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Giustizia e Democrazia: una scommessa da rinnovare.
Intervento di Mario Fresa

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"Mai nella storia della nostra Repubblica lo scontro tra magistratura e potere politico aveva raggiunto punte così avanzate e mai la magistratura si era trovata, almeno negli ultimi venti anni, così isolata dal corpo sociale.
Che scontro vi potesse essere era naturale, posto che la configurazione scritta nella Costituzione della magistratura come potere autonomo dello Stato era ancorata all'esigenza che la funzione giudiziaria non venisse subordinata alle forze politiche di maggioranza. L'autonomia e l'indipendenza dell'ordine giudiziario venne delineata dal costituente al fine di dare alla magistratura gli strumenti più idonei perché si ponesse non certo in contrasto, ma in sintonia con un proprio originale contributo con i fini generali propri del nuovo Stato democratico unitariamente considerato. Valori-strumento, quindi, al perseguimento delle finalità contenute nella Costituzione, all'indirizzo politico del sistema e non della maggioranza politica esistente in un certo momento storico.
Ma la storia politica recente è segnata da una serie di episodi di intolleranza nei confronti di una funzione che conservi spazi di intervento anche là dove al potere dominante non piaccia e da una serie di tentativi volti ad una "ridefinizione dei poteri" tesa a snaturare e modificare l'assetto, il sistema della nostra democrazia.
Il significato politico di tali episodi non credo possa ridursi come nel passato ad atteggiamenti di singoli uomini politici o tendenze politiche. Esiste nel Paese una precisa volontà di abbandonare il progetto politico complessivo di sviluppo della nostra democrazia, quale veniva configurato nella carta costituzionale ed una tendenza sempre più forte del potere di maggioranza a porsi come potere unico, insofferente di ogni limitazione esterna.
Se questo è vero non è più proponibile una difesa dei valori dell'indipendenza e dell'autonomia della magistratura sul piano solo dei principi astratti, intesi come beni sacrali di un patrimonio acquisito. La messa in discussione del sistema del quale quei beni sono pilastri deve costringere ad allargare l'oggetto del confronto: se è vero che oggi la "questione giustizia" investe la "questione democrazia" non è pensabile che essa venga affrontata senza porsi il problema della conciliabilità attuale del valore "autonomia del potere giudiziario" con la democrazia di un paese occidentale a capitalismo maturo. Insomma, si tratta di stabilire se sia giunto il momento o meno di rompere con la tradizione liberal-democratica della giurisdizione alla quale si ispirarono i nostri costituenti. E' su questo terreno che vorremmo stimolare un confronto tra le forze politiche e sociali del paese.
Non credo che il popolo italiano meriti che si perpetui la mistificazione di un apparente riconoscimento del valore "autonomia della magistratura" con lo strisciante e non più occulto intendimento di sopprimerlo nella sostanza".

Non sono parole mie. Sono parole di Mario Almerighi, tratte dalla relazione, tenuta al Convegno di Milano il 5 novembre 1988, che segnò la nascita e la costituzione del Movimento per la Giustizia.
Sono parole di una attualità "agghiacciante". Diciassette anni dopo, la situazione della Giustizia, della Legalità e della Democrazia nel nostro Paese, non solo non è migliorata, ma ha toccato livelli ancora più bassi, che nemmeno Almerighi ed i fondatori del Movimento potevano immaginare.
Parte dei progetti piduisti dell'epoca stanno per essere realizzati con una Controriforma dell'Ordinamento giudiziario che - al contrario di quanto si legge nella relazione introduttiva all'originario disegno di legge, ove è detto che si vuol migliorare l'efficienza del "servizio giustizia", oggi inadeguato a soddisfare le esigenze dei cittadini - limita fortemente le prerogative costituzionali del CSM, separa le carriere e pone l'intero corpus della magistratura sotto il controllo dei poteri forti e delle maggioranze politiche di turno. Ci saranno giudici assetati di carrierismo; ci saranno giudici pavidi e conformisti e tutti cercheranno di fuggire al più presto dalle "insidie" degli uffici di primo grado, grazie a concorsi per titoli ed esami gestiti da Commissioni esterne al CSM e grazie ad una Scuola di formazione, che sfugge al controllo del CSM, che "valuta" e non si limita a "formare" e che rilascia una sorta di patentino per la progressione che finisce nel fascicolo personale del magistrato e ne condiziona il futuro professionale.

