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La Corte costituzionale e il nuovo orizzonte della tutela multilivello dei diritti fondamentali

Intervento presentato alla giornata di studi in ricordo di S. Panunzio
organizzata dal Centro studi giuridici e politici della Regione Umbria e
dalla Facoltà di Giurisprudenza, Università degli studi di Perugia, 16
giugno 2006.

La Corte costituzionale e il nuovo orizzonte della tutela multilivello dei
diritti fondamentali alla luce della riflessione di S. Panunzio
di Roberta Calvano

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1. Una rilettura della riflessione sulla tutela dei diritti fondamentali in Europa

Nel corso dei suoi cinquant?anni di vita la Corte costituzionale è stata
coinvolta innumerevoli volte e a vario titolo nella riflessione teorica e
la soluzione pratica delle questioni derivanti dalla partecipazione
dell?Italia al processo di integrazione europea. Nel rendere omaggio al
suo operato, che ha costituito un apporto fondamentale per l?attuazione
della Costituzione del 1947, ed ha enormemente contribuito alla
costruzione e garanzia del sistema costituzionale quale lo conosciamo
oggi, vorrei svolgere qualche breve riflessione ispirata dall?approccio
culturalmente stimolante e dalla figura indimenticabile di uno studioso
che ci ha lasciato un importantissimo contributo sul tema dei diritti
fondamentali e le Corti in Europa (1).
Lo studio di Sergio Panunzio, dedicato alla riflessione sulla tutela dei
diritti fondamentali nel complesso circuito costituito dai giudici comuni,
dalle due Corti europee e dalla Corte costituzionale, con la sua visione
aperta all?evoluzione in atto in Europa nell?intersecarsi di tali
ordinamenti, e l?esaltazione sin dalle prime pagine della diversità come
ricchezza, mi sembra suscettibile di indicare più che degnamente una
direzione da seguire, e allo stesso tempo rappresentare il miglior augurio
possibile per il proseguimento dell?operato del giudice costituzionale
italiano, che già tanto ha fatto per il concretamento del catalogo dei
diritti fondamentali previsti dalla Costituzione.
Tale valorizzazione della diversità , e persino delle ?inevitabili distonie
di questo sistema multilivello di protezione dei diritti? (2), appare tanto
più apprezzabile se si provi a metterla in relazione con la filosofia e
l?impostazione culturale che sembrano in qualche misura essere state alla
base di un dibattito i cui echi non sono ancora sopiti e che ha preso
spunto dalla nota sentenza Maastricht del Tribunale costituzionale
federale tedesco. Nella critica svolta in merito alla esistenza o alla
progettabilità di una Costituzione europea, ci si è frequentemente
soffermati sull?ostacolo rappresentato dall?assenza di un popolo europeo
omogeneo, che fosse tale non solo linguisticamente, ma etnicamente e
culturalmente (3).
Pur ammettendo la necessaria e forse grossolana
semplificazione delle due visioni che è alla base di questo accostamento,
mi pare si debba rilevare come la Weltanschauung sottostante alla tesi che
ho richiamato per ultima sia caratterizzata da una certa rigidità , da una
visione statica, che vorrei contrapporre per un attimo alla visione della
diversità come ricchezza portata avanti da Panunzio (4), alla originalitÃ
della sua ricerca svolta sul campo, in cerca di un nuovo metodo per il
costituzionalista, confrontato con un mondo del tutto nuovo, che non
abbandonando il rigore, l?attaccamento al dato positivo e al testo, riesce
a confrontarsi con una vera e propria rivoluzione in atto nel panorama
giuridico europeo, come anche nel nostro modo di pensare il diritto.

