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Decennale di Diodoro SICULO Nuova pagina 1

I trasporti fra le due più grandi città dell’antico regno erano stati da sempre assicurati da un collegamento per mare affidato a possenti velieri.I tempi di percorrenza non erano certamente quelli dell’epoca nostra e, però, il percorso interno, a dorso di muli, non solo non avrebbe potuto essere più celere ma sarebbe stato di gran lunga più dispendioso, oltreché carico di insidie; a parte che mai e poi mai un tale alternativo sistema di trasporto di uomini e mercanzie poteva essere migliore di quello garantito male, ma garantito, da generazioni di esperti uomini di mare.Sennonché, le deficienze crescenti del sistema marittimo, la fragilità di una economia affidata agli eventi atmosferici, i frequenti naufragi, i lutti e la perdita di carichi preziosi, unitamente all’imperizia ed all’arroganza di alcuni capitani di vascello, che per il potere acquisito avevano cominciato a dare fastidio, indussero i governanti del regno ad intervenire.E, però, piuttosto che cercare di porre rimedio ai tanti problemi connessi alla vetustà della flotta mercantile, all’insipienza di taluni comandanti, alla inadeguatezza numerica e qualitativa dei marinai, alla carenza di porti sicuri e di segnalazioni luminose di scogli e bassi fondali che avrebbero di gran lungo reso più sicura ed efficiente la navigazione dei velieri, quei governanti pensarono bene, con ciò tradendo la loro secolare cultura tutta proiettata verso il mare, di rivoluzionare il loro sistema di trasporto, affidandosi innanzi tutto ad una oscura e felice espressione, che presto contagiò e convinse la popolazione intera: “abbandoniamo la perigliosa rotta di mare inquisitoria ed affidiamo il nostro futuro al sicuro ed efficiente percorso di terra accusatorio”. Gli storici non hanno ancora capito le ragioni di una scelta all’evidenza tanto sciagurata e, per il vero, non hanno neppure cominciato ad indagare al riguardo.Un fatto è, però, certo: quasi tutta la popolazione e con essa quasi tutta la corporazione dei marinai fu assalita da una ingiustificata euforia e coloro i quali si astennero dal partecipare ad un coro che non è esagerato definire assordante furono a dir poco derisi nei pubblici dibattiti che si tenevano al tramonto nelle piazze delle due città.
I nostri governanti, dopo aver coniato il motto, dovettero anche affrontare i problemi: venne istituita una commissione di saggi; si invitarono capitani e marinai a frequentare corsi di riqualificazione, perché avrebbero dovuto con la riforma diventare cocchieri e stallieri; si affrontarono costi non indifferenti per allargare le mulattiere, per costruire ponti in legno sopra valloni, fiumi e torrenti; si acquistarono centinaia di giovani muli e si costruirono centinaia di nuovi carretti e di comode carrozze.
Tuttavia, anche il più stolto dei governanti ed anche il più stupido dei saggi intuirono ben presto che per quanti carretti potessero essere costruiti e per quanti muli potessero essere acquistati, non sarebbe mai stato possibile trasportare tante persone, tante derrate, tante materie prime e tanti prodotti finiti quanti ne potevano trasportare e quanti ne avevano trasportato i cento bastimenti che inevitabilmente, senza proroga alcuna, avrebbero dovuto andare in disuso e distrutti per sempre il giorno di entrata in vigore della riforma, il 24 ottobre del 1989 a.c..
Fu facile allora coniare un’altra felice espressione; il nuovo sistema, che avrebbe garantito la civiltà dei trasporti, anzi il trasporto giusto, sarebbe stato riservato ai trasporti più importanti pari a circa il cinque per cento del totale complessivo. Tutto il resto non avrebbe dovuto essere più trasportato perché, più semplicemente, le due città avrebbero dovuto diventare autosufficienti da un punto di vista alimentare e produttivo - come mai non si ci era pensato prima ? - disboscando foreste per impiantare campi e frutteti, rendendo irrigue lande deserte, scavando nuove miniere e realizzando nuove cave; ed anche spostando. anzi incentivando la mobilità, di contadini, artigiani ed impiegati.Solo così, sia ben chiaro, dicevano tutti, il nuovo sistema avrebbe potuto funzionare a regime, come bene funzionava nelle Indie dove di trasporti se ne intendevano. Ed a nulla rilevò, perché pochi con scarsa convinzione lo fecero rilevare, che gli orientali erano per cultura e tradizione del tutto diversi, non foss’altro perché avevano gli occhi a mandorla.E sempre nelle piazze delle due città, al tramonto, a coloro i quali obiettavano che forse queste precondizioni non avrebbero potute essere realizzate nei pochi mesi che mancavano alla fatidica data che il guardasigilli del re andava ripetendo sarebbe stata rispettata ad ogni costo, gli oratori del principe con ampi sorrisi e gesti rassicuranti richiamavano, prima, i valori del trasporto giusto, suscitavano, poi, il raccapriccio dei presenti rammentando l’orrore dei velieri che dispensavano morte e concludevano, per ultimo, con il sostenere agnostici che i problemi segnalati sarebbero stati risolti se l’ottimismo della volontà avesse prevalso sul pessimismo della ragione, secondo alcuni, o se fosse avvenuto l’esatto contrario secondo altri.Il 25 ottobre di 3989 anni fa venne così dato fuoco, nel tripudio generale, alla incivile flotta mercantile e il ministro fece il suo ingresso nella Storia come il Ministro della Riforma.
Fu un disastro …. annunciato da pochi.Venne realizzato qualche orto, aperta una cava di sabbia e trasferita da una città all’altra una fabbrica di terracotta. E, poi, nient’altro.Per la verità, vennero comprati in tre anni altri millecento muli, che dopo il prescritto periodo di addestramento, furono aggregati alle carovane in servizio; l’organico raggiunse così le ottomila unità, compresi quelli addetti alle esigenza della Corte. Ben poca cosa, anche perché il numero dei carretti e delle carrozze rimase del tutto inadeguato.Dalla cronica insufficienza del sistema dei trasporti qualche speculatore senza scrupoli ne trasse vantaggio personale e con essi si arricchirono anche i briganti delle montagne interne; ma la Nazione presto precipitò nella rovina.
Restano misteriose le ragioni del perché in quegli anni difficilissimi ben pochi si domandarono le ragioni di quella scelta suicida e del perché proprio nessuno presentò il conto ai maggiori responsabili che continuarono ad occupare i posti chiave alla Corte del Re; ma ancora più misterioso è il motivo per il quale i più avvertiti uomini di quel tempo si limitarono a chiedere, litigando sulle scarse risorse disponibili, qualche mulo e qualche carretto in più per le contingenti esigenze di questo o quel servizio, e non anche la costruzione di velieri più belli e più sicuri di quelli incautamente dati alle fiamme anni prima in un momento di follia collettiva.

Diodoro Siculo

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