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L'inciviltà della privata giustizia
(Armando Spataro - Segretario del Movimento per la Giustizia)

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C'è qualche relazione tra la bocciatura del Ministro Buttiglione in Europa e quanto avviene in tema di riforma dell'ordinamento giudiziario in Italia? E se ne possono trarre indicazioni utili per orientare le prospettive di chi intende continuare a battersi in difesa della legalità in questo Paese? E' da questi interrogativi - apparentemente eccentrici - che vorrei muovere per un'analisi della fase che sta attualmente caratterizzando lo scontro tra politica e giustizia in Italia, spiegando innanzitutto perché ciò che è avvenuto in Europa è significativo anche per le cose di casa nostra. E' avvenuto che il governo italiano ha deciso di "blindare" la designazione dell'on.le Buttiglione a commissario europeo, pur dopo le reazioni sdegnate che la sua audizione aveva determinato in mezza Europa: non importa, in questa sede, il merito delle discutibilissime posizioni del nostro ministro, quanto il fatto che il Parlamento europeo è stato posto di fronte alla ineluttabilità della sua nomina, imposta dalla "volontà " italiana, a sua volta dipendente dalla necessità di assicurare "sottili" equilibri in patria e garantire agli interessati la riscossione di una specie di premio-fedeltà . Senonchè, è accaduto l'imprevisto: il Parlamento europeo ha detto "no", infischiandosene della blindatura e così l'Italia, trascinando le Istituzioni europee in una crisi politica senza precedenti, ha rimediato l'ennesima figuraccia a livello internazionale, dopo le vicende della legge sulle rogatorie, il falso in bilancio, il rifiuto del mandato d'arresto europeo e delle squadre investigative comuni, le riserve opposte all'adozione delle Decisioni quadro del Consiglio dell'Unione Europea in materia di repressione del razzismo e della xenofobia, i kapò, le deportazioni degli immigrati clandestini e quant'altro la storia di questi tre anni consegnerà alle nostre memorie. Anche Barroso, che evidentemente intendeva ispirarsi ai modelli italiani, è stato bocciato ed ha dovuto quindi operare una rapida e decisa marcia indietro per salvare se stesso e l'Europa. Il Parlamento europeo, dunque, si è dimostrato diverso da quello italiano, rivelandosi capace di rivendicare ed affermare le proprie prerogative e la libertà di autodeterminazione anche di fronte alle pretese di chi è chiamato a governare; e, soprattutto, i moderati europei (compresi quelli appartenenti ai partiti politici di destra) si sono dimostrati di tutt'altra pasta rispetto ai colleghi della destra italiana: attenti ai diritti delle persone, al dovere di garantire la tutela delle libertà delle minoranze, convinti assertori dell'idea stessa di Europa e interpreti nient'affatto accondiscendenti della dignità e dei doveri delle istituzioni che ne sono emanazione. Quale il nesso tra questa storia incoraggiante e la vicenda italiana? La risposta, da un lato, è tutta nelle conclusioni che si devono trarre dal diverso atteggiamento dei parlamentari italiani, comprese le "tigri di carta" di cui, qualche settimana fa, ha efficacemente parlato E.Scalfari su Repubblica; dall'altro, nella fiducia che, per il futuro, si deve riporre nella dimensione istituzionale offerta dall'Unione Europea: è lì che diventa possibile ritrovare molti ed efficaci anticorpi alle tendenze disgregative dello Stato di diritto facilmente individuabili nelle più recenti scelte legislative nazionali in materia di giustizia.
