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GERARCHIA E DEMOCRAZIA NEL SISTEMA GIUSTIZIA TRA PRESENTE E FUTURO
(intervento di Gioacchino Natoli Palermo, 29 gennaio 2005)

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Il tema che il convegno pone alla nostra attenzione, mi ha portato al convincimento che tutto ciò che da qualche anno stiamo vivendo altro non sia che la ripresa di una aspra battaglia - culturale, politica e sociale - che la magistratura ha lungamente combattuto per alcuni decenni in passato e che era sembrata a tutti noi, forse in un soprassalto di miope entusiasmo, definitivamente vinta da parte della nostra democrazia.
Purtroppo così non è stato, e noi oggi siamo chiamati (solo, però, nella stretta misura in cui ne avvertiamo il dovere morale) a riprendere quella lotta che molti valorosissimi colleghi hanno portato avanti - pagando prezzi personali altissimi - fino ai primi anni Settanta.
Mi sento di azzardare, inoltre, il rischioso paragone che anche nel mondo della giustizia - alla pari di ciò che le moderne acquisizioni della scienza medica sempre più spesso conclamano - tutto sia già scritto come in ogni organismo nel suo DNA, di talché l'analisi storica ci può consentire di comprendere fino in fondo sia il motivo sia la pericolosità dell'attacco che viene portato alla magistratura.

Partendo, quindi, dall'analisi dello spirito che anima questa sciagurata stagione del mondo della giustizia, mi pare di poter dire che - senza ombra di dubbio - esso sia contrassegnato da un chiaro ritorno all'ordinamento giudiziario del ministro Urbano RATTAZZI (r.d. 13.11.1859 n° 3781), che si preoccupò subito di annullare le appena accennate garanzie per la giurisdizione che avevano introdotto lo Statuto albertino del 1848 e la legge SICCARDI del 19.5.1851 n° 1186, le quali si erano innestate sull'impianto napoleonico della legge del 20.4.1810.
L'ordinamento RATTAZZI è stato, nella sua intima essenza, lo "statuto" della giustizia italiana fino alla vigilia della Costituzione del 1948, poco o nulla avendo immutato in esso i pur numerosi regi decreti dell' Italia post-unitaria, quali quelli:
· del 6.12.1865 n° 2626 (ord. giud.)
· del 3.10.1873 n° 1595 (decreto Vigliani)
· del 4.1.1880 n° 5230 (decreto Villa)
· dell'8.6.1890 n° 6878 (decreto Zanardelli)
· del 14.7.1907 n° 511 e del 24.7.1908 n° 438 (cd. ord. giud. Orlando)
· del 14.12.1921 n° 1978 (cd. ord. giud. Rodinò).

Questo sistema era improntato ai principi:
1. di gerarchia tra i giudici;
2. di carriera;
3. di ingerenza del Ministro della Giustizia in ogni aspetto della carriera e della stessa disciplina dei magistrati;
4. di sottoposizione completa all'Esecutivo del PM, che era usato come "guardiano" del potere politico nella giurisdizione (donde la nota definizione legislativa di esso come "rappresentante dell'Esecutivo nell'ordine giudiziario").

Questo impianto - di derivazione ottocentesca - fu talmente coerente con le pur forti esigenze di rinnovamento del regime fascista che è assai eloquente in materia - secondo gli storici - l'estrema modestia dei ritocchi che il neonato governo Mussolini apportò al sistema mediante il r.d. 30.12.1923 n° 2786 (cd. T.U. Oviglio sull'ord. giud.), nonostante ogni altro settore della vita nazionale venisse sconvolto da sostanziali riforme.

Il nuovo regime si limitò in sostanza a sciogliere - nel 1925 - l'Associazione Nazionale Magistrati (fondata a Milano nel 1909), come anticipazione del divieto che riguardò subito dopo i sindacati con la legge del 3.8.1926 n° 563 (l'ANM, comunque, si sarebbe ricostituita il 21.10.1945, dopo il ritorno alla libertà del paese).

