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Un ricordo di Guido Galli

di Paolo ARBASINO

Dopo tanto tempo dalla Sua morte io conservo di Guido Galli, che mi ha insegnato ad essere magistrato, un ricordo di cose semplici. Nelle cerimonie che in questi anni lo hanno commemorato si è giustamente ricordata la sua elevata cultura giuridica, la modernità ed apertura del suo pensiero sui temi oggetto del dibattito tra studiosi del diritto, il suo senso del dovere, le sue capacità investigative, il suo impegno associativo ma io quando penso a quei momenti e penso a Lui ricordo cose semplici, ricordo la sua schiettezza e concretezza, quel suo modo di esprimersi breve ed essenziale, quel suo sguardo intenso e rapido accompagnato da una espressione seria ma con un'ombra di ironia ( o di disincanto).

Fui suo uditore nel 1970 alla Procura di Milano: lui amava molto stare con gli uditori, si comportava come se fosse uno di noi e ci insegnava senza avere l'aria di farlo, sapeva coinvolgere con naturalezza nel lavoro, discuteva e poi lasciava fare seguendo senza dare l'impressione di farlo. Se qualcuno, come il sottoscritto, aveva gravi difficoltà a redigere un capo di imputazione in una complessa vicenda riguardante atti amministrativi "viziati" mostrava di non accorgersene ed il giorno successivo sul tavolo dell'uditore compariva il testo utile ( nel caso di specie: "Lineamenti dell' interesse privato in atti di ufficio" di Carlo Federico Grosso - che conservo gelosamente): ricordo ancora lo sguardo divertito che mi lanciava ogni tanto nel vedermi consultare freneticamente il testo. Amava trovarsi con noi anche fuori dall'ufficio ed era lui stesso a sollecitarci ad organizzare "cene".

Mi ha insegnato l' umiltà nell'approccio al caso, la essenzialità degli atti di indagine, la necessità dell'attento studio preventivo degli elementi a disposizione per attuare quelli seguenti in modo ragionato, la inutilità di indagini esplorative, il culto della scrupolosa ed obbiettiva ricostruzione del fatto.


Per tanti anni ho poi lavorato al civile mentre lui era passato al Tribunale dapprima a presiedere un collegio giudicante penale e poi all' "Ufficio d'Istruzione". Recependo le mie aspirazioni a cambiare dopo oltre otto anni di cause di lavoro mi sollecitò ad andare all'Ufficio Istruzione e così (erano gli inizi del 1979) mi trovai a lavorare in una angusta stanza in un "ammezzato" del tribunale tra il terzo ed quarto piano e Guido aveva ufficio lì vicino : anche lui, che era un "anziano" dell'ufficio, nell' "ammezzato". Il suo ufficio era gremito di carte ma ordinato: lui amava dire che era un eccellente segretario di sé stesso. Aveva assegnata una dattilografa di ruolo (l'unico "privilegio" rispetto a noi che fruivamo dell'ausilio di "trimestrali") che, se pure volenterosa, era certo inadeguata. Faceva tutto lui ed il cancelliere, secondo le regole organizzative all'epoca vigenti e formalizzate in ordine di servizio, era condiviso con almeno 5 o 6 colleghi e vedeva il fascicolo solo col deposito ex art. 372 cpp .

Guido lavorava moltissimo, era sempre apparentemente sereno e trovava il momento per venire a scambiare qualche parola: soleva sedersi sul tavolo del mio ufficio con le gambe ciondoloni (ancora recentemente un anziano avvocato mi ha detto che il suo ultimo ricordo di Guido è proprio quello : seduto su quel tavolo mentre stavamo chiacchierando ed il legale era venuto per una pratica). Qualche volta si riusciva a parlare anche di qualcosa che non era lavoro ed allora parlavamo della montagna che entrambi amavamo: il suo proposito era di riuscire a portare in montagna anche Armando quel giovane pubblico ministero che lui tanto apprezzava ma che, ai suoi occhi, aveva il difetto di avere trascorsi sportivi solo come "pallanuotista" senza essere mai andato per montagne.



Nelle indagini aveva la capacità di saper razionalizzare subito una grande mole di elementi e di individuare immediatamente gli aspetti da approfondire o da chiarire. Doveva gestire un numero elevato di detenuti tutti accusati di far parte di bande armate ed era molto attento alle garanzie ed anche agli aspetti umani come quando, dovendo io procedere ad interrogatorio di una ragazza pesantemente coinvolta col marito anche per detenzione di armi ed essendo costei incinta, mi raccomandò di vedere se riuscivo a far emergere quello che era il suo convincimento ( contrario alle apparenze) e cioè che costei aveva un ruolo marginale e di supporto al marito e ciò allo scopo di consentire alla ragazza di vivere la gravidanza in libertà.

Ha passato momenti difficili nelle indagini, aveva difficoltà con colleghi titolari di altri procedimenti di terrorismo che non collaboravano con lui e ciò lo aveva molto deluso tanto da indurlo a tornare in Procura. Lo aveva deluso, in particolare, uno di loro ( quello che, come ha ricordato Armando, dopo gli arresti dei terroristi delle BR li faceva collocare in carceri lontani da Milano per poi farli interrogare per rogatoria). Costui custodiva gelosamente reperti di grande importanza che erano stati trovati in covi e non li sviluppava. A lui Guido si rivolgeva così il 18 gennaio 1980 "sono costretto - comunicandolo, per conoscenza al Consigliere Istruttore - sollecitare risposta alla mia richiesta addirittura del 31.7.79, rimasta senza risposta, nonostante già sollecitata - oltre che a voce - in data 27.10.79 e 2/12/79.

