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MULTICULTURALISMO E PROCESSO PENALE Padova 5 giugno 2007
Relazione di
Luigi Lanza
magistrato corte appello Venezia

Sistema penale e cultura dell’immigrato: quale ruolo per il giudice?

Sommario: §.1) il valore della parola immigrato: pregiudizi ed integrazione. §.2) allarme sociale, comunicazione di massa, attività legislativa: corrispondenze e interazione. §.3) dati oggettivi: anagrafe; criminalità; reati di competenza della Corte di Assise; presenze in Istituti penitenziari. §.4) l’intervento del giudice: profili di personalizzazione della decisione di condanna, globalizzazione, nuova cultura, multiculturalismo e reati culturali. §.5) Variabili della decisione del giudice: la personalità del decidente ed il pregiudizio del giudice sull’immigrato. §.6) l’intervento del giudice nelle aree di interpretazione sensibile: profili generici di attenuazione od aggravamento del reato in funzione della qualità di cittadino extra-comunitario dell’imputato. §.7) il maltrattamento come reato culturale e il vittimismo da mancata integrazione. §.8) Incertezze giurisprudenziali da inclusione (tendenziale rispetto delle specificità) o da assimilazione (indifferenza della diversità). §.9) conclusioni. §.10) stralcio sentenza, 9 gennaio 2006 Corte d’assise d’appello di Venezia sez. II, in tema di abbiezione e futilità dei motivi.

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§.1) il valore della parola immigrato: pregiudizi ed integrazione

Se in criminologia, le parole sono contenitori che definiscono gli ambiti del malessere sociale e della devianza, nel diritto, le parole diventano modello di riferimento e misura esistenziale per i fatti-reato.

In entrambi i casi, esse sono l’elemento fondante ed unico per descrivere e catalogare fenomeni sociali che, come l’immigrazione, lambiscono -da un lato- i crinali tra liceità e l’illiceità, e toccano -dall’altro- il conscio e l’inconscio delle masse per le ricadute polivalenti che tale fenomeno (se esteso) produce nel quotidiano di ogni organizzazione sociale consolidata.

In tema di immigrazione la parola determina quindi ad un tempo: sia le aree socio-emotive positive (di condivisione, solidarietà, distensione); sia quelle neutre (di attesa, senza suggerimenti interferenti), sia, infine, quelle negative (dissenso, estraneazione critica, antagonismo)[1].

Condivisione-neutralità-dissenso, intrecciate e confuse, connotano poi la complessità degli atteggiamenti, degli umori, delle sensazioni del singolo e della collettività, come risposta ad un fenomeno che interferisce con il proprio vissuto[2] (antropologico culturale), ed in particolare con le proprie personali rappresentazioni[3].

La lettura del classico libro della Bellucci[4] e delle altre pubblicazioni del Laboratorio di linguistica giudiziaria offre anche al più distratto spettatore delle vicende forensi uno spaccato suggestivo della forza trainante della parola, immessa nel circuito giudiziario.

Ogni volta che mi trovo ad usare termini come “stranieri”, “immigrati”, “cittadini extracomunitari” sono subito indotto a pensare alla parola che nel dialetto contadino del basso veronese –prima dell’avvento della tv- designava i “non-nativi rispetto al territorio”, o comunque coloro che, per svariate ragioni, non solo linguistiche, ma culturali, di abitudine, di abbigliamento, di parlata, di postura, apparivano ed erano considerati non in linea con gli standard di appartenenza antropologica-culturale sentiti come tipicamente propri.

Questa parola era “foresto”, da un facile etimo latino “foras” “stare” (stare fuori, della casa, della corte, del borgo, del paese, della parrocchia, etc).

Non era una parola di disprezzo, anzi era sovente la segnalazione immediata di un comportamento non sintonico rispetto alle aspettative di chi lo osservava, accompagnata però, laddove possibile, da un invitante cornice di giustificazione: “poro can, l’è foresto” (poveraccio, è straniero).

Per altro profilo, ma sempre importante sotto l’angolazione degli stimoli da pregiudizio, vale la pena di notare che Flaubert (1821-1880), nel suo Dizionario dei luoghi comuni[5], invitava il lettore, per rimanere nell’ambito del “bon ton”, a far sempre precedere alla parola “straniero” la parola “un nobile…” straniero: evidentemente, anche in Francia ed allora, il pregiudizio non mancava.

La realtà italiana di questi ultimi cinquant’anni è però radicalmente mutata perché da un paese di emigranti siamo diventati un traguardo di immigrazione, ed in questo scenario sono di conseguenza variati i modelli reattivi[6].

La parola “foresto” non si usa più, ed alla accezione, “immigrato” “extracomunitario”, si accompagna quasi automaticamente una connotazione di sottile disprezzo sociale.

Non si è infatti verificata, per lo straniero, quella metamorfosi linguistica che nelle ultime generazioni ha trasformato gli spazzini in “operatori ecologici”, i benzinai in “carbogestori”, gli handicappati in “persone diversamente abili”.

L’espressione linguistica che definisce lo “straniero” non è infatti variata, anzi, anziché addolcirsi, tende irrimediabilmente a ribadire steccati e barriere, non solo giuridiche (irregolare e/o clandestino) ma anche culturali e fisiche: si pensi al muro costruito dal Comune di Padova in Via Anelli.

Perché questo? e quale ruolo di solidarietà, estraneità, antagonismo ha avuto o ha la magistratura penale nel produrre sentenze, modulare risposte giudiziarie, escludere alcuni imputati stranieri dal circuito penitenziario?

Va subito premesso che esula dalla presente relazione tutto il tema affascinante e complicato del terrorismo politico[7] di matrice straniera, e all’interno di questo la saldatura, che è stata definita “orrenda”[8] tra terrorismo e religioni.

Tuttavia, per chi voglia approfondire le relative questioni, invito a leggere: l’esemplare relazione del collega Armando SPATARO (2007), nel corso del suo recente incontro di studio al C.S.M. su Terrorismo e crimine transnazionale[9]; l’analisi del prof. Franco CORDERO (2006) sul Diritto nell’era del terrorismo[10]; il libro, altrettanto recente, di Paolo BONETTI (2006) su Terrorismo, emergenza e costituzioni democratiche[11]; un pregevole articolo redazionale (2006) della RIVISTA GNOSIS (Rivista ufficiale del S.I.S.D.E.), sulle Radici storico sociali del martirio e sulla ricerca della morte come affermazione [12], ed infine l’articolo Uccidere in nome di Dio, di Josè Saramago[13] Copyright El Pais Traduzione di Andrea Grechi L’unità, 10 agosto 2005.

Da ultimo, per rimanere nell’ambito del linguaggio, va tenuta ben presente la distinzione tra immigrazione clandestina ed immigrazione irregolare[14], anche per le diverse strategie di intervento che le due situazioni impongono.

Per immigrato clandestino si intende colui che si trova nel territorio dello Stato senza un regolare permesso di soggiorno, essendosi introdotto nel Paese in modo fraudolento, sottraendosi ai controlli di frontiera (art.13.2 lettera a, d.l.vo 25 luglio 1998 n.286).

Immigrato irregolare è invece colui che, una volta entrato legalmente in Italia si è trattenuto nel territorio dello Stato senza aver richiesto il permesso di soggiorno nel termine prescritto (salvo che il ritardo sia dipeso da forza maggiore), ovvero quando il permesso di soggiorno (di cui all’art.5 d.l.vo 25 luglio 1998 n.286) è stato revocato o annullato, ovvero è scaduto da più di 60 giorni e non ne è stato chiesto il rinnovo (art.13.2 lettera b, d.l.vo 25 luglio 1998 n.286).

§.2) allarme sociale, comunicazione di massa, attività legislativa: corrispondenze e interazioni.

