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Nuova pagina 2

Dalla rivista "Segno - mensile" (Palermo, anno XXXI, n° 262 - febbraio 2005)
diretta dal padre redentorista Nino Fasullo
EDITORIALE
Come ai tempi di Cesare Borgia

Nuova pagina 1


1. Dedichiamo questo fascicolo alle vittime di Cosa Nostra. A quelle che sono morte perché la contrastavano. Alle altre che di essa vivevano: anche loro hanno bisogno di giustizia. Il fascicolo contiene il testo della motivazione della sentenza della Corte di Cassazione a carico di Giulio Andreotti emessa il 15 ottobre 2004. Lo affidiamo alla riflessione dei lettori, alle loro valutazioni e eventuali critiche. Noi accenniamo a qualche rilievo.

2. Sono note le polemiche suscitate dal processo - che secondo alcuni non doveva neppure iniziare - e dalle sentenze che l'hanno accompagnato: la prima del Tribunale di Palermo (assolutoria); la seconda della Corte di Appello di Palermo (prescrizione per i reati commessi fino al 1980, assoluzione per quelli degli anni successivi); la terza, di cui pubblichiamo la motivazione, fa propria la sentenza della Corte territoriale. Come prevede l'ordinamento italiano la sentenza della Cassazione chiude la vicenda giudiziaria. E così sia. Ma qualche problema, non giudiziario, resta. Gli uomini, i fatti, i significati, e soprattutto le conseguenze di tutto ciò che è accaduto, non possono essere rimessi negli archivi. Vi sono implicate e intrecciate troppe vite umane, aspetti della società , della politica, della morale, della religione. Grondano sangue e dolore. Difficilmente un istituto giudiziario può comprendere e dare forma adeguata alla densità umana e storica dei fatti cui il processo fa riferimento. È saggio, dunque, sostare e riflettere. E ricordare. Perché senza memoria, rispettosa, dei morti soprattutto, non c'è giustizia né futuro né libertà . Per questo le pagine della motivazione sono limitate. Sono solo un lembo, la superficie di una storia di violenze e, in parte, di sconfitte civili e morali che riguardano un intero popolo.
Cosa nostra è stata (ed è) una organizzazione criminale di siciliani che hanno commesso (e commettono) ai danni di altri siciliani (e non solo) iniquità e violenze di ogni genere. Senza che nessuno li fermasse. Senza che, in particolare, li fermassero coloro che ne avevano il compito pubblico, ufficiale. Pertanto, Cosa nostra è stata (e continua a essere) un fenomeno inaccettabile sotto ogni punto di vista. Da contrastare senza la più tenue indulgenza.

3. C'è un punto, molto preciso, della motivazione che dà la misura della gravità dei fatti e delle responsabilità . Riguarda i due viaggi in Sicilia di Giulio Andreotti per ottenere dai mafiosi di non uccidere Piersanti Mattarella. Scrivono i giudici della Corte di Cassazione, che fanno propria la sentenza della Corte di Appello di Palermo:

"La Corte territoriale ha affermato [quella di Cassazione l'ha ritenuto corretto, ndr] che il sen. Andreotti aveva avuto piena consapevolezza che i suoi referenti siciliani (Lima, i Salvo e poi anche Ciancimino) intrattenevano amichevoli rapporti con alcuni boss mafiosi; che egli aveva, quindi, a sua volta, coltivato amichevoli relazioni con gli stessi boss; che aveva palesato ai medesimi una disponibilità non necessariamente seguita da concreti, consistenti interventi agevolativi; che aveva loro chiesto favori; che li aveva incontrati; che aveva interagito con essi; che aveva loro indicato il comportamento da tenere in relazione alla delicatissima questione Mattarella, sia pure senza riuscire a ottenere, in definitiva, che le stesse indicazioni venissero seguite; che aveva conquistato la loro fiducia tanto da discutere insieme anche di fatti gravissimi (come appunto l'assassinio del presidente Mattarella), nella sicura consapevolezza di non correre rischio di essere denunciati; che aveva omesso di denunciare le loro responsabilità , in particolare in relazione all'omicidio del presidente Mattarella, malgrado potesse al riguardo offrire utilissimi elementi di conoscenza.

