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L'ORGANIZZAZIONE GIUDIZIARIA ANTIMAFIA: UNA LUNGA BATTAGLIA
(relazione di Gioacchino Natoli)
(Palermo, 19 febbraio 2005)

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CONVEGNO
"MAFIA E POTERE"

Sessione
Mafia, legislazione, intervento giudiziario

L'ORGANIZZAZIONE GIUDIZIARIA ANTIMAFIA: UNA LUNGA BATTAGLIA
(relazione di Gioacchino Natoli)
(Palermo, 19 febbraio 2005)


Dico subito che il modulo di "lavoro specializzato di gruppo" per i processi di mafia è stato - ad un certo momento della vita giudiziaria di Palermo all'inizio degli anni Ottanta - una vera e propria necessità per fronteggiare non più sostenibili carenze culturali ed organizzative in ordine all' assoluta ignoranza del fenomeno mafioso in un periodo nel quale venivano uccisi - uno dietro l'altro (a parte rinomati mafiosi) - uomini dello Stato quali Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella e Gaetano Costa.
Ma per giustificare tale affermazione - che può apparire perentoria - ritengo utile un breve flash-back, consistente nel ripercorrere (sia pure in corsa) le vicende degli anni Sessanta/Settanta nonché l' iter dei pochissimi processi di mafia (quattro-cinque) celebrati in quegli anni. Processi (quasi) del tutto falliti anche per l'assoluta inadeguatezza del metodo di lavoro utilizzato per indagare su un fenomeno che non è semplice criminalità , ma parte di un sistema di potere.
Si scoprirà , in tal modo, che lo sviluppo storico è stato molto più lineare di quanto si possa immaginare e, soprattutto, che l'analisi ci conduce (per molti versi) anche al centro di indagini di mafia di questi ultimi anni e settimane.
A riprova del fatto che nelle dinamiche di Cosa nostra la "chiave di lettura" è - molto spesso - riposta in un passato che, per statuto epistemologico, deve essere sempre tenuto presente se si vuole avere un corretto approccio interpretativo con i problemi dell'attualità .
Orbene, ricordiamo tutti che il 30 giugno 1963, alle ore 11.30, nel fondo Sirena di Ciaculli (al confine con Villabate) saltava in aria una "Giulietta" imbottita di tritolo e morivano sette uomini dello Stato, tra carabinieri, poliziotti ed artificieri.
Erano i tempi della cd. "prima guerra di mafia".
In effetti, per limitarci a pochissimi cenni, di auto imbottite di esplosivo ve ne erano state molte in quei mesi. Ad esempio:
Ø il 12 febbraio 1963 una Fiat 1100 era scoppiata, a Ciaculli, dinanzi alla casa di Totò Greco "cicchiteddu", senza fare morti;
Ø il 26 aprile 1963 una "Giulietta" era scoppiata a Cinisi, uccidendo il famoso don Cesare Manzella ed un suo fattore;
Ø e quella stessa mattina del 30 giugno 1963, all'alba però, un'altra "Giulietta" era esplosa a Villabate, dinanzi al garage di Giovanni Di Peri, uccidendo il guardiano ed un passante. Il Di Peri sarà poi trucidato nella cd. strage di Bagheria del Natale 1981 e taluni dei suoi eredi, almeno a leggere i giornali di questi giorni, appaiono forse implicati nelle vicende (anche attuali) della cd. "faida di Villabate/Misilmeri/Belmonte Mezzagno" di questi ultimi anni. Ma su ciò, ovviamente, nulla so e nulla, comunque, potrei dire.
Nonostante il gravissimo sconcerto destato nell'Italia intera dalle vicende del 30 giugno (invero, due auto saltate in aria nel giro di quattro ore non erano facilmente "digeribili" neppure allora), il Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, appena pochi giorni dopo - nello scrivere al Segretario di Stato vaticano Cardinal Cicognani - trovava il coraggio di affermare che "la mafia era un'invenzione dei comunisti per colpire la D.C. e le moltitudini di siciliani che la votavano".
Per chi non lo ricordasse, il Card. Ruffini era colui che aveva - solo poco tempo prima - accolto incautamente l'invito di Piddu Greco "u tenente" (padre di Michele "il papa" e di Salvatore "il senatore") per benedire la nuova chiesa di Croceverde-Giardini e per pranzare - subito dopo - alla di lui tavola ( ). Tra l'altro, nell'ottobre 1965, il Piddu Greco veniva arrestato, ed il 30.5.1966 inviato al soggiorno obbligato dalla Corte di Appello di Palermo ( ).
Era zio, altresì, del giovane avv. Attilio Ruffini, appena venuto da Mantova ma già legale e factotum dei cugini Nino ed Ignazio Salvo, padroni delle esattorie siciliane (avevano, infatti, ottenuto - l'11.1.1963 - il loro primo appalto decennale con una legge regionale approvata anche con il voto di alcuni deputati dell'opposizione).

Ma in quello stesso mese di luglio 1963, all'Assemblea Regionale Siciliana l'on. avv. Dino Canzoneri (gruppo DC) ebbe la tracotanza di affermare che Luciano Leggio era un galantuomo calunniato dai comunisti solo perché "era un coerente e deciso avversario politico" ( ).
