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La Costituzione italiana è nata dalla Resistenza ed ogni cittadino ne é il garante
di Armando SPATARO

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Oscar Luigi Scalfaro è oggi il Presidente del Coordinamento nazionale dei Comitati contro la riforma costituzionale approvata dal Senato il 23 marzo scorso ed è dalla sue parole che si deve partire per comprendere cosa rappresenta la Costituzione italiana nella storia del nostro Paese e quali sono le ragioni per cui ogni cittadino deve impegnarsi per difenderla dal tentativo di stravolgimento in atto. Il presidente Scalfaro è stato tra i primi giuristi ed uomini politici a scendere in campo per denunciare le reali finalità del progetto di riscriverne la seconda parte: dare vita ad una vera e propria dittatura della maggioranza consacrata dalle urne e dell'esecutivo che essa esprime, indebolendo o cancellando quelle funzioni di garanzia e di controllo che in ogni ordinamento moderno, affidate ad altre istituzioni e poteri, costituiscono l'essenza della democrazia. Oscar Scalfaro, dunque: egli suscita emozioni forti quando, rivolgendosi ad ogni tipo di uditorio, ricorda da chi è stata scritta la Costituzione. L'ho sentito nel dicembre scorso, ad esempio, ricordare a Novate Milanese di quando, a 27 anni, sedeva come costituente accanto a giuristi eccelsi i quali avevano una particolare e nobile qualità : erano "persone che non avevano mai piegato la schiena dinanzi alla dittatura e che avevano pagato di persona con il carcere per le loro idee, il che vale più di ogni scienza giuridica. Perché - egli diceva - la schiena dritta devono averla tutti". E dopo il richiamo alla Resistenza ed alla lotta partigiana per la Liberazione, quali momenti fondanti della Repubblica, Scalfaro, riferendosi all'atteggiamento di quei parlamentari che si piegano al volere di chi comanda (le "tigri di carta", li ha efficacemente definiti Eugenio Scalfari), ha aggiunto "di avere nella sua vita conosciuto un solo carattere dell'animo umano veramente immutabile nel tempo, la vocazione ad essere servi!". Ecco allora, nelle parole di questo testimone itinerante di verità , già Ministro dell'Interno in anni drammatici per il Paese e poi Presidente della Repubblica, un uomo che nessuno potrà mai accusare di estremismo politico, l'essenza di ciò che si deve tenere bene a mente in questo delicatissimo passaggio della storia italiana: la lotta per la difesa della nostra Costituzione è patrimonio e dovere dei cittadini "con la schiena dritta". Si comprendono, dunque, le ragioni del confortante proliferare, in ogni parte d'Italia, dei comitati e delle iniziative per la difesa della Costituzione, promossi a livello nazionale dalla Fondazione "Astrid", da "Libertà e Giustizia" e dai "Comitati Dossetti" con l'adesione convinta delle Confederazioni sindacali. Come è noto, le leggi di revisione della Costituzione devono essere "adottate" da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, sicchè Camera e Senato dovranno nuovamente pronunciarsi: non vi è dubbio che, se il quadro politico non si evolverà , i numeri di cui la maggioranza dispone, così come il rifiuto di qualsiasi seria riflessione sulle conseguenze disastrose per il paese, permetteranno l'approvazione dell'attuale testo. Ma non eviteranno il referendum popolare. Ed è proprio in vista di questo referendum che già si sono mobilitate centinaia, forse migliaia di associazioni in tutto il paese, sulla spinta delle severe analisi scientifiche dei costituzionalisti italiani, senza differenza di estrazione culturale. Anche a Milano, città medaglia d'oro della Resistenza, la mobilitazione è in atto: intellettuali, giuristi ed esponenti della società civile hanno sottoscritto un appello dai toni forti insieme a sindacati, associazioni, partiti e movimenti che l'hanno promosso e sostenuto. E' nato così il comitato milanese "Salviamo la Costituzione" che ha esordito sulla scena cittadina