Negli Statuti della città di Ferrara del 1567, modificati dai Bandi generali del 1690 del Cardinale Aldobrandini, al cap. 50°, risulta il seguente suggestivo divieto: Prohibiamo alli Cingari, per le rapine e le robberie che commettono, l’habitare, stare e praticare dentro la Città e Stato di Ferrara… né che vi si possino trattenere per l’avvenire, se non quanto porta il viaggio ordinario per passare di longo[15]”.

Ho citato questo bando ultracentenario per ricordare quanto sia radicata nel tempo la convinzione di una strettissima correlazione tra immigrazione e criminalità: e quale sia la forza di orientamento del potere politico per rendere quel fenomeno tendenzialmente accettabile, oppure abbietto, avendo però ben presente che in ogni idea stratificata nel comune sentire vi è sempre un margine non sottovalutabile di verità.

E per restare nel tema dell’inconscio collettivo, il quale cerca comunque rassicurazioni[16], è interessante quanto riferisce CALVANESE (2003)[17] sull’ allarme sociale, che viene definito, nella sua dimensione consapevole, come una reazione di paura e di angoscia suscitata nella collettività:

§ dalla stessa presenza della criminalità e dal convincimento di un aumento costante delle attività criminose;

§ dalla sensazione che nei confronti del detto fenomeno non si intervenga in modo adeguato;

§ infine, e non da ultimo, dalla commissione di alcuni reati di particolare gravità.

Per tale autore, la “paura percepita” [18] si connota per la ricorrenza di alcuni caratteri quali:

  • una palese e forte componente emotiva, una dinamica psicologica individuale e di gruppo che riporta alla dimensione inconscia collettiva, non sempre mediata da istanze rigorosamente razionali;

  • una durata variabile, ma transeunte e contingente, posto che l’allarme sociale è strettamente correlato con l’andamento e le variazioni dei tassi di criminalità e, più in particolare, con quanto viene comunicato e reso noto sia da fonti ufficiali (poco conosciute al di fuori degli addetti ai lavori), sia e soprattutto dai media;

  • una diretta dipendenza dall’uso che viene fatto delle statistiche e dalla diffusione delle informazioni, che può implicare una arbitraria generalizzazione di ristrette tipologie di reati, rispetto ai complesso dei fenomeni delittuosi[19].

Da tale quadro appare evidente, e l’esame diacronico della legislazione italiana in materia di immigrazione lo conferma, che allarme sociale, comunicazione di massa, attività legislativa, si muovono ed interagiscono con corrispondenze intrecciate, non è una coincidenza che la Corte Costituzionale con la pronuncia 22 gennaio 2007 (Presidente Flick, rel. Silvestri) ha esplicitamente riconosciuto che il quadro normativo in materia di sanzioni penali per l'illecito ingresso o trattenimento di stranieri nel territorio nazionale, risultante dalle modificazioni che si sono succedute negli ultimi anni, anche per interventi legislativi successivi a pronunce di questa Corte, presenta squilibri, sproporzioni e disarmonie, tali da rendere problematica la verifica di compatibilità con i principi costituzionali di uguaglianza e di proporzionalità della pena e con la finalità rieducativa della stessa.

Conclusa questa premessa teorica, anticipo subito che l’esame dei dati Istat degli ultimi anni e l’esperienza giudiziaria nel territorio consentono di proporre alcune fondamentali ipotesi:

I. il fenomeno della correlazione tra immigrazione e criminalità è pacificamente amplificato da una scorretta rappresentazione dei media[20] e dalla tendenza ormai irreversibile al sensazionalismo: la comunicazione infatti è sbilanciata nel proporre più i profili negativi del fenomeno che quelli innegabilmente positivi;

II. l’immigrato, per la sua specifica realtà è oggetto di maggior controllo sociale-collettivo e di Polizia, e, quando è accusato di un delitto, a parità di altre condizioni, ha maggior difficoltà di un nativo per accedere ai sistemi di tutela giudiziaria;

III. la crescente presenza carceraria di immigrati è in parte dovuta all’assenza concreta di alternative extra-murarie;

IV. gli immigrati “regolari” presenti nel territorio dello Stato presentano un basso profilo di criminalità mentre gli immigrati “clandestini o irregolari” segnalano al contrario un trend molto elevato sia di criminalità che di devianza.

rappresentazione giornalistica e televisiva del crimine

Quanto al punto sub I, si rammenta che la rappresentazione giornalistica e televisiva del crimine[21] è stata fatta oggetto di un analitico quanto efficace progetto di ricerca a livello universitario[22] curato e diretto da Gabrio Forti, A. Quadrio Aristarchi, Marta Bertolino, Paola Di Blasio e Ruggero Eugeni[23].

variabilità delle regole di selezione e presentazione del fenomeno criminale da parte dei media

I docenti milanesi[24] hanno individuato alcune regole di selezione e presentazione del fenomeno criminale da parte dei mezzi di informazione e le hanno confrontate:

  • con la sua reale estensione e fisionomia sociale (in termini di gravità e complessità),

  • con i criteri di selezione e ponderazione praticati sullo stesso dalla giustizia penale (e risultanti dalle statistiche criminali “ufficiali”).

Da ciò (tra l’altro) è emerso nelle trasmissioni e nei notiziari televisivi:

(a) la sottorappresentazione (in termini di spazi e gravità) nei notiziari televisivi della criminalità economica e contro il patrimonio;

(b) la vistosa sovrarappresentazione, rispetto alla loro reale diffusione, dei crimini violenti e specialmente dell’omicidio;

(c) lo scarso rilievo attribuito dall’informazione alle componenti “umane” della vicenda criminale - il reo e la vittima;

(d) l’ampio spazio dedicato alla descrizione del fatto e all’azione degli inquirenti.

A questo punto vanno proposti ed esaminati i dati della criminalità straniera adulta quali emergono dalle statistiche ufficiali.

§.3) dati oggettivi: 3.1) anagrafe 3.2) criminalità 3.3)reati di competenza della Corte di Assise 3.4) presenze in Istituti penitenziari.

§.3.1) dati anagrafici

La rivista trimestrale del SISDE (Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica), in un forum sul tema Immigrazione fra dramma e risorsa[25], citando una fonte della Organizzazione Mondiale dell’Immigrazione, stimava in circa 175 milioni gli immigrati “regolari” nel mondo ed in circa 40 milioni gli “irregolari e/o clandestini” con rapporto tendenziale di 4 a 1.

Quanto all’ Italia al 1° gennaio 2006 gli stranieri residenti [26] risultavano essere 2.670.514, con rappresentazione bilanciata dei due sessi (1.350.588 maschi, pari al 50,5 % e 1.319.926 femmine, pari al 49,5%).

Rispetto all'anno 2005 gli iscritti all'anagrafe sono aumentati di 268.357 unità (+11,2%).

L'incremento è inferiore a quello registrato nei due anni precedenti, quando l'aumento dei residenti stranieri era stato determinato in larga misura dagli ultimi provvedimenti di regolarizzazione (Legge n.189 del 3 luglio 2002, art. 33, e Legge n.222 del 9 ottobre 2002), grazie ai quali numerosi immigrati, già irregolarmente presenti in Italia, avevano potuto sanare la propria posizione e iscriversi successivamente all'anagrafe.

La crescita della popolazione straniera residente nel nostro paese è dovuta anche all'aumento dei nati di cittadinanza straniera (figli di genitori entrambi stranieri residenti in Italia) che nel 2005 si traduce in un saldo naturale (differenza tra nascite e decessi) in attivo di 48.838 unità. Il saldo, pur essendo nettamente inferiore rispetto a quello determinato dai flussi migratori, è particolarmente significativo soprattutto se contrapposto al bilancio naturale della popolazione residente di cittadinanza italiana, che risulta invece negativo (differenza tra nascite e decessi) per 62.120 unità.

In tale ottica vanno anche segnalati gli aumenti di matrimoni misti[27]: a partire dal 2001, oltre l’8,1% dei (264.026) matrimoni celebrati, ha almeno un coniuge straniero. Tali matrimoni inoltre si qualificano (almeno per ora) per un elevato tasso di conflittualità e disgregazione familiare.

