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"Le relazioni pericolose tra imprenditoria e mafia" di Bernardo PETRALIA

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Un imprenditore parla con l'intermediario del mafioso che fa un po' il doppio gioco:
"…Io l'unica cosa che posso fare….posso utilizzare i suoi mezzi e dargli i soldi anche anticipati! Però a "pizzo" a "tangente" non glieli voglio dare…può fare quello che cazzo vuole…mi può pure uccidere…mi può dare fuoco!….Io gliel'ho detto, vedi che al mio paese la tassa io la pago e lui mi ha risposto: e a me che cazzo me ne fotte! Al paese tuo paghi e qua paghi a me!…Lui mi dice pure: se non paghi vedi che io vado al Comune e ti faccio revocare gli appalti, perché se ti fanno i controlli qualche cosa che non va c'è sempre!…"
Soggiunge il mediatore:
"…e diamoglieli sti soldi…a poco a poco anche!….Vedi…quando tu ti metti in contrapposizione con lui, lui va da chi ti può controllare i lavori e gli scheletri negli armadi li abbiamo tutti!…dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco….diamoglieli e basta!…"
Sono gli esatti, testuali termini di un frammento di conversazione intercettata in un'indagine relativa a fatti di estorsione in danno di più imprenditori ed il suo tenore - all'apparenza tristemente banale - ha l'effetto, invece, di innescare tutto l'allarme del "paradosso" che si consuma con quelle parole. E' lo Stato, con i suoi controlli e le sue sanzioni, a fungere qui da "metodo" d'intimidazione della mafia, instillando nella vittima la prospettiva di esporre l'impresa, restia a cedere al ricatto criminale del "pizzo", alle verifiche "lecite" nella certezza che "…qualcosa che non va c'è sempre!".
I momenti del dialogo evocano subito il difficile e per certi versi ancora irrisolto snodo tra imprenditoria e mafia, rapporto tanto più cruciale quanto più s'innalza il livello di pressione e di intimidazione della seconda, tanto più angosciante quanto più s'allarga l'area dei "valori" destinati ad essere coinvolti dal ricatto mafioso: al di là della compressione della libertà di scelta, della incolumità fisica e della vita stessa della vittima, s'affaccia, nell'area interessata, il più che concreto rischio che a subire le rappresaglie mafiose sia anche l'altrettanto primario "valore" dell'integrità delle strutture aziendali e con esso - indirettamente ma con pari lesività - il bene pubblico della libertà economica e d'impresa.
Un recente seminario, organizzato dall'ANM distrettuale e da Confindustria Sicilia, ha tentato di sperimentare una riflessione sul tema, provocando risposte e prospettive che, nel dilemma tra dovere di testimonianza e prudente reticenza, non sono riuscite tuttavia a prescindere dalla soluzione di un quesito di fondo. Che è poi il quesito che governa l'intero panorama: fino a che punto l'atteggiamento dell'imprenditore nei rapporti con la mafia ricattatrice resta nell'area del lecito? Qual'è, in altri termini, lo spartiacque comportamentale oltre cui la condotta della vittima sconfina nella soggezione collusiva, nel silente ma partecipe consenso ai profitti mafiosi?
E' una risposta non facile né semplice; l'impatto emozionale che sprigiona il contatto con l'imposizione mafiosa non è traducibile in termini di "regole" di condotta per l'imprenditore, non agevola scelte razionali ed anzi si pone, con tutta l'imprevedibilità del caso singolo, come fonte di ambivalenze comportamentali, di insicurezza del pensare e dell'agire, di incontrollata diffidenza.
A rendere ancor più incerto quel limite concorre poi un fattore che potremmo definire "culturale": com'è purtroppo noto, varia da epoca ad epoca il grado di "accettazione" della mafia, del suo "costume" e del fenomeno di metastasi in campo istituzionale che essa genera grazie alla rete di infiltrazione che le è propria; varia così al tempo stesso la considerazione "ideologica" di ciò che è o non è complicità , di chi è partecipe dell'agire mafioso e di chi ne è invece vittima.
Né la normativa in vigore conforta soluzioni idonee a sgombrare il campo da ogni ambiguità .
Oggi, l'imprenditore che, volendo scongiurare sinistri irrimediabili o economicamente disastrosi alla propria azienda, decida di "risolvere" in proprio il problema dell'imposizione mafiosa, non è in grado di trarre dal sistema delle leggi una "regola" da osservare che non sia quella, netta e decisa, della denuncia all'Autorità . Con le conseguenze che la denuncia comporta in termini di esposizione a rischio, presente e futuro.
L'ordinamento, è vero, appresta rimedi che valgono a sorreggere l'imprenditore coraggioso; è in grado di tutelarne l'incolumità attraverso apparati di protezione; elargisce misure economiche di sostegno da vagliarsi in relazione al grado di correttezza della condotta della vittima e all'entità del pregiudizio sofferto; in qualche caso, ancora, i giudici hanno ritenuto di "assolvere", in forza del generale principio dello "stato di necessità ", l'imprenditore che si fosse spinto oltre nelle trattative con gli estortori senza darne conto agli inquirenti, quasi a volerne giustificare l'operato per via della terribile pressione intimidatrice dell'organizzazione mafiosa.