Tutto questo rende attuali anche le parole conclusive di quella storica relazione: "Serpeggia nella magistratura scetticismo sul proprio ruolo e sulla utilità della funzione. Il nostro movimento è impegnato soprattutto per ridare slancio, entusiasmo e senso di responsabilità: ogni giudice deve sentire che, anche dal livello della sua coscienza di legalità, dipende essenzialmente il futuro della nostra democrazia".

Mi chiedo oggi se possiamo ancora affermare che il Movimento per la Giustizia abbia dato "slancio", "entusiasmo" e "senso di responsabilità" ai singoli magistrati.
Certo, siamo un po' cambiati, dicono che siano emerse in noi "diverse anime", abbiamo attraversato momenti di crisi "esistenziale", sappiamo "da dove veniamo", non sempre sappiamo "chi siamo"; in ogni caso, non sappiamo ancora bene "dove andiamo" e rischiamo, dunque, drammatiche derive "correntizie".
Comunque, abbiamo il diritto di affermare che la cultura della giurisdizione nel corso di questi anni è cambiata anche per il decisivo apporto delle nostre idee.
Ad esempio, in tema di verifiche di professionalità, il CSM ha oggi puntualmente e dettagliatamente provveduto a disciplinare una particolare fonte di conoscenza, il rilevamento a campione dei provvedimenti giudiziari, che quindici anni fa, eravamo solo noi e pochi altri a sostenere come necessario per una completa ed esaustiva valutazione attitudinale e di merito.
Ricordo che proprio qui a Bari un mio intervento al Convegno ANM del '93 si chiuse con una frase del tipo: "o cureremo noi la nostra professionalità, o la cureranno gli altri, con effetti devastanti sulla giurisdizione". Sono stato allora un facile profeta, perché oggi, anche grazie alle inerzie del CSM ed alle "barricate" corporative dell'ANM, che affossò nel '98 il disegno di legge Flick sulle c.d. pagelle dei giudici, ci troviamo nella scomoda situazione di dover sperare nel "fattore tempo" e nel cambio della maggioranza di governo alle prossime elezioni, per poter riaprire un discorso riformista che vada non verso il passato, ma verso il futuro, verso un modello di magistrato da terzo millennio, in sintonia con i principi costituzionali, cosciente che i valori dell'autonomia ed indipendenza non sono valori da tutelare in sé, ma in quanto strumentali ad assicurare l'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge. Un modello di magistrato che, per dirla con le parole di Elvio Fassone, sia soprattutto consapevole che, dietro ogni fascicolo processuale, non c'è una pratica, ma un destino umano.