Lo Stato reagì alla strage di Ciaculli (almeno formalmente), facendo finalmente funzionare quella Commissione parlamentare antimafia che era stata frettolosamente costituita da qualche mese (febbraio 1963, Presidente il prof. Paolo Rossi), ma che non aveva neppure potuto riunirsi una sola volta, giacché era finita la legislatura.
La Commissione, come noto, era "dovuta" nascere - nonostante i tentativi politici di minimizzare i fatti - a seguito della "guerra di mafia" che stava insanguinando Palermo e che aveva indotto il pur rassicurante "Giornale di Sicilia" ad aprire l'edizione del 20.4.1963 con il titolo "Palermo come Chicago", dopo la sparatoria in pieno giorno nella centrale pescheria "Impero" di via Empedocle Restivo.
Il 6.7.1963, pertanto, svoltesi le elezioni politiche nazionali, il nuovo Parlamento aveva ricostituito subito la Commissione antimafia e ne aveva affidato la guida ad un vecchio giudice meridionale proveniente dalla Cassazione, il sen. Donato Pafundi, che non si era mai distinto né per conoscenze del fenomeno né per attività giudiziaria in processi di mafia. Giova ricordare, per incidens, che della Commissione era divenuto vice-presidente il siciliano Nino Gullotti, preferito al giovane e meno "governabile" Oscar Luigi Scalfaro.
C'era in quel momento (come sempre in casi simili in Italia) la assoluta necessità di una risposta "straordinaria" ad un evento che non consentiva di "nascondere la polvere sotto il tappeto".
Pertanto, in ispecie dopo il varo della nota legge n° 575/1965 suggerita dalla Commissione, si incrementarono le proposte per misure di prevenzione (così esportando l'attività mafiosa, come diranno in seguito i collaboratori, al nord ed in altre zone sane del paese soprattutto nel settore dei sequestri di persona).
I Ministri dell'Interno diedero incarico ai Questori di presentare alla magistratura rapporti di denuncia (quasi sempre "vuoti"), con elenchi di presunti mafiosi, che erano frutto delle confidenze di informatori prezzolati o altrimenti interessati.
Per quanto riguardò Palermo, epicentro del fenomeno, i risultati giudiziari furono oltremodo modesti, per non dire fallimentari, anche se i dibattimenti per "legittima suspicione" vennero celebrati fuori dalla Sicilia (o, forse, proprio per questa ragione).
Si arrivò, così alle "storiche" sentenze di Catanzaro (22.12.1968) e di Bari (10.6.1969), che sancirono la bancarotta dell'impegno giudiziario e repressivo degli anni Sessanta.
Le liste degli imputati erano poco più di un paio, ed in particolare: la prima con coloro che provenivano da Corleone (processo c/Leggio Luciano + 63, istruito da Cesare Terranova) e l'altra concernente i mafiosi palermitani (La Barbera Angelo +116).
Il risultato, come si anticipava, fu di assoluzione per tutte le imputazioni di omicidio e di poche condanne per il reato di associazione per delinquere semplice (non c'era ancora il 416 bis) ad una media di circa quattro anni di carcere, con ulteriori assoluzioni e con pene diminuite ancora di più in Appello.
Proprio nel processo di Bari (10 giugno 1969) fu assolto e scarcerato Totò Riina, che si diede subito a quella latitanza che cessò solo il 15 gennaio 1993.
Bernardo Provenzano, invece, che si era già sottratto alla cattura nel maggio 1964, continua ancora - dopo quasi 41 anni - a godere di una splendida libertà .
Il principale protagonista di quella stagione giudiziaria fu, senza dubbio, Cesare Terranova, il quale curò una imponente istruttoria su una decina di omicidi avvenuti nel corleonese dal 1958 al 1963.
Era il metodo di lavoro però, nonostante l'impegno personale straordinario, ad essere purtroppo inadeguato all'importanza del cimento, per l'assenza quasi totale di prove che potessero resistere alle pressioni ambientali del dibattimento e per il fatto che la filosofia giudiziaria dell'epoca faceva dipendere integralmente pm e giudici istruttori dai soli "rapportoni" delle forze dell'ordine, basati esclusivamente su mere confidenze e su ricostruzioni di polizia molto spesso semplificatrici (se non "romanzate").
Inoltre, il lavoro dei magistrati era assolutamente individuale e non collegato neppure a livello di ufficio istruzione, ove all'epoca - di norma - venivano assegnati giudici che i presidenti del tribunale non ritenevano idonei per vari motivi ai collegi giudicanti (ove potevano sempre redigersi le cd. "belle sentenze" utili per gli esami e la carriera).
Tuttavia, l'impegno non comune del giudice Terranova non sfuggì a Cosa nostra, che, il 26 settembre 1979, lo uccise in segno di "riconoscenza" non appena egli era rientrato in ruolo dopo due legislature trascorse in Parlamento e si profilava la possibilità che divenisse il nuovo capo dell'Ufficio Istruzione.
In particolare, gli era rimasto personalmente grato Luciano Leggio, che gli addebitava un impegno ai suoi occhi ingiustificato, causa prima dell'unico ergastolo da lui subito in Appello a Bari nel 1970, mentre tutti gli altri venivano assolti.