2. Norme costituzionali e giudice costituzionale di fronte all?opzione dualismo-monismo

Analogamente a quanto negli ultimi anni già era stato messo in rilievo da
più parti, (in particolare si può ricordare che alcune voci di autorevoli
studiosi si sono levate proprio dalla Corte costituzionale <5>), anche nella
riflessione di Panunzio si evidenzia l?atteggiamento di emarginazione,
quasi di autoesclusione della Corte rispetto ad alcune problematiche
legate al processo di integrazione, in particolare con il suo rifiuto di
utilizzare lo strumento delle questioni pregiudiziali ai sensi dell?art.
234 Tce (6).
Nel tornare sul problema, frequentemente discusso, della mancata
attivazione dello strumento da parte del giudice costituzionale, rispetto
al quale invece una qualche apertura era apparsa nella sentenza n. 168 del
1991, pare interessante rilevare la possibilità di costruire un innesco
virtuoso, riaprendo il dialogo della Corte costituzionale con la Corte di
giustizia comunitaria, senza che questo comporti un supino assoggettamento
della Corte alle linee interpretative provenienti da Lussemburgo.
Considerando, infatti, che il dialogo in discorso concerne un altro attore
fondamentale, rappresentato dai giudici comuni, - che chiedono ragguagli
interpretativi, e finiscono poi con l?ottenere oltre a quelli, come si sa,
giudizi di non compatibilità e di non applicabilità quindi delle fonti
interne -, nel ?circuito?, si vede bene, si produce, e si finisce con
l?applicare, un diritto vivente che il giudice costituzionale non ha
contribuito a produrre, e rispetto al quale non ha poi alcuna possibilitÃ
di incidere. Laddove invece, utilizzando la sua voce autorevole, e
inserendo nel ?circuito? di produzione degli indirizzi interpretativi la
sua sensibilità costituzionale, la Corte potrebbe instaurare un dialogo
privilegiato, caratterizzato da un ?ascolto? più attento da parte del
giudice comunitario.
Se anche il ?modo di porre la domanda? può contribuire al ?tipo di
risposta? che si può ottenere, si capisce bene come sia urgente un
reinserimento della Corte in quel circuito giudiziale che potrebbe
peraltro consentirle di contribuire ad arginare in qualche misura
l?esteso, e a volte un po? spregiudicato (7), sindacato sulla legislazione
nazionale da parte del giudice comunitario cui si è assistito negli ultimi
decenni.Se è difficile che ciò avvenga nel giudizio incidentale, dove il
confronto immediato con la norma applicabile, spettando al giudice a quo,
contribuisce ad individuare in quest?ultimo l?interlocutore più diretto
per il giudice comunitario, a diverse conseguenze si potrebbe giungere
nell?ambito del giudizio in via principale.
La premessa necessaria per poter giungere a questo risultato sembra essere
quella di una diversa costruzione dei rapporti tra i due ordinamenti. La
ricostruzione in senso dualista su di un piano teorico, è stata, per più
versi, vistosamente contraddetta negli anni da un assetto sostanzialmente
monistico e addirittura gerarchicamente orientato dei rapporti tra le
fonti dei due ordinamenti, e, in definitiva, del rapporto tra gli stessi
complessivamente intesi (8). Di fronte a tale situazione, il rifiuto di
utilizzare il rinvio pregiudiziale non poteva essere visto da parte del
giudice costituzionale che come l?ultimo residuo baluardo a tutela di un
certo qual margine di autonomia del sistema costituzionale italiano, che
vede il suo coronamento e la sua garanzia proprio nel sistema di giustizia
costituzionale. Sarebbe allora forse preferibile l?adozione di una lettura
che, facendo finalmente combaciare odds and ends, premesse teoriche e dato
applicativo, giungesse ad ammettere che il livello di integrazione
raggiunto non consente più la netta individuazione di una linea di confine
tra due ordinamenti distinguibili, riaffermando tuttavia alcuni capisaldi
che nella discrasia tra teoria e pratica si vanno inavvertitamente
perdendo. Si permetterebbe così una migliore garanzia proprio di quei
principi costituzionali interni che il giudice costituzionale deve
salvaguardare.
In tal senso, da ultimo, due sentenze della Corte costituzionale hanno
suscitato l?attenzione di chi attende da tempo segnali di un mutamento
nella consolidata giurisprudenza costituzionale iniziata con la sentenza