Qui, ancora una volta, l'esempio deve provenire proprio dal sistema del nostro "governo autonomo" che invece, come ha recentemente affermato il Capo dello Stato, è ancora poco impegnato a combattere lo strapotere delle correnti in relazione, soprattutto, agli incarichi direttivi o semidirettivi più prestigiosi (più volte è stato citato come esempio di forte negatività quello della copertura dei posti di presidente di sezione della cassazione e dell'estremo ritardo dovuto al tentativo delle correnti di trovare un accordo per "pacchetti").
Dobbiamo convenire che le ragioni del Capo dello Stato sono sul punto estremamente serie.
Sappiamo bene quel che ha fatto di buono l'associazionismo giudiziario nel corso di tanti anni, grazie al ruolo attivo e positivo delle correnti.
Si pensi, ad esempio, all'input culturale che ha determinato, negli anni sessanta settanta, il fallimento del vecchio ordinamento liberal fascista, con l'abbattimento progressivo delle leggi sulla carriera.
Si pensi, più recentemente, con riferimento alla nostra attività nella giunta unitaria, alle concrete proposte in tema di verifiche di professionalità (molto più rigorose delle soluzioni adottate dal legislatore), di accesso in cassazione e di ampliamento delle fonti di conoscenza.
Si pensi alle sinergie tra l'ANM e lo stesso CSM, che hanno agevolato il varo di storiche circolari, quale, ad esempio, quella del febbraio 2005 sul rilevamento a campione dei provvedimenti (cui è seguita la pregevole circolare del Consiglio Giudiziario di Roma che, nel maggio 2005, dando lustro al sistema di autogoverno inteso nel suo complesso, ha a sua volta interpretato, puntualizzato ed integrato alcuni aspetti attuativi della circolare consiliare).
Si pensi alle complesse elaborazioni, promosse proprio dalla Giunta Riviezzo in tema di incarichi direttivi (Commissione Millo) e di magistratura onoraria (Commissione Gallo e Convegno romano dello scorso 19 ottobre), elaborazioni che dovrebbero sfociare in una linea unitaria dell'associazione per il prossimo Congresso nazionale.
Si pensi alle iniziative dell'ANM in materia di giustizia civile, che hanno prodotto una diffusione in varie parti del territorio nazionale delle c.d. prassi virtuose e dei protocolli di udienza, redatti insieme alle varie rappresentanze dell'avvocatura e che hanno avuto un tasso di osservanza ed effettività davvero notevole.
Si pensi ai rapporti con l'avvocatura che, pur connotati tuttora da polemiche e da tensioni, sono migliorati sensibilmente rispetto a quel che ricordo avveniva quindici anni fa. Si sta facendo strada tra tutti gli operatori del diritto (anche professori, dirigenti amministrativi, ausiliari del giudice) la cultura del dialogo ed una cultura nuova della giurisdizione, dove pian piano ciascuna parte rinuncia ai rispettivi privilegi di casta per andare incontro alle esigenze, non più differibili, di una società civile che, anche per effetto della continua campagna denigratrice operata dalla classe politica, ormai non crede più all'utilità del ruolo del giudice e, in generale, non crede più alla giurisdizione, così come è delineata nella nostra Costituzione.