Quanto agli irregolari[28], la loro presenza è stata stimata dalla Fondazione ISMU, alla data del 1 luglio 2006, in 760.000 unità, rispetto alle 541.000 del 2005: ad ogni 100 irregolari nel 2005 ne corrispondono 140 nel 2006.

Una particolare collocazione tra le regioni italiane ha infine il Veneto[29]: al 1° gennaio 2005 risultano iscritti alle anagrafi 287.732 cittadini stranieri, pari al 6,1% della popolazione residente totale. In percentuale la presenza straniera è maggiore nelle province di Vicenza e Treviso, raggiungendo rispettivamente il 7,9 e 7,8 per cento del totale della popolazione residente, contro il 3,6% della provincia di Rovigo. . Nel Veneto inoltre è presente la popolazione straniera con la struttura per età più “giovane” a livello regionale, con un’età media di 29,4 anni [30].

Le previsioni di stima per il futuro[31] secondo la Fondazione ISMU, danno per il 2016 una presenza straniera variabile dai 5 milioni e mezzo ai 7 milioni , quale conseguenza del raddoppio-triplicazione delle nascite, rispetto agli attuali 3 milioni e mezzo (2.670.00 regolari +760.000 clandestini-irregolari).


§.3.2) tavole di criminalità e presenze in istituti penitenziari.

Definiti gli ambiti teorici e precisati i dati anagrafici, vanno ora osservati ed analizzati i dati statistici tenuto però conto che per maggior sicurezza si sono considerati i dati ISTAT dell’ultimo triennio 2002-2004 secondo le tabelle che seguono.

TABELLA N.1: anni 2002-2003-2004

2004

2003

2002

totale triennio

totale delitti denunciati

2.961.909

2.885.390

2.837.109

8.684.408

di autore ignoto

2.390.519

2.329.709

2.295.419

7.015.647

totale persone denunciate

549.702

536.237

541.507

1.627.446

persone denunciate

nate all’estero

117.089

116.392

102.675

336.156

totale persone condannate per delitto

239.391

219.679

221.190

680.260

condannati nati all’estero

62.236

47.107

38.011

147.354

totale presenti in istituti

penitenziari

56.068

54.237

55.670

165.975

stranieri presenti in istituti penitenziari

17.819

17.007

16.788

51.614

FONTE:dati istat –annuari 2006-2005-2004-2003-2002- elaborati dall’autore

tabella n.2: anni 2002-2003-2004

2002-2003-2004

totale triennio

media annua

numero indice

stranieri

totale

delitti denunciati

8.684.408

2.894.802

100,0%

di autore ignoto

7.015.647

2.338.549

80,7%

totale persone denunciate

1.627.446

542.482

100,0%

stranieri denunciati=20,6% del totale delle persone denunciate

persone denunciate

nate all’estero

336.156

112.052

20,6%

totale persone condannate per delitto

680.260

226.753

100,0%

stranieri condannati=21,6%

del totale delle persone condannate per delitto

condannati nati all’estero

147.354

49.118

21,6%

totale presenti in istituti

penitenziari

165.975

55.325

100,0%

stranieri in Istituti Penitenziari= 33% del totale delle persone presenti

stranieri presenti in istituti penitenziari

51.614

17.204

33,3%

FONTE: dati istat –annuari 2006-2005-2004-2003-2002- elaborati dall’autore

La valutazione comparata dei dati consente subito di verificare che, mentre gli stranieri denunciati rappresentano –nel triennio- il 20,6% delle persone denunciate, essi costituiscono invece il 21,6% delle persone condannate con un saldo di aggravio dell’1,0%.

In altre parole, a parità di altre condizioni, l’imputato-straniero ha più possibilità teoriche di essere condannato rispetto ad un cittadino italiano.

Conclusione questa che potrebbe peraltro trovare giustificazione anche nella circostanza che molti dei delitti commessi da stranieri vengono accertati in stato di flagranza.

Stesso discorso, ma amplificato, va fatto per le presenze in Istituti penitenziari: se gli stranieri condannati rappresentano il 20,6% delle persone condannate per delitto, si dovrebbero trovare negli istituti di prevenzione e pena, tra i condannati per delitto, un valore di stranieri prossimo a detto 20,6. Invece la loro presenza si attesta sul maggior valore del 33%.

Per concludere: non solo l’imputato-straniero ha più possibilità teoriche di essere condannato rispetto ad un cittadino italiano, ma, una volta condannato per delitto, ha più possibilità di transitare in carcere, rispetto al cittadino italiano con lo stesso titolo di condanna.

Interessante infine è il raffronto tra indici di delittuosità, tra italiani e stranieri, come rilevabile dalle due tavole che seguono:


tav.3- anno 2004- condannati per delitto, maschi, femmine e stranieri (su popolazione residente di 58.462.375 unità di cui stranieri al 31.12 à 2.402.157[32])

indice delittuosità

numero indice

maschi

206.938

86,45 %

femmine

32.453

13,55

totale condannati

239.391

100%

italiani

177.155

74,01%

3,12

PER MILLE

100

stranieri

62.236

25,99%

25,9

PER MILLE

35

totale

239.391

Fonte: dati ISTAT elaborati dal dr Lanza.

Osservazioni:

(a) 62.236 stranieri condannati su una popolazione di 2.402.157 esprimono un indice di criminalità pari al 25,9 per mille;

(b) 177.155 italiani condannati su una popolazione di 56.060.218 italiani indicano invece un indice di criminalità pari al 3,12 per mille;

(c) ogni 100 condannati italiani ne corrispondono 35 stranieri;

(d) ogni 10.000 italiani vi sono 31 condannati;

(e) ogni 10.000 cittadini stranieri vi sono 259 condannati.

Nell’anno 2002 [33] delle 541.507 persone denunciate per delitto (a fronte di 2.842.224 delitti per i quali è stata esercitata l’azione penale) gli stranieri erano 102.675 e rappresentavano quindi il 18,96% dei denunciati per delitto, a fronte di una distribuzione delle persone condannate per delitto quale quella illustrata dalla tav.4.

tav.4- anno 2002- condannati per delitto, maschi, femmine e stranieri (57.700.000)

%

indice delittuosità

numero indice

maschi

189.310

85,6%

femmine

31.880

14,4%

totale condannati

221.190

100,0%

italiani

183.180

82,8%

3,17

PER MILLE

100

stranieri

38.011

17,2%

19,00

PER MILLE

21

totale condannati

221.190

100,0%

Fonte: dati ISTAT elaborati dal dr Lanza.

Il raffronto tra le due annate (2002 e 2004) evidenzia l’aumento costante dei dati di delittuosità per gli stranieri:

  • nel 2002 ad ogni 100 condannati italiani corrispondevano 21 condannati stranieri;

  • nel 2004 ad ogni 100 condannati italiani corrispondono 35 condannati stranieri.

Il dato non necessita di particolari commenti, ma è sicuramente significativo anche di un aumento rilevante della pressione sociale e dei controlli di polizia giudiziaria.

Rimane comunque in tutta la sua gravità la circostanza che il valore di dissocialità criminale, espresso dallo straniero nel 2004 (25,9), fatto eguale a 100 il valore medio di criminalità del cittadino italiano, supera di circa otto volte il valore medio dell’italiano (3,12).

Dalla relazione di inaugurazione anno giudiziario 2007, del pres. Nicastro è emerso che nell’anno 2005-2006 le violazioni delle leggi in materia di immigrazione sono aumentate del 62%, passando dal valore assoluto di 12.512 a quello di 20.270.

§.3.3) stranieri e reati di competenza della Corte di assise: la situazione nella Corte d’assise d’appello veneta.

La complessità del fenomeno si aggrava se si considerano i reati di competenza delle Corti di assise di I e II grado.