Nel 1963 appunto (come si sarebbe appreso in seguito dai collaboratori) la Cosa nostra della provincia di Palermo aveva deciso di sciogliersi (almeno ufficialmente), in modo da far mancare alla neonata Commissione antimafia l'oggetto stesso dell'indagine.
Tuttavia, le famiglie più avvedute (in particolare quelle di Corleone, di Santa Maria di Gesù e di Cinisi, ma non solo) avevano tenuto in vita le strutture essenziali, mentre l'organizzazione continuava a vivere nelle province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta, Catania ed Enna, rimaste di fatto non toccate dalle indagini.
Quando, dopo le elezioni politiche del 1968 e la fine dei due processi sopra ricordati, Cosa nostra palermitana capì che il "bau bau" dello Stato era scaduto come sempre nella routine (non era stata presentata neppure una relazione "preliminare" sui lavori svolti dall'Antimafia), l'organizzazione si ricostituì nel 1970, affidandosi al famoso triumvirato Leggio-Badalamenti-Bontate.
Invero, in punto di fatto, dalla primavera del 1963 al giugno 1969 quasi tutti gli esponenti di Cosa nostra si trovavano in carcere (ad eccezione di pochissimi latitanti, quali: Buscetta, Greco "cicchiteddu", Badalamenti, Mimì Coppola, Nino Matranga, Giuseppe Panzeca Sr. e Gioacchino Pennino "il vecchio"), per cui sarebbe stato ben difficile per essa continuare ad utilmente operare durante una stagione repressiva che era la prima dopo quella del prefetto Mori del 1925.
Tra l'altro, il processo di Catanzaro (22.12.1968) aveva partorito un "topolino", ove si pensi - ad es. - che imputati del calibro di Badalamenti, Leggio, Coppola, Matranga, Panno ed Antonino Salamone vennero addirittura assolti dal reato associativo.
Ancora peggiore era stato l'esito della sentenza della Corte di Assise di Bari del 10.6.1969, giacché furono assolti tutti gli imputati "corleonesi" sia dalle numerose imputazioni per omicidi commessi nel periodo 1958/1963 sia dallo stesso reato associativo (fu condannato il solo Riina - ad anno uno mesi sei di reclusione - per la falsa patente trovatagli in occasione della cattura in data 15.12.1963).
Sarebbe stata poi la Corte di Assise di Appello di Bari il 23.12.1970, in riforma della precedente sentenza che aveva destato sconcerto nell'opinione pubblica, a condannare Luciano Leggio all'ergastolo per l'omicidio del capo-famiglia di Corleone, dott. Michele Navarra, avvenuto il 2 agosto 1958.
E, proprio per dare un segnale tangibile alla cittadinanza palermitana della ripresa ufficiale dell'attività , Cosa nostra organizzò la "strage di via Lazio" il 10 dicembre 1969 e, un anno dopo (nella notte del 31 dicembre 1970), fece esplodere le cd. "bombe di Capodanno" dinanzi a tre edifici pubblici palermitani, dandone incarico all'emergente Francesco Madonia da Resuttana ed al suo giovanissimo rampollo Antonino.
Madonia padre venne processato per detenzione illegale delle armi e degli esplosivi rinvenuti nel suo fondo Patti a Pallavicino, e condannato qualche anno appresso ad una "poco esemplare" pena di soli due anni di reclusione. Nessun inquirente, però, aveva capito il significato di quelle tre esplosioni contemporanee (palazzo EMS, Ass. Agricoltura e Anagrafe di via Lazio): sarebbero stati poi i collaboratori, nel 1987, a spiegarlo ai magistrati, facendo loro mettere insieme i pezzi di un puzzle che erano rimasti per quasi vent'anni - per la polizia giudiziaria - accuratamente isolati, separati e non compresi.
Intanto, nella notte sull'8 dicembre 1970, a Roma (ed anche a Palermo) vi era stato il tentativo di golpe del "principe nero della X MAS" Junio Valerio Borghese.
Per Cosa nostra - già in grado da subito di riprendere tutte le sue importanti "relazioni politiche esterne" - avevano preso parte alla trattativa con i golpisti i più autorevoli esponenti di vertice palermitani e catanesi, chiedendo in concambio l'impegno alla revisione del processo in corso a Bari a carico del latitante Leggio per l'omicidio Navarra (nel quale il PM aveva in quelle settimane chiesto l'ergastolo), nonché l' "aggiustamento" del processo di Perugia che nel 1969 aveva visti condannati all'ergastolo Vincenzo e Filippo Rimi per l'omicidio di Toti LUPO LEALE, a seguito delle accuse della coraggiosa madre Serafina Battaglia.
Il golpe, come sappiamo, fu improvvisamente bloccato mentre era in corso di svolgimento, ma comunque dopo che un manipolo di ardimentosi era entrato nell'armeria del Viminale rubando dei mitra MAB (ritrovati, qualche anno dopo, nella disponibilità di terroristi di destra a Roma) e dopo che un reggimento del Corpo Forestale aveva sfilato - in armi - per via dei Fori Imperiali.
