluto degli “eletti dal popolo”. Era difficile ipotizzare, in questo quadro, che il testo approvato dal Consiglio dei Ministri potesse ulteriormente essere peggiorato in sede parlamentare: ma la realtà spesso supera l’immaginazione e la Commissione Giustizia del Senato, con il parere favorevole del Ministro Castelli, ha approvato un testo, emendato all’ultim’ora, che contiene norme incostituzionali e contrastanti con le più elementari regole del diritto. Spicca tra queste la previsione di un illecito disciplinare per “l’iscrizione o l’adesione (dei magistrati) a partiti politici comunque gli stessi siano organizzati e quindi ivi inclusi movimenti o associazioni o enti che perseguono finalità politiche o svolgono attività di tale natura, nonché la partecipazione a loro attività o iniziative di carattere interno ovvero ad ogni altra che non abbia carattere scientifico, ricreativo, sportivo o solidaristico”. Pur apparendo singolare che questa norma sia dovuta alle capacità di elaborazione del sen. Bobbio, che ha scelto la via della militanza politica mentre era pubblico ministero a Napoli, è evidente che qui non si discute il condiviso divieto di iscrizione ai partiti politici (la stessa ANM, ad es., già considera statutariamente incompatibile per i propri associati “l’iscrizione a partiti politici o l’assunzione di incarichi o cariche in partiti o formazioni partitiche”) quanto i diritti inalienabili dei cittadino magistrato. Vengono violati insieme più principi costituzionali: quelli di eguaglianza dei cittadini (art.3), di libertà di associazione (art. 18) e di libertà di manifestazione del pensiero (art.21). Certamente il magistrato è un cittadino che, per la delicatezza delle sue funzioni, ha doveri speciali che coinvolgono anche la misura ed il contenuto dei suoi interventi pubblici, ma questo non può in alcun caso cancellare diritti costituzionali fondamentali. Si vuol far credere ai cittadini che gli interventi dei magistrati in pubblici convegni o nel dibattito sulle linee di politica giudiziaria che si sviluppano nel Paese equivalgano all’assunzione di una posizione di parte tale da determinare diffusa sfiducia nel sistema giudiziario. Ma si tratta di un palese inganno: la sfiducia nel sistema, semmai, può derivare dall’ossessiva campagna di denigrazione ed offese portata avanti, con tecniche da marketing, dal Presidente del Consiglio e da autorevoli esponenti della maggioranza che egli governa; i magistrati, invece, hanno il dovere civico, più ancora che il diritto, di offrire il contributo della loro specifica esperienza professionale al pubblico dibattito che riguardi i temi della giustizia e della legalità costituzionale; proprio quel dibattito che, come lamentato dagli accademici che hanno sottoscritto l’appello del 9 ottobre, è mancato nella Commissione Giustizia del Senato, la quale ha liquidato in cento minuti decenni di studi e di elaborazioni scientifico-culturali in tema di libertà costituzionali ed interpretazione della legge, semplicemente ignorandoli. Si pretende che il magistrato sia un cittadino avulso dalla vita della collettività in nome della quale deve amministrare giustizia, lo si immagina impedito a partecipare sotto qualsiasi forma alla vita sociale ed al dibattito pubblico, lo si desidera condannato ad una condizione di isolamento culturale e ad una sostanziale marginalità sociale. A ben vedere sarebbe vietata la stessa possibilità di partecipazione alle attività dell’ANM e l’associazione rischierebbe di essere sciolta come solo il regime fascista fu capace di fare: si può negare, infatti, che il dibattito scientifico su progetti di legge ed atti amministrativi cui essa partecipa -e che spesso sollecita- sia latu sensu politico? I confini delle attività sociali consentite (quelle a carattere scientifico, ricreativo, sportivo o solidaristico), peraltro, appaiono del tutto indecifrabili : sarà ammessa la partecipazione ad un convegno scientifico su una legge in gestazione, organizzato da un partito? E l’iscrizione al WWF? E non sarà forse opportuno allegare al futuro decreto l’elenco delle associazioni consentite? E potrà un magistrato partecipare ad una manifestazione sportiva con indosso una maglietta inneggiante alla pace? E’ facile immaginare la risposta dei tanti “saggi” che equamente si dividono tra valli e ministeri: “.. il magistrato parla solo con le sentenze!”, proposizione che consapevolmente trascura non solo la realtà di un paese in cui i potenti non tollerano di essere giudicati come gli altri cittadini, ma anche le aggressioni che i magistrati subiscono, pur silenti, proprio per le loro sentenze. Di fronte a scelte, così palesemente estranee alla cultura costituzionale e sinistramente emerse dopo la sentenza Imi-Sir, nessun dialogo è possibile con chi se ne è ha assunto la responsabilità: con le regole sulla interpretazione delle leggi si vuol militarizzare la magistratura, limitandone la partecipazione alla vita sociale la si vuole carcerizzare. Tutto questo ha denunciato l’ANM, rivendicando orgogliosamente il diritto proprio e dei magistrati italiani ad esprimere critiche, consensi, proposte sui temi di politica giudiziaria senza che ciò possa essere scambiato per antagonismo o collateralismo rispetto al quadro politico. Si tratta di temi centrali per la qualità della democrazia nel paese e per questo ha chiamato gli altri operatori del diritto e la pubblica opinione a discuterne nella grandi manifestazioni pubbliche programmate per il 5 in varie città italiane ed il 22 novembre a Roma.Armando Spataro
(Segretario del Movimento per la Giustizia)

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