Vediamo, dunque, l'atteggiamento della nostra maggioranza parlamentare: l'indicazione che se ne trae è quella di un ceto politico insensibile sia all'esigenza di affermare il primato del Parlamento che ad assicurare al Paese l'eguaglianza di trattamento dei cittadini di fonte alla legge. Si accetta, innanzitutto, che le leggi vengano "fabbricate" al di fuori di qualsiasi ambito istituzionale: non nelle commissioni parlamentari e neppure negli uffici legislativi dei Ministeri, ma grazie alle intese di gruppi sparsi - e quantitativamente variabili - di saggi. Si afferma questo inedita figura di legislatore, il saggio, che di solito tende a frequentare solo i propri simili, autoconvocandosi in amene località montane (di solito un paio di giorni bastano per deliberare i principi fondanti di una nuova costituzione) o nelle segrete stanze di qualche ministero: in quello di via Arenula, per esempio, si sfascia e si rimonta l'ordinamento giudiziario, periodicamente aggiungendovi commi ed elidendo articoli sulla spinta delle contingenze esterne. I saggi, in genere, producono maxiemendamenti di cui poi è difficile ricostruire il vorticoso succedersi, al punto che nessuno ne tiene più il conto; anzi, poichè il termine "saggi", nel suo significato lessicale, evoca il possesso e l'uso del buon senso, piuttosto che il dominio del tecnicismo, ne deriva che i testi da loro elaborati risultano spesso inintellegibili: lo stesso Ministro Castelli, rispondendo alle critiche in proposito avanzate da alcuni osservatori, ha dato loro ragione, affermando che la riforma ordinamentale è in effetti incomprensibile perché "scritta in ostrogoto" (più propriamente, considerando la costruzione sconclusionata dei testi, userei la definizione di N.Dalla Chiesa: tecnica "da legislatore per caso")! Ma il rilievo deve apparirgli marginale visto che leggi organiche, nonché consistenti modifiche della Costituzione, scritte senza supporto della scienza giuridica o della dottrina costituzionale, comunque "passano" grazie al solo accordo ed alla benedizione di pochi. Emerge così, in tutta la sua violenza, un'altra caratteristica dei nostri percorsi parlamentari, la finta disponibilità al dialogo; lo scenario è sempre lo stesso, alcune tra le forze politiche di maggioranza si propongono come garanti del dialogo e dell'attenzione alle ragioni altrui. Ma, improvvisamente, alla grandi dichiarazioni di principio ed alle disponibilità declamate (che si rivelano nella loro essenza di finzione), seguono i testi blindati, il contingentamento dei tempi di discussione in Parlamento o - come è avvenuto nella Camera dei Deputati per la riforma dell'ordinamento giudiziario - la mozione di fiducia votata passivamente da Deputati che ignoravano persino il testo su cui essa era stata posta. Il termine "blindatura", così, assume un significato nuovo: ieri evocante l'immagine della resistenza e della difesa, anche materiale, delle istituzioni e dei suoi più fedeli servitori contro le aggressioni dei poteri criminali armati, oggi indica solo quei testi di legge che, decisi al di fuori dei circuiti istituzionali, sono per questo immodificabili, rendono inutile o solo rituale ogni pubblico dibattito ed umiliano il Parlamento. Che deve solo apporre il timbro di autentica. Inutili gli appelli del Capo dello Stato al dialogo ed i suoi inviti ad usare massima prudenza per le riforme di rilievo costituzionale: il Ministro Castelli, anzi, con raro garbo istituzionale, di fronte all'ipotesi di un rinvio al Parlamento della sua riforma "epocale", si limita a calcolare il numero dei mesi (tre) che occorrerebbero per rispedirla sic et simpliciter al Quirinale, per una firma questa volta obbligatoria. Inutili, per quanto riguarda la giustizia, gli sforzi di accademici, del CSM (che, come ha osservato il sen. Brutti, non è proprio un circolo privato!), dell'opposizione in Parlamento e dell'Associazione magistrati nella elaborazione di osservazioni scientifiche e rilievi di carattere pratico: il Ministro della Giustizia risponde che - sì, è vero ! - vi sono degli errori tecnici nel suo disegno di legge delega, ma che ad essi si porrà rimedio nel corso della elaborazione dei decreti delegati. Il nuovo metodo di elaborazione delle leggi, dunque, si affina: la elaborazione delle leggi non solo è affidata a saggi che scrivono in ostrogoto, ma include la scelta di rinviare ad incerti tempi futuri il rimedio ad errori di cui saggi e loro mandanti sono perfettamente consapevoli! Bisogna far presto! Questo è l'imperativo poiché il Presidente del Consiglio, dopo la prima approvazione della riforma costituzionale, ha solennemente dichiarato "Ed ora tocca alla giustizia"!. E si mescola il sacro al profano: da un lato, il Ministro Castelli si appropria impunemente del patrimonio etico-professionale rappresentato dal ricordo di Giovanni Falcone, affermando che, con la sua riforma, egli non sarebbe mai stato bocciato dal CSM per l'incarico direttivo cui aspirava; il vice premier Fini, dall'altro, prendendo parte alla polemica sui permessi al pentito Giovanni Brusca che la magistratura di sorveglianza di Roma ha concesso sulla base di precise disposizioni di legge, assicura che, con la riforma dell'ordinamento giudiziario, sarà assicurata l'effettività della pena. Così rispettivamente l'uno mostra di voler ignorare che proprio i magistrati indipendenti come Giovanni Falcone sarebbero le prime vittime della riforma (l'incredibile caso del ritardato "concerto" al conferimento di un incarico direttivo ad Adriano Sansa lo dimostra ampiamente) e l'altro che la certezza della pena c'entra, con l'ordinamento giudiziario, come il cavolo a merenda. Molti commentatori delle cose della politica ed anche molti magistrati sono ormai soliti riferirsi al disegno di legge delega di riforma dell'ordinamento giudiziario definendolo "controriforma": in realtà , questo termine è politicamente riferibile, sia pure in un'accezione negativa, ad un progetto comunque organico di riaffermazione di valori e principi tradizionali di cui si presume la lesione; ma qui nulla di tutto questo è individuabile! Siamo di fronte ad un'accozzaglia informe, illeggibile ed incostituzionale di norme che rispondono ad un'unica logica : si vuole una magistratura che sia parte di un unico potere di governo e sensibile agli interessi di chi lo esercita, anziché soggetta soltanto alla legge (art. 101 comma 2 della Costituzione). Non si tratta, dunque, solo di umiliare e punire la magistratura per l'indipendenza che essa ha dimostrato, ma anche di affermare una concezione napoleonico-burocratica dei rapporti tra poteri : è evidente, infatti, cha la forza del precetto costituzionale non sta tanto nella ovvia affermazione della soggezione della magistratura alla legge, quanto in quell'avverbio, "..soltanto" (alla legge) che marca l'indifferenza assoluta dell'esercizio della giurisdizione rispetto alle logiche ed agli interessi politici. E riemerge, così, anche attraverso le incredibili affermazioni di alcuni autorevoli esponenti della maggioranza, il filo unico che lega questa sciagurata riforma alle leggi - vergogna di questo ultimo triennio: nel recente congresso straordinario dell'ANM a Napoli, infatti, l'on.le Gargani ha dichiarato che "se la riforma ordinamentale fosse stata fatta prima, la DC non sarebbe scomparsa" (alludeva al fatto che non vi sarebbe mai stata la stagione di Mani Pulite?), mentre l'on.le Pecorella, Presidente della Commissione Giustizia della Camera, gli ha fatto eco qualche giorno dopo da Bari, candidamente ammettendo, nel corso del Congresso dei penalisti italiani, che il lodo-Schifani è stata effettivamente una legge varata per consentire a Berlusconi di affrontare il semestre europeo ! Come giudicare tali affermazioni ? Sproloqui da toghe rosse, imprudenze dialettiche, provocazioni o cosa ? Forse nessuna di queste risposte è corretta: la verità è che siamo di fronte ad un vero e proprio scontro di civiltà . Si scopre che magistrati, accademici, avvocati, cittadini e l'Europa credono nel primato della legge e nel principio della divisione dei poteri, ma questo appare inaccettabile per chi è convinto che la legittimazione politica derivante dal consenso elettorale abiliti anche al governo della giurisdizione, determini zone franche nell'applicazione della legge e l'impossibilità di essere giudicati da semplici funzionari dello Stato, che hanno vinto solo un concorso ! Quante volte lo abbiamo detto in questi anni? Tantissime, ma non per questo si deve cessare dal gridarlo. A chi si domanda se serve ancora ripetere che questo disegno di riforma interviene duramente nei confronti della magistratura gerarchizzandola, burocratizzandola in un asfissiante reticolo di concorsi, limitando - attraverso nuove previsioni di illeciti disciplinari - le libertà civili dei magistrati e la stessa funzione di interpretazione della legge loro demandata, rispondo: "sì, serve ancora!". A chi si chiede se sia utile proseguire nella denuncia dei veri scopi di questa riforma, rispondo che, dovunque sia possibile, si deve spiegare quanto siano gravi l'ampliamento dei poteri del Ministro nel settore disciplinare, nei campi della nomina dei dirigenti, della formazione professionale, della progressione in carriera, nell'amministrazione quotidiana degli uffici giudiziari e, specularmente, lo svilimento delle competenze del Consiglio Superiore della Magistratura, relegato ad un misero ruolo notarile di ratifica, in molti settori "sensibili", di decisioni prese da commissione esterne. Ed a chi afferma che, ormai, è forse inflazionata e sterile la nostra difesa dell'omogeneità della cultura giurisdizionale che la riforma disgregherà con la separazione delle carriere, suggerisco di ricordare che proprio il Consiglio d'Europa, nel giugno del 2000, con la raccomandazione di una sua Commissione sul "ruolo del pubblico ministero nel sistema di giustizia penale", ha invitato gli Stati membri a favorire l' interscambio tra le carriere di giudici e pubblici ministeri quale strumento idoneo ad assicurare ai cittadini un più elevato standard di garanzie e diritti difensivi. Ed è proprio questo rilievo che illustra con chiarezza quanto antistorica e di retroguardia sia la posizione, fortunatamente non unanime, degli avvocati penalisti italiani! Insomma, ovunque sia possibile parliamo ancora dei pericolosi passaggi della riforma e dei danni che creerà , ma per informare i cittadini e non perché ci illudiamo che il dialogo con questi interlocutori possa realmente servire a migliorare il progetto che hanno concordato: nel settore della giustizia, infatti, come è ormai chiaro da tempo, continua a marciare la visione privatistica dell'esercizio del potere di governo esattamente come è avvenuto, del resto, per altre leggi nei settori dell'istruzione e della ricerca, della informazione, della sanità e del lavoro. Ed è significativo verificare, a tale proposito, che è sempre identica la giustificazione "alta" che si dà delle pseudo riforme intervenute o di quelle allo studio in ciascuno di questi settori: la dichiarata volontà di rimediare, per quelle vie, all'inefficienza del sistema pubblico. Ma questa enunciazione è solo suggestiva e strumentale: per restare al settore giustizia, basta considerare che la riforma annunciata (come tutte quelle sin qui realizzate) non serve in alcun modo ad affrontare il problema dei tempi lunghi dei processi, che si negano soldi per realizzare la banca dati giudiziaria contro il terrorismo internazionale (che pure sembra la massima emergenza mondiale) e per dotare gli uffici giudiziari (il cui personale amministrativo presenta paurosi vuoti di organico) del minimo necessario in termini di strutture informatiche e materiali. L'Associazione Magistrati ha diffuso in pochi mesi due "libri bianchi" sullo sfascio della giustizia, ricchi di dettagli e documentazione, ma la significativa risposta del Governo si è concretizzata nella riduzione di oltre il 9% degli stanziamenti per la giustizia nel disegno di legge della finanziaria 2005 : si va verso la paralisi della Giustizia, mentre si crea con criteri risibili una commissione che dovrebbe rifare il CPP in quattro-cinque mesi ("conformandosi ai principi delle riforma dell'ordinamento e del Codice penale", pur se entrambe ancora non approvate!) e si discute in Parlamento, attraverso la riforma del regime della recidiva e della prescrizione, la norma cd. "salva-Previti"! Va detto con chiarezza: mai il Paese, dal dopoguerra ad oggi, ha attraversato un periodo così gravido di rischi per il suo assetto democratico. La riforma della seconda parte della Costituzione, del resto, è già stata approvata in prima lettura da un ramo del Parlamento ed anch'essa, come si sa, ha determinato la reazione di statisti ed autorevoli accademici di ogni estrazione, preoccupati per la concentrazione di potere nella mani del premier, per lo svuotamento dei poteri del Capo dello Stato e del Parlamento, per i rischi connessi al procedimento di designazione dei componenti della Corte Costituzionale (permanentemente oggetto di aggressione ogni volta intervenga, con le sue decisioni o attraverso le parole dei suoi Presidenti, a richiamare il valore