A Palermo, secondo quanto dichiarò ai giudici nel 1987 uno strano personaggio dell'eversione di destra (Alberto Volo), era già stata occupata la sede RAI di via Cerda (ad opera di esso Volo e di altri) ed era stata sul punto di essere invasa la Prefettura (ove il Cap. CC. Giuseppe Russo, quello stesso poi ucciso a Ficuzza da Bagarella nell'agosto 1977, avrebbe dovuto prendere in consegna il Prefetto e sostituirlo personalmente nella funzione).
Cosa nostra, dunque, riprese "alla grande" la propria attività , uccidendo il Procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Scaglione (5.5.1971) e sequestrando (8.6.1971) Pino Vassallo (figlio del noto costruttore Ciccio Vassallo) nonché (16.8.1972) nel cuore di via Principe di Belmonte, alle ore 13.30, il giovane Luciano Cassina, figlio dell'influente conte Arturo, uomo dell'establishment politico-imprenditoriale, ma soprattutto legato al potentissimo Vito Ciancimino (il sequestro durò sette mesi e si concluse nel febbraio 1973).
Ad arricchire il quadro, il 30 marzo 1973 si era presentato alla Squadra Mobile di Palermo il giovane "Leuccio" Vitale, che aveva confessato di appartenere alla famiglia di Altarello di Baida ed aveva svelato (11 anni prima di Buscetta) la struttura, le regole di Cosa nostra, il ruolo di Riina e di Calò ed aveva indicato il nome di consiglieri comunali di Palermo appartenti alla sua stessa famiglia mafiosa.
Da questa temperie scaturì, come sempre in questi casi, il cd. "processo dei 114" (c/Albanese Giuseppe+74), avente per oggetto la sola imputazione di associazione per delinquere semplice.
La sentenza di 1° grado (Pres. Gallo), resa il 29.7.1974 ( ), vide condannare solo 34 imputati (tra cui, invero, Badalamenti, Pippo Calderone, Buscetta, Coppola, Leggio, Gerlando Alberti Sr., Bontate e Riina).
Le pene, però, furono risibili (ad es.: Buscetta a 2 anni 11 mesi; Bontate a 3 anni; Riina a 2 anni e 6 mesi), tranne che per Badalamenti, Calderone, Leggio ed Alberti.
In Appello (1^ sez., pres. Gristina), in data 22.12.1976 ( ), le condanne riguardarono solo 16 imputati e la stessa conferma della significativa condanna di Badalamenti ne ridusse però la pena ad anni 2 gg. 15 di reclusione (la sentenza divenne definitiva il 28.11.1979).
Del pari, il processo scaturito dalle dichiarazioni del Vitale (ritenuto affetto da "struttura schizoide" e perciò semi-infermo di mente) si concluse il 14.7.1977 ( ) davanti alla 2^ Assise (pres. Aiello) con la condanna a 25 anni di reclusione del Vitale per gli omicidi confessati ma con l'assoluzione dagli stessi di tutti i chiamati in correità (a cominciare dal Calò).
Le condanne per il reato associativo riguardarono solo 9 imputati (tra cui i latitanti Calò e Rotolo, puniti con 7 e con 5 anni e 6 mesi di reclusione).
Nessun cenno, nella scarna motivazione di appena 65 pagg., a Cosa nostra ed alle sue strutture.
In Appello (29.10.1980, Pres. Faraci) ( ), però, tutti i condannati venivano assolti (ad eccezione dello zio del Vitale e di Scrima Francesco) per insufficienza di prove e Leuccio Vitale veniva inviato al manicomio giudiziario per 5 anni.
Il Vitale, come sappiamo, venne immediatamente ucciso da Cosa nostra l'11.12.1984, appena tornato in libertà .
Intanto, il 10.2.1972, la Commissione antimafia (pres. Cattanei) depositava finalmente la sua prima relazione dopo 9 anni, il cui unico merito era quello di dire - pur tra molte interessate reticenze - che la mafia si distingue dalle altre organizzazioni similari "in quanto si è continuamente riproposta come esercizio di autonomo potere extra-legale e come ricerca di uno stretto collegamento con tutte le forme di potere pubblico, per affiancarsi ad esso, strumentalizzarlo ai suoi fini o compenetrarsi nelle sue stesse strutture" ( ).
L'importanza storica di questa affermazione da anni non sfugge più a nessuno.
Allora, però, passò quasi inosservato il fatto che quella frase certificava un vero e proprio salto di qualità : il passaggio dalla concezione culturale - fino ad allora imperante - della "mafia come antistato" al paradigma della mafia come "parte del sistema di potere".
La Relazione di minoranza conclusiva del 1976 (a firma di Pio La Torre) non solo approfondiva questa importante acquisizione, ma la arricchiva di alcuni nomi pesanti (a cominciare da Lima e Ciancimino).
Tuttavia, a mio avviso, l'episodio più emblematico circa l'assoluta inadeguatezza di quel metodo, collegato direttamente all'individualismo dei giudici di quel tempo, è forse quello delle dichiarazioni confidenziali di Giuseppe Di Cristina al Cap. CC. Alfio Pettinato, che vennero rassegnate (con il cd. "rapporto rosso" del 23.8.1978) al G.I. di Palermo che si stava occupando del processo per l'omicidio del Ten. Col. Russo, per il quale erano in carcere tre pastori che la storia futura avrebbe dimostrato del tutto estranei ai fatti, come peraltro la tipologia stessa dell'omicidio avrebbe dovuto fare capire.
