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Tempo fa, nella bacheca della Camera Penale di Palermo (organo di rappresentanza degli avvocati penalisti del capoluogo), faceva bella mostra la segnalazione di un incontro-dibattito, nel quale sarebbe stata affrontata la vexata questio della separazione delle carriere dei magistrati, il tutto accompagnato da una vignetta satirica, in cui un giocatore di calcio, fatto caso che l’arbitro indossa la stessa casacca della squadra avversaria, con espressione alquanto dubbiosa, dice ad un compagno: “noi abbiamo portato il pallone, ma loro hanno portato l’arbitro”.
In sintesi, pare che parte della nazione ritenga che, perché il processo sia giusto, il giudice ed il p.m. dovrebbero appartenere a squadre diverse: altrimenti il processo sarà ingiusto, perché il primo non farà altro che favorire il secondo, a tutto discapito della squadra degli avvocati, e quindi dell’imputato. In realtà, i termini della questione sono assai più sfumati. Intanto, va scartata a priori la ridicola equazione secondo cui il giudice favorirebbe sempre e comunque il p.m., sol perché fanno parte della stessa “squadra”: all’interno della magistratura, infatti, vi sono diverse persone serie che mai potrebbero comportarsi in tale deprecabile maniera; senza considerare poi che il corpus dei magistrati in Italia è talmente eterogeneo – vuoi per estrazione sociale, provenienza geografica, simpatie politiche, o quant’altro – che è davvero improponibile una incondizionata condiscendenza da parte del primo nei confronti del secondo: diciamo, piuttosto, che a chi trascorre le proprie giornate nelle aule di giustizia è capitato, più di una volta, di dover constatare una maggiore disponibilità del giudice rispetto alle istanze del p.m. che non a quelle del difensore. A tale proposito, però, il signor B. - del quale è notoria la molteplicità di interessi, culturali e non, e che forse proprio per questo motivo tende invariabilmente a ricondurre anche le questioni più generali ad una dimensione "particulare" - sostiene che all’interno di una categoria, quella dei magistrati, composta da squilibrati, ve ne sarebbe un gruppetto che farebbe opposizione politica a colpi di avvisi di garanzia e di sentenze: ma, se così fosse - e non lo è - la separazione delle carriere dei magistrati, non risolverà certo il problema; è evidente, infatti, che se la c.d. “armonia” tra giudice e p.m. è figlia di un bieco calcolo politico, la stessa continuerà anche dopo la separazione degli “amanti”. Ed è proprio quest’ultima lapalissiana considerazione che fa nascere il legittimo sospetto che tutto il clamore, che da mesi ormai accompagna l’argomento, serva in realtà a nascondere le vere finalità dell’intera operazione: condizionare alla fonte l’esercizio dell’azione penale, portandone il titolare sotto l’ala dell’esecutivo. A tale inedito assetto giudiziario, pare guardi con favore il signor B. in persona, il quale - diversamente dal buon Aldo Biscardi, il cui unico impegno processuale è quello del lunedì - potrebbe vantare un processo per ogni giorno della settimana, se non fosse corso ai ripari con leggi e leggine pro domo sua.
Ed in effetti, la tesi del complotto politico, ordito da un nugolo di magistrati, non solo fa acqua da tutte le parti, ma, cosa più grave, non consente di cogliere l’aspetto più importante dell’intera questione: in realtà, molti giudici sono vicini a molti pubblici ministeri (ma, gli avvocati non sono esclusi a priori da questa amorosa corrispondenza di sensi) perché condividono con loro la medesima ansia di servire la Giustizia, di difendere i deboli, gli onesti e gli oppressi; Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono l’esempio più fulgido di tutto ciò, il primo notoriamente di sinistra, il secondo di destra, uniti indissolubilmente dalla medesima voglia di contrastare efficacemente la mafia. Quindi, in buona sostanza, quel che alcuni miopi osservatori bollano come una combine tra giudice e p.m., originata dall’indossare la stessa giacchetta, altro non sarebbe che una sana e santa affinità elettiva, che li porta a riconoscersi prima e ad “aiutarsi” poi; tale fenomeno, condotto nel rispetto delle regole processuali, ovviamente non ha in sé nulla di biasimevole, ragion per cui anche in questo caso si continua a non comprendere per quale recondito motivo si dovrebbe porre in essere una radicale separazione delle carriere dei magistrati, se non per quello inconfessabile precedentemente evidenziato.
