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In ricordo di Guido GALLI Nuova pagina 1

In ricordo di Guido GALLI
“La tua luce annienterà le tenebre nelle quali vi dibattete”
(dalla lapide che i familiari di Guido hanno voluto nel Palazzo di Giustizia di Milano, al secondo piano, accanto alla porta del suo ufficio)di Armando Spataro
Settembre ’78: arresto di Corrado Alunni a Milano, in un covo colmo di una quarantina di pistole, mitra e roba del genere, oltre a bombe, esplosivi, munizioni ed il solito “corredo del buon terrorista”.Quel giorno sono P.M. addetto al turno esterno e divento da allora, dopo una precedente ma breve esperienza dibattimentale e senza volerlo, uno specializzato nella materia del terrorismo. Oggi, in tempi di rotazione obbligata, di “rischi di incrostazioni”, “centri di potere” e roba del genere, dovrei vergognarmene.Dopo 40 gg., l’inchiesta viene formalizzata ed approda sul tavolo di un giudice istruttore, Guido Galli, che conosco poco, stimo moltissimo e mi pare inarrivabile per qualità professionali: è professore universitario di criminologia, è stato PM (processo a Felice Riva, qualcuno ricorda?), è stato Presidente di sezione di Tribunale Penale ed ho quasi timore riverenziale (io PM 29nne) a parlare con uno come lui.Quell’inchiesta si rivela, per Milano, la madre delle inchieste di terrorismo e, per me, l’irripetibile occasione per diventare amico dell’uomo migliore che abbia mai conosciuto.Guido si lancia nell’inchiesta con la determinazione di un uditore, coniuga mirabilmente rispetto delle garanzie e dovere di repressione, stupisce tutti per la rapidità con cui conclude la prima maxi inchiesta milanese di terrorismo e le inchieste-stralcio che ne erano scaturite. Mi onora di considerazione quando approva la mia impostazione sulla responsabilità dei capi e dei “quadri” di rilievo dell’organizzazione per i delitti commessi dalla stessa, in assenza – è chiaro – delle prove dirette della loro responsabilità materiale ed ideativa: la tesi passa in Cassazione, sarà confermata con le sentenze e diventerà la base giuridica per le accuse poi elevate a carico dei componenti delle varie Cupole e Commissioni. Passiamo lunghe serate a casa sua, piena di figli (5: Alessandra, Carla, Giuseppe, Paolo e Riccardo), confrontando le grafie di 16 quaderni trovati a casa di Alunni (chi li aveva scritti aveva partecipato all’evidenza ad un “corso” sull’uso dell’esplosivo che, in seguito, avrei saputo essersi svolto in Spagna presso una base dell’ETA) con un centinaio di grafie di persone sospette: ne scopriamo rudimentalmente 14, le perizie ed i pentiti confermeranno tutto.Passiamo 15 mesi, letteralmente in simbiosi: a leggere documenti e proclami di Prima Linea, FCC ed altri gruppi, ad interrogare gente nel varesotto, nel bergamasco (Guido è di Piazzolo e mi racconta tutto della gente di questa terra, tra cui i “bergamin” che sono poi quelli che mungono le vacche tra le colline ed i monti della zona), a Bologna, a Roma e da ogni posto in cui ci rechiamo Guido manda una cartolina indirizzata “ai bambini GALLI”. Assolutamente sempre.Scopriamo magistrati che si sbarazzano felici di procedimenti di terrorismo (che avevano tenuto inerti negli armadi) non appena noi, timorosi di ferirli nell’orgoglio professionale, accenniamo timidamente a possibili connessioni con il nostro; scopriamo marescialli che avevano scritto e scoperto tutto senza essere stati mai valorizzati da magistrati pavidi o incapaci; scopriamo (non c’erano ancora i pentiti) che disponiamo della migliore Polizia Giudiziaria del mondo; scopriamo un mondo popolato di coraggio e viltà, scopriamo il lavoro di gruppo, scopriamo anche colleghi che ritengono che i giudici democratici non debbano e non possano occuparsi di terrorismo di sinistra.E Guido è sempre lì nella sua stanzetta al secondo piano del palazzo di giustizia, con la scrivania che scompare tra le carte, con una segretaria assolutamente incapace ma devota : e lui non si lamenta mai. Tradisce appena un po’ di stanchezza solo quando, più frequentemente del solito, sposta il ciuffo dalla fronte.Ed intanto mi parla delle sue amate montagne, del quinto figlio (adottato), della sua fede.
Ed il Consigliere Istruttore dell’epoca (o facente funzione ? non lo ricordo più), tal Margadonna (è bene che certi nomi vengano anch’essi consegnati alla storia) che dice al Procuratore Gresti che noi non dobbiamo fidarci di Galli (su cui volevamo confluissero tutte le inchieste di terrorismo) perché è un comunista e non dà affidamento. Non ritiene di chiedere scorta e protezione per Guido, ma intanto fa trasferire i brigatisti detenuti nell’ambito di un processo che istruisce (in realtà lo fa istruire dal buon Antonio Lombardi) a Trani, così da non dovere avere contatti con loro e da poterli far interrogare in rogatoria. Tutto vero, senza esagerazione.Ma Guido sorride e basta, quando glielo racconto. Non sorride, un giorno, quando gli comunico che le BR hanno appena ucciso il collega Girolamo Tartaglione (era un suo amico e Guido ne rimane molto colpito; oggi dico che forse fu per lui un presentimento) né sorride quando mi racconta che in un’assemblea dell’Ufficio Istruzione alcuni colleghi hanno sostenuto l’inaccettabilità della specializzazione nella materia del terrorismo dei Giudici Istruttori: amareggiato, chiede il trasferimento in Procura. Il Procuratore lo chiama e gli dice di essere entusiasta del suo imminente arrivo, ma di essere pure mortificato: non potrà esentarlo dai servizi come la sua anzianità e la sua fama potrebbero indurlo a pretendere perché c’è troppo lavoro in Procura. Galli risponde che è venuto in Procura per essere un sostituto come gli altri, purché possa lavorare con me, Pomarici e Corrado Carnevali nel gruppo che si occupa di terrorismo. Gresti chiede il suo anticipato possesso ed è ormai imminente il suo trasferimento da noi. Abbiamo chiuso in 15 mesi molte inchieste e stanno per iniziare i dibattimenti, facciamo progetti di lavoro. Guido mi chiede di andare a parlare ai suoi studenti in Università (non mi era mai successo prima) e concordiamo una data attorno al 20 marzo.Il 19 marzo 80, lui mi dice che deve andare a casa perché è S. Giuseppe e deve festeggiare sua figlio, Giuseppe, appunto. Lo accompagno a casa con la mia scorta, come faccio spesso, perché lui non ha alcuna protezione. Mi dice che sarebbe andato nel pomeriggio in Università e che dopo ci saremmo rivisti.
Lo aspetto in ufficio, è ormai pomeriggio. Mi telefona il capo della Digos: “Armando, è successo …in Università, la Statale”. Non lo lascio finire, corro alla Statale, a poca distanza dal Tribunale; non c’è ancora molta gente, ricordo due capitani dei CC. ed un funzionario che cercano di tenermi lontano da lui perché sanno cosa Guido è per me. Il vero mio maestro, il fratello maggiore che non ho mai avuto.E’ steso per terra, con il codice aperto a meno di mezzo metro da lui. Sulla sua agendina telefonica c’è scritto :” Se mi succede qualcosa telefonate ad Armando Spataro tel. n….”. Ho ancora la fotocopia di quella pagina.Non ho avuto il tempo di parlare ai suoi studenti, ma ho avuto la fortuna di fare da magistrato affidatario di due dei “bambini GALLI”, Alessandra e Carla, nostri colleghi, due tra i migliori uditori che abbia mai avuto la fortuna di seguire, così diverse tra loro ma entrambe eguali a Guido.Di Guido, dopo, ho scoperto tante altre cose: Bianca, la moglie, mi ha fatto ad esempio vedere dei disegni bellissimi che Guido faceva. Aveva una passione: disegnava campi di battaglia ed eserciti schierati l’uno contro l’altro. Armi e divise disegnate in modo incredibile. Ho visto poi tante sue fotografie e tutti noi suoi amici ne abbiamo una che lo ritrae seduto e sorridente – come sempre – in montagna.Dopo pochi mesi arrestammo gli assassini: a due capi di Prima Linea di Milano (Bruno La Ronga e Silveria Russo) chiesi perché avessero ucciso uno come Guido. Dopo avermi insultato, la donna mi disse che mi avrebbero parlato solo senza altre persone nella stanza e se mi fossi impegnato a non riferire a nessuno quel colloquio. Accettai : mi dissero che ben sapevano chi era Guido (vedi appresso brani tratti dal volantino di rivendicazione dell’omicidio), che avevano le loro fonti nel Palazzo di Giustizia. Sapevano, dunque, che lui era la vera mente dell’antiterrorismo a Milano e che io ero solo uno strumento nelle sue mani raffinate, sapevano che sarebbe passato in Procura. Come per Alessandrini, dicevano che uomini come Galli legittimano le Istituzioni, non i biechi repressori (e credo proprio che alludessero anche a me). Ho rivisto tanti anni dopo Silveria Russo, è persona diversa. Sarei disposto a parlare con lei dei suoi figli e della sua vita; mentre non sarei disposto a farlo con un testimone che ancora oggi ricordo: era un giovane abbastanza colto (peraltro, studente di Guido), il cui padre vendeva biciclette. Una pentita ci disse che in quel negozio lei ed altri avevano acquistato le biciclette usate per la fuga nel dedalo di viuzze attorno all’università di Milano. Lo sentii e lui negò tutto; gli dissi che c’erano due confessioni e che avevo solo bisogno di riscontri, che lui, ad es., provasse a riconoscere delle foto. Rispose – e così fece poi suo padre- che lui non voleva essere tirato in ballo in queste cose anche perché “se avevano ucciso Galli qualche ragione doveva pure esserci stata”. Rimase in carcere fino all’ultimo giorno di custodia cautelare, con il padre. Non ne ricordo il nome, ma non riesco a dimenticare la rabbia di quel giorno. Non posso escludere che sia diventato un nostro collega: in tal caso sarei certo di ritrovarlo collocato tra quelli che provano fastidio di fronte al protagonismo di certi PM, tra quelli “che i magistrati non fanno le battaglie”, tra quelli “che sono stufo dei magistrati antimafia e non ne posso più di Mani Pulite”, “che la separazione delle carriere ormai si impone”.Ricordo tante altre cose del dopo 19 marzo: i terroristi che esultavano nelle gabbie del processo mentre chiedevo al Presidente di poter commemorare Galli; una riunione di lavoro a Parma, qualche giorno dopo l’omicidio, io che ancora continuavo ad essere assente e Piero Vigna che mi scuote (una volta per tutte) stringendomi un braccio e dicendo secco e forte “Oh Armando!”; io e Giuliano Turone (i nostri rapporti di amicizia erano praticamente in crisi per il diverso modo di concepire la conduzione di indagini in tema di terrorismo) che ci ritroviamo nell’ufficio di Guido, dove avevo accompagnato Bianca a ritirare le cose del marito, e ci abbracciamo piangendo dopo che Gerardo D’Ambrosio ci aveva pregato di guardarci negli occhi.
19 marzo ’80: da pochissimo aveva iniziato a collaborare Patrizio Peci delle BR, ad aprile ’80 inizia Roberto Sandalo di Prima Linea, e poi, a maggio, Michele Viscardi pure di P.L., uno degli autori materiali degli omicidi Alessandrini e Galli; e poi Marco Barbone e poi tanti altri. Il terrorismo viene spazzato via.Se Sandalo e Viscardi avessero parlato un mese prima…..Guido sarebbe vivo. Se non fosse andato all’Università quel pomeriggio….se fossi andato a parlare quel pomeriggio all’università, con la mia scorta….. se il processo Alunni, formalizzato, fosse finito ad altri…Se….se..ALESSANDRINI e GALLI da quel momento uniti nel ricordo di tutti.

“La tua luce annienterà le tenebre nelle quali vi dibattete” (dalla lapide che i familiari di Guido hanno voluto nel Palazzo di Giustizia di Milano, al secondo piano, accanto alla porticina del suo ufficio, così piccolo che se venisse offerto oggi ad un uditore ne verrebbe fuori un esposto al CSM: e noi perderemmo chissà quante ore a trattare “la pratica”).
Armando Spataro



Dal comunicato di Prima Linea che rivendicò l’ uccisione di Guido Galli e che paradossalmente contiene di Lui un alto -involontario- elogio:
“Oggi 19 marzo 1980, alle ore 16 e 50 un gruppo di fuoco della organizzazione comunista Prima Linea ha giustiziato con tre colpi calibro 38 SPL il giudice Guido Galli dell'ufficio istruzione del tribunale di Milano... Galli appartiene alla frazione riformista e garantista della magistratura, impegnato in prima persona nella battaglia per ricostruire l'ufficio istruzione di Milano come un centro di lavoro giudiziario efficiente, adeguato alle necessità di ristrutturazione, di nuova divisione del lavoro dell'apparato giudiziario, alla necessità di far fronte alle contraddizioni crescenti del lavoro dei magistrati di fronte all'allargamento dei terreni d'intervento, di fronte alla contemporanea crescente paralisi del lavoro di produzione legislativa delle camere...”


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