In Veneto, le prime presenze straniere in Corte di assise d’appello risalgono al 1995 e riguardano studenti di cittadinanza iraniana dell’Università di Padova, filo-komeinisti, imputati e condannati per violazione dell’art. 270 bis C.P. (associazione con finalità di terrorismo).

Già cinque anni dopo, nel 2000, il 21,4% degli imputati appellanti in assise d’appello è costituito da persone nate all’estero, per giungere sino all’ultimo biennio 2005-2006 ad una percentuale di imputati stranieri pari a circa il 70% del totale degli appellanti, con reati che vanno dall’omicidio pluriaggravato (spesso per ragioni di egemonia criminale o per contrasti negoziali nell’illecito) alla riduzione in schiavitù diretta allo sfruttamento della prostituzione.

Con una importante notazione criminologica: nei reati di omicidio e negli altri delitti d’assise in genere, le vittime sono usualmente stranieri, e quelle poche volte che la vittima è italiana si tratta in genere di persone collegate o intrinseche al circuito criminale (stupefacenti-prostituzione-armi).

Un trend destinato comunque e sicuramente ad aumentare, nel rispetto della regola secondo la quale, quando alla progressiva “iniziazione” nel mondo dell’illiceità subentra il livello superiore della “professionalità criminale” (abitudini e stile di vita), aumenta in modo esponenziale la realizzazione di delitti, anche di specie diversa da quelli che hanno originato le prime scelte dissociali.

Accade infatti –ad esempio- che chi ha iniziato come “sfruttatore” sviluppi i suoi commerci nel settore delle droga o delle armi o viceversa, creando relazioni e sinergie con settori merceologici-criminali contigui, così amplificando a dismisura potenzialità e ricchezze, reinvestite nell’illecito, e fuori da ogni controllo sociale.

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§.3.4) stranieri in Istituti penitenziari

Dagli ultimi dati Istat disponibili[34] risulta che nel 2004 gli “entrati dallo stato di libertà” negli istituti penitenziari per adulti sono stati 82.275; di questi circa l’8,7 per cento (7.163 unità) sono femmine, il 39,2 per cento (32.249 unità) sono stranieri.

La distribuzione per sesso degli entrati stranieri è simile a quella per il complesso degli entrati (le femmine rappresentano circa l’11,4 per cento).

etnie

Gli ingressi di stranieri (32.249 unità) hanno riguardato:

§ prevalentemente appartenenti al continente africano (marocchini, algerini, tunisini)

§ in misura minore, nigeriani e senegalesi

§ ragguardevoli sono stati anche i contingenti di appartenenti ai Paesi europei non facenti parte della Ue (rumeni, albanesi, serbo-montenegrini) e, in misura molto più contenuta, di sudamericani (soprattutto peruviani, ecuadoriani e colombiani) e di asiatici (cinesi, palestinesi e pachistani).

Se si considerano però le sole femmine straniere la distribuzione degli ingressi di appartenenti ai diversi raggruppamenti di Paesi risulta differente:

  • gli altri Paesi europei rappresentano la quota maggiore di entrate (si tratta soprattutto di rumene, serbo-montenegrine, albanesi e ucraine).

  • in ordine di importanza numerica seguono le entrate provenienti dall’Africa (prevalentemente nigeriane) e dall’America meridionale (soprattutto peruviane, ecuadoriane e colombiane).

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§.4) l’intervento del giudice: profili di personalizzazione della decisione di condanna, globalizzazione, nuova cultura e multiculturalismo.

Nella parte che precede, dai dati di condanna e di risposta giudiziaria alle violazioni realizzate da stranieri, si è posto in evidenza il ruolo funzionale del giudice penale il quale, in tutti i sistemi, svolge ad un tempo sia un ruolo di garanzia per i diritti, che di repressione per la criminalità, avendo però ben presente un’avvertenza del collega MIAZZI[35] (2006) che il “giudicare per principio”, cioè secondo un criterio di rinvio fisso, secondo l’uno o l’altro ordinamento, può talora portare (soprattutto in tema di rapporti familiari e personali) ad una decisione ineccepibile ma iniqua.

§.4.1) personalizzazione della decisione di condanna

Nella ricerca del giusto ruolo del giudice penale, a mio avviso è necessario che il giudicante, nella individuazione della risposta giudiziaria personalizzata, quale impostagli dalla Carta costituzionale all’art.27 e all’art.133 C.P., cerchi di adattare il neutro disposto normativo alla peculiarità della situazione soggettiva dell’imputato-condannato, soprattutto se “ospite” nel nostro tessuto socio-economico-culturale.

Fondamentali sono in proposito due decisioni (1980-1992) della Corte Costituzionale in tema di discrezionalità del giudice nella individualizzazione della pena[36]..

La Corte delle leggi insegna infatti che lo strumento piu` idoneo al conseguimento delle finalita` della pena, e più congruo rispetto al principio d'uguaglianza, e` la mobilita` della pena , cioè la predeterminazione della medesima fra un massimo ed un minimo.

In via di principio, invero, la "individualizzazione della pena”, in modo da tenere conto dell'effettiva entità e delle specifiche esigenze dei singoli casi, si pone come naturale attuazione e sviluppo dei principi costituzionali, tanto di ordine generale (principio d'uguaglianza) quanto attinenti direttamente alla materia penale.

Lo stesso principio di "legalita` delle pene", sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., dà forma ad un sistema in cui l'attuazione di una riparatrice giustizia distributiva esige la differenziazione più che l'uniformità.

Per la Corte Costituzionale quindi, l'adeguamento delle risposte punitive ai casi concreti:

§ contribuisce a rendere quanto più possibile "personale" la responsabilità penale, nella prospettiva segnata dall'art. 27, primo comma, Cost.;

§ e nello stesso tempo è strumento per una determinazione della pena quanto più possibile "finalizzata", nella prospettiva dell'art. 27, terzo comma, Cost.

uguaglianza di fronte alla pena e specificità: uniformità e differenziazione

Il principio d'uguaglianza trova in tal modo dei concreti punti di riferimento, in materia penale, nei presupposti e nei fini (e nel collegamento fra gli uni e gli altri) espressamente assegnati alla pena nello stesso sistema costituzionale.

L'uguaglianza di fronte alla pena viene a significare, in definitiva, "proporzione" della pena rispetto alle "personali" responsabilita` ed alle esigenze di risposta che ne conseguono, svolgendo una funzione che e` essenzialmente di giustizia e anche di tutela delle posizioni individuali e di limite della potesta` punitiva statuale[37].

Se quindi il principio di legalità delle pene, sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., dà forma ad un sistema in cui l'attuazione di una riparatrice giustizia distributiva esige la “differenziazione” più che “l'uniformità”, non v’è dubbio che il giudicante deve adattare il neutro disposto normativo alla peculiarità della situazione soggettiva dell’imputato-condannato, soprattutto se “ospite” nel nostro tessuto socio-economico-culturale.

Questa conclusione impone ampia e funzionale discrezionalità in tutte quelle aree che definirei di “interpretazione sensibile” e cioè quelle aree che implicano, per chi giudica, il coinvolgimento massimo delle sue variabili personali: la sua storia di vita, la sua cultura, le ideologie, i suoi orientamenti politici, il suo modo di intendere il mondo ed il suo ideale di giustizia.

§.4.2) globalizzazione, nuova cultura, multiculturalismo e reati culturali.

Per tratteggiare l’azione del giudice, in qualche modo senza alcuna pretesa di completezza, occorre però fare una piccola panoramica sulla relatività del concetto di crimine, il quale appare legato a doppio filo con il concetto di cultura, come ha autorevolmente argomentato il prof. PASTORE, nei suoi scritti[38] e nella sua odierna relazione.

Nel 1998 all’Università la Sapienza di Roma si è tenuta una Conferenza Internazionale sull’ Abbaglio multiculturale, nel corso della quale si sono segnalati sia i rischi che la necessità dell’integrazione tra genti diverse.