E tuttavia non basta. L'evidente sproporzione tra le parti, il grado massimo di aggressività morale e reale della mafia e la peculiarità , tutta propria dell'attività imprenditoriale, di tenere esposti "a vista" i beni aziendali - i mezzi, i cantieri, gli esercizi commerciali, gli opifici, etc. - alle rappresaglie criminali d'ogni genere (di tipo dimostrativo, simbolico, preventivo o punitivo) esige la promozione di rimedi di maggiore certezza, di confini più netti, entro i quali l'imprenditore sappia di non incorrere, con la sua condotta, nell'ulteriore rischio di vedersi esposto ad indagine penale.
Nessuno può fondatamente negare che una frase, un semplice sfogo con colleghi di lavoro, intercettato dagli inquirenti ad insaputa della vittima, o anche uno strategico immediato assenso al "pizzo" di schietta finalità attendista, possa talvolta scatenare, in capo all'imprenditore "prudente" verso i doveri di denuncia, gli estremi per un'accusa di concorso, penalmente incriminabile alla stessa stregua del reato associativo che, paradossalmente, coinvolge il gruppo degli estortori.
Così come tutti siamo fermamente propensi a credere che l'incondizionata denuncia dell'imprenditore estorto espone lui e i suoi beni ad un ventaglio di azioni aggressive non preventivabili nei tempi e nelle misure.
La delicatezza del terreno su cui si muovono le linee argomentative ora tracciate e la moltiplicazione degli effetti sul "sistema" giuridico, sociale ed economico che scelte troppo "perdoniste" o eccessivamente rigide potrebbero provocare inducono a riflettere con estrema ponderatezza sull'area dei possibili rimedi.
Si è pensato - da parte di alcuni e non da ora - ad un meccanismo di veicolazione delle notizie agli investigatori calibrato su forme di confidenzialità o di anonimato che tengano esenti gli imprenditori da quei rischi di pubblicità e di esposizione; la necessità di varare sul punto una scelta normativo-giudiziaria ha indotto altri a "pensare" l'introduzione di precise "scriminanti" per la condotta di quegli operatori economici che fossero letteralmente giugulati dalla mafia; altra via ancora potrebbe essere quella - è stato anche osservato - di "tipizzare" condotte di concorso esterno all'associazione criminale o di isolarne, per gli imprenditori, la previsione in figure di reato specifiche, così da correggere "letture" troppo pesanti e talvolta ingiuste da parte dell'universo giudiziario per chi è, e resta, una vittima del delitto.
A scelte di tal genere - valevoli più sul piano delle condotte "anomale" e fuorvianti degli imprenditori-vittime che su quello della agevolazione alla denuncia da parte di costoro - non può tuttavia non accompagnarsi una parallela riflessione sui possibili incentivi da offrire a quegli operatori che coraggiosamente scelgono la strada dell'immediata collaborazione con gli inquirenti.
Incentivi che, pur di matrice economica, per essere davvero appetibili, dovrebbero legarsi all'attività d'impresa negli stessi opposti termini in cui il "pizzo" ne rappresenta sovente un carico di spesa.
Perché allora non sostituire - o anche affiancare - alle mere elargizioni premiali forme di vero e proprio "utile" d'impresa, individuabili in significativi sgravi fiscali e sociali oppure, ancora, studiare l'introduzione di titoli di preferenza nella partecipazione a pubbliche gare; perché, inoltre, non assicurare all'impresa soffocata dalla pressione mafiosa, ma al tempo stesso ad essa ribelle, un qualche privilegio nella collocazione delle forniture (ad esempio, per l'area dei lavori pubblici, potrebbe marcarsi una corsia preferenziale in favore delle imprese che avessero dato prova di collaborazione con la giustizia); perché non garantirne beni aziendali e personale dipendente con polizze assicurative d'impegno statale.
Piccoli ma significativi passi risultano in verità già compiuti da parte di qualche amministrazione locale con la creazione di c.d. "protocolli di legalità ", stipulati dall'ente con la classe degli imprenditori, ma il cammino appare ancora lungo e tortuoso.
Così come il dibattito sul punto non può non alimentarsi delle voci e dei contributi che dovessero giungere dai molteplici settori interessati.
Resta un punto da chiarire. E sul quale nessuna indulgenza può consentirsi.
Siamo tutti chiamati a riflettere meglio e di più sulle "relazioni pericolose" tra imprenditoria e mafia, ma gli operatori vanno a loro volta richiamati a responsabilità forti e chiare sul loro ruolo e sul rispetto delle "loro" regole.
La correttezza amministrativa e gestionale deve "precedere" necessariamente ogni considerazione che li riguardi; occorre che gli imprenditori sappiano che l'osservanza delle regole che l'ordinamento esige loro costituisce la prima ed inevitabile difesa da aggressioni criminali che, speculando sui possibili "nei" gestionali, riuscissero per tal via a trasformare lo Stato in complice indiretto del crimine.
Gli "scheletri negli armadi li abbiamo tutti!" - diceva quel malizioso intermediario di mafia - ma è bene che oggi nessuno "scheletro" debba più giustificare quella minaccia.
Finita purtroppo col pagamento del denaro richiesto.

Bernardo Petralia

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