con un presidio dinanzi alla Prefettura (è stato rappresentato al Prefetto non solo il dissenso dei cittadini sul merito delle modifiche proposte, ma anche la loro protesta per la decisione della maggioranza parlamentare di "strozzare" la discussione in Senato prima del voto finale) e poi, il 5 marzo scorso, con una splendida e partecipata manifestazione al Teatro Nuovo, aperta da Tino Casali, vice presidente vicario dell'ANPI nazionale. E' stato confortante constatare la partecipazione del pubblico delle grandi occasioni: i cittadini milanesi, che gremivano il teatro oltre ogni previsione, hanno seguito con partecipazione gli interventi degli oratori che illustravano tecnicamente la deriva antidemocratica che si annida in questo progetto di modifica della Costituzione e che richiamavano tutti al dovere della mobilitazione e della informazione. L'informazione sul contenuto della riforma, ecco un tema di riflessione: essa è al momento ancora deludente e comunque insufficiente, ma se informazione ci sarà , la riforma costituzionale sarà inequivocabilmente bocciata perché i cittadini italiani saranno messi in condizione di percepirne i reali connotati e di opporvisi con l'unico mezzo a loro disposizione: il "No" nel referendum. Chi ci governa, infatti, dice che la riforma servirà a rinnovare il Paese, a renderlo moderno ed a tutelare più efficacemente i diritti dei cittadini, ma basta qualche sommaria considerazione per smascherare la falsità dell'assunto di partenza e svelare, invece, la visione privatistica dell'esercizio del potere di governo che ne costituisce la vera ragione. Così come è avvenuto, del resto, per altre leggi intervenute nei settori della informazione, della giustizia, dell'istruzione e della ricerca, della sanità e del lavoro. Se la riforma passerà , infatti, il paese non si troverà di fronte ad un aggiornamento del sistema costituzionale, ma di fronte a principi totalmente diversi, inesistenti ed impensabili finanche in quei paesi dove più radicata è la tradizione di un esecutivo forte, ma dove nessuno si sognerebbe di comprimere il ruolo di garanzia e controllo del Capo dello Stato, del Parlamento, della Corte Costituzionale, della Magistratura. Nel futuro nuovo ordine costituzionale, invece, saranno proprio queste istituzioni a risultarne modificate e fortemente indebolite: il premier diventa padrone assoluto della politica e del Parlamento, tanto che può chiedere ed ottenere lo scioglimento della Camera dei Deputati e se lui cade, si va a votare perché cadono tutti (simul stabunt simul cadent). Il Capo dello Stato, come ha sottolineato Oscar Scalfaro, viene "lasciato in canottiera" e così consegnato al Premier : ridotto ad un ruolo puramente decorativo, eletto a maggioranza assoluta dopo il quinto scrutinio (e, dunque, vincolato a "sicura obbedienza" ), egli può esercitare solo alcuni marginalissimi poteri e, significativamente, non gli spettano più il potere di scioglimento delle Camere (se non su richiesta, per morte o dimissioni del premier), né la risoluzione delle crisi di governo, né la scelta del Presidente del Consiglio, né l'autorizzazione alla presentazione dei disegni di legge governativi. La Corte Costituzionale poi, non a caso sottoposta a violenti attacchi dopo la bocciatura di una delle leggi vergogna di questi ultimi anni (il cd. lodo Schifani), diventa terreno di conquista attraverso un sistema di designazione dei suoi componenti che ne accrescerà il tasso di politicità in senso stretto (ridotti a quattro sia i giudici costituzionali nominati dalle supreme magistrature ordinarie ed amministrative, sia quelli nominati dal Presidente della Repubblica, aumentati a sette quelli di nomina politica, di cui tre dalla Camera e quattro dal nuovo Senato Federale), mentre il Parlamento viene sottoposto al "ricatto" del rischio di scioglimento se per ipotesi pensasse di votare la sfiducia al Capo dell'Esecutivo. Per non dire delle scelte disgregative dell'unità nazionale, vale