Chiedevo, su conforme istanza del pubblico ministero trasmessa in copia, notizie sulla perizia in relazione alle armi sequestrate in "covi" delle Brigate Rosse, o - per il caso tale perizia non fosse stata disposta o depositata - la trasmissione di un elenco delle armi corte in sequestro, per accertamenti necessari in relazione a quanto repertato in occasione del fatto in oggetto (ndr Omicidio del M.llo De Cataldo). E' evidente - e l'ho espressamente sottolineato- come la risposta alla richiesta sia indispensabile per la prosecuzione delle indagini, che si sono - ormai dal 31.7.79 - necessariamente arrestate". (Naturalmente Guido sapeva benissimo che la perizia non era stata disposta).


Raramente si allontanava dall'Ufficio e quando lo faceva cio' avveniva per brevi periodi. Nell' agosto 1979 si assentò e mi lascio' dettagliate istruzioni: a parte mi diede un fascicoletto sul quale aveva vergato una "S" raccomandandomi di custodirlo nella cassaforte del mio ufficio. Mi spiegò che si trattava di atti molto delicati riguardanti un sospetto terrorista ritenuto di rilievo il quale era sorvegliato dalla PG ma era improvvisamente scomparso dandosi verosimilmente alla clandestinità. Mi diede le istruzioni sul da farsi nel caso di richieste della PG. Mi spiegò che la sigla apposta sul fascicolo corrispondeva alle iniziali del nome e cognome della persona ( si trattava di Sergio Segio e cioè di colui che dopo alcuni mesi sarebbe stato uno dei suoi carnefici).


Guido viveva senza scorte e senza auto di servizio, tanto meno blindate. Per andare a casa prendeva l'autobus della linea "60" davanti al Palazzo di Giustizia. A volte si faceva il tragitto insieme e poi lo vedevo scendere alla fermata in via Bronzetti ed avviarsi verso casa col suo passo elastico, da "montanaro". Ancora oggi quando transito in quel punto mi pare di vederlo e penso che in quei tempi mentre lo osservavo allontanarsi non ero il solo a farlo: vi era anche chi stava svolgendo la "inchiesta" per individuare il luogo ed i tempi dell'attentato. Lui sapeva perfettamente i rischi che stava correndo, non ne parlava mai, ma l'avevo compreso quella volta che, proprio mentre eravamo sulla "60" in piedi con le nostre borse zeppe di fascicoli ed aggrappati al passamano, mi ha improvvisamente guardato fisso con quel suo sguardo che ho già descritto e mi ha chiesto se non avevo paura ad accompagnarmi a lui.


Alla fine del 1979 inizi 1980 all'Ufficio Istruzione vi era un clima difficile. Vi era una parte di giudici che cercava di muoversi per migliorare l'assetto organizzativo ed aveva ottenuto dal consigliere Istruttore Antonio Amati l'insperato risultato di tenere assemblee periodiche per dibattere i problemi. Un altro gruppo di colleghi, che si rifaceva al dissenziente Consigliere Istruttore Aggiunto, non partecipava agli incontri. Guido non mancava di partecipare e si era reso promotore di uno studio per la assegnazione dei procedimenti di criminalità organizzata improntato a garantire una certa "unitarietà nella trattazione ed una sufficiente circolazione delle notizie" ma il tema dominante era costituito dalla carenze di organico di magistrati. Il Presidente del Tribunale alle nostre istanze di provvedere a coprire le numerose vacanze in un momento in cui sull'ufficio gravavano istruttorie di rilevante impegno e pericolo personale aveva risposto affermando che non vi erano giudici che avevano manifestato disponibilità per l'ufficio istruzione e si riservava quindi di coprire i posti con l'arrivo dei nuovi uditori. Il tono della risposta e la dimostrata mancata percezione della gravità della situazione in cui ci trovavamo provocò la reazione nostra con un ampio documento approvato nella riunione del 16 febbraio 1980 presenti Cofano, Dello Russo, Apicella, Manunta, Budano, De Stefano, Colombo, Galati, Longo, Galli, Roberti, D'Ambrosio, Arbasino. ( Non vi fu risposta ed i posti vacanti furono coperti d'ufficio, questa volta, subito dopo la morte di Guido).


Il successivo incontro dell'ufficio doveva avvenire il mese successivo , era stato fissato il 5 marzo poi spostato al 19 marzo nel primo pomeriggio. Quel giorno nell'ora della pausa meridiana Guido mise la testa nell'ufficio e mi disse che andava a casa e che sarebbe arrivato piu' tardi alla riunione, di iniziare pure, lui aveva lezione all'Università e sarebbe venuto subito dopo.

Nel pomeriggio eravamo riuniti, sempre lo stesso gruppo, e lo stavamo aspettando: dovevamo discutere dei "problemi di valutazione e interpretazione delle norme recentemente introdotte" e Guido era il nostro "faro" . Ci raggiunse invece, con un certo ritardo, la notizia dell' attentato. siamo corsi sconvolti alla non lontana Università: Guido era gia stato portato via e restavano tracce del suo sangue nel corridoio sul quale si affacciava l'aula dove avrebbe dovuto tenere la sua lezione.



18 marzo 2003

Paolo Arbasino

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