In tale cornice i relatori[39], che hanno sviluppato il tema della relatività del concetto di crimine (ricercando gli aspetti sociali, etnologici e psicodinamici tipici della gestione culturale dei processi giuridici), hanno concluso nel senso che il grado di adattamento e maturità di una società è espresso dalla capacità di assimilare ed integrare esperienze eterogenee,

Nella stessa direzione –dieci anni dopo- va un intervento di ULRICH BECK (2007), il quale ha sostenuto[40] che il vecchio concetto della globalizzazione, intesa come visione del mondo che presuppone che le culture siano formazioni separate, risulta contrario alla realtà nella quale tutte le culture sono storicamente intrecciate.

In buona sostanza, se si vuol comprendere il nuovo della globalizzazione:

§ si deve riconoscere che i nuovi media della comunicazione sono penetrati in tutti gli ambiti dell’azione e della vita sociale ed economica

§ si deve pertanto scardinare la concezione degli spazi culturali separati.

Ciò che era distante è ora vicino: per la prima volta nella storia tutte le persone, tutti i gruppi etnici e religiosi, tutte le popolazioni hanno un presente comune perché ogni popolo è diventato l’immediato vicino di qualsiasi altro e gli scossoni in un lato del globo si trasmettono con straordinaria rapidità all’intera popolazione mondiale[41].

Viviamo –dice Beck- in una inevitabile vicinanza mescolata intrecciata universale”; non esiste più la vecchia rappresentazione del mondo secondo la quale ogni civiltà è una formazione ermeticamente chiusa che ha il suo specifico luogo geografico (SAMUEL HUNTINGTON).

la cultura appare oggi invece come come qualcosa di originariamente impuro, ossia il prodotto dell’intreccio di diverse culture e proprio in questo intreccio si costituisce come cultura…. e le identità di gruppo vengono costantemente rimodellate e modificate in “decostruzioni creative” (SCHUMPETER).

Come chiaramente argomenta PASTORE[42] la sopravvenienza in Europa di disordinate ondate migratorie ha creato il problema di conciliare il rispetto delle specificità culturali degli “altri”, con l’unità degli ordinamenti nell’ottica della garanzia di un certo grado di coesione sociale e tolleranza.

Realtà questa che ha determinato due diversificate prospettive di multiculturalismo:

  • la prima, di tipo assimilazionista, persegue l’inserimento dello straniero nel tessuto nazionale, richiedendo però un sostanziale rinuncia alle sue radici etnico-culturali;

  • la seconda invece, orientata su protocolli di inclusione (simbolica e pratica), è disposta ad accettare le richieste identitarie ed è sensibile alle specificità culturali “altre”. In tale modello, fondato su logiche multirelazionali e moduli di “co-apprendimento evolutivo”, il risultato è quello di una società politica (priva di identità culturale dominante o maggioritaria) costituita da identità culturali molteplici, con eguale diritto di riconoscimento[43].

In realtà, si è osservato come i paesi investiti da flussi migratori abbiano di fatto perseguito una politica più o meno assimilazionista[44] con sostanziale richiesta al “non-nativo” di rinuncia alla sua specificità culturale.

Ad esempio, per l’Italia, appare decisamente “pro-immigrato” (e quindi “inclusionista”)[45], la previsione (1993) della configurabilita' della circostanza aggravante (prevista dall'art. 3, comma primo, del D.L. 26 aprile 1993 n. 122, conv. con modif. in legge 25 giugno 1993 n. 205) della "finalita' di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso"[46], mentre è invece di segno culturale decisamente contrario e “assimilazionista” (2006) la norma sulla repressione penale dell’infibulazione[47], stabilita dall’art.583 bis C.P. (art.6.1 legge 9 gennaio 2006 n.7), e sanzionata con la reclusione da 4 a 12 anni.

In ogni caso, l’accostamento-commistione tra culture diverse ha una ricaduta importante nell’applicazione del codice penale dello Stato di residenza tutte le volte in cui comportamenti, giustificati dalle norme tipiche delle etnie e culture di provenienza, costituiscono invece reato per lo Stato di immigrazione.

E’ il tema dei “reati culturali” o “culturalmente orientati” che si realizzano quando il comportamento vietato dal diritto penale locale è invece ammesso, accettato, oppure in alcune situazioni persino prescritto come doveroso da norme esistenti nella originaria comunità di appartenenza le quali sono imposte e fatte valere attraverso forti sanzioni sociali (Pastore)[48]

I reati culturali sono quindi il frutto di un conflitto normativo, che si definisce come interlegalità (B. De Sousa Santos,1987)[49] intesa come condizione di chi, dovendo operare una scelta, è costretto a fare riferimento ad un quadro articolato di norme, contemporaneamente vigenti ed interagenti tra sistemi giuridici diversi.

In tale cornice di interlegalità, l’auspicabile opera di integrazione –ad avviso di Pastore- potrebbe essere svolta più e meglio dalla giurisdizione che dalla legislazione: se quindi va attribuito al giudice il ruolo di “mediatore culturale”, è essenziale che siano pesate in tale ambito le Variabili del suo decidere.

§.5) Variabili della decisione del giudice: la personalità del decidente (cultura-ideologia-esperienza-storia di vita) ed il pregiudizio del giudice sull’immigrato[50].

Nel 1996, nel corso di un incontro di studio organizzato dal C.S.M. sulle “tecniche di argomentazione e di persuasione”[51], nel trattare il tema delle Variabili della decisione del giudice, avevo segnalato allora che l’importanza, anche inconscia, di tali fattori di condizionamento e variabilità era stata oltremodo sottovalutata e che solo di recente[52] si stava prendendo faticosamente atto che tali variabili, laddove calate nel multiforme interagire delle deliberazioni, senza i filtri della misura e della professionalità, potevano creare condizioni di ingovernabile turbolenza, oppure rischiare di produrre, quanto meno, l’impressione di un basso profilo nei risultati di giustizia.

Le nove variabili individuate sono le seguenti[53]:

1. conoscenza da parte del decidente delle dinamiche interattive dei microgruppi;

2. quadri differenziali della decisione monocratica rispetto a quella collegiale;

3. composizione esclusivamente togata oppure mista del Collegio deliberante;

4. stile di conduzione del processo e della Camera di consiglio ad opera del Presidente;

5. omesso rispetto delle regole di priorità nell’ordine di manifestazione delle opinioni da votare;

6. criteri non codificati della gestione dell’incertezza e trattazione del pensiero minoritario-divergente;

7. stacco cronologico e probatorio tra giudici di merito di primo e secondo grado;

8. personalità del decidente (cultura, ideologia, esperienza e storia di vita)

9. gravità dell’imputazione, qualità dell’imputato o della vittima, livello di professionalità ed autorevolezza delle difese delle parti o dei rappresentanti dell’Accusa, interesse dei media ai risultati del processo.

Nel fenomeno immigrazione è evidente l’importanza dell’ottava variabile per chi decide[54]: pertanto ritengo opportuno sviluppare tale tematica riferendone i i tratti essenziali ripresi –come già detto- dal “Processo invisibile, Le dinamiche psicologiche nel processo penale”[55].

La domanda che va posta concerne il ruolo svolto (nella decisione monocratica ed in quella collegiale) dalla personalità del decidente: la sua storia di vita, la sua cultura, la sua ideologia, il suo singolare modo di intendere la funzione della sentenza di condanna per quel tipo di reato.

Come rileva Cicerone[56] il mondo delle persone mature è in modo più o meno intenso il mondo della memoria, con la conseguenza che ognuno di noi finisce con l’essere, non solo quello che ha pensato, amato e compiuto, ma soprattutto quello che ognuno ricorda di se stesso.

Sotto il profilo cognitivo[57], poi, è risaputo che tutto ciò che si conosce della realtà risulta non soltanto dagli organi di senso, ma anche da quel complesso sistema che legge e reinterpreta l’informazione sensoriale.