n. 170 del 1984. La sentenza n. 406 del 2005 potrebbe essere letta,
infatti, come una prima tappa di in nuovo percorso. In essa, applicandosi
per la prima volta l?art. 117, comma 1, nell?ambito di un giudizio di
legittimità costituzionale in via principale, si dichiara l?illegittimitÃ
di una legge regionale per contrasto con una direttiva comunitaria, in
quanto il legislatore regionale non aveva rispettato ?i vincoli derivanti
dall?ordinamento comunitario?, e non più quindi in riferimento all?art. 11
Cost. La decisione, seppur succintamente motivata, si segnala per la
scelta evidente di privilegiare la soluzione della questione rispetto al
parametro dell?art. 117, comma 1, pur in presenza di altro e ben fondato
profilo di incostituzionalità fatto valere nel ricorso, che avrebbe
trovato solido sostegno in precedenti pronunce della Corte (9). In essa, sia
detto per inciso, la Corte non si sottrae dal compito di interpretare
direttamente la direttiva invocata dal ricorrente, lasciandoci col dubbio
se ciò sarebbe avvenuto anche qualora l?interpretazione della stessa si
fosse presentata più controversa (10).
Nella, di poco successiva, sentenza n. 129 del 2006, pur ricomparendo il
riferimento all?art. 11 accanto all?ormai ?sdoganato? primo comma
dell?art. 117, il discorso della Corte si fa ancor più interessante, pur
rimanendo suscettibile di interpretazioni contrapposte, che potranno
trovare conferma o smentita soltanto alla luce dei futuri orientamenti. Si
afferma infatti nella motivazione che, la norma di cui all?art. 117, primo
comma, ?collocata nella Parte seconda della Costituzione, si ricollega al
principio fondamentale contenuto nell?art. 11 Cost. e presuppone il
rispetto dei diritti e dei principi fondamentali garantiti dalla
Costituzione italiana? (11).
Si potrebbe sicuramente sostenere che l?unico
significato attribuibile a tale enunciazione sia la riaffermazione del
valore dell?art. 11, congiuntamente ad un ridimensionamento delle
possibili letture innovative della norma di cui all?art. 117 (12). Tuttavia,
piace pensare, anche alla luce di quanto detto sin qui, che si possa
invece rinvenire in tale passaggio un accenno in vista di quello che
potrebbe domani essere nella lettura della Corte costituzionale, un
disegno più armonico e unitario utile a meglio affrontare le ?questioni
comunitarie?.
La lettura che si vuole qui suggerire, e che, se non già leggibile in
controluce, almeno non pare contraddetta dalla richiamata pronuncia, si
fonda sull?auspicio che i due ordinamenti ?distinti seppur coordinati?
della sentenza Granital, lascino il posto ad un unico insieme integrato,
in cui al vertice trovino spazio i principi fondamentali della
Costituzione, accanto a quelli generali (costituzionali?) del diritto
comunitario, utilizzabili in ugual modo per guidare l?interpretazione del
diritto europeo oltre che interno. I ?principi fondamentali e diritti
inviolabili?, insomma, non più branditi e mai applicati, potrebbero
abbandonare la loro funzione negativa e difensiva di controlimiti, e
costituire un punto di raccordo tra livelli, riassumendo il ruolo di
principi ordinanti, utili nell?orientare l?interpretazione costituzionale
e comunitaria (13).
Tale ricostruzione potrebbe trovare un suo punto di
riferimento ad un tempo nell?art. 117 comma 1, quale norma che regola il
rapporto tra fonti, e nell?art. 11, quale di norma di principio relativa
all?orientamento assiologico del processo di integrazione (14).
Partendo dal dato sopra ricordato, che vede i due ordinamenti fusi in un
tutto unico e indistinguibile (e come altro potrebbe essere giacchè gli
ordinamenti regolano la convivenza e tutelano le situazioni giuridiche dei
medesimi soggetti di diritto?) la necessità di ricostruire un?impalcatura
teorica più razionale e convincente del quadro delle norme fondamentali di
tale sistema rispetto alle soluzioni applicative sino ad ora seguite
appare improrogabile. Questo anche in ragione della possibilità di
comprendere il rapporto tra la Costituzione italiana e il trattato Ce ed
Ue nei termini di una interazione-integrazione più profonda, così da
colmare quella che in definitiva i costituzionalisti continuano a sentire
come una ferita inferta al loro sistema concettuale e teorico (15).