4. Incredibile. Secondo gli accertamenti dei giudici, Giulio Andreotti scende due volte in Sicilia - una volta, da presidente del consiglio, "nella tenuta degli imprenditori Costanzo 'La Scia' presso Catania", un'altra, "in una villetta appartenente a Inzerillo in prossimità di Palermo" - per incontrare i vertici di Cosa nostra (ovvero della criminalità organizzata) al fine di dissuaderli dall'uccidere il presidente della regione, ovvero per "stabilire ["discutere insieme", sic] come intervenire per limitare l'azione dell'uomo politico [Mattarella] ritenuta pregiudizievole degli interessi economici del sodalizio [mafioso]".
Dunque, Andreotti era in grado di incontrare personalmente i capi della mafia, di cui conosceva piani e scelte di singoli crimini di sangue, e di trattare con essi del fare e del non fare.
Tutte le volte che si legge delle relazioni - "intranee", non occasionali, non episodiche - di Andreotti con la criminalità organizzata, si resta allibiti, senza parola.
Ma i boss non fanno grazia. L'onnipotente uomo politico non ottiene ciò che chiede. Torna a casa con le pive nel sacco. Non va - come potrebbe? - a raccontare tutto in Procura. Non ha il coraggio di gridare nelle tv, nei giornali. Non fa convocare il Parlamento per denunciare al cospetto del paese Cosa nostra, i suoi uomini, i suoi crimini. Tace.
Era uno dei più alti esponenti della politica italiana, e del partito in favore del quale la chiesa spendeva al massimo la sua autorità ; del partito - questa la grande accusa - che in Sicilia, mediante noti personaggi, si era alleato (si scambiava i favori) con la criminalità organizzata, la quale faceva scorrere sangue e lacrime a tante famiglie siciliane.
Potrebbe bastare, da sola, la storia di Andreotti per riflettere sul significato, i limiti e le responsabilità storiche dell'esperienza politica dei cattolici italiani controllata dalla chiesa: un fallimento? Il Concilio (1962-1965) aveva autorevolmente richiamato la chiesa a disimpegnarsi dalla politica. Forse a far fallire, almeno in Sicilia, l'esperienza politica dei cattolici, più che la mafia, è stata la chiesa intesa come potere non evangelico.
5. Queste affermazioni sono evidentemente sommarie e esigono di essere approfondite. Peraltro non si intende misconoscere la dignità , le qualità , l'onestà , la buona fede di non pochi uomini e donne - alcuni siciliani - che hanno militato nel partito cattolico. Ma il punto non è questo. Il punto è il legame (lo scambio) con la mafia, il quale - nella misura (abbondante) in cui c'è stato - revoca la storia del cattolicesimo politico sottoponendola a severo giudizio. E rinvia a una verifica, sul piano storico, culturale, morale, religioso, che faccia giustizia anche a coloro che, onesti e puliti, venivano tenuti ai margini. Purtroppo, gli onesti e i puliti del partito cristiano avevano scarse possibilità concrete di obiettare e di pretendere trasparenza e rotture pubbliche con gli uomini di Cosa nostra. Infine, tutti si allineavano. Criticavano, ma poi votavano, adeguandosi alle disposizioni provenienti dall'alto.
Un caso particolare fu rappresentato da Giuseppe D'Angelo, presidente della regione siciliana, che tentò una politica di contrasto alla mafia. Ne fu impedita la rielezione.

6. Un'altra annotazione, amara, anch'essa sommaria. Spiace che nel caso Andreotti sia stato coinvolto, da molti anni e in varie occasioni, Giovanni Paolo II. È stato lo stesso imputato a svelare che il Papa - "prima delle sentenze" - gli aveva scritto parole di stima per consolarlo delle disavventure giudiziarie. "Può darsi - si legge nella missiva del sommo pontefice - che queste prove ingiuste che Le tocca sopportare servano, attraverso le misteriose vie della Provvidenza, a far del bene non solo a Lei ma all'Italia". Sottolinea Andreotti: "A far fronte senza crollare alle trappole di Palermo e di Perugia mi ha aiutato molto la commovente fiducia espressami più volte dal santo Padre" (Giornale di Sicilia, 5 gennaio 2005).
Un organo vaticano, nel 1999, emise un comunicato per esprimere soddisfazione per l'assoluzione pronunciata dal tribunale di Palermo.
L'università del Papa gli ha conferito (14 gennaio 2004) la laurea honoris causa in utroque iure, sempre per consolarlo delle torture inflittegli dalla Procura di Palermo.
Un cardinale, infine, all'indomani della sentenza di Perugia, si spinse a paragonare il "calvario" di Andreotti con quello di Gesù. "Non è la stessa cosa, aggiunse subito, ma è lo stesso spirito che la origina" (la Repubblica, 18 novembre 2002).
Ha notato Marco Politi nello stesso numero di Repubblica: "Non c'è alcun dubbio che… le massime gerarchie ecclesiastiche non lasceranno nulla di intentato per creare un clima favorevole all'annullamento [in Cassazione] della sentenza pronunciata a Perugia".
Che dire? Si possono intuire le ragioni del coinvolgimento di Giovanni Paolo II nel processo a un uomo del livello e della funzione politica di Giulio Andreotti. Ma bisognava tener fuori il Papa. Speriamo che la scelta compiuta non significhi che la città (almeno una parte) di Palermo e la Sicilia (sempre una parte), che hanno pagato prezzi alti nella lotta alla mafia, non avranno una lettera del Papa che le consoli dei mali causati loro da Cosa nostra. O che gli odiati giudici della Procura di Palermo, i quali hanno applicato la legge per conto della libertà dalla criminalità mafiosa, non avranno una laurea honoris causa dall'università romana. Quei magistrati meritano anch'essi, infine, di essere consolati almeno per gli insulti ricevuti nonché per le prove sostenute che la Provvidenza potrà utilizzare per il bene delle loro persone e famiglie, del Paese e della Sicilia.

7. Chiudiamo con la citazione, da noi altre volte riportata, di un giudizio su Andreotti pronunciato da Leonardo Sciascia in una intervista del 1979. Al giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto nel caso fosse diventato capo del governo, lo scrittore rispose: "Intanto, rimanderei a casa Andreotti che riunisce in sé il peggio, nei secoli, della storia d'Italia. Già vedo i libri di storia del futuro: Sotto il governo dell'onorevole Andreotti, la corruzione della vita italiana raggiunse il suo massimo, mentre la vita umana valeva quanto ai tempi di Cesare Borgia". Perché lo odia tanto? gli chiese il giornalista: "Per il suo machiavellismo paranoico, per il cinismo che ha ereditato dalla curia romana, lo stesso cinismo rappresentato dai sonetti del Belli e dai personaggi di Alberto Sordi. La miopia verso il bene e la presbiopia verso il male".

Palermo 14 febbraio 2005 La redazione

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