In detto rapporto, come noto, il capo-mandamento di Riesi - forse sentendosi prossimo alla vendetta degli avversari - aveva anticipato (al solito come confidenze) la trasformazione che la mafia stava subendo ad opera dei "corleonesi" e le linee della "seconda guerra di mafia" (se pur in forma auto-assolutoria non solo per sé ma anche per la fazione dei suoi sodali Bontate e Badalamenti).
Ma ciò che mi pare rilevante è il fatto che l'importanza di quelle notizie (anche se in fieri e da sviluppare) sarebbe emersa solo a distanza di alcuni anni, dopo che la "guerra di mafia" aveva mietuto centinaia di omicidi.
Era il metodo, infatti, ad essere del tutto errato, giacché fatti complessi ed intimamente legati fra di loro (come quelli di Cosa nostra) venivano assegnati sia ai PP.MM. sia ai GG.II. con criteri burocratici e di assoluta casualità , facendo sì che a distanza di una sola porta episodi uguali facessero parte di processi differenti.
Non può non segnalarsi poi, a mo' di esempio, la inquietante circostanza che nei rapporti di p.g. degli anni Settanta era letteralmente scomparso ogni cenno alla parola "commissione", nonostante che in un capo di imputazione (formulato nel lontano 1965) del processo di Catanzaro si fosse contestato espressamente ad alcuni imputati:
"… di aver formato una commissione di mafia, che decideva le sorti dei mafiosi" ( ).
Intendo dire che il grave insuccesso di quei pochi (ma significativi) processi o aveva fatto sparire negli organi di polizia la stessa nozione dell'organismo centrale ed essenziale della struttura di Cosa nostra (termine, quest'ultimo, mai usato in alcun atto giudiziario prima della collaborazione di Buscetta) oppure, in alternativa, che vi era stata una tale auto-censura da parte della p.g. da indurla a non dovervi più fare cenno.

La conseguenza diretta di tale degradato stato di cose fu - come osserverà amaramente anni dopo Falcone in uno dei suoi scritti - che "i problemi sono aggravati da inadeguate conoscenze del fenomeno mafioso da parte della magistratura e così, di fronte ad una organizzazione come la mafia, che si avvia a diventare sempre più monolitica ed a struttura verticistica e centralizzata, vi sono ancora pronunce di giudici che fanno riferimento ad una sorta di del fenomeno mafioso, ipotizzando l'esistenza contemporanea di associazioni distinte" ( ).
Ed ancora, in un altro suo scritto: "io ricordo il periodo in cui, dopo la repressione giudiziaria della mafia avvenuta nei primi anni Settanta (allora non si parlava di maxi-processi e non destava scandalo la instaurazione di processi contro numerosi imputati), si è operato in Sicilia come se la mafia non esistesse, tanto che per lunghi anni nessuno veniva denunziato per associazione per delinquere. Ebbene, quando nei primi anni Ottanta il fenomeno è esploso in fatti di violenza inaudita, e quando tanti magistrati e pubblici funzionari sono caduti, con ritmo incalzante, sotto il piombo mafioso, le conoscenze del fenomeno erano ormai assolutamente inedeguate" ( ).

La nomina di Rocco Chinnici a Cons. Istruttore di Palermo (28.1.1980) comincerà ad invertire la tendenza di quella disastrata realtà giudiziaria, giacché la sua non comune capacità di lettura del problema-mafia e la forza di carattere fecero sì che egli innovasse il metodo di lavoro, assumendo su di sé la gran parte delle principali istruttorie sugli omicidi, in un tentativo (tutto da perfezionare) di visione strategica del fenomeno e di convolgimento più diretto di alcuni magistrati di quell'Ufficio, a cominciare da Borsellino e da Di Lello, cui assegnò sempre più complessi processi di mafia riguardanti, in particolare, fatti ed aree omogenei.
L'ottica, però, rimaneva quella di singole assegnazioni a singoli GG.II., essendo stato anche Chinnici condizionato da una lettura delle norme del cpp e dell'ord. giud., che volevano il G.I. come giudice monocratico per eccellenza (subito dopo il pretore).
Sarebbe stato poi il suo successore, Antonino Caponnetto, a perfezionare quella intuizione col prospettare una nuova lettura dell'art. 17 delle Disp. Reg. del cpp, che gli permise di assegnare formalmente a se stesso circa duecento processi, ma di delegarne contestualmente l'istruttoria ad altri giudici, in tal modo realizzando il primo vero lavoro in pool. In ciò Caponnetto sfruttò al meglio l'esperienza degli uffici del nord nei processi di terrorismo, ove quella formula era già stata sperimentata senza provocare nullità .
Ad ogni modo, era stato l'arrivo di Falcone all'Ufficio Istruzione (1980) e, soprattutto, la felice intuizione di Chinnici di assegnargli il "processo Spatola" a realizzare una svolta decisiva nella storia giudiziaria di Palermo e dell'Italia.
Infatti, la sua determinata convinzione che bisognasse strategicamente accompagnare ogni istruttoria di mafia con indagini bancarie e societarie, avrebbe fatto toccare con mano a tutti l'impossibilità di gestire processi di quelle dimensioni da parte di un solo magistrato.
Falcone vi riuscì mirabilmente con il "processo Spatola" (riguardante ben 75 imputati e 90 capi di imputazione) ( ), ma probabilmente non sarebbe stato in grado - da solo - di mettere in piedi e di gestire il maxi-processo.
L'occasione di quella straordinaria indagine bancario-societaria su Spatola & C. gli era stata offerta - a mio ricordo - da un altro paradosso del periodo precedente.
Era avvenuto, infatti, che sul cadavere di Giuseppe Di Cristina (ucciso in Palermo il 30.5.1978) fossero stati rinvenuti ben 300 milioni di lire in assegni circolari di piccolo taglio, intestati a decine di nominativi diversi (tutti o quasi mafiosi).
Orbene, il sistema di assegnazione "non strategico" aveva fatto sì che il G.I. incaricato, accertando che quegli assegni erano stati emessi a Napoli, ne disponesse lo stralcio e l'invio per competenza a quell'A.G. senza neppure pensare all'utilità di estrarne fotocopia da allegare agli atti del processo per l'omicidio, che rimaneva comunque in carico a lui.
Giovanni Falcone, intercettando casualmente qualcuno di quegli assegni circolari nell'indagine Spatola, era riuscito faticosamente a recuperare tutti i titoli bancari ed a scoprire che si trattava della redistribuzione degli utili di un importantissimo traffico di TLE e di stupefacenti.
La "santa barbara" così innescata, soprattutto sul versante dei rapporti societari che erano venuti alla luce, fece comprendere che quelle indagini - oltre ad essere auto-alimentanti (nel senso che ognuna ne faceva aprire altre dieci) - dovevano avere carattere sistemico e dovevano essere organizzate con filosofia tutt'affatto diversa.
Falcone, però, al di là di tutto, aveva posto il vero problema dei processi di mafia: ovvero, che il metodo di lavoro non è affatto "neutro" rispetto all'obbiettivo che si vuole raggiungere, di talché la scelta organizzativa contiene già in sé una opzione di risultato.
Aspetto, questo, che soprattutto le vicende degli anni successivi avrebbero dimostrato essere il vero cuore di una "guerra mai finita".
Le vicende tragiche di quel periodo, in particolare gli omicidi eccellenti del 1980/82 nonché la sconvolgente uccisione di Rocco Chinnici (29.7.1983), fecero accendere una nuova attenzione nazionale su Palermo e sui suoi uffici giudiziari.
L'arrivo del Cons. Caponnetto, nel novembre 1983, portò alla svolta organizzativa cui si è fatto innanzi cenno.
In particolare, cambiò a Palermo radicalmente il modo di interpretare il lavoro quotidiano, sulla scorta delle pregevoli e proficue esperienze sempre più divulgate dai colleghi che si occupavano di terrorismo, i quali avevano addirittura creato un network di scambio di informazioni e di atti che li vedeva incontrarsi periodicamente in varie città italiane.
Il metodo di lavoro in pool comportò, all'Ufficio Istruzione, che nulla più potesse essere acquisito in indagini di mafia senza che gli originari quattro colleghi del pool non fossero informati in tempo reale. Era l' "uovo di Colombo", ma a Palermo le cose più ragionevoli sono le più difficili da realizzare.
L'abnegazione ed il carattere dolce (ma allo stesso tempo tenace) di Nino Caponnetto fece il resto. Nessun G.I., ancorché non facente parte del pool, poteva più ignorare che non doveva più essere una monade isolata, ma la tessera di un mosaico.
Coloro che non condivisero quella filosofia - che venne comunque accompagnata da un imponente lavoro di "alfabetizzazione culturale" anche a livello di incontri organizzati dal CSM (memorabile l'incontro di Castelgandolfo, forse dell'autunno 1984, con relazione congiunta Falcone-Turone) - trovarono ben presto il modo per chiedere il trasferimento ad altro ufficio.
La stessa Procura di Palermo, in previsione dell'apprestamento di requisitorie scritte sempre più impegnative, dovette strutturarsi in modo tale da avere dei sostituti che seguissero a tempo pieno l'andamento dei processi che pure erano stati "formalizzati".
Tutto ciò avveniva in un momento di difficile transizione nella magistratura tra un potere giudiziario (per dirla con Viazzi) "arretrato, subalterno alla logica politica dominante, sintonizzato con una strategia politica di conservazione degli assetti economici, sociali ed istituzionali esistenti" ( ) ed un nuovo potere giudiziario avanzato, vitale e professionalmente evoluto, autonomo dalla logica politica dominante e da ogni altra logica politica contingente.
Per cui, quel modello di lavoro in pool contro la criminalità mafiosa si calava nella più vasta problematica dell'organizzazione degli uffici.
E, a tal riguardo, basti ricordare che lo stesso CSM si rese conto dell'importanza della rivoluzione, dedicandovi un apposito incontro di studi (Fiuggi, 12-13 luglio 1985), nel quale l'allora Consigliere superiore Franco Ippolito riconobbe ufficialmente che "l'organizzazione degli uffici e la gestione dei processi di mafia ponevano questioni importanti per l'assetto ed il ruolo della magistratura" e che "il nuovo percorso era iniziato proprio nel 1982, segnando una svolta per la magistratura e per il CSM" ( ).