Peraltro, non va taciuto come, da un pò di tempo a questa parte, il Tribunale penale monocratico (l’equivalente del vecchio Pretore) sia sovente rappresentato da un G.O.T. (Giudice Onorario di Tribunale), ed in quella sede l’ufficio del p.m. sia quasi sempre rappresentato da un V.P.O. (Vice Procuratore Onorario), soggetti entrambi appartenenti alla magistratura onoraria, e che molto spesso sono anche avvocati o si accingono a diventarlo. In pratica, il 50% dei processi di competenza del Tribunale monocratico viene celebrato da un magistrato “togato” nel ruolo di giudice e da un magistrato onorario nel ruolo di p.m., il restante 50% da due magistrati onorari: ebbene, anche in quei numerosi casi, in cui a celebrare il processo sono sostanzialmente 3 avvocati (uno che fa il giudice, uno che fa il p.m., ed uno che difende l’imputato), è spesso possibile constatare una sorta di fisiologica “simpatia” tra chi giudica e chi sostiene la pubblica accusa. Tale “sintonia” deriva evidentemente dal fatto che in ultima istanza tanto il giudice quanto il p.m., al di là della figura professionale che va a ricoprire tali ruoli, sono portatori di interessi di tipo pubblicistico, cosa questa che può facilitare l’instaurarsi tra loro di un comune sentire.
Ai colleghi avvocati, che, giustamente, in un’epoca segnata dalla multimedialità della comunicazione, affidano le proprie critiche e proposte agli efficaci strumenti della satira (anzi, a tal proposito, mi permetto di segnalare che lo stralunato divulgatore televisivo della lingua savonese è un collega penalista, al quale pertanto potrebbe essere in futuro assegnato un prezioso ruolo comunicativo) dico che non è soltanto un problema di giacchette, la questione è ben più triste: la squadra degli avvocati è invisa ai più perché da tempo ha scelto di praticare nelle aule giudiziarie quello stesso tipo di non-gioco che ha reso famosa in negativo la nostra nazionale di calcio: la melina! Cogliendo abilmente tutte le opportunità, tecniche e non, offerte dal codice - ma anche le inevitabili piccole inefficienze del sistema giudiziario, che però in materie delicate, quali quella, per esempio, della notificazione degli atti, consentono con grande facilità di conseguire risultati senz’altro apprezzabili - la squadra degli avvocati ha giocato in questi anni un numero infinito di noiosissime partite, fatte di asfissianti trame a centrocampo ed in difesa, di passaggi indietro al portiere, di palle gettate a lato o in angolo, di falli sull’avversario: partite, finalizzate, unicamente, a non fare giudicare il proprio assistito, piuttosto che a dimostrarne l’innocenza. Ed il pubblico queste cose le capisce!
Quindi, se da un lato fa piacere constatare tanto ritrovato impegno da parte della classe forense, sia pure su di una questione di giacchette, spiace per altro verso dover ricordare che in passato non si è stati capaci di esprimere nulla di sostanziale tutte le volte, e sono state troppe, in cui quelle stesse giacchette sono state macchiate dal sangue di chi le portava.
Abdicando a quel ruolo di salvaguardia delle istituzioni, che i grandi avvocati del passato avevano saputo ritagliare per la propria nobile classe, i “grandi” di oggi hanno pensato bene di consegnarci all’immaginario collettivo come un’orda di lanzichenecchi al soldo di chiunque possa pagare una congrua parcella, privi di qualsiasi moralità o anche solo scrupolo, disposti persino a mettere a rischio lo Stato, ormai visibilmente in ginocchio sotto gli attacchi della mafia, della dilagante corruzione politica e della incipiente tirannia.

Avv. Marcello Tuzzolino, Foro di Palermo
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