In questo senso ogni pretesa altro non è che la risultante di una catena di processi, microscopici e velocissimi, che comportano trasformazioni, elaborazioni, riduzioni, immagazzinamenti, recuperi ed altri impieghi dell’input (entrata) sensoriale.

La sentenza quindi, come scelta tra più informazioni o come mero rilievo di assenza di informazioni, altro non è che un progressivo abbandono e diminuzione di alternative.

Va però osservato che la persona del giudice, come recettore e percettore di informazioni, non è affatto neutrale nè passiva nei confronti dell’informazione in arrivo.

Al contrario, anche il decisore più imparziale è indotto a selezionare alcune informazioni a scapito delle altre, privilegiandole, dopo averle ricodificate e riformulate in vario modo: il giudice della sentenza, quindi, altro non è che l’ultimo dei testimoni nella sequenza della informazione processuale.

Il tutto senza considerare il gioco imprevedibile delle scorie di irrazionalità[58], pregiudizi, stereotipi [59] di cui anche un magistrato “illuminato” può essere, in modo sottile e più o meno consapevolmente, afflitto all’atto dell’opzione tra più alternative di pari “sostanziale attrazione” in termini di verità processuale.

Non a caso l’antica saggezza ebraica espressa dal Talmud[60] attribuiva a tutti gli israeliti l’idoneità a giudicare nelle cause civili, ma attribuiva ai soli sacerdoti e leviti il giudizio sulle cause penali (Sanh.,IV, 2). I giudici eletti al Sinedrio, poi, dovevano essere “di alta statura, saggi, di aspetto imponente, di età matura” ed ancora “non vecchi, non eunuchi, non senza figli e non duri di cuore”.

In realtà, al di là della saggezza ebraica, in Italia, già nel 1916 l’economista Wilfredo Pareto[61] , settant’anni prima delle complesse ricerche americane [62] aveva elencato cinque cause di rischio nei giudizi della giuria che così proponeva:

1. le influenze politiche;

2. le inclinazioni umanitarie;

3. la sensazione di poter decidere in modo sovrano ed incontrollato;

4. la modestia culturale, etica od intellettiva di chi giudica;

5. la valorizzazione di un’impressione momentanea.

I rischi del Pareto e quelli individuati da Carrol e dal suo team (filosofia penale del decidente; modi di intendere il crimine e relativa risposta sociale; orientamento ideologico-politico del giudicante e suoi tratti di personalità) non sono certo scomparsi ed essi costituiscono, oltre a ogni rassicurazione (che ognuno di noi può dare anche a se stesso) elementi sui quali sicuramente riflettere, se non altro all’effetto di prenderne la dovuta psicologica distanza.

Si pensi in proposito alle complesse ed ulteriori variabili della persona che decide e che attengono all’età anagrafica del giudicante, al contingente benessere psico-fisico proprio o dei più stretti parenti, allo stato di famiglia, alla motivazione al lavoro, alla competenza specifica, e così via.

Sono tutte circostanze che possono creare “contingenti” veli di scarso interesse o fughe dalla concentrazione, oppure ancora esigenze di accelerare i tempi del deliberare : il tutto, ovviamente con un rischio reale per la bontà del prodotto sociale che viene assicurato.

Per rimanere e chiudere in tema di immigrazione basti pensare –come variabile importante della decisione- allo stato d’animo di quel giudice che, avendo da poco subìto un furto da immigrati, si trova a giudicare degli stranieri per lo stesso delitto in danno d’altri….!!

§.6) l’intervento del giudice nelle aree di interpretazione sensibile: profili generici di attenuazione od aggravamento del reato in funzione della qualità di cittadino extra-comunitario dell’imputato.

Nel precedente §.4 si sono definiti “reati culturali” o “culturalmente orientati” regolati da criteri di interlegalità quelli che si realizzano quando il comportamento, vietato dal diritto penale locale, è invece ammesso, accettato, oppure in alcune situazioni persino prescritto come doveroso da norme esistenti nella originaria comunità di appartenenza dello straniero[63].

In modo correlativo si sono poi qualificate come “aree di interpretazione sensibile” tutte quelle zone comportamentali regolate da norme le quali, nella loro disamina ed applicazione, implicano, più delle altre, il massimo coinvolgimento delle variabili personali del decidente.

Si tratta in genere di aree valutative che evocano necessariamente e con più forza, per chi giudica: il confronto con la sua storia di vita, la sua cultura, le ideologie, i suoi orientamenti politici, il suo modo di intendere il mondo ed il suo ideale di giustizia.

Una sorta di “ventre molle” del giudizio, che può anche non trovare espressione nella motivazione della sentenza, considerato che i valori che sottendono un orientamento rispetto ad un altro, non sono sempre esprimibili e rimangono confinati nella coscienza del decidente[64] il quale è sicuramente “sensibile”, con varie carature personali, alle stimolazioni ed alle espressioni culturali dell’ambiente di appartenenza.

§.6.1) straniero imputato: situazioni tipiche ricorrenti.

Basta scorrere frettolosamente i nostri codici, penale e di rito[65], per recuperare i settori, di maggior interesse discrezionale, per la parte di diretta attinenza alla qualità di straniero immigrato (clandestino-regolare-irregolare).

Si pensi in proposito, per lo straniero immigrato, clandestino o irregolare:

(a) all’ invocabilità dell’ignoranza della legge penale ex art. 5 C.P. o di una delle cause di giustificazione codificate;

(b) alla concreta applicazione delle cause di giustificazione (artt.45-54 C.P.) ed ai casi di non punibilità ex art. 384 C.P. (grave ed inevitabile nocumento alla libertà o nell’onore);

(c) alla valutazione della capacità di intendere ex art. 85 C.P. in condizioni di arretratezza culturale o pregresso isolamento relazionale in terra straniera;

(d) alla affermazione-negazione dell’imputabilità di un minorenne straniero ex art. 98 C.P.;

(e) al riconoscimento/negazione delle circostanze attenuanti generiche art.62 bis C.P.;

(f) all’abbiezione o futilità dei motivi (art.61.1 n.1 C.P.);

(g) ai motivi di particolare valore morale e sociale (art.62.1 n.1 C.P.);

(h) alla ingiustizia del fatto altrui (art.62.1 n.2 C.P.);

(i) all’azione per suggestione di folla in tumulto (art.62.1 n.3 C.P.);

(j) alla valutazione, in tema di sanzione, della capacità a delinquere del colpevole (clandestino o irregolare) con riferimento alle sue condizioni di vita individuale, familiare e sociale (art.133.2, n.4);

(k) alla prognosi di ravvedimento in tema di sospensione condizionale della pena ex art.164.1 C.P.;

(l) al giudizio sulla pericolosità sociale dell’immigrato ex art. 203 C.P. e a tutti i provvedimenti ad essa collegati;

(m) alla valutazione del pericolo di fuga o della reiterazione di delitti della stessa specie, in tema di esigenze cautelari (art.274 C.P.P.);

(n) al giudizio di specifica idoneità della misura cautelare scelta (art.275 C.P.P.);

(o) alla concessione o al diniego degli arresti domiciliari ex art.284 C.P.P.;

(p) alla negazione o riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 323 bis cod. pen. (fatto di particolare tenuita') quando la vittima è uno straniero extra-comunitario;

(q) alla particolare tenuita' del fatto, prevista dall'art. 648 comma secondo Cod. Pen. quando l’imputato o la vittima sono stranieri irregolari o clandestini; alla lieve entita' del fatto prevista dall’art. 5 della legge 2 ottobre 1967 n. 895 in tema di armi, al riconoscimento dell'attenuante della lieve entita' del fatto in tema di stupefacenti, prevista dal comma 5 dell'art. 73 d.p.r. n. 309 del 1990,

(r) al giustificato motivo idoneo ad escludere la configurabilita' del reato di inosservanza dell'ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato[66].