dei precetti costituzionali o anche solo la necessità - così il Presidente Onida - di riforme che nascano dalla "consultazione del più ampio arco di istanze istituzionali e sedi di riflessione") e per l'attribuzione alle Regioni di competenze che "metteranno a rischio l'universalità dei diritti all'istruzione, alla salute ed alla sicurezza" (F.Bassanini, L'Unità , 26.3.04). Riforma della Costituzione e dell'Ordinamento giudiziario, dunque: se passeranno il paese non si troverà di fronte ad un aggiornamento o ad una modernizzazione dell'una e dell'altro, ma ad un diverso sistema costituzionale e ad un'altra magistratura. Ecco, lo scontro di civiltà , o meglio tra la cultura della civiltà e l'inciviltà dell'interesse privato assurto a parametro di governo. Queste riflessioni dovrebbero indurre i magistrati - visto che il centro di questo discorso è la riforma dell'ordinamento- a serrare le fila, ad opporsi con coerenza alla disgregazione del proprio status ed a studiare iniziative di reazione dislocate sul medio-lungo periodo: ciò è prevalentemente avvenuto, ma non sono mancate voci dissenzienti, quelle di chi invita alla cautela ed al dialogo sempre e comunque, come se l'ANM non lo avesse praticato per tre anni di seguito ottenendo in risposta che alcune provocazioni - i test psicoattitudinali, ad esempio - diventassero parte del disegno di legge. Anche all'interno della magistratura, peraltro, qualcuno mostra segni di assuefazione e si affanna a prendere le distanze dalla parole ferme di chi la rappresenta associativamente e per questo ha il dovere di replicare con dovizia d'argomenti, tecnici e "politici", agli slogan vuoti ed ampollosi che ci vengono periodicamente propinati. Ma proprio di questo v'è bisogno: di risposte chiare ed inequivocabili che diano il segno della volontà della magistratura di mantenere la schiena dritta; qualcuno, in buona fede, ipotizza l'abbandono in massa delle funzioni requirenti qualora passi la riforma e la separazione delle carriere. Sarà necessario, invece, fare esattamente il contrario : chi è requirente, continui ad essere requirente e, insieme a chi lo diventerà ed ai tanti giovani PM che arriveranno, si prepari a dimostrare che la tradizione di indipendenza investigativa della magistratura italiana, la sua cultura giurisdizionale, la sua forza morale e la capacità di resistenza non potranno essere fiaccate dalle aggressioni subite durante una stagione politica destinata a passare senza lasciare traccia. Anche il Presidente Scalfaro, pur notoriamente contrario a forme di protesta estreme, ha recentemente dichiarato che con lo sciopero "i magistrati difendono principi di autonomia ed indipendenza che sono diritti dei cittadini". La protesta forte dei magistrati (sciopero compreso), allora, non servirà solo come atto di testimonianza, a futura memoria, ma anche per ricordare ai cittadini la straordinaria gravità della situazione in cui essi, prima degli stessi magistrati, verranno a ritrovarsi se la riforma sarà approvata; per impegnare le forze politiche che intenderanno proporsi come futura coalizione di governo ad inserire nei loro programmi non solo la decisa condivisione degli assetti organizzativi e normativi che in Europa si vanno delineando e dei quali, fino alla primavera 2001, l'Italia è stata motore e protagonista non secondaria, ma anche l'impegno a radere al suolo le leggi-vergogna di questi anni; per stimolare sin d'ora il CSM ad intervenire in difesa delle proprie prerogative, dinanzi alla Corte Costituzionale, non appena il nuovo ordinamento lo obbligasse ad adottare delibere frutto delle competenze attribuite a commissione esterne, scuole di formazione et similia; per ricordare ad ogni magistrato che egli stesso, soggettivamente, è il primo custode del proprio status e dei propri diritti la cui tutela dovrà pertanto impegnarsi a reclamare in prima persona; perché sia chiaro a tutti che la "battaglia" della magistratura non si esaurirà con l'approvazione di questa riforma rancorosa ed anticostituzionale. E' da questi semplici rilievi che occorre immediatamente ripartire, attraverso una generale mobilitazione, per opporsi alla barbarie dei tempi che viviamo, alle tendenze disgregative dello Stato di diritto e all'involuzione dei rapporti tra potere, istituzioni e cittadini che esse hanno ormai determinato.
6.11.04

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