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Nuova legge elettorale del CSM di Gioacchino NATOLI Nuova pagina 1


Nella relazione di accompagnamento al ddl n° 891/S (presentato dal Ministro Castelli al Senato il 26 novembre 2001) si dice che il sistema proposto si prefigge di raggiungere i seguenti obbiettivi: a) si vota solo per le persone, e queste concorrono a titolo individuale, non inserite in liste contrapposte; b) si può esprimere una sola preferenza; c) si eleggono coloro che hanno ottenuto il maggior numero di voti; d) gli eletti devono rappresentare, in modo proporzionale al numero dei rispettivi organici, le funzioni di legittimità nonché quelle requirenti e giudicanti; e) per ottenere il risultato che precede, vi saranno tre collegi unici nazionali separati, che dovranno esprimere, rispettivamente, 2, 4 e 14 consiglieri. Il ddl ha recepito solo due tra le perplessità espresse dal CSM nel parere del 25 ottobre su un precedente schema di ddl, in cui si criticava la previsione del sistema del “voto singolo trasferibile” e la sovra-rappresentazione della Cassazione con l’espressione di ben 4 consiglieri, a fronte dei 2 (già superiori alla stretta rappresentanza proporzionale, pari a 1) imposti, a partire dall’elezione del 1986, dalla sentenza della Corte Cost. n° 87/1982 in relazione alle necessità di funzionamento della Sezione disciplinare. Fini dichiarati del ddl 891 sono quelli di “superare la mediazione dei gruppi di organizzazione del consenso elettorale” e di far “sparire le correnti”, causa della politicizzazione dell’organo. Orbene, l’introduzione – per la prima volta – di una rappresentanza distinta tra funzioni giudicanti e requirenti nell’organo di governo autonomo della magistratura (ove si devono perseguire interessi generali e non già di rappresentanza di funzioni) appare essere, invero, lo strumento attraverso cui raggiungere il fine della separazione delle carriere, come reso ormai chiaro a tutti dalle dichiarazioni fatte al Senato dalla “Cdl” nella seduta del 5 dicembre 2001. Infatti, se gli intenti reali fossero quelli apparenti, per smentire l’affermazione che i pm eletti al Consiglio possano essere portatori unitari di interessi di funzione, basterebbe vedere gli schieramenti che si vengono a creare su ogni singola delibera. Ma non basta. Dire che il nuovo sistema – e soprattutto il ritorno al collegio unico nazionale – sia lo strumento per abbattere l’interferenza delle correnti nell’organizzazione del consenso elettorale è doppiamente falso. Ed invero, i lavori preparatori della vigente legge elettorale (n° 74/90) evidenziano che essa è nata proprio per “scoraggiare gli apparati di corrente, costituiti all’ombra del collegio unico nazionale, attraverso la creazione di quattro collegi nazionali” (Camera, 29.3.1990). E, al fine di prevenire la possibile creazione di “cordate” all’interno dei quattro collegi, ha introdotto, da un lato, l’innovativo meccanismo del sorteggio dei distretti e, dall’altro, il divieto che possano trovarsi comunque insieme quelli (maggiori) di Milano, Roma, Napoli e Palermo. Questo percorso doveva, poi, esaltare l’ intuitus personae nella scelta dei candidati attraverso una loro maggiore conoscibilità da parte degli elettori, derivante dalla limitazione dei collegi, ed ostacolando chi aveva acquisito notorietà e visibilità mediante un deprecabile rapporto con i media (come non vedere dietro queste parole la polemica contro il Falcone del 1990?). Orbene, se questi problemi continuano ad esistere, cosa ha fatto cambiare oggi idea al legislatore? Perché il “nuovo” collegio unico nazionale dovrebbe essere diverso e migliore del precedente? Seconda falsità: atteso che non si prevedono più nel ddl 891 né le liste né la sottoscrizione delle candidature da parte di alcuno (in modo da fare almeno larvatamente capire “chi appoggerà chi” o quale è il programma del candidato), in nome di cosa l’elettore dovrebbe scegliere? E’ ben evidente che il criterio di opzione sarà legato soltanto alle indicazioni delle correnti stesse, che resteranno le vere attrici sulla scena. Infatti, guardando il meccanismo elettorale delineato (se permarrà la preferenza unica), è facile prevedere che soltanto una corrente forte e ben organizzata potrà raggiungere un buon esito elettorale, giacché per ottenere la certezza del risultato sarà indispensabile indicare ai propri elettori, in modo assolutamente vincolante, non soltanto “verso chi” indirizzare il voto, ma anche in “quale quantità”. Ad es., nei due collegi di legittimità e dei pm un frazionamento dei consensi su più persone significherà solo dispersione di voti, creando così non solo le premesse per non avere il “miglior risultato” ma, forse, per non raggiungere neppure “un risultato”. Analoga previsione può farsi per il collegio dei (14) giudici, ove preferenze “spalmate” su un ampio ventaglio di nomi potrebbe causare danni gravissimi per il gruppo che adottasse una tale strategia. Il risultato del nuovo sistema, dunque, sarà quello di indurre tutti i gruppi ad esaltare al massimo livello apparati correntizi forti. Alcuni si limiteranno a potenziarlo per aumentare (ancor più) la consistenza della propria rappresentanza; altri dovranno crearlo in chiave difensiva, al fine di tentare il mantenimento di una (sia pur minima) rappresentanza. Tutto ciò avverrà, purtroppo, nell’ intento (ingannevole) del legislatore di perseguire il potenziamento della libertà dell’elettore e la possibilità anche per un magistrato “fuori dal coro” di essere eletto. La realtà, invero, è che sotto questo “mascheramento” si vuole realizzare lo sradicamento dal Consiglio di certe componenti ideali oggi presenti – a cominciare dal Movimento – essendo ben chiaro al legislatore (ed ai suoi “consiglieri”, occulti ma non troppo) quali sono le vere e risalenti capacità di ciascuno degli attuali gruppi di “organizzare il consenso” e di mettere in campo mai dimenticati sistemi per il “mercimonio” di voti tra distretti e per la “difesa corporativa” di interessi opachi.

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