Per la giustizia, come accennato, non vi fu bisogno di riforme in quanto:

i. attraverso il dominio della polizia giudiziaria la materia dei giudizi veniva preventivamente filtrata dal potere politico, spesso senza che lo stesso Ministro della Giustizia si dovesse muovere, attese le autonome interferenze esercitate dal Ministro degli Interni e dai Prefetti;
ii. ai giudici arrivava non solo la materia che il potere politico riteneva opportuna, ma addirittura nei tempi e nei termini esatti che il governo sceglieva;
iii. per i casi di particolare rilievo politico, poi, la giustizia ordinaria venne scavalcata attraverso l'istituzione del famigerato Tribunale speciale per la difesa dello Stato.

In siffatto ordinamento, la dominante posizione di un PM dipendente dal Ministro trovava espressione simbolica e solenne nelle Relazioni del P.G. e del Procuratore del Re, i quali si pronunciavano pubblicamente alla prima udienza di gennaio dell'Assemblea generale delle Corti e dei Tribunali presso cui prestavano servizio per conto del Ministro.
Era cioè l'Esecutivo che, con quelle pompose relazioni, ad ogni inizio d'anno "valutava" pubblicamente il modo in cui i giudici avevano amministrato la giustizia nei distretti e nelle circoscrizioni, dando direttive alla giurisdizione.

In questo clima culturale di sostanziale "continuismo" tra l'Italia liberal-risorgimentale e quella fascista venne promulgato, a guerra appena iniziata, l'ord. giud. Grandi (r.d. 30.1.1941 n° 12), improntato a due rigorosi criteri:
1. il rifiuto dell'autogoverno;
2. la strutturazione gerarchica e piramidale della magistratura.

Nella Relazione illustrativa, il Guardasigilli Grandi scriveva che "era inammissibile che nello Stato esistano organi indipendenti dallo Stato medesimo, o autarchie, o caste sottratte al potere sovrano unitario".
E, quanto al problema di una eventuale tutela dell'indipendenza dei giudici, egli, nel negarla, precisava che "la giurisdizione non poteva costituire un potere autonomo nello Stato, dovendo anch'essa informare la sua attività alle direttive generali segnate dal governo per l'esercizio di ogni altra pubblica funzione".

In coerenza con tale sistema, il Ministro - direttamente - esercitava l' alta sorveglianza su tutti i giudici (art. 228) e su tutti i magistrati del pubblico ministero (art. 231).