3. ?Autorevolezza? della Corte di Strasburgo e ?forza? del giudice comunitario


Va inoltre ancora ricordato il rischio, anch?esso messo in luce da Sergio
Panunzio, quando ancora appariva prossima l?entrata in vigore della Carta
di Nizza, che la forza espansiva dell?applicazione giudiziaria della Carta
dei diritti da parte dei giudici comunitari, potesse estromettere ancor
più la Corte costituzionale dal ruolo di Corte dei diritti, già in buona
parte sottrattole dal giudice lussemburghese (16).
Nonostante la questione si ponga oggi meno urgentemente all?attenzione di
chi studia il tema dei diritti fondamentali in Europa, a causa della
vicenda per ora negativa che ha contrassegnato le procedure di ratifica
del Trattato costituzionale, - e quindi le probabilità che esso entri in
vigore così come è -, essa offre lo spunto per un?ulteriore riflessione.
La ?forza? della Corte di giustizia, e con essa del Tribunale di prima
istanza, sembra essere rappresentata proprio dalla sua apertura, il suo
dialogare con l?esterno, insomma da un?elasticità ermeneutica che finisce
col concretizzarsi in una sorta di capacità inclusiva. Il giudice
comunitario, infatti, ha via via fatto proprie le tradizioni
costituzionali comuni, oltre che le tradizioni giuridiche degli Stati
membri, la Cedu, e la giurisprudenza della Corte europea dei diritti
umani, spesso richiamata nelle sue pronunce; infine si è riferito anche
alla Carta di Nizza (17). Così facendo peraltro esso si è progressivamente
trovato a confronto, se non in contrapposizione, con la Corte di
Strasburgo, in una sorta di competizione in quella specie di ?mercato dei
diritti? europeo che sembra essersi aperto, dove oggi le opzioni
disponibili al cittadino che voglia far valere la sua pretesa in giudizio
si moltiplicano e sovrappongono (18).
Questo intersecarsi delle sfere ordinamentali che ormai ben conosciamo, tra Ce, Ue, Cedu, e Stati, ha
portato inevitabilmente significativi problemi intepretativi, laddove un
diritto viene ad essere tradotto di volta in volta in diversi contenuti e
significati nei differenti livelli ordinamentali, con gli annessi rischi
per gli standard di tutela (19).
Alla luce di tutto questo, sicuramente benefico appare il processo che ha
visto le due Corti europee mettersi a confronto nella lotta per il ruolo
di ?custode? di una Costituzione che per molti ancora non c?è. La
Costituzione che invece c?è, quella italiana, potrebbe entrare a pieno
titolo in questo intersecarsi di livelli ed opzioni interpretative se
anche il suo giudice non farà mancare la sua voce nell?arena europea dei
diritti.
Per quanto riguarda le due Corti sovranazionali, il meglio della raffinata
cultura giuridica europea (20) non può che portare, in questa sorta di
competizione non dichiarata, ad una preferenza per la Corte dei diritti
umani, con il suo non inserire nel bilanciamento altro che i diritti
fondamentali (a fronte della considerazione da parte del giudice
comunitario dei principi del Trattato relativi al mercato). Ma ancora di
più, va sottolineata la distanza nello ?stile espressivo e comunicativo?
dei due giudici, con una preferenza per il pathos costituzionale espresso
nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo, nella quale quindi il
discorso sui diritti assume ?un senso rappresentativo di valori di
civiltà , ed un ruolo funzionale allo sviluppo del processo di identità e
di integrazione dei cittadini europei? (21) che stimola ad un arricchimento
della prospettiva nella riflessione su questi temi.
Diversamente, un approccio più ?basso? e pragmatico (22) sembra invece
evidenziare come gli strumenti a disposizione del giudice di Strasburgo
appaiano fragili e forse spuntati di fronte alla sfida dei diritti in
Europa (23), laddove i giudici comunitari (24) sembrano avere a disposizione,
strumenti ben più incisivi, in parte anche costruiti in via
giurisprudenziale nell?arco di lunghi decenni, nel corso dei quali il
perseguimento di ?une certaine idée de l?Europe? è sembrato giustificare
quello che in certa misura rappresentava uno stravolgimento del disegno
del trattato (25).
Non va dimenticato poi che la violazione della Convenzione può essere
fatta valere a Strasburgo solo a seguito dell?esaurimento delle vie
interne di ricorso, quindi con un lungo e faticoso percorso da svolgere
per i titolari di situazioni giuridiche che spesso sarebbero invece
bisognose di una pronta tutela.
Va aggiunto poi che le sentenze di
condanna della Corte di Strasburgo producono l?obbligo di garantire
un?equa soddisfazione per la parte lesa, ma non impongono di adottare
provvedimenti generali (26), nè hanno un?efficacia costitutiva nei confronti
degli atti lesivi dei diritti garantiti dalla Convenzione, e ciò le espone
spesso al rischio di rimanere lettera morta anche per lungo tempo dopo la
loro pubblicazione (27).
Si potrebbe invero obiettare che in qualche misura analoga è la forza
formale delle sentenze rese dal giudice comunitario sulle questioni
interpretative, ma è ben noto come, tramite le stesse, si produca
l?effetto di evitare l?applicazione delle misure interne incompatibili col
diritto comunitario.
Quale ultimo importante tassello di questo schematico raffronto tra le due
giurisdizioni sovranazionali va poi ricordata una piccola ma significativa
modifica introdotta con il Protocollo allegato alla Cedu approvato da
ultimo, ed aperto alla firma degli Stati nel maggio 2004. Sulla scorta di
quanto avviene nell?ambito di molte giurisdizioni supreme e costituzionali
nazionali (28), infatti, si prevede, accanto ad altre misure di
razionalizzazione della procedura, che, onde alleggerire l?imponente
carico di lavoro della Corte europea, anche presso di essa venga
introdotto uno strumento che le consenta la possibilità di svolgere una
sorta di ?filtro? dei ricorsi presentati per violazione della Cedu (29).
Esso verrà introdotto in uso a seguito dell?entrata in vigore del richiamato
Protocollo n. 14, che, all?art. 12 (che emenda l?art. 35 par. 3 della
Cedu), introduce la possibilità di dichiarare irricevibili i ricorsi di
chi non abbia subito un ?pregiudizio importante? (30).
Oltre al peso di quelli che appaiono come significativi profili attinenti
alla disciplina della giurisdizione e degli aspetti processuali, che
depongono a favore di una maggiore incisività nella tutela dei diritti
fondamentali del giudice comunitario rispetto al giudice di Strasburgo,
questa caratteristica pare confermata anche da una lettura della
giurisprudenza degli ultimi anni, nella quale si riscontra una rinnovata
attenzione del giudice comunitario per i diritti fondamentali, che diventa
anche più che significativa in relazione ai diritti sociali (31).
Si può qui richiamare in proposito un filone giurisprudenziale di pronunce
in cui si estendono ai lavoratori immigrati le garanzie previste per i
cittadini degli Stati membri (32), o, tra i molti casi emblematici (33), a
titolo esemplificativo, la sentenza con cui di recente il giudice
comunitario è tornato nuovamente ad occuparsi del diritto ai trattamenti
pensionistici dei transessuali.
Dopo una prima pronuncia resa su di una
questione pregiudiziale proveniente dal Regno Unito (34), il giudice
comunitario è stato chiamato nuovamente a risolvere una questione
interpretativa relativa ad una disciplina nazionale che non prevede il
pieno riconoscimento giuridico del mutamento dell?identità sessuale dei
transessuali. L?applicazione di tale normativa aveva portato al rifiuto,
da parte dell?amministrazione competente, di concedere una pensione ad una
persona transessuale passata al sesso femminile, pur soddisfacendo la
stessa il requisito dell?età minima richiesta dalla legge britannica alle
donne per accedere al trattamento pensionistico. La Corte ha ritenuto tale
rifiuto discriminatorio, alla luce di una direttiva comunitaria sulla
parità di trattamento in materia di sicurezza sociale, pervenendo così,
ancora una volta, ad evidenziare il legame tra la possibilità di affermare
tramite i ?diritti economici? garantiti dal trattato, i principi
inviolabili e diritti fondamentali appresi dall?esperienza
costituzionalistica (35).
Ancora una dimostrazione dei nuovi itinerari percorribili per far valere i
diritti fondamentali. Che accanto ed in raccordo con essi rimanga aperta
la via del giudizio della Corte costituzionale, non lasciando quindi che
le diverse istanze e relative procedure rimangano isolate e non
comunicanti tra loro, appare l?unica direzione da seguire a maggior tutela
dei diritti.
(31 luglio 2006)


Note
1 S. P. PANUNZIO, I diritti fondamentali e le Corti in Europa,
nell?omonimo volume curato dallo stesso S. Panunzio, Napoli, 2005, 1- 104.

2 Che sono ? espressive delle molteplici identità sociali e culturali
presenti nei diversi Paesi ed ambiti europei. E sono anche utili, perché
proprio esse possono contribuire ad alimentare un continuo dibattito nello
, ed a favorire ? proprio in virtù di
quel dibattito ? il suo continuo sviluppo e progresso, e con esso il
processo d?integrazione politica e costituzionale dell?Europa?. Così si
conclude il saggio cit., 104.

3 Ci si riferisce alla sentenza Maastricht del Bundesverfassungsgericht
resa il 12 ottobre 1993, (traduzione italiana a cura di A. Anzon e J.
Luther, in Giurisprudenza costituzionale, 1994, soprattutto 694), e alla
nota tesi di D. Grimm, ben riassunta dalla letteratura inglese come ?no
demos thesis?, e riportata in Italia in D. GRIMM, Una Costituzione per
l'Europa?, in Zagrebelsky-Portinaro-Luther, (a cura di) Il futuro della
Costituzione, Torino, 1996, 349 e, in una versione forse più sfumata in
ID., Il significato della stesura di un catalogo europeo dei diritti
fondamentali nell?ottica della critica dell?ipotesi di una Costituzione
europea, in Diritti e Costituzione nell?Unione europea, a cura di G.
Zagrebelsky, Bari ? Roma, 2003, 20. Alla suddetta tesi ben rispondono le
riflessioni di G. F. MANCINI, Europe: A Case for Statehood, cit., 58, per
il quale ?quando ci si confronta con alcune delle premesse del diritto
pubblico tedesco, viene alla mente a volte il gatto del Cheshire: ..il
corpo, a cominciare con la punta della coda è svanito, ma il ghigno
rimane?. Ulteriori spunti in L. M. DIEZ PICAZO, Intervento nella Tavola
Rotonda in AIC, La Costituzione europea. Annuario 1999, cit., 589-590, e
ID., Constitucionalismo de la Uniòn Europea, Madrid, 2002.

4 Pur nella profonda consapevolezza delle difficoltà teoriche, e delle
molte problematiche discordanze che egli stesso rinviene nei divergenti
orientamententi giurisprudenziali delle Corti europee sui diritti
fondamentali che esplora.

5 Pur se alquanto caute le riflessioni dei giudici costituzionali lasciano
tuttavia trasparire che nella ricostruzione della Corte dalla sentenza
Granital in poi è visibile ?qualche crepa? (così P. A. CAPOTOSTI, Quali
prospettive nei rapporti fra Corte costituzionale e Corte di giustizia?,
in Quaderni costituzionali, 2002, 561); nel giudizio in via principale
sembra favorevole all?azionabilità dell?art. 234 V. ONIDA, ?Armonia tra
diversi? e problemi aperti. La giurisprudenza costituzionale sui rapporti
tra ordinamento interno e ordinamento comunitario, in Quaderni
costituzionali, 2002, 554; La linea giurisprudenziale seguita dalla Corte
?rischia di avere effetti perversi? per G. ZAGREBELSKY, (Corti europee e
corti nazionali, in S. P. Panunzio (a cura di), I costituzionalisti e
l?Europa, Milano, 2002., 539).

6 Da ultimo ritorna con vigore sulla questione F. SORRENTINO, Il diritto
europeo nella giurisprudenza della Corte costituzionale: problemi e
prospettive, relazione al Convegno per i 50 anni della Corte
costituzionale ?Giurisprudenza costituzionale ed evoluzione
dell?ordinamento italiano?, Roma, Accademia dei Lincei, 24 maggio 2006.

7 Sia consentito citare tra i tanti possibili esempi solo il caso Pupino,
(sentenza della Corte di giustizia, Grande Sezione, del 16 giugno 2005,
con mio commento Il ?Caso Pupino?: ovvero dell?alterazione per via
giudiziaria dei rapporti tra diritto interno (processuale penale), diritto
Ue e diritto comunitario, in Giur. Cost. 2005, in corso di stampa),
chiaramente rappresentativo a mio avviso di tale atteggiamento del giudice
comunitario.

8 Basti ricordare l?affermarsi del principio della primauté,
dell?efficacia diretta, di un sindacato diffuso sulla compatibilitÃ
comunitaria della legislazione interna, per ricordare solo i dati più
noti, per non giungere a descrivere i casi più complessi di invadenza dei
principi comunitari nell?ambito del procedimento legislativo (si può
ricordare il caso Unilever), giurisdizionale (casi Factortame,
Zuckerfabrik, Pupino), amministrativo (Kuhne & Heitz).

9 Sulla sentenza v. A. CELOTTO, La Corte costituzionale finalmente applica
il primo comma dell?art. 117 Cost., in www.giustamm.it. Sia consentito
richiamare anche la mia nota, La Corte costituzionale ?fa i conti? per la
prima volta con il nuovo art. 117 comma 1 Cost. Una svista o una svolta
monista della giurisprudenza costituzionale sulle ?questioni comunitarie??
in Giur. cost., 2005, in corso di stampa.

10 Sull?art. 117 comma 1 si v. V. F. SORRENTINO, Nuovi profili
costituzionali dei rapporti tra diritto interno e diritto internazionale e
comunitario, in Diritto pubblico comparato ed europeo, 2002, 1355.

11 Punto 5.3 della motivazione in diritto.

12 Pure autorevolmente sostenute, tra gli altri da M. P. CHITI, Regioni e
Unione europea dopo la riforma del Titolo V della Costituzione:
l?influenza della giurisprudenza costituzionale, in La riforma del Titolo
V, parte II della Costituzione, Rimini, 2003, a cura di C. Bottari,
255-257; G. FALCON, Nuove questioni sul percorso istituzionale italiano,
in Stato, Regioni ed enti locali nella legge 5 giugno 2003, n. 131, a cura
dello stesso A., Bologna, 2003, 11; L. VIOLINI, , Il potere estero delle
Regioni e delle province autonome, in Stato, Regioni ed enti locali nella
legge 5 giugno 2003, n. 131, a cura di G. Falcon, Bologna, 2003., 121; L.
TORCHIA, I vincoli derivanti dall?ordinamento comunitario nel nuovo Titolo
V della Costituzione, in Le Regioni, 2001, 1203 ss, a fronte di un
orientamento più minimalista-continuista rappresentato da E. CANNIZZARO,
La riforma della costituzione e gli obblighi internazionali,
cit., 926-931. Analogamente C. PINELLI, I limiti generali alla potestÃ
legislativa statale e regionale e irapporti con l?ordinamento comunitario,
Foro italiano, 2001, V, 145 ss.; Sullo stesso tema è tornato ancora, alla
luce della legge n. 131 del 2003, C. PINELLI, in Le modifiche al titolo V
della parte seconda della Costituzione ? Tre anni dopo, in Foro italiano,
2004, V, 57.

13Sul punto v. M. CARTABIA- A. CELOTTO, La giustizia costituzionale in
Italia dopo la Carta di Nizza in Giur. Cost., 2002, soprattutto 4502,
nonché A. CELOTTO, Una nuova ottica dei ?controlimiti? nel Trattato
costituzionale europeo, in www.forumcostituzionale.it
In tema di controlimiti, in relazione al rischio che la loro malintesa
attivazione da parte dei giudici comuni possa portare ad una applicazione
a macchia di leopardo del diritto comunitario, v. G: MORBIDELLI,
Controlimiti o contro la pregiudiziale comunitaria, a commento di
Consiglio di Stato, sent. 8 agosto 2005, n. 4207, in Giur. cost., 2005,
rispettivamente 3406 e 3391.

14 Peraltro la Corte di giustizia pare vicina ad un?esplicita censura
della mancata utilizzazione dell?art. 234 Tce da parte delle giurisdizioni
nazionali di ultima istanza, quale è senza dubbio la Corte costituzionale,
avendo già affermato la responsabilità degli Stati per violazione del
diritto comunitario da parte degli stessi giudici supremi, anche quando la
sentenza sia passata in giudicato. Si v. in proposito i casi Köbler,
(C-224/01) Kühne & Heitz, (C-453/00, in con nota di E. RINALDI, Miracoli
dei polli olandesi, in Rivista italiana di diritto pubblico comunitario,
2005, ) e le conclusioni dell?avv. Generale Leger nel caso ?Traghetti del
Mediterraneo?, (C-173/03) non ancora deciso dalla Corte di giustizia.

15 M. LUCIANI, Costituzionalismo irenico e costituzionalismo polemico,
Relazione al Convegno organizzato dalla Associação Portuguesa de Direito
Constitucional, ?La Costituzione portoghese?, Lisbona, 26 aprile 2006.

16 S. P. PANUNZIO, op. cit., 42 ss.; sul tema del valore attribuibile alla
Carta di Nizza v. A. PACE, A che serve la Carta dei diritti fondamentali
dell?Unione europea? Appunti preliminari, in Giur. cost., 2001, 193; una
posizione alquanto diversa in I giudici e la Carta dei diritti dell?Unione
europea, a cura di G. Bisogni ? G. Bronzini ? V. Piccone, Taranto, 2006.
17 Sentenza del Tribunale di prima istanza del 30 gennaio 2002, in

T-54/99, Max.mobil Telekommunikation Service / Commissione. La Corte di
giustizia non risulta avere invece mai applicato la Carta dei diritti,
nonostante i frequenti richiami ad essa nelle conclusioni degli avvocati
generali. La Carta è stata da ultimo richiamata ad adiuvandum entrando
quasi nel sillogismo decisorio della stessa Corte costituzionale nella
sentenza n. 190 del 2006.

18 Sul tema la letteratura costituzionalistica inizia ad essere veramente
ampia. Si vedano tra gli altri i contributi riuniti nel volume a cura di
P. BILANCIA e E. DE MARCO, La tutela multilivello dei diritti, Milano,
2004, tra cui in particolare, A. BARBERA, Le tre Corti e la tutela
multilivello dei diritti, 81; P. BILANCIA, Possibili conflittualità e
sinergie nella tutela dei diritti fondamentali ai diversi livelli
istituzionali, 113; E. DE MARCO, La tutela multilivello dei diritti tra
enunciazioni normative w guarentigie giurisdizionali, 127; V. ONIDA, La
tutela dei diritti davanti alla Corte costituzionale e il rapporto con le
Corti sovranazionali, 105; V. ZAGREBELSKY, I giudici nazionali, la
Convenzione e la Corte europea dei diritti umani, 99.

19 Evidenziati da ultimo da M. LUCIANI, Costituzionalismo irenico e
costituzionalismo polemico, cit.

20 Ben rappresentato nella figura di S. P. PANUNZIO, I diritti
fondamentali e le Corti in Europa, cit., 33.

21 ID., op. ult. cit., 33.

22 Per il quale sembra opportuno rinviare al mio La Corte di giustizia e
la Costituzione europea, Padova, 2004,Capitolo V.

23 Non tanto alla luce della scarsa considerazione di recente mostrata per
la CEDU, (considerata non utilizzabile come parametro del giudizio di
costituzionalità nell?ordinanza n. 464 del 2005 della Corte
costituzionale), che esplica invece un potente influsso
sull?interpretazione anche costituzionale (in tema v. le riflessioni di A.
PACE, La limitata incidenza della CEDU sulle libertà politiche e civili in
Italia, in Diritto pubblico, 2000, 9). Cfr. F. SORRENTINO Il diritto
europeo nella giurisprudenza della Corte costituzionale: problemi e
prospettive, cit., sulla sentenza della Corte Edu 31 3 2006 in cui si
lamenta la violazione permanente della Cedu da parte dell?Italia, così
implicitamente ammettendo in qualche misura la pochezza degli strumenti
apprestati dal sistema della Convenzione.