Si spiega così come l'ANM ed il CSM si muovano, nei rispettivi ruoli, con estrema difficoltà.
Ma, proprio per cercare di porre un argine al discredito dilagante delle istituzioni giudiziarie, non è oggi più differibile affrontare il tema del miglioramento del sistema dell'autogoverno e non è più possibile non fare una seria autocritica di come in concreto quelle correnti dell'associazionismo giudiziario hanno avuto ed hanno tuttora un peso negativo nelle scelte dell'organo del governo autonomo della magistratura. Non è più tollerabile che, nel nome dei quotidiani pericoli di turno, il ventre molle dell'associazionismo giudiziario - quello meno nobile che invece di darsi da fare per irrinunciabili battaglie di progresso e di civiltà, si preoccupa di inserire le proprie bandierine sul risiko della pianta organica degli uffici giudiziari, ironizzando sul fatto di vederne poche di color verde (episodio realmente accaduto nella consiliatura 1994/1998) - continui ad avere il sopravvento, per di più avvalendosi della mancata contrapposizione di chi, pur di mangiare un piatto di lenticchie, si accontenta di quel po' che gli viene elargito, in cambio del silenzio o, a seconda dei casi, di un po' di rumore ... per nulla.
Oggi tutto questo non è più tollerabile, perché il clientelismo e le spartizioni lottizzatorie rappresentano la ragione principale, se non esclusiva, del discredito che, anche tra i politici in buona fede e tra la gente, prolifera sempre di più.
La controriforma dell'O.G. è anzitutto un attacco alle prerogative costituzionali del CSM, un attacco certamente strumentale (che magari mira soltanto a spostare l'asse delle patologie istituzionali dall'organo del governo autonomo al parlamento ed alla classe politica in genere). Un attacco mosso con la ragione della forza che va respinto con la forza della ragione. Ma un attacco che va respinto non solo attraverso la facile denuncia delle innumerevoli norme di assai dubbia costituzionalità o di difficile (o impossibile) praticabilità della controriforma; un attacco che va respinto con un comportamento cristallino dell'organo dell'autogoverno sulla base dell'esistente normativa, in ogni sua decisione e, soprattutto, nelle decisioni che concernono la gestione del personale, il conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi, i trasferimenti con le relative graduatorie che tengano conto delle varie leggi speciali e dei punteggi aggiuntivi previsti dalla circolare del 1993 sui tramutamenti.
Chi, come me, ha vissuto da vicino le vicende del palazzo dei marescialli ha potuto constatare che chi svolgeva istanze dalle quali emergeva un diritto pieno e legittimo da tutelare, magari anche protetto da privacy, doveva passare attraverso le forche caudine delle umiliazioni e dei dubbi manifestati da componenti di diverso colore, magari attraverso l'iter di una pratica lunga e faticosa e tale comunque da non danneggiare o danneggiare il meno possibile altri aspiranti più noti.
I furbi hanno spesso avuto vita facile e basterebbe scorrere non solo le rubriche "non ci posso credere" dei nostri valorosi componenti per accorgersene, ma anche i modesti bollettini che il sottoscritto segretario allora redigeva. Storie di soprusi, di ricorsi al TAR e, a volte, di diritti tutelati solo a suon di sentenze amministrative (ci siamo dimenticati l'ottimo Enrico Di Nicola, nominato procuratore a Bologna solo dopo l'intervento del Consiglio di Stato?).

Oggi tutto questo non è più tollerabile, perché il nemico non è più alle porte, ma è dentro casa. Bisogna cambiare registro.
Io rivendico fermamente il valore culturale delle correnti e del nostro Movimento, che ha contribuito non poco a cambiare la storia della magistratura degli ultimi diciassette anni. Ma è arrivato il momento di fare un salto di qualità, di saltare il burrone, sia pure rischiando di precipitare nella gola del canyon.
E' per questo che, nelle scorse sedute di Giunta, Ciro ed io abbiamo chiesto fermamente che al prossimo Congresso dell'ANM sia dedicata una sessione sulla crisi dell'autogoverno e sulle relative proposte di superamento.
Si tratta di proposte che debbono provenire da noi e che debbono riguardare la stessa sopravvivenza dell'autogoverno. Sono proposte che possono spaccare, certo, perché c'è chi già ora cavalca la tigre del nuovo corso burocratico e conformista della giurisdizione ... e questo qualcuno è presente ovunque, non solo in unicost ed mi.
Ci sono gli opportunisti, le banderuole, coloro che vanno dove porta il vento (e magari avessero un cuore).

Un incarico direttivo (o anche semidirettivo) deve essere ricoperto entro pochissimi mesi attraverso l'attuazione di regole certe, che privilegino sempre più il criterio attitudinale suffragato da fonti di conoscenza più puntuali ed obiettive. Certo, così la discrezionalità del CSM potrà aumentare, ma dobbiamo responsabilizzare i componenti in questo tipo di scelte perché, altrimenti, torneremmo al vecchio e tranquillo criterio dell'anzianità senza demerito che pur, stiamone certi, potrebbe essere illegittimamente derogato quando ... ne valga la pena.

Soprattutto, non è tollerabile che una procedura concorsuale duri a lungo perché bisogna trovare un punto di equilibrio tra le correnti, una sorta di pacchetto-compromesso che accontenti tutti o ... quasi. Non è importante che il CSM deliberi all'unanimità, magari dopo anni, perché ha raggiunto un punto di equilibrio "cultural-associativo". E' importante che deliberi presto e bene, magari "spaccandosi".
La spartizione lottizzatoria della struttura organizzativa e scientifica dei magistrati del Consiglio deve finire, perché è oggetto di scherno in tutta Italia. E deve cambiare la dinamica della procedura para-concorsuale che deve portare chi aspira a tali posti alla consapevolezza di servire, anzitutto, l'istituzione consiliare.
Le procedure di trasferimento ordinario devono adeguarsi alle nuove esigenze degli organici della magistratura, tendenti alla piena copertura ed allora devono cambiare le regole del gioco, devono essere anche qui privilegiati i criteri attitudinali piuttosto che la mera anzianità.
Certo che in tal modo potremmo puntualmente soccombere, ma a me sembra che il Movimento sia nato proprio per denunciare le patologie correntizie e non per subire, anche malvolentieri, compromessi che allontanano sempre più chi, a quegli ideali, aveva aderito con entusiasmo, illudendosi che qualcosa sarebbe cambiato. Ed al contempo avvicinano sempre più personaggi che con gli originari cromosomi movimentisti non hanno nulla a che fare. Chi vuole stare nel Movimento perché aspira a ricoprire al più presto un incarico di prestigio, o perché vuole lucrare indennità non dovute, o punteggi aggiuntivi non previsti, ha sbagliato porta. Non è qui che si elargiscono favori. Non è qui che si procede alla burocratizzazione della magistratura, alla uslificazione dei rapporti gestionali, alla compromissione di quei valori in cui crediamo, senza i quali possiamo sin d'ora dire ai nostri figli: scusa se sono lontano da casa, perché credo di non fare più il tuo bene.
Non è qui che si scende al compromesso, piccolo o grande che sia.

E' questo che deve avere ben chiaro chiunque sarà chiamato all'improbo compito di rappresentare il Movimento presso il prossimo CSM, in un periodo storico che rischia di essere caratterizzato da una strenua difesa dei valori costituzionali avverso gli attentati ad essi che numerosissime norme del nuovo Ordinamento giudiziario compiono.
Un Consiglio che non solo dovrà denunciare con forza la negazione di questi principi, attuata con i diversi decreti legislativi in materia, ma che dovrà anche porsi problemi di efficienza, che potrebbero divenire insormontabili anche in forza di molte norme nuove, che ad esempio determineranno tempi lunghissimi - altro che quelli attuali - per la copertura dei più vari incarichi direttivi o semidirettivi.
E tutto ciò non potrà che essere affrontato con chi - MD e articolo3 - come noi condivide i principi di fondo sui valori della giurisdizione e la concezione della Giustizia, intesa come irrinunciabile servizio da offrire alla tutela dei diritti violati dei cittadini.
Con l'attuale sistema elettorale (che quasi certamente non cambierà) non è pensabile di competere elettoralmente da soli.
Ma il percorso che abbiano sin qui fatto con gli amici di MD e, recentemente, con gli amici di articolo3, non può essere banalizzato ad un'alleanza elettorale, totale, ampia o meno ampia.
Il percorso che abbiamo sin qui fatto insieme, nel quale si sono aggregati anche singoli esponenti di Unicost e di MI, è un percorso nato ormai diversi anni fa non in un'ottica utilitaristica, ma in un'ottica, anzitutto culturale, prima ancora che politica (ricordo sempre il povero Carlo Verardi, che era solito affermare che qualsiasi riforma normativa deve essere preceduta da una riforma culturale e deontologica, senza la quale ogni speranza di cambiamento rimarrebbe utopia e tale che consegni al processo protagonisti preparati, efficacemente organizzati, legati da una comunanza dei valori di fondo).
Questo percorso culturale, che ha avuto modo di svilupparsi soprattutto nel settore della giustizia civile, ha raggiunto anche vette eccelse (Convegno di Alghero del novembre 2004), ma non è stato scevro di problemi, critiche, punti dolenti (ad esempio, l'articolato di MD sul processo civile, verso il quale il Movimento è rimasto in posizione statica ed asettica). Noi rappresentanti del Movimento siamo pochi ed MD è meglio organizzata sul piano partecipativo.
Questa è una situazione che "mutatis mutandis" si è verificata anche in Consiglio, ove la volontà di MD si è più volte affermata in piccoli e grandi episodi. Esigenze di sintesi mi portano ad evitare i dettagli (che chiunque potrebbe apprendere nei periodici bollettini dei nostri componenti del CSM).
Voglio però sottolineare che ALLEANZA SUI PRINCIPI E SUI VALORI FONDANTI DEL SISTEMA DELL'AUTOGOVERNO non significa aderire acriticamente alle scelte dei componenti di MD che in questa, come nella prossima consiliatura, saranno in maggioranza rispetto ai nostri rappresentanti.