a dire della struttura portante della Repubblica nel sistema costituzionale, che emergono dal progetto di riforma: si prevede, infatti, l'attribuzione alle Regioni della competenza esclusiva, oltre che "in ogni altra materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato", in settori cruciali della vita dei cittadini come quelli dell'assistenza ed organizzazione sanitaria, dell'organizzazione scolastica (compresa la parte riguardante i programmi scolastici di interesse regionale) e della gestione degli istituti scolastici e di formazione, e della polizia locale, così "mettendo a rischio l'universalità dei diritti all'istruzione, alla salute ed alla sicurezza" ; e si sa che questa deteriore "devolution", che ostacola la condivisione delle risorse e allarga il divario tra zone più povere e più ricche del paese, costituisce la condizione posta dalla Lega per assicurare il suo appoggio all'attuale maggioranza di governo. Non stupisce, dunque, che un Ministro della Giustizia dello stesso partito annunci che subito dopo la separazione delle loro rispettive carriere, che già frantumerebbe l'omogeneità della cultura giurisdizionale della magistratura, si dovrà introdurre nel nostro sistema l'elezione su base territoriale dei pubblici ministeri e dei giudici.
Contro questo disegno, contro un sistema che replica all'infinito il metodo delle leggi ad personam e che, attraverso la "parallela" controriforma dell'ordinamento giudiziario, intende non solo umiliare e punire i giudici, ma disegnare una magistratura che sia parte di un unico potere di governo e sensibile agli interessi di chi lo esercita, occorre, dunque, intensificare circolazione della informazione e diffondere la mobilitazione. I Comitati contro la riforma costituzionale devono diffondersi e radicarsi sul territorio (in ogni città ed in ogni centro dell'hinterland di ogni provincia), le loro iniziative ed i loro messaggi devono raggiungere i cittadini più giovani e gli studenti, nelle scuole, nelle università , nei centri sociali e nei quartieri, anche attraverso gli strumenti informatici e le moderne tecnologie, né deve essere trascurato il coinvolgimento della rete delle Istituzioni locali nella campagna per rendere consapevoli i cittadini dei rischi che corre la democrazia in Italia. Qualcuno ritiene esagerato questo grido d'allarme ed esagerata l'evocazione del termine "regime", ma mi chiedo quale altra parola si può correttamente utilizzare di fronte ad un sistema che, partorito dalla mente di quattro "saggi" riunitisi in Val Cadore durante l'estate del 2003, approvato da un Parlamento in cui il dibattito è stato incredibilmente strozzato (vi domina, ormai, la logica dei "testi blindati"), determinerà - se confermato dal referendum - un radicale mutamento della stessa concezione della democrazia: il coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni che li riguardano sarà ridotto alla partecipazione al voto, ogni cinque anni, per eleggere una maggioranza ed un premier che eserciteranno il loro potere assoluto, senza più vincoli, controlli e contrappesi.
Non è superfluo, dunque, lanciare l'appello alla mobilitazione generale contro le tendenze disgregative dello Stato di diritto e contro questa greve revisione della Carta costituzionale ("ridotta" - secondo autorevoli commentatori - "ad oggetto di un baratto esclusivo al gruppo di governo, un mercanteggiamento con poste che non erano idee e tesi sul costituzionalismo, ma assestamenti interni alla coalizione prevalente" ); né è inutile ribadire tutto questo proprio il 25 aprile: serve anzi a ricordare, specie a quanti auspicano la cancellazione di questa celebrazione ufficiale, che la storia della Repubblica italiana si fonda sul grande "NO" alla dittatura fascista gridato dal popolo italiano e sulle sofferenze di chi ad essa si è opposto.
Armando Spataro
Magistrato, promotore del Comitato milanese "Salviamo la Costituzione"





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