A lui, inoltre, come "capo supremo dell'amministrazione giudiziaria e politicamente responsabile del buon ordine e del funzionamento dell'amministrazione stessa", spettava l'azione disciplinare che poteva ordinare al procuratore generale della Cassazione e che si svolgeva dinanzi ad una Corte disciplinare presso il ministero, composta dal Primo presidente e da cinque magistrati nominati dal Consiglio dei ministri, su proposta di esso ministro della Giustizia.
Questo cd. giudice disciplinare non emetteva neppure decisioni, bensì avanzava proposte al Guardasigilli, esclusivo dominus del relativo potere sui giudici e sui pm.
I capi degli uffici, del pari, esercitavano la sorveglianza sui magistrati ad essi addetti ed il Pubblico Ministero - costituito in uffici gerarchicamente ordinati tra di loro ed al proprio interno - agiva "sotto la direzione del ministro" (art. 69).
Le promozioni dei magistrati alle funzioni superiori dipendevano largamente dal ministro, poiché i relativi concorsi si svolgevano davanti a commissioni formate da magistrati di cassazione nominati da esso ministro (artt. 145-176 segg.). Quanto alle nomine dei due vertici della Cassazione e dei presidenti di sezione presso la stessa, esse spettavano al Consiglio dei ministri, sempre su proposta del Guardasigilli (artt. 188-189).
A quest'ultimo spettava direttamente, invece, la nomina, la promozione ed il tramutamento di tutti gli altri capi degli uffici direttivi (art. 6).
Vi era un simulacro di CSM, composto dai due capi della Suprema Corte e da otto componenti nominati direttamente tra i consiglieri di Cassazione dal ministro della giustizia (art. 231 segg.).
Il segno complessivo di questo sistema era improntato - come appare chiaro - ad un potere pervasivo ed inequivoco del ministro e dei magistrati della Cassazione. Alla Suprema Corte (composta da un numero di consiglieri sensibilmente minore dell'attuale) l'ordinamento attribuiva poteri e competenze tali da assicurare che i magistrati di merito si conformassero ai suoi orientamenti giurisprudenziali.
Un autorevole testimone (U. Scarpelli), ancora nel 1985, scriveva che:
"l'influenza della Corte era forte ed effettiva perché operava, all'interno dell'istituzione, tutta una serie di fattori limitanti per il singolo magistrato.
Giocava moltissimo la carriera.
Entrando in magistratura si sapeva che si sarebbe dovuta affrontare e superare una serie di concorsi.
C'era dunque la preoccupazione di lavorare in un certo modo, con un certo stile, un certo linguaggio, un certo rigore, che potessero essere approvati dai magistrati di cassazione, giudici dei concorsi.
Ed anche importante era la funzione dei capi degli uffici, perché implicava la scelta dei giudici ai quali affidare certi affari piuttosto che altri" (cfr. "Quadrimestre" n° 3, 1985).
Già nel 1956 - in attesa che entrasse in funzione il nuovo CSM voluto dalla Costituzione - il primo Presidente Ernesto EULA (pur essendo un fiero conservatore), a proposito delle progressioni per concorso, affermava la necessità di "eliminare, per quanto possibile, l'ansia ricorrente delle troppo ravvicinate, difficili prove, le quali nel sistema attuale agitano quasi permanentemente larghe categorie di magistrati, con riflessi che non possono non essere di turbamento anche per il sereno esercizio della funzione di giustizia <…>, in vista di fini carrieristici che ne dovrebbero essere immanentemente estranei" (cfr. Arch. Pen., 1956, I, pag. 356).
L'orientamento culturale della magistratura e la sua conseguente giurisprudenza erano tali che si creò per lunghissimo tempo una armonica sintonia tra ministro della giustizia e Corte di Cassazione, mentre si registrava un fortissimo contrasto tra i cd. ermellini ed il resto della magistratura.
La più eclatante manifestazione di ciò si ebbe dopo l' VIII congresso dell'ANM (tenutosi a Napoli nell'aprile 1957), allorché - a fronte della mozione conclusiva che chiedeva subito l'istituzione del nuovo CSM "con libero potere di iniziativa senza alcuna limitazione da parte del ministro della Giustizia, nonché che nessuna impugnativa fosse ammessa contro i provvedimenti del Consiglio superiore presso qualsiasi altro organo" - si contrappose, a distanza di pochi giorni, un'Assemblea generale della Cassazione, nella quale si affermò testualmente:
"la Corte suprema ritiene doveroso esprimere, per l'alta funzione che è chiamata a svolgere, il proprio avviso sui problemi più tormentati dell'ordinamento giudiziario, sia per l'autorità dell'Organo che per la sua composizione".
La Cassazione rivendicò, quindi, forte e chiaro il proprio ruolo di vertice sia delle procedure giurisdizionali sia dell'amministrazione delle carriere e della disciplina dei magistrati, giungendo a definire l'assemblea di Napoli "come non rappresentativa della magistratura e vittima di giovanili intemperanze ed immaturità , da superare con la maggiore consapevole esperienza del Supremo Organo".
Le possibilità di avanzamento - come ho già accennato - erano strettamente nelle mani delle commissioni di concorso, formate da cassazionisti nominati dal ministro. Le promozioni erano fortemente condizionate dai pareri di capi degli uffici, nominati fino al 1959 dal ministro o dal Consiglio dei ministri, che erano veri e propri satrapi. Le aspettative di carriera, con immediati risvolti economici, erano quindi limitate e condizionate per tutti, ma soprattutto per gli eventuali "disobbedienti". Al riguardo, le parole che si possono leggere nel "Diario di un giudice" di Dante Troisi sono più illuminanti di qualsiasi mio commento.