Allora? Allora si tratta di fissare alcuni paletti ben ancorati al terreno e non rimovibili nel corso della prossima consiliatura. Che con MD, ma anche con art. 3, si abbia un afflato culturale e politico su molti dei valori che poniamo in campo è ormai pacifico e non può essere revocato in dubbio. Gli otto componenti che saranno eletti a seguito di questo accordo elettorale dovranno svolgere battaglie comuni che, in parte, li vedranno affiancati da altri consiglieri di diverse estrazioni, in parte li vedranno caratterizzati per rivendicare con orgoglio tematiche proprie e propri convincimenti (ufficio per il processo? Proposte nuove in tema di magistratura onoraria? Procedimenti tabellari più moderni e duttili? ecc.).
Ma non può escludersi che, come è avvenuto a volte nel corso di questa consiliatura, ci si trovi diversificati nella soluzione di un determinato problema. In questo caso, l'alleanza non può significare per ciascun consigliere il sacrificio della propria libertà di autodeterminazione.
In ogni settore, ma specialmente in quello della gestione del personale e degli incarichi direttivi o semidirettivi, i nostri futuri componenti dovranno rifiutare ogni logica compromissoria.
In un autogoverno più maturo non dovrebbe essere un dramma votare per il conferimento di un ufficio direttivo un valido aspirante di MI, che vanti oggettivamente più titoli di un aspirante della nostra area. Anzi, dovrebbe essere un obbligo derivante dal rigoroso rispetto delle regole.
Questo sin d'ora va chiarito, non per la nostra sopravvivenza, ma per la sopravvivenza dell'intero sistema di autogoverno.

Dovrà essere, dunque, un Consiglio capace di affrontare una situazione di emergenza istituzionale mai verificatasi prima, nemmeno ai tempi in cui l'amico Almerighi pronunciava quel durissimo j'accuse contro la classe politica dell'epoca.
Allora ben venga una chiamata alle armi di tutti coloro che questa Assemblea ritenga degni di rappresentare il Movimento presso il CSM perché, come diceva Cicerone nel De Repubblica, "quelle scappatoie cui ricorrono coloro che cercano scuse per vivere in un beato ozio, non devono illudere nessuno: lasciate pur che dicano che la vita politica é piena di uomini che non sono nulla di buono e con cui sarebbe vergognoso lottare: e che lottare con la moltitudine, soprattutto quando sia infuriata, sarebbe misero e pericoloso.
A sentirli, dunque, prender le redini di uno Stato non sarebbe da uomo saggio; non essendo possibile frenare la pazzia e gli scatti del volgo, né degno d'un uomo libero il battersi con avversari turpi e bestiali e lasciarsi coprire di contumelie, né d'un saggio l'aspettarle e il tollerarle; come se per gli uomini onesti, energici e generosi, potesse esserci più giusta ragione per entrar nella vita politica che affrontare la canaglia e impedirle di lacerare lo Stato prima che sia troppo tardi per porgergli aiuto".

Mario Fresa