Tuttavia, questa ricostruzione sarebbe incompleta, se non si facesse cenno all'opera - ora strisciante ora più visibile - di quanti opposero a tale modo di lavorare il richiamo strenuo alla vecchia filosofia che voleva il giudice istruttore una monade, che nella sua "turris eburnea" partoriva le indagini.
In particolare, ciò che veniva - in modo sempre più virulento - contestato era l'idea di Falcone e del pool che al G.I., ai sensi dell'art. 299 cpp (1930), incombesse l'obbligo di indagare autonomamente pur in assenza di attività efficaci da parte del PM e della polizia giudiziaria: "il g.i. ha l'obbligo di compiere prontamente tutti gli atti che appaiono necessari per l'accertamento della verità ".
Questo punto va - soprattutto oggi - messo nel necessario rilievo, perché sono proprio di queste settimane i rinnovati tentativi di sottrarre al PM il potere di iniziativa nella ricerca della notitia criminis.
Si tratta, come ognuno può ben vedere, di un problema risalente ma che - all'evidenza - sta ancora tanto a cuore a "qualcuno" da non essere stato accantonato, nonostante sia cambiato il codice, siano scomparsi certi protagonisti e siano trascorsi vent'anni da quei momenti.
Dunque, da quel novembre 1983, il metodo di lavoro fu imperniato su una specializzazione sempre più accentuata e, soprattutto, su un continuo ed approfondito scambio di informazioni. Tra l'altro, si instaurò un sistema di confronto costante, in modo da permettere l'esatto ri-posizionamento in "tempo reale" delle conoscenze del pool sulle dinamiche di Cosa nostra.
In questo clima, e solo così, potè vedere la luce la prima sentenza-ordinanza dell'8.11.1985 e potè avere avvio il primo maxi-processo.
Tuttavia, la assoluta rivoluzione copernicana introdotta dal metodo-Falcone fu oggetto - da subito - di una azione di logoramento che, in certi momenti, divenne vera e propria guerra.
Sono a tutti noti, ormai, gli attacchi di qualsiasi natura portati a quel gruppo di lavoro (frattanto giunto a sei unità e mutato in alcuni dei suoi componenti), che culminarono nello squallido episodio della mancata nomina di Falcone a Cons. Istruttore di Palermo.
Non si trattò, infatti, soltanto di una fiera opposizione all'uomo ed al magistrato Falcone, ma della punta più avanzata ed arrogante dell'attacco al "suo metodo di lavoro", ancor più significativo perché avveniva nel momento in cui migliori e storici sembravano essere i risultati ottenuti.
Il CSM, con quella scelta del 13 gennaio 1988, consegnò se stesso ad una memoria collettiva non commendevole, come in plenum ebbero a dire chiaramente taluni dei dieci consiglieri che votarono per Falcone.
Si trattò, invero, non della nomina ad un incarico direttivo, ma soprattutto di una chiarissima scelta di campo, avente per obbiettivo la "filosofia organizzativa" che lo Stato-giurisdizione si voleva dare nel condurre indagini sulla mafia.
Il "metodo-Meli" mostrò subito di essere il ritorno al medio-evo organizzativo ed investigativo, con lo smantellamento del pool e con la festosa révanche di chi mai aveva sopportato il sistema della specializzazione contro la mafia e di chi aveva sempre osteggiato l'uso dei collaboratori di giustizia.
Le sponde in quegli anni, istituzionali e mediatiche, furono numerose in ogni momento, di talché il pool dell'Ufficio istruzione fu distrutto.
Falcone, ad ogni modo, forte delle sue convinzioni (a maggior ragione dopo che gli esiti processuali ne avevano dimostrato la fondatezza) tentò inutilmente, con il sopraggiungere del nuovo cpp, di esportare quel metodo nella Procura della Repubblica: ma sappiamo tutti cosa accadde.
Attenzione, però: non bisogna pensare che l'azione di contrasto a lui venisse portata avanti in modo frontale. Nient'affatto.
L'azione più velenosa fu sempre "carsica" e "burocraticamente ineccepibile", ancorché egualmente corrosiva, vischiosa, defatigante.
Per dirla con le parole di un magistrato, che fu testimone attento e diretto di quella stagione, si ebbe cura di usare sempre il sistema delle "carte a posto".
Ma Falcone, nonostante la sua indomita tempra di combattente, uscì sfibrato da quella guerra e - al fine di evitare un invischiamento quotidiano in quel "tritacarne" - decise alfine di accettare l'invito del ministro Martelli di andare a fare il Direttore generale degli Affari penali.
A partire dal marzo 1991, però, da quella mai sperimentata postazione strategica (cosa che nessuno di noi allora comprese), attaccò nuovamente con la sua rivoluzionaria idea organizzativa sulle indagini di mafia, fino a farla divenire atto avente forza di legge, alcuni mesi appresso, con il DL n° 367, che istituì le DDA nelle procure.
Nella formulazione legislativa di quel metodo riversò non solo tutta la sua esperienza giudiziaria ma, soprattutto, tutti i prevedibili rimedi alle infinite trappole che erano state tese a lui (ed a quanti credevano in quel sistema).
