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La controriforma prussiana alla stretta finale: le prospettive politiche
(da Armando Spataro- Segretario del Movimento per la Giustizia - 10.12.03)

La controriforma dell'Ordinamento giudiziario è arrivata al dunque: ne è iniziata la discussione in Senato e la maggioranza ha già respinto le pregiudiziali di costituzionalità. Si prevede il voto in tempi brevi, anche se qualcuno pensa che il vero scontro tra gli opposti schieramenti avverrà alla Camera. E' comunque utile fare il punto della situazione, non già per reiterare le critiche ormai note al progetto di riforma (è veramente difficilmente immaginare qualcosa di peggio e di più inutile rispetto ai fini di efficienza e modernizzazione dichiarati), quanto per esaminare le prospettive in cui si muovono le forze politiche e la
magistratura.

La maggioranza si avvicina all'evento in ordine sparso, con una certa confusione e molta diffidenza interna. La questione non è tanto quella degli emendamenti più o meno ragionevoli presentati dall' UDC, né quella delle divergenze di vedute sulle trovate creative del sen. Bobbio: i primi, infatti, potrebbero in parte essere metabolizzati anche da Forza Italia o a tale scopo adattati, mentre le seconde potrebbero alla fine essere trattate per quelle che sono, cioè provocazioni, destinate - almeno si spera - ad essere cestinate. Il punto centrale è invece un altro ed è politico: quello della effettiva entità della frattura tra la Lega del Ministro Castelli (spalleggiata, si dice, da Forza Italia) da un lato e l'asse UDC-AN dall'altro, pur se AN, in questa vicenda,
rischia di non poter smentire le posizioni assunte dai sen. Caruso e Bobbio. Ma se i principi conteranno davvero e fino in fondo, la discussione sulla riforma ordinamentale potrebbe far registrare un altro scontro di inusitata durezza, dopo quelli già aspri che hanno portato alla sconfessione di Castelli sia sulla sua singolare pretesa di estendere l'applicazione del lodo Maccanico-Schifani alla fase delle indagini preliminari (in modo da evitare di inoltrare alle autorità statunitensi una "fastidiosa" rogatoria della Procura di Milano), sia sulla riforma del diritto minorile sulla quale così tanto aveva investito. Ed in tal caso, i tempi brevi che il governo auspica potrebbero imprevedibilmente allungarsi. Ma la possibilità della maggioranza di ritrovare coesione sulla "controriforma prussiana" (così l'ha definita Paul Ginsbourg al Brancaccio, il 22 novembre), alla fine,
dipenderà da altri fattori esterni al contenuto della riforma, tra i quali, innanzitutto, i comuni interessi di coalizione alla vigilia di
importanti scadenza elettorali. E' vero, dunque, che il semestre europeo a presidenza italiana è in scadenza e che ciò potrebbe innescare ulteriori tensioni, ma, come altre volte è avvenuto, non è improbabile che "i coltelli che si stanno affilando" (per usare l'espressione del Ministro Castelli) siano a breve riposti, ognuno dei duellanti avendo ottenuto una parte di ciò che più gli sta a cuore. In tal senso sembrano deporre le dichiarate aperture del Governo che, attraverso la voce del Ministro, annuncia di avere accolto alcuni marginali emendamenti dell'UdC (abolizione dei soli concorsi per gli uffici direttivi e del
tirocinio degli uditori presso gli studi legali), abbandonando invece, per mancanza di risorse economiche, la proposta di istituzione dell'ufficio del giudice. Briciole e fumo negli occhi, dunque, per far credere che esista volontà di dialogo, smentita dalla irremovibilità sui punti centrali della controriforma, cioè su separazione delle carriere, gerarchizzazione delle procure, riduzione delle prerogative del CSM e burocratizzazione della magistratura.

