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La "Forza" e il "Diritto"

di Mario FRESA

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Ci siamo. Quello che tutti temevamo è avvenuto. La legge delega sulla Riforma dell'Ordinamento Giudiziario è stata varata dai due rami del Parlamento. Il modello di giudice che verrà a delinearsi a seguito della entrata in vigore dei decreti delegati sarà ben lontano dal modello che la Giustizia del terzo millennio dovrebbe esigere e molto più vicino a quello dell'ordinamento Rattazzi di circa un secolo e mezzo fa .
Anni di studi dottrinari, di convegni e dibattiti, che avevano portato, già negli anni sessanta, a sopprimere il sistema dei concorsi per esami gestiti da Commissioni esterne, sono stati posti nel nulla. E' stato ripristinato proprio quel sistema di concorsi che aveva portato ad un modello di magistrati carrieristi e poco sensibili alle esigenze di una Giustizia improntata, come la Costituzione prescrive, nell'esclusivo interesse del popolo sovrano in nome del quale deve rendersi giustizia con l'esercizio imparziale e sollecito della giurisdizione.
Sono state limitate numerose prerogative costituzionali del Consiglio superiore della magistratura (art. 105), senza tenere in considerazione che quelle "patologie" che si imputano al sistema di autogoverno e che avrebbero potuto e dovuto essere eliminate con un rafforzamento di esso, riaffioreranno inevitabilmente, ed in maniera assai più drammatica, attraverso il sistema dei concorsi "esterni".
Inevitabilmente, il magistrato non sarà più soggetto soltanto alla legge (art. 101). La magistratura non costituirà più un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere (art. 104). I magistrati non si distingueranno più soltanto per diversità di funzioni (art. 107). Al Ministro della Giustizia non spetteranno più soltanto le prerogative attinenti l'organizzazione ed il funzionamento dei servizi relativi alla Giustizia (art. 110).
Ed i cittadini non avranno in ogni caso un processo più rapido e giusto (art. 111).

Nulla sarà come prima. Anche l'associazionismo giudiziario dovrà cambiare ed atteggiarsi diversamente in relazione ad un quadro ordinamentale che rischia di ledere il principio fondante secondo cui "la legge è uguale per tutti". L'ANM ed i gruppi associativi dovranno cercare di superare l'inevitabile isolamento politico cercando di rafforzare, sempre di più, i legami con la società civile. In sintesi l'ANM dovrà più pienamente comprendere che la "Questione Giustizia" non è altro che un piccolo segmento di una "Questione Istituzionale", che involge le strutture democratiche e la società nel suo complesso.
Il processo di Riforma della Costituzione, in effetti, evidenzia l'esigenza del coinvolgimento "totale" di tutte le Forze sociali. "Riformato" l'ordinamento giudiziario, si cerca - come coerentemente preannunciato dal Ministro della Giustizia - di "riformare" la Costituzione, nella consapevolezza che il nuovo modello di giudice non sia compatibile con quella in vigore, ma "debba" essere reso compatibile con la futura, che potrebbe essere il frutto di una alterazione dell'attuale assetto di ripartizione dei tre poteri dello Stato, a tutto "vantaggio" del potere esecutivo ed a detrimento non solo del potere giudiziario, ma anche di quello legislativo (già di fatto limitato dalle "blindature" disposte durante l'iter della "Controriforma ordinamentale").

L'ANM invero da qualche tempo ha mostrato di cogliere questi segnali e l'importanza di percorrere strade comuni con tutti coloro che hanno a cuore la sopravvivenza dei valori fondanti della nostra democrazia.
Il recente Congresso di Napoli, in questo senso, è stato davvero "straordinario" ed ha avuto un notevole successo per livello di partecipazione, qualità del dibattito ed attenzione della pubblica opinione. La segreteria dell'ANM ha registrato oltre 700 partecipanti, che hanno riempito la sala dello splendido Castel dell'Ovo per interi due giorni, con molti presenti in piedi. Tra essi non solo moltissimi magistrati provenienti da ogni parte d'Italia, ma anche tanti avvocati ed operatori del diritto, sindacalisti, gente comune, tutti insieme a denunciare i rischi di una "controriforma ordinamentale" di assai dubbia costituzionalità (come evidenziato, soprattutto, dalle dotte relazioni del prof. Leopoldo Elia e del prof. Andrea Proto Pisani), punitiva per la magistratura ma assai di più per i cittadini e per chiunque abbia a cuore la Giustizia ed il principio di uguaglianza dinanzi alla legge.
Se qualcuno aveva dubbi su un disimpegno di molti magistrati e su una mancata comunanza di intenti degli altri operatori del diritto, questi dubbi sono stati fugati.