La questione dell'autonoma iniziativa del CSM sullo status dei magistrati venne, dalla legge istitutiva del 1958, risolta dal legislatore in senso adesivo alle opinioni espresse dalla Cassazione, con un art. 11 che attribuiva al ministro il potere di richiesta, mettendo di fatto il nuovo organo sotto la tutela del Guardasigilli.
Tale obbrobrio sopravvisse fino al 1963, quando la Corte Cost. ne dichiarò l'illegittimità con la sentenza n° 168. Ma si dovette attendere la legge n° 1198 del 18.12.1967 per poter leggere che il ministro può fare osservazioni e richieste, ma che l'iniziativa sullo status dei magistrati appartiene solo all'organo di autogoverno.
Non possono sfuggire alla critica, da questi ricordi del passato, alcuni passaggi assolutamente attuali: ad es., circa la previsione di un "potere di impugnazione in sede amministrativa" del ministro per le nomine dei direttivi fatte dal CSM (art. 2, lett. m, n° 1, ddl rif.); nonché tutte le questioni concernenti il suo recente e pervicace atteggiamento di "resistenza passiva" in ordine all'esecuzione di alcuni provvedimenti sgraditi del Consiglio (da ultimo, il diniego di emettere il decreto di nomina del procuratore di Bergamo).
Un cenno merita la importante questione della cd. abolizione della carriera, che fece raggiungere il culmine al percorso di crescita culturale del migliore associazionismo giudiziario nel famoso Congresso di Gardone del 25-28 settembre 1965, in cui sostenitori di tale tesi furono studiosi del livello di Maranini e di Barile.
I passaggi legislativi, come ben sappiamo, furono contrassegnati dalla legge n° 570 del 25.7.1966 (cd. Breganze), che abolì il concorso per l'Appello, e dalla legge di logico completamento n° 831 del 20.12.1973 (cd. "breganzone"), che abolì il concorso per la Cassazione.
Le ricadute di questi due importanti provvedimenti furono non soltanto a livello di liberalizzazione dell'importante versante economico dello status dei magistrati, ma soprattutto di realizzazione della fondamentale previsione costituzionale che vuole i magistrati tutti "diversi soltanto per le funzioni svolte".
Quest'ultimo passaggio - in uno con la modifica elettorale in senso proporzionale che riguarderà il CSM nel 1976 - costituisce, a mio avviso, uno snodo fondamentale per comprendere l'intera storia della magistratura fino ai giorni nostri. Anche se non possono sottacersi gli indubbi guasti di un sistema di "selezione negativa che, a livello di Consigli giudiziari e di CSM, non ha assolutamente funzionato e che ha dato il destro per l'intervento contro-riformatore del ddl attuale.
Un'altra lunga lotta è stata, poi, quella relativa alla rappresentanza numerica dei componenti della Cassazione nel CSM, conclusasi dopo molti anni solo nel 1982 per l' intervento della Consulta con la nota sentenza n° 82, che limitò a 4 (2+2) tale numero, rispetto a quello, sproporzionato, delle prime elezioni del luglio 1959 di ben 8 (6+2) cassazionisti su complessivi 14 togati.

La magistratura ebbe, come noto, un ruolo di particolare importanza nella transizione dal regime fascista al modello democratico per la situazione costituzionale provvisoria che si venne a determinare a causa dell'assenza - fino al 23.4.1956 - della Corte costituzionale, ed esercitò tale ruolo secondo quella linea di "continuismo" culturale che ho già ricordato come cifra significativa del passaggio dall'Italia liberale a quella fascista.
A lungo, quindi, il sistema giudiziario rimase quello istituito dal fascismo, in quanto il pur importante r.d. lgs. n° 511/1946 (cd. legge sulla Guarentigie) nulla aveva modificato circa la posizione e l'influenza della Corte di Cassazione (e del ministro che nominava le commissioni) su tutta la magistratura.
Un ruolo fondamentale svolse - in tale contesto - il comma 2 della VII disp. Trans. della Costituzione, in base al quale - fino all'entrata in funzione della Corte costituzionale - la decisione sulle questioni di costituzionalità rimanese affidata alla Corte di Cassazione.
L'atteggiamento di questa va certamente esaminato sotto un profilo tecnico, ma non può ignorarsene tuttavia la portata politica (come affermò Mortati), a partire dalla sentenza delle SS.UU. del 7.2.1948, Marcianò, che ritenne che la Costituzione fosse "un complesso di norme giuridiche che sono principalmente precettive, ma che possono pure essere soltanto direttive o programmatiche (…) in quanto hanno per destinatario il futuro legislatore ordinario (…), nel senso che pongono principi di cui il legislatore deve curare l'attuazione " (Foro it., II, 1948, c. 57).
Appare doveroso segnalare, sia pure per cenni, la differente (e per anni contrastante) opinione tra Corte di Cassazione e Corte costituzionale sul ruolo che la Consulta avrebbe dovuto svolgere con riguardo al sindacato concernente la legislazione anteriore alla Costituzione.
In tale clima, infatti, che si protrasse fino ai primi anni Settanta, mentre si registrò una significativa consonanza di posizioni culturali ed interpretative tra i giudici di merito e quelli costituzionali, i giudici della Cassazione espressero opinioni opposte.
Al riguardo, per inciso, va ricordato che a livello associativo, attorno al 1957, si manifestò apertamente da parte dei magistrati che svolgevano funzioni di merito la contestazione del sistema allora vigente - in particolare sui concorsi per titoli e sulle relative commissioni - circostanza che portò quasi tutti gli ermellini della Cassazione, nel 1961, a rompere l'unità dell'ANM ed a fondare la loro UMI (che si sciolse, comunque, nel 1979).
Tornando al dissenso con la Corte costituzionale, questo clima di contrasto condusse un autorevole esponente dell'UMI, ancora nel 1972, ad affermare che l'indirizzo della Consulta di ritenersi competente ad esaminare la costituzionalità anche delle leggi anteriori alla Costituzione, le aveva fatto assumere una impropria "funzione politica", mettendone così in dubbio agli occhi dell'opinione pubblica l'altissima funzione giurisdizionale.
Anche queste parole, però, ci fanno ricordare "strani" commenti politici dei giorni nostri sulle decisioni della Consulta, a dimostrazione del fatto che trenta o più anni sono, forse, trascorsi invano per la crescita democratica del Paese.
Ad ogni modo, nonostante questo clima, erano finalmente sorte le due istituzioni più qualificanti ed importanti per il sistema giuridico derivante dalla Costituzione repubblicana: il CSM e la Corte costituzionale, espressioni e strumenti della sovranità del giudiziario in confronto alla sovranità delle assemblee parlamentari.
Forse non avevano previsto, però, i Costituenti quale travaglio avrebbe comportato per il cd. "terzo potere" questa autentica rivoluzione, introdotta per di più in una costituzione "scritta e rigida".
Ed invero, previsioni del tipo:
o "i giudici sono soggetti soltanto alla legge" (art. 101);
o "si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni" (art. 107);
o "la magistratura (giudicante e requirente) costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere" (art. 104);
erano già allora (e la storia successiva lo ha dimostrato) deflagranti ed esplosive. Sia perché esse proclamavano che non vi sarebbero più stati giudici "superiori" o "inferiori" (in senso amministrativo ed ordinamentale); sia perché il corpo giudiziario avrebbe dovuto essere riordinato non solo senza gerarchie né carriere, ma anche in modo assolutamente indipendente ed autonomo verso l'esterno e verso lo stesso versante interno alla magistratura.
La norma-chiave, come ben sappiamo, si rivelò quella dell'art. 101, giacché l'accento posto sull'avverbio "soltanto" comportò e quasi codificò per i giudici non tanto un "obbligo di obbedienza alla legge", quanto l'implicito ed opposto precetto costituzionale di obbligo di "disobbedienza a tutto ciò che legge non è".
Disobbedienza, quindi, al cd. "palazzo", ai "poteri forti", alle "gerarchie interne alla magistratura", all'interpretazione della legge imposta dall'alto come "obbligo di conformazione".
In quella norma, quindi, vi è una sorta di affermazione di un dovere costituzionale di "anticonformismo" del giudice.
La Costituzione repubblicana, instaurando una nuova tavola di valori, portò un profondo rinnovamento anche alla funzione del p.m., ed attuò una completa frattura con il passato.

Il PM uscì risorto a nuova dignità , perché la sua indipendenza ed il suo nuovo carattere giurisdizionale vennero affermati in modo non equivoco da un sistema di norme - collocate sotto il Titolo IV (la Magistratura) - che riguardavano unitariamente sia i giudici sia i magistrati del PM.
La sensibilità storico-politica dei Costituenti individuò, nella attrazione verso la giurisdizione del PM-magistrato, uno strumento capace finalmente di impedire all'azione penale di rimanere - come era stata fino ad allora - mezzo di discriminazione attiva oppure di favoritismo omissivo.
In tale sistema, l'art. 112 divenne per il PM-magistrato l'esatto péndant di ciò che era per il giudice l'art. 101.
Tale opera di crescita di una cultura nuova per i magistrati del PM si potè realizzare compiutamente, però, solo dopo che lo stesso CSM fu messo in condizione di funzionare in senso costituzionalmente adeguato.
Infatti, soprattutto nell'ambito degli uffici del pubblico ministero si è dovuta sviluppare l'azione di difesa "verso l'interno" dell'indipendenza dei singoli sostituti voluta dalla Costituzione, giacché quegli uffici e quell'ambiente erano quelli maggiormente permeati da una lunga e risalente cultura della gerarchia, dell'ideologia del capo e delle direttive che scendevano dall'alto.
Dai problemi dei pretori-pm degli anni Settanta a quelli, più vicini a noi, dapprima dei sostituti presso le preture (con le loro priorità ) ed oggi dei sostituti presso i tribunali (con i loro innumerevoli bisogni), la conquista dell' indipendenza "interna" è stata e rimane una vera guerra.
Solo negli anni Novanta, invero, l'estensione della cd. cultura tabellare all'organizzazione delle Procure ha avviato ad un completamento ancora non concluso il lungo cammino della democrazia, che rischia però - come ben sappiamo - di essere bruscamente interrotto dal nuovo ordinamento giudiziario, forse perché esso appare troppo pericoloso per tutti i "potenti".
Infatti, un PM-magistrato - partecipe della stessa cultura del giudice, garantito da un programma organizzativo voluto e curato dal CSM, che sia realmente autonomo ed indipendente - determina uno scudo imperforabile non solo per la giurisdizione ma soprattutto per i diritti dei cittadini, tutti realmente eguali dinanzi alla legge nello spirito voluto dall'art. 3 Cost.
Un PM-funzionario, viceversa - organizzato gerarchicamente all'interno ed obbediente alle scelte del proprio capo - determinerebbe, come la storia italiana ha già tristemente dimostrato, un insuperabile condizionamento per l'attività del giudice, ridotto ad occuparsi di ciò che "gli altri" (quelli che sanno, possono e capiscono) gli lasciano fare.

Ma tale rivoluzione copernicana si è manifestata, nel sistema, anche con riguardo al rapporto in cui la magistratura è stata posta nei confronti della Costituzione.