Forse ancor più densa di interrogativi è la situazione della opposizione, che molti commentatori descrivono più disposta che mai al "dialogo". Il rischio esiste se è vero che una consistente e significativa area del centro sinistra auspica il ritorno al clima ed alla logica della bicamerale. Le cronache di qualche giorno fa sul convegno organizzato nella sede della Fondazione Basso dalla rivista "Le nuove ragioni del socialismo" sul rapporto tra giustizia e politica sono addirittura allarmanti: i senatori diessini Morando, Macaluso, Petruccioli, il verde Boato ed il socialista Del Turco, nonchè i parlamentari Saponara, Gargani e Tabacci (tutti e tre della maggioranza) si sono dichiarati d'accordo sulla necessità di una riforma della giustizia modello Bicamerale. Marco Boato, in particolare, ha manifestato apertura verso un'ipotesi di Commissione d'inchiesta su Mani Pulite (che non sia "..strumento di vendetta da parte del Parlamento contro la magistratura", naturalmente !), mentre pare che Enrico Morando
abbia promosso un'autocritica interna alla sinistra "che lasciò mano libera ai magistrati visto che le loro indagini finivano per far cadere le teste degli avversari politici" (La Stampa). Circa la Bicamerale, Morando ha aggiunto, d'accordo con Gargani, che "sulle riforme quello era l'approccio giusto". E dall'Ulivo non si sono levate voci critiche, anzi il sen. Elvio Fassone, da tutti accreditato quale autorevole interlocutore, spinge per il confronto sulla riforma ordinamentale, proponendo una serie di modifiche all'insegna di una possibile "riduzione del danno" , mentre Luciano Violante rilancia l'idea di una sezione disciplinare sganciata dal CSM e composta da "altissime personalita', scelte in parte dal capo dello Stato e in parte dal
Parlamento in seduta comune''.

Di fronte a queste cronache, il pessimismo e la sfiducia dei cittadini, prima ancora che della magistratura, potrebbero dilagare, nonostante la forza e l'autorevolezza delle voci, come quelle del Presidente Scalfaro, dell'ex Presidente della Corte Costituzionale Elia e di altri giuristi ed intellettuali, che sempre più spesso si alzano a difesa dell'assetto costituzionale. Sembra, infatti, che anche in Parlamento siano in molti a non rendersi conto che arretrare e contrattare in tema di ordinamento
giudiziario significa spianare la strada ad ulteriori progetti di "riforma" altrettanto pericolosi, quelli, cioè, riguardanti l'informazione e la riforma di alcuni articoli della seconda parte della Costituzione. Anche qui si ripete lo schema conosciuto e sperimentato nel settore giustizia: si denuncia la presunta inefficienza del sistema e si progetta di porvi rimedio accrescendo il peso dei poteri forti, si attenua l'efficacia dei filtri istituzionali e delle funzioni di garanzia e si disegna un riequilibrio dei poteri nell'interesse di pochi. Il tutto affidato a gruppetti sparsi di sedicenti saggi. Sono i costituzionalisti e gli intellettuali a denunciare i conseguenti rischi per la democrazia, prima ancora delle categorie professionali più direttamente colpite dai progetti di controriforma.

In questo quadro, tornando alla giustizia, la magistratura associata ha compreso il ruolo che deve assumere: la compattezza che ha ritrovato le consente di formulare, in positivo e da tempo, proposte effettivamente utili e moderne (prime tra tutte quelle in tema di valutazione della professionalità) e di denunciare in modo documentato lo stato di abbandono in cui versano gli uffici giudiziari. Nello stesso tempo, ha già deliberato e pubblicamente fatto sapere, anche nel corso di molteplici incontri avuti con i responsabili dei settori giustizia dei vari partiti, di essere immune rispetto a pulsioni bicameraliste e non interessata a praticare la logica del minor danno. Se il progetto di riforma ordinamentale non verrà scritto ex novo, salvando solo le pochissime proposte accettabili, sarà sciopero: perché si possa raccontare negli anni futuri quello che ha fatto la Magistratura in difesa della propria autonomia e perchè, come ha detto il Presidente Scalfaro, "..ciascuno di noi, anche semplice cittadino, è garante della costituzione".
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