Durante la tre giorni partenopea ha aleggiato in diversi interventi la gravità della situazione internazionale e dei sanguinosi atti di guerra e di terrorismo che sembrano allontanare da una comune cultura dei popoli la "forza della ragione" per imporre la "ragione della forza". Mentre si parlava della indipendenza dei giudici italiani, in Iraq si tagliavano teste e si bombardava una popolazione inerme, a Beslam si massacravano tante persone tra cui più di centocinquanta bambini. Certo, qualcuno può essersi sentito in imbarazzo a parlare sul se, quando e come fare lo sciopero contro la riforma ordinamentale, mentre la grande casa dell'umanità sta bruciando orribilmente. Eppure, un collegamento tra situazioni che sembrano così diverse e di diversa rilevanza, esiste e va rilevato. Questo collegamento va individuato nell'ancestrale e filosofico rapporto tra la Forza ed il Diritto, ove la Forza non può essere utilizzata senza il Diritto ed il Diritto non è efficace (e non ha ragione di essere) se non è forte .
Il giusto equilibrio tra questi due elementi deve occupare il centro dell'attenzione, nella magistratura come nel dibattito sociale. Intorno ad esso ruota, infatti, non soltanto la questione cruciale della tutela dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione, ma anche il tema della salvaguardia delle istituzioni democratiche di tutto il mondo.
Perché dietro il "caso italiano", segnato dalla continua, sempre più pressante ed unilaterale offensiva diretta da alcune forze politiche contro la magistratura, la prospettiva deve ampliarsi al di là dei confini nazionali, nel tentativo di leggere la vicenda italiana sullo sfondo della tendenza alla riduzione degli spazi democratici, rilevabile oggi - soprattutto dopo l'11 settembre del 2001 - in tutti i paesi occidentali.
Oggi più che mai, sia sul piano internazionale che nel nostro Stato, si tende ad usare la Forza senza il Diritto. E, conseguentemente, si indebolisce il Diritto.

Se così è, rafforzare il Diritto non è questione solo dei magistrati, ma è questione di tutti.
Bisogna coinvolgere tutti e dobbiamo essere coinvolti tutti. Come accennato, lo ha da qualche tempo compreso l'ANM, che ha intrapreso, nel settore del civile e della famiglia (ma a breve intraprenderà anche in altri settori), un lungo e periglioso viaggio, che dovrà portarci non stremati e divisi su una tranquilla isola deserta, ma tutti insieme sulla terraferma di una Giustizia efficiente. E nel Congresso di Napoli hanno testimoniato in questo senso, assieme ad autorevoli rappresentanti del mondo accademico, tanti avvocati: civilisti, come il Presidente delle Camere Civili di Palermo, Avv. Grimaudo, che ha evidenziato come un tavolo comune nel settore della Giustizia civile già c'è; ma anche penalisti, come il Presidente delle Camere Penali, Avv. Randazzo che, al di là delle note divisioni sul tema della separazione delle carriere, è venuto a Napoli per formulare una chiara proposta di collaborazione tra magistrati ed avvocati per un documento comune, di critica ad una riforma "che non piace a nessuno", e di proposte alternative per varare le riforme davvero utili ai cittadini. Sono intervenuti autorevoli rappresentanti dell'OUA (Avv. Veneruso) e di altre associazioni forensi. Sempre in Congresso, hanno rappresentato la stessa esigenza anche i rappresentanti della Dirigenza amministrativa (Dott. Romano), dei sindacati del Comparto Giustizia (Dott. Nasone della UIL) ed anche delle Confederazioni nazionali e, per la prima volta a Congresso, un rappresentante della Confindustria (Avv. Carotti per il presidente Cordero di Montezemolo).
Nell'obiettivo di raggiungere una unità di intenti a difesa dei valori della legalità , della Costituzione e per il buon funzionamento del sistema Giustizia, è necessario trovare tra i vari operatori del diritto un minimo comune denominatore, lasciando da parte gli aspetti sui quali non c'è ancora comunanza di idee. E' chiaro che a tal fine ciascuno di noi dovrà rinunciare a qualcosa in cui crede, tenendo presente che le divisioni non pagano e che su di esse si fonda ogni disegno politico contrario al bene comune. E' meglio dire insieme agli altri soltanto il trenta per cento delle cose che vorremmo realizzare, piuttosto che dire da soli tutto ciò che riteniamo necessario a migliorare la Giustizia ed i processi. Insieme siamo più credibili. Da soli continueremmo ad essere strumentalmente accusati, a seconda delle occasioni, di corporativismo, eversione e quant'altro. So bene che questa sarà una lunga e difficile corsa ad ostacoli, e ci saranno momenti di scoraggiamento e desiderio di "mollare", ma se c'è anche solo una probabilità di giungere ad un mondo migliore, questa strada va seguita e indicata ai più.

Mario Fresa
Massimario della Corte di Cassazione

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