Infatti, attraverso il giudizio sulla "non manifesta infondatezza" di una questione di costituzionalità , i giudici ordinari sono divenuti il tramite attraverso cui la questione stessa perviene al "giudice delle leggi".
Questo significa, in altri termini, che la giurisdizione è il luogo privilegiato e deputato alla resistenza dinanzi all'illegittimità della legge.
Ma significa, altresì, che la legge non rappresenta più - come avveniva in precedenza - un "punto fermo" intangibile, sibbene che essa impone al giudice di fare in ogni occasione delle scelte di valore, nel senso che egli deve adempiere alla funzione di leggere le norme ordinarie nel "cono di luce" offerto dalla Costituzione, scegliendo tra più interpretazioni possibili quella costituzionalmente orientata.
Questa maggiore interazione tra giudice e Costituzione l'aveva colta molto bene, sia pure in modo per certi versi critico, il compianto Giovanni TARELLO nel famoso scritto del 1983: "Chi ci salverà dal governo dei giudici ?".
Egli affermò, infatti, che il rapporto di tensione sulla costituzionalità di una legge non si esauriva più nel binomio Parlamento-Corte costituzionale, ma si era diffuso ed aveva permeato tutto il "giudiziario", trasferendo quella tensione "all'ingiù".
Espressione, questa, molto importante perché - come autorevoli commentatori fecero subito rilevare - non possono esservi parole più efficaci per esprimere il senso anti-verticistico, anti-gerarchico, orizzontale e diffuso della giurisdizione, la quale appunto è divenuta - dopo il 1948 - una "giurisdizione all'ingiù", che spetta a tutti i giudici: a quelli "piccoli" ed a quelli "grandi".
La constatazione storica, poi, che ne abbiano fatto maggior uso i giudici "piccoli" dimostra soltanto la mirabile crescita di una forte cultura egualitaria nella magistratura.
Questa crescita, però, non è avvenuta "senza lacrime", giacché ha comportato il sacrificio personale di alcuni magistrati, moltissimi di MD, oggetto di vere e proprie persecuzioni disciplinari (ed altro) dal 1970 in poi: colleghi che abbiamo il dovere di non dimenticare, alla pari di coloro che ci hanno donato l'attuale Costituzione.
E' altrettanto certo, comunque, che essa non si sarebbe potuta realizzare senza il CSM voluto dai Costituenti.
Infatti, se la giurisdizione è uno "strumento di garanzia" per i cittadini, il CSM è stato la "garanzia della garanzia", ovvero la chiave che ha reso possibile un sistema giudiziario almeno tendenzialmente democratico.
Ecco perché, a mio avviso, l'inveramento storico del modello di CSM pensato dai Costituenti è stato ritardato - nella realtà fattuale - fino alla metà degli anni Settanta, ed è divenuto, subito dopo, oggetto di attacchi di varia natura, quali:
o il "piano di rinascita democratica" di Gelli, elaborato già nel 1977;
o le forti iniziative gerarchico-verticistiche degli anni della presidenza Cossiga (1985-92), che tentò di limitare le potenzialità produttive "in entrata" del CSM con la questione degli odg e minacciò l'uso dei carabinieri nella sala del plenum se si fosse discusso di massoneria;
o la riuscita mossa (2002) di limitare le capacità produttive "in uscita" del CSM, mediante la legge elettorale che ha ridotto il numero dei componenti da 30 a 24.
In fondo, il progetto cossighiano non faceva altro che cercare di far rivivere i "bei tempi andati" (durati peraltro fino al 1971), in cui era di fatto il "Signor ministro" a condizionare l'odg consiliare, così regolando o impedendo (all'occorrenza) il flusso relativo alle materie "scottanti" che il Consiglio poteva trattare in un certo momento.
Detto questo, non bisogna tuttavia omettere di ricordare che, accanto a questa importante funzione di garanzia svolta dal Consiglio a partire dalla riforma elettorale del 1976, a lungo (ed ancora oggi) il sistema consiliare ha prodotto errori, discriminazioni e talora arbitrii per il formarsi di "apparentamenti" strani, di cd. "regole del 17 o del 13", soprattutto nell'attribuzione degli incarichi direttivi o di risoluzioni su problemi di uffici che - negli anni - sono stati in varie parti d'Italia oggetto di scelte "politicamente" più impegnative.
In conclusione, questa lunga ricognizione storica ritengo che permetta di affermare che la cd. riforma dell'ordinamento giudiziario è, invece, una vera e propria contro-riforma, che denuncia una chiara "incostituzionalità di impianto" (come ha scritto e detto il prof. ELIA) al di là di quelli che sono stati i singoli punti di "palese incostituzionalità " indicati dal Presidente CIAMPI nel suo messaggio alle Camere del 16 dicembre scorso.
In tale contesto, tuttavia, i peggiori punti di non ammissibile ritorno all'indietro della nostra democrazia sono quelli che riguardano il ruolo dirigistico che si vorrebbe far riprendere alla Corte di Cassazione (con le conseguenziali ricadute a livello di interpretazione conformativa della legge) e la gerarchizzazione di stampo napoleonico che si vorrebbe attribuire alle procure della Repubblica.
Se tutto ciò dovesse malauguratamente verificarsi, vorrei allora chiudere con le parole di una poesia di William Wordsworth:

" se debbo sparire, allora fate ch'io sparisca
prima che la mia fede sia del tutto delusa
e prima che la speranza ed io siamo troppo sepolti
per ricevere il sole del mattino".

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