24 il ruolo del tribunale di prima istanza si è spesso dimostrato quale
fautore di un maggiore coraggio nel mutare orientamenti che in questo
campo sono fondamentali. V. sentenze Jégo Quéré del 3-5-22002 del
Tribunale, seguita poi da Uniòn de Pequenos Agricultores della Corte di
giustizia del 25-7-2002, relative all?allargamento delle maglie dei
requisiti per la sussistenza della legittimazione dei singoli a ricorrere
ex art. 230 del Trattato CE.

25 Ci si riferisce naturalmente al principio della primauté,
dell?efficacia diretta delle norme del Trattato e delle direttive, tra le
principali acquisizioni in via giudiziaria di quell?epoca. Sul punto si
veda la illuminante ricostruzione di sintesi di G. TESAURO, SovranitÃ
degli Stati e integrazione comunitaria, Lezione magistrale tenuta presso
la Facoltà di Giurisprudenza dell?Università degli studi Suor Orsola
Benincasa, Napoli, 2006. ID, Diritto comunitario, Padova, 2005.

26 Come ricordato da A. BARBERA, Le tre Corti e la tutela multilivello dei
diritti cit., 97.

27 La proposta di prevedere che la Corte possa condannare al pagamento di
una penalità gli Stati che non diano esecuzione alle sue sentenze non ha
trovato accoglienza nel protocollo n. 14 sul quale v. di seguito nel
testo, nonché nt. 30 e 31. La tendenza recente della Corte di Cassazione
ad attribuire una sorta di forza vincolante ai principi stabiliti nelle
sentenze provenienti da Strasburgo è ora messa in luce da F. SORRENTINO,
La tutela multilivello dei diritti, in RIDPC, 2005, 95.

28 Si possono ricordare analoghe limitazioni relative al Certiorari della
Supreme Court Usa, al filtro attuato per quanto concerne il ricorso dei
singoli al BundesVerfassungsgericht, nonché il recurso de amparo presso il
Tribunale costituzionale spagnolo.

29 Parere negativo rispetto all?introduzione di tale meccanismo di filtro
era stato espresso dall?Assemblea del Consiglio d?Europa con Parere del 28
aprile 2004, n. 251. L?applicabilità dello strumento di filtro è tuttavia
sottoposta ad una serie di limitazioni e restrizioni, per le quali si
rinvia al testo dello stesso, rintracciabile sul sito www.echr.coe.int.

30 Per una ricostruzione v. U. VILLANI, Il protocollo n. 14 alla
Convenzione europea dei Diritti dell?Uomo, in La Comunità internazionale,
2004, 487.

31 In risposta a quella che può essere ormai considerata un?accusa
?classica? rivolta nei confronti della Corte di giustizia e, più in
generale del sistema comunitario. (v. tra gli altri G: AZZARITI, Il valore
della Carta dei diritti fondamentali nella prospettiva della costruzione
europea: dall?Europa dei mercanti all?Europa dei diritti? in Ripensare lo
Stato, Atti del Convegno di studi, Napoli 22 e 23 marzo 2002, a cura di S.
Labriola.

32 Si vedano in proposito i riferimenti in G. BASCHERINI, L?immigrazione e
i diriti, in I diritti costituzionali, a cura di P. Ridola R. Nania.,
Torino, 2006.

33 Ancora più significativa la sentenza in C-372/04 con cui la Corte di
giustizia stabilisce che l?obbligo dello Stato di farsi carico delle cure
ospedaliere erogate ad un cittadino in un diverso Stato membro, tutte le
volte che il sistema sanitario nazionale non sia in grado di fornire senza
ritardo il trattamento necessario, si applica parimenti ad un servizio
sanitario nazionale che le dispensa gratuitamente. Una questione
pregiudiziale proposta in relazione alla libera prestazione dei servizi ha
portato la Corte di giustizia ad apprestare ancora una volta una forte
tutela ai diritti sociali.

34 Il precedente caso risolto dalla Corte di giustizia con sentenza del 7
gennaio 2004, in C-117/01, (K.B. / National Health Service Pensions Agency
and Secretary of State for Health) può essere letto nel sito
www.associazionedeicostituzionalisti.it. Nella pronuncia, si censurava
indirettamente la legislazione del Regno Unito che, non riconoscendo la
nuova identità sessuale dei transessuali, impediva loro di accedere al
matrimonio. Infatti, secondo la Corte, una simile disciplina risulta
contraria al diritto comunitario in quanto ne consegue il mancato accesso
per gli stessi al beneficio della pensione di reversibilità .

35 Innumerevoli casi analoghi potrebbero essere richiamati. Cito, per
averlo approfondito personalmente il caso Orfanopoulos, che può essere
letto con una breve osservazione in Quaderni costituzionali, 2004.

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