Ecco il perché della sua attenzione spasmodica alla formulazione dell'art. 70-bis cpp, sia con il forte riferimento alle attitudini ed alle esperienze specifiche per far parte della DDA (e non già all'anzianità ) sia - e soprattutto - con l'uso delle meditate parole "il procuratore distrettuale cura, in particolare, che i magistrati addetti ottemperino all'obbligo di assicurare al completezza e la tempestività della reciproca informazione sull'andamento delle indagini".
Ognuno di quei lemmi è il distillato dell'esperienza (molto spesso negativa) maturata da Falcone nel corso della sua vita professionale: mi verrebbe da pensare che dietro a ciascuno di essi c'era un volto, il ricordo di una nota burocratica oppure di un ostacolo fantasioso frapposto da qualcuno per impedire o ritardare un'indagine.
In altri termini, Falcone aveva ritenuto - con l'ottimismo della volontà - di avere preservato (al massimo livello possibile) quel metodo di lavoro dal pericolo di una futura "cancellazione" nel momento in cui lo consegnava alla forza vincolante della legge.
"Cancellazione" che aveva dovuto sperimentare sulla propria pelle ai tempi del Cons. Meli, allorché dovette assistere impotente (ottobre 1988) allo smembramento - con un tratto di penna - di importanti filoni di indagine che, con fatica inimmaginabile, aveva messo insieme negli anni per costruire un efficace mosaico investigativo (ad es., i cd. omicidi politici, i Cuntrera e Caruana, gli omicidi strategici della guerra di mafia, gli appalti pubblici mafiosi etc.).
Era la prima volta, comunque, che in Italia un metodo di lavoro giudiziario - almeno nel settore penale - veniva stabilito per legge.
Ma, ucciso Falcone nel maggio 1992, quel metodo di lavoro trasfuso nelle DDA ebbe a subire, egualmente, degli ostacoli inattesi.
Intendo riferirmi alla circolare del CSM del febbraio 1993, con la quale in modo improvvido si ritenne di porre dei limiti temporali (6 anni) alla permanenza dei sostituti nelle DDA.
Ciò contrastava frontalmente non solo con la convinta idea di Falcone che le indagini antimafia dovessero essere condotte da magistrati sempre più specializzati, ma soprattutto con la lettera della legge istitutiva delle DDA, che aveva previsto un tetto massimo (peraltro di 8 anni) solo per la funzione direttiva apicale di PNA.
Ma in quella circolare del CSM vi era (se possibile) anche qualcosa di più.
Nella relazione di accompagnamento, si diceva tra l'altro - per giustificare l'intervento para-normativo dell'organo di governo autonomo - che "appare, infatti, necessario evitare sia la creazione di veri e propri centri di potere … sia una eccessiva personalizzazione di funzioni così delicate" ( ).
Ritornava, così, inaspettatamente dopo le stragi il réfrain tante volte utilizzato negli anni Ottanta contro Falcone, secondo cui fare antimafia determinava l'accumulazione di "potere" da parte di potenziali "professionisti dell'antimafia". Ma potere verso chi, verso che cosa ? La domanda è rimasta sempre priva di risposta.
Era un chiaro indice, però, del fatto che un apparentemente "semplice" metodo organizzativo per fare indagini sulla mafia era interpretato da taluni nel paese, anche a livello di CSM, come un problema di potere !
Le vicende successive, su questo terreno, sono altrettanto significative.
I tentativi degli anni successivi di fare modificare su un punto così qualificante la circolare sulle DDA sono purtroppo andati a vuoto, anche se (da ultimo nell'ottobre 1999) con maggioranze consiliari sempre meno vaste.
Tuttavia, il limite temporale attuale degli 8 anni (ripeto, del tutto incoerente con le ragioni della legge istitutiva) ha raggiunto la dimostrazione massima della sua incongruenza soprattutto quando dalle DDA sono dovuti andar via per tale motivo proprio i magistrati più esperti e specializzati, per cui questa struttura - che avrebbe dovuto essere strategica nell'elaborazione di schemi di intervento investigativo - rischia non solo di "burocratizzarsi" (giacché i passaggi al suo interno sono rapidi ed insufficienti) ma, cosa più grave, ha perso quello slancio vitale che l'idea fondante di Falcone aveva pensato di attribuirle.
Più recenti decisioni dell'organo di autoverno, poi, hanno ulteriormente aggravato tale quadro allorché hanno tarpato anche la possibilità di mantenere nell'incarico i procuratori aggiunti, per cui non credo di essere molto lontano dal vero nell'affermare che, probabilmente, l'intero modello organizzativo dovrebbe essere ormai ripensato ab imis. Tra l'altro, i limiti temporali di permanenza nelle funzioni che il progetto di nuovo ord. giud. prevede per tutti i semi-direttivi, non farebbero che aggravare la situazione.
Così, ancora una volta, i fatti stanno dimostrando che il "modello organizzativo" per i processi di mafia, forse perché anche questa è un segmento del potere, non è affatto neutro e non è immune da interferenze esterne al "giudiziario".

In conclusione, dunque, se a dire degli storici memoria è "ricordo collettivo" ma soprattutto "ricostruzione del contesto", spero che questa mia sintesi possa contribuire a non fare disperdere né le "grandi storie" di una "lunga battaglia" né le non meno importanti "piccole storie con la minuscola", che insieme hanno formato la storia giudiziaria del paese e di Palermo.