Considerato che ognuna di queste realtà esigerebbe una specifica disamina che esula dai limiti della presente relazione, esamineremo soltanto alcune di queste ipotesi, indicando per ognuna la soluzione adottata dalla giurisprudenza di merito o di legittimità, seguendo l’articolazione alfabetica da a) a r) di cui sopra.

§.6.1-a) invocabilità dell’ignoranza della legge penale ex art. 5 C.P., consenso dell’avente diritto

Non puo' ritenersi inquadrabile nell'ambito delle situazioni soggettive che, solo eccezionalmente, alla stregua di quanto affermato dalla Corte Costituzionale (1988) con la sentenza n. 364/88 (dichiarativa della parziale incostituzionalita' dell'art. 5 cod. pen.), consentono di ritenere inoperante il principio generale, tuttora valido, della inescusabilita' della ignoranza della legge penale, la situazione di chi, sol perche' straniero, adduca a sua giustificazione la diversita' della legge italiana rispetto a quella del suo paese d'origine. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte di Cassazione (1994) ha escluso che potesse attribuirsi rilevanza, in un caso di violenza carnale presunta, in quanto commessa su soggetto infraquattordicenne, all'assunto difensivo dell'imputato, cittadino marocchino, secondo il quale in Marocco i rapporti sessuali con minori sarebbero considerati leciti dalla legge)[67].

Il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 cod. pen.) non puo' essere scriminato dal consenso dell'avente diritto, sia pure affermato sulla base di opzioni sub-culturali relative ad ordinamenti diversi da quello italiano[68].

È configurabile il delitto di bigamia nei confronti di persona che abbia contratto matrimonio all'estero con cittadino straniero, non rilevando, in contrario, la nazionalità del coniuge, né l'ignoranza della legge extrapenale, integrativa del precetto penale, che regola la validità del matrimonio[69].

§.6.1-d) affermazione-negazione dell’imputabilità di un minorenne straniero ex art. 98 C.P..

Perche' un minore di eta' sia riconosciuto - ai sensi del combinato disposto degli artt. 85, 88, 89 e 90 cod.pen - incapace di intendere e di volere al momento della commissione del reato, e' necessario l'accertamento di un'infermita' di natura ed intensita' tali da compromettere, in tutto od in parte, i processi conoscitivi, valutativi e volitivi del soggetto, eliminando od attenuando grandemente la capacita' di percepire il disvalore sociale del fatto e di autodeterminarsi autonomamente. Pertanto, specifiche condizioni socio-ambientali e familiari nelle quali il minore sia eventualmente vissuto, particolarmente dolorose e laceranti, se pure possono aver avuto influenza negativa sul soggetto, inficiando le potenzialita' di valutazione critica della propria condotta e agevolando il processo psicologico di "autolegittimazione" del crimine, non hanno, per cio' solo, compromesso la capacita' del minore di rendersi conto del significato delle proprie azioni e di volizione delle stesse e quindi non rappresentano una forma di patologia mentale legittimante un giudizio di non imputabilita' (2003).[70]

Si tratta di una decisione molto rigorosa, se applicata per le regole che propone, a minorenne straniero, anche se [71]non sempre seguita dai tribunali per i minorenni i quali hanno un approccio molto più pragmatico.

§.6.1-e) riconoscimento/negazione delle circostanze attenuanti generiche art.62 bis C.P..

Si tratta notoriamente, nel nostro sistema, dello strumento normativo:

§ che si prospetta come efficace attenuazione della risposta sanzionatoria, pur considerando che l'applicazione di attenuanti generiche non costituisce un diritto conseguente all'assenza di elementi negativi connotanti la personalita' del soggetto, ma richiede elementi di segno positivo, dalla cui assenza legittimamente deriva il diniego delle circostanze in parola.[72]

§ che riconosce e regola il potere del giudice di individuare in concreto la pena applicabile al fine di adeguarla nel modo più esatto alla gravità del reato ed alla personalità del reo, secondo i principi, costituzionalmente garantiti di ragionevolezza e congruità della pena.

E’ quindi evidente che esse integrano quanto in concreto il legislatore non ha potuto prevedere ai fini della individualizzazione della pena, per l'impossibilità di definire in un ristretto modulo normativo l'infinita varietà delle vicende umane. Ed è proprio per tale ragione che il loro riconoscimento o negazione sono massimamente legate –come già argomentato- alle variabili personalissime del Giudice.

§.6.1-f) abbiezione o futilità dei motivi (art.61.1 n.1 C.P.).

Per questo tema che ribadisce l’importanza e la limitatezza dei quadri antropologici (confliggenti con i nostri principi costituzionali) si veda la sentenza della Corte d’assise d’appello di Venezia sez. II, in data 9 gennaio 2006, irrevocabile il 30 maggio 2006 (in appendice alla presente relazione, commentata dal collega L.Miazzi[73]) nella quale l’assise veneta ha escluso -in un caso di omicidio commesso dal padre marocchino nei confronti di figlia minorenne, uccisa a bastonate, in quanto non rispettosa delle regole etiche della comunità di appartenenza- l’abbiezione dei motivi ritenuta dal primo giudice ed ha invece confermato la sussistenza dei motivi futili[74].

§.6.1-b-c-e-f-g-h-i-j-k) cause di giustificazione e cause di non-punibilità; capacitò di intendere (art.85 C.P.); motivi di particolare valore morale e sociale (art.62.1 n.1 C.P.); ingiustizia del fatto altrui (art.62.1 n.2 C.P.); azione per suggestione di folla in tumulto (art.62.1 n.3 C.P.); valutazione, in tema di sanzione, della capacità a delinquere del colpevole (clandestino o irregolare) con riferimento alle sue condizioni di vita individuale, familiare e sociale (art.133.2, n.4); prognosi di ravvedimento in tema di sospensione condizionale della pena ex art.164.1 C.P..

Ognuna di queste tematiche sensibili, intuitivamente, può ricevere in punto di quantificazione o sospensione della sanzione, oppure di ricerca della concreta misura di prevenzione, o di imputabilità, una soluzione nettamente differenziata a seconda del tipo di cultura espresso dal team dei decisori, o peggio ancora, dall’unico decisore, salvo l’obbligo di una persuasiva e ragionevole motivazione.

§.6.1-l) giudizio sulla pericolosità sociale dell’immigrato ex art. 203 C.P. e a tutti i provvedimenti ad essa collegati

Molto interessante per una pronuncia –incidenter tantum- sulla pericolosità sociale dell’extra-comunitario, è una sentenza del supremo collegio in tema di ricettazione, la quale ha stabilito che la sussistenza dell'attenuante di cui all'art. 648 cpv. cod. pen. deve essere valutata con riguardo a tutte le componenti oggettive e soggettive del fatto, e cioe' non solo con riguardo alla qualita' della "res" provento da delitto, ma anche alla sua entita', alle modalita' dell'azione, ai motivi della stessa, alla personalita' del colpevole ed, in sostanza, alla condotta complessiva di quest'ultimo.

In applicazione di tale principio la Corte (1997) ha ritenuto logicamente motivata l'applicazione dell'attenuante in parola basata sulla considerazione che la ricettazione del modulo ed i falsi concernenti il documento di identita' erano finalizzati alla permanenza dell'imputato nel nostro Statto, sicche' l'azione era tale da non destare particolare allarme sociale; ed ha altresi' "decisamente respinto" l'assunto del procuratore generale impugnante secondo il quale la condizione di extracomunitario dell'imputato sarebbe un elemento "certamente indicativo di pericolosita' sociale e di proclivita' a delinquere": tale affermazione, ad avviso della Corte, puo' solo essere definita come un'affrettata ed ingiusta generalizzazione, che muove da un indiscriminato preconcetto verso persone meno fortunate[75].

§.6.1-m-n-o) giudizi attinenti allo status libertatis dello straniero

Si tratta di un complesso di valutazioni particolarmente sensibili in tema di tutela della collettività, tenuto conto che esse oscillano dalla valutazione del pericolo di fuga o della reiterazione di delitti della stessa specie, in tema di esigenze cautelari (art.274 C.P.P.), al giudizio di specifica idoneità della misura cautelare scelta (art.275 C.P.P.), oppure alla concessione o al diniego degli arresti domiciliari ex art.284 C.P.P. e di altre misure minori.

§.6.1-p-q-r) altri giudizi di attenuazione della gravità del fatto o cause esimenti speciali

In questa categoria vanno collegati i giudizi concernenti la negazione o riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 323 bis cod. pen. (fatto di particolare tenuita') quando la vittima è uno straniero extra-comunitario)[76]; nonché tutte le altre fattispecie: di particolare tenuita' del fatto, prevista dall'art. 648 comma secondo Cod. Pen. quando l’imputato o la vittima sono stranieri irregolari o clandestini; di lieve entita' del fatto prevista dall’art. 5 della legge 2 ottobre 1967 n. 895 in tema di armi; di riconoscimento dell'attenuante della lieve entita' del fatto in tema di stupefacenti, prevista dal comma 5 dell'art. 73 d.p.r. n. 309 del 1990; di giustificato motivo idoneo ad escludere la configurabilita' del reato di inosservanza dell'ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato.

Realtà tutte nelle quali, laddove si realizzino spazi valutativi anche per i profili soggettivi, l’essere o non essere straniero (clandestino o irregolare) può sensibilmente variare ed articolare la concreta risposta giudiziaria.

§.6.2) straniero: testimone estraneo, persona offesa dal reato, danneggiato dal reato, querelante-denunciante.

Se dallo straniero imputato si passa allo straniero “testimone estraneo”, oppure “persona offesa dal reato (art.90 C.P.P.)”, “querelante (art.120 C.P.)”, oppure “danneggiato dal reato (185.2 C.P.)” e legittimato all’azione civile (ex art. 74 C.P.P.),lo scenario si complica ogni qualvolta la cultura di appartenenza dell’interessato si connoti:

I. per necessità di rispetto di regole di solidarietà e/o divieti consuetudinari;

II. per imposizione di limiti non scritti, ma legati a credenze magico-religiose, codici culturali, tabù etnici.

III. per un particolare rigore di riservatezza, tipico di comunità lavorative incistate nel territorio ma con regole “extra-ordinem” ed aperture verso l’esterno strettamente limitate alla sopravvivenza burocratico-amministrativa del gruppo (gruppi di lavoratori cinesi in Italia).

Esempi del I tipo sono frequenti nel codice albanese del Kanun[77] e le esperienze in Corte di assise, di omicidi tra albanesi, danno immediato conto delle resistenze e degli intrecci inestricabili, tra verità da comunicare nel processo e realtà degli accadimenti, ben potendo la gestione etnica del conflitto e l’intervento della famiglia[78], o l’avvenuta tacitazione del danno svolgere un ruolo di eradicazione delle conseguenze penali dell’atto, ritenuto non più di competenza del giudice.

Esempi del II tipo si trovano nei riti Woodo e Makumba, come strumenti magici di pressione e coazione psicologica a distanza: non a caso, la storia dell’atteggiamento dell’etnologia, di fronte al problema dei poteri magici, si risolve in gran parte nelle vicende dei rapporti tra etnologia e psicologia paranormale[79].

Quanto ai riti Woodoo, suggestiva appare la testimonianza di una teste parte offesa in un procedimento per sfruttamento della prostituzione ex art.600 C.P. deciso dalla Corte veneta[80].

Riferisce la teste che, prima di partire dal suo Paese (uno Stato africano) la madre di colui che sarebbe stato poi il suo sfruttatore, l’aveva condotta a celebrare un rito voodoo a garanzia del pagamento del debito che la teste aveva contratto per venire in Italia; secondo le credenze diffuse tra la sua gente, tale rito era idoneo a provocare la morte di chi non avesse mantenuto fede agli impegni assunti nel corso della sua celebrazione. Il rituale consisteva nella consumazione di vino bianco con fegato di gallina crudo; successivamente il rito fu rafforzato dalla madre dello sfruttatore, quando la teste era già in Italia. A tale effetto la donna si procurò alcuni degli indumenti intimi, dei capelli e dei peli pubici della persona offesa che avrebbero consentito, con il rafforzamento del rito, la certezza di morte della parte stessa, laddove si fosse rivolta all’Autorità giudiziaria o comunque non avesse per qualsiasi ragioni non tenuto fede agli impegni assunti.

Come valutare allora –in questi casi- la reticenza del teste o gli altri comportamenti rilevanti ex artt.371 bis C.P. (false informazioni al pubblico ministero), 371 ter (false dichiarazioni al difensore), 372 (falsa testimonianza), 374 bis (false dichiarazioni od attestazioni in atti destinati alla autorità giudiziaria)?. Ed ancora, come soppesare in termini di calunnia (o autocalunnia) le dichiarazioni accusatorie ritrattate ?

Esempi del III tipo: la gestione delle comunità di lavoratori cinesi da parte di cinesi, trattasi comunità ermetiche[81], autosufficienti, autoreferenziate, con dispotica organizzazione gerarchica interna. Sono “gruppi di lavoro” che trovano ragioni di sopravvivenza –anche economica- come effetto di rilevanti realtà strutturali di irregolarità-illiceità “da confronto” rispetto alle condizioni ordinarie di mercato (mercede bassissima e spesso virtuale; degradazione degli ambienti di lavoro e di alloggio; utilizzo servile della manodopera stessa con richiesta di prestazioni al limite della resistenza fisica; riduzione degli spazi usuali di libertà etc.). Le testimonianze cinesi, sui comportamenti dei datori di lavoro cinesi, ricordano per certi profili la reticenza da paura dei testi in tema di reati da criminalità organizzata.

§.7) il maltrattamento come reato culturale e il vittimismo straniero da mancata integrazione.

Per restare nel campo delle quaestiones,utilizzerei due episodi tratti dalla cronaca recente e che riguardano:

§ una denuncia per maltrattamenti presentata da tre minorenni immigrate (di diversa nazionalità:marocchina, etiope, ghanese) che hanno agito disgiuntamente) non accettando i rigori educativi tipici dell’etnia di appartenenza[82];

§ il comportamento violento ed aggressivo di un marito di fede islamica che ha (non-modicamente) percosso la moglie, perché un predicatore[83] della sua religione, nel corso di un sermone pubblico, aveva giustificato e caldeggiato tale attività correzionale nei confronti delle proprie mogli.

Siamo quindi in pieno tema di “interlegalità” (De Sousa Santos 1987) e di “reati culturali” o “culturalmente orientati” i quali si realizzano appunto quando il comportamento vietato dal diritto penale locale è invece ammesso, accettato, oppure in alcune situazioni persino prescritto come doveroso da norme esistenti nella originaria comunità di appartenenza le quali sono imposte e fatte valere attraverso sanzioni sociali (Pastore)[84].

La questione ha trovato soluzione in una non recente (1999) ma autorevole sentenza del Supremo collegio[85] in una fattispecie nella quale la scriminante del consenso dell'avente diritto era stata fondata sull'origine albanese dell'imputato e delle persone offese per le quali varrebbe un concetto dei rapporti familiari diverso da quello vigente nel nostro ordinamento.

Il principio affermato dalla Corte regolatrice (1999) è che il reato di maltrattamenti in famiglia (art. 572 cod. pen.) non puo' essere scriminato dal consenso dell'avente diritto, sia pure affermato sulla base di opzioni sub-culturali relative ad ordinamenti diversi da quello italiano. Dette sub-culture, infatti, ove vigenti, si porrebbero in assoluto contrasto con i principi che stanno alla base dell'ordinamento giuridico italiano, in particolare con la garanzia dei diritti inviolabili dell'uomo sanciