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La "comoda poltrona"[1] dei magistrati al Ministero
[1] La definizione è "rubata" da una e-mail della mailig list dei Movimenti Riuniti, "inoltratami" da un cortese collega in occasione del dibattito sulla c.d."epurazione" al Ministero, ma corrisponde in pieno alla stessa definizione dell'attività svolta dai fuori ruolo al Ministero, che avevo in mente mentre esercitavo le funzioni giudiziarie nelle diverse città di provincia.

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Più che i recenti e noti fatti che hanno riguardato la presenza dei magistrati nel Ministero della Giustizia, in particolare nell'Ufficio Legislativo, sono spinta a scrivere queste righe all'esito di una lettura, seppure fugace, ma avvincente, di qualche capitolo del libro di Enrico Pattaro, filosofo del diritto, "Norme, linguaggio, diritto" [1].
Un'affermazione dell'autore ("i giudici hanno una posizione particolare rispetto ai legislatori, ai giuristi ai gruppi di interessi; essi soltanto fanno ubbidire con la forza ciò che essi stessi credono sia il diritto"[2]) mi offre lo spunto per raccontare qualcosa della mia esperienza di magistrato "senza funzioni giudiziarie" presso l'Ufficio Legislativo. A partire dalla collaborazione al processo di creazione della normazione nazionale primaria e secondaria, per giungere alla partecipazione, nei negoziati europei ed internazionali, alla formazione di strumenti normativi di respiro unitario europeo e di ambito "transnazionale"[3].
I magistrati fuori ruolo sono sottratti o allo iurisdicere o al ruolo di pubblica accusa ( che sempre conduce, se vissuta con il "pubblica" sottolineato, all'esame di ogni fatto "sotto la lente della fattispecie"[4]) e quindi all' opera di "creazione" del diritto vigente, per mezzo dell'applicazione della norma. Peraltro, lavorando presso l'Ufficio Legislativo del Ministero, questi colleghi vivono nel link tra giurisdizione e legislazione. Possono quindi contribuire alla creazione della norma con un bagaglio culturale che non è solo expertise giuridico, ma anche pratica di applicazione delle fattispecie ai casi concreti.
Se è vero che un buon zappatore non necessariamente è un buon costruttore di zappe,[5] è anche vero che nessuno sarà in grado di costruire efficaci strumenti per zappare, se ignora il metodo del loro utilizzo, il terreno nel quale gli strumenti incidono e, soprattutto, la fatica dello zappare.
La tecnica di formulazione dei testi normativi è disciplina interessante e facile solo in apparenza[6]. Non sembra invece per nulla facile, neppure dopo il primo approccio, la tecnica di negoziazione nei tavoli internazionali: non solo diplomazia, ma umiltà , studio permanente e rispetto per i sistemi giuridici diversi , con i quali il confronto serve per raggiungere l'obiettivo comune della maggiore funzionalità del mondo giuridico, ormai globalizzato[7] anch'esso, nel migliore dialogo possibile tra Paesi e culture differenti.
Non si legifera più come è avvenuto in occasione delle codificazioni ottocentesche. La legislazione è anch'essa "globalizzata". I papers preparatori all'avvio e sviluppo dei negoziati internazionali di vario livello si predispongono spesso per mezzo di virtual group, inviando via e-mail le proprie osservazioni contemporaneamente agli altri partners nel mondo, lavorando insieme sullo stesso testo, in distanze separate da molti fusi orari.
Definizioni di istituti giuridici, adottate da strumenti internazionali ormai in vigore, sono già operative all'interno del nostro sistema ed altre, sempre più rivoluzionare per le nostre certezze, si apprestano ad entrare nella nostra vita, dando luogo ad un sistema giuridico sempre più simile a quello di altri Paesi, dal Canada al Bangladesh, dalla Danimarca al Camerun.
Dopo il Trattato di Amsterdam non possiamo dire più : , ma: . Dopo la c.d. "comunitarizzazione" dei settori asilo, immigrazione e cooperazione in materia civile[8], è evidente che è troppo tardi per pensare di dare confini nazionali , o peggio, nazionalistici, al nostro sistema giuridico.
In materia di lotta al crimine poi, è dato assodato che tutto si è globalizzato, ossia anche la criminalità. E allora, non si può che rispondere con una lotta globale ai fenomeni di crimine transnazionale, ampliando gli spazi di reciproca assistenza tra gli Stati nello svolgimento di indagini, rendendole "comuni", garantendo l'effettività del processo di estradizione degli autori come individuati e, se del caso, "dilatando" le giurisdizioni in modo da non lasciare spazi di impunità a nessuno. E' ormai intrapreso il cammino verso una giurisdizione, per così dire, trasnazionale , che potrà forse essere tracciata nei suoi profili generali, traendo spunto dallo schema utilizzato per l'istituzione della Corte Penale Internazionale.
Nell'attuale panorama europeo ed internazionale si trova pertanto la "cornice rigida" delle possibilità legislative nazionali[9]. Decidere la fattibilità tecnica di un qualunque intervento normativo significa inquadrarlo all'interno degli impegni in sede Unione Europea e quelli in ambito bilaterale ed internazionale, che siano già vincolanti per il nostro Paese.
Su queste basi la normazione può glocalizzarsi[10], calandosi nella dimensione della "domestic legislation". E' nell'ambito di quello che si può fare, che risulta esercitabile la scelta politica in merito a quello che si vuole fare. Fissati poi gli obiettivi ed indicati gli stessi al "tecnico della normazione", questi, di nuovo, potrà effettuare l'analisi sulle metodologie operative da adottare per raggiungere lo scopo, prospettando i possibili risultati della scelta normativa indicata ed i consequenziali effetti.
Questo, in estrema sintesi, il compito che, nel recente passato in base ad una legge ed oggi in forza del regolamento di organizzazione del Ministero della Giustizia, deve essere svolto dall'Ufficio Legislativo, ufficio di diretta collaborazione del Ministro.
Questo è ciò che è stato fatto in relazione al testo normativo[11] oggi noto come "legge sulle rogatorie"[12]. L'analisi tecnica non è piaciuta: si voleva un commento tecnico dall'ufficio legislativo ma, nel contempo, si dimenticava che il commento "voluto" non poteva che essere di carattere politico. E la scelta politica era invero, dal punto di vista squisitamente tecnico, insostenibile[13].
Così hanno mandato via i magistrati fuori ruolo presso l'Ufficio Legislativo dalla "comoda poltrona".
Eppure eravamo esperti zappatori, in quel momento impegnati a progettare zappe che fossero il più possibile ergonomiche.
Elisabetta Rosi
magistrato già addetto all'Ufficio Legislativo


[1] Pubblicato da Gedit, Bologna, 2001, p.114 e segg. (Chi decide qual è il diritto?)
[2] Invero le osservazioni svolte da Pattaro mi sembrano confermative della utilità di una collaborazione dei giudici nel campo della "creazione" della legislazione. Si afferma ancora: "diritto è quello che i giudici ritengono tale e come tale applicano ai destinatari finali……in molti casi producono essi stessi il diritto che applicano …. ed anche quando applicano quello prodotto da altri (dai legislatori) in tanto lo applicano in quanto lo fanno proprio e quindi lo riproducono"[3] E' di Ulrich Beck (Cos'è la globalizzazione, Rischi e prospettive della società planetaria, Roma, Carocci, 1999, pp.132 e segg) la proposta concettuale di Stati transnazionali come una possibile risposta alla globalizzazione. Da un lato, superamento dello Stato-nazione e dei suoi limiti territoriali, dall'altro, mutamento della prospettiva delle relazioni internazionali, terza via, insomma, per una riforma dello spazio politico mondiale, nella consapevolezza di un'inevitabile società cosmopolita.
[4] E. Betti, Interpretazione della legge e degli atti giuridici , Milano, Giuffrè 1949, p. 19
[5] L'espressione non è mia , ed è ormai usuale nel linguaggio degli "addetti ai lavori" dell'elaborazione normativa.
[6] Parla di "enigma della formula legislativa" nell'affrontare il problema della sua interpretazione , G. Laserra , L'interpretazione della legge, Jovene, Napoli, 1955, pp.45 e segg.
[7] Per una disamina completa delle problematiche della globalizzazione ancora U. Beck, cit.
[8] Ossia il passaggio, in atto, al Primo Pilastro, con la conseguente possibilità di adottare strumenti giuridici propri delle materie comuni, ossia regolamenti e direttive, di immediata ricaduta nei sistemi nazionali dei Paesi dell'Unione Europea.
[9] In tal senso, e con una nuova prospettiva di gerarchia delle fonti, si analizzi la formulazione del primo comma dell'art. 117 della Costituzione, come modificato dalla legge costituzionale del 18.10.2001, n.3, come rappresentato da M. Luciani, Relazione al Corso di aggiornamento del C.S.M. " Fenomeni migratori, minoranze e razzismo", Roma, 22.10.2001, atti in corso di pubblicazione .
[10] Roland Robertson, nel suo Globalization, così definisce la via di una possibile realizzazione empirica , a portata di mano, della globalizzazione ( ancora in Beck, cit., pp.67 e segg)
[11] Si tratta del commento critico, ma "aperto" a possibili ulteriori interventi tecnici, redatto in tavola sinottica in data 18.9.2001, all'atto Camera n. 1507, trasmesso in pari data al Gabinetto del Ministro, in relazione al quale non furono mai ricevute espresse indicazioni sul "da farsi", ossia sugli eventuali innovativi contributi tecnici da formulare.
[12]Così, in "I quaderni di Micromega", suppl. al n.4, 2001, p.1.
[13] Con un paradosso: tecnicamente, non si può sostenere che un asino voli; si potrebbe però dire che un asino, con delle ali di plastica ed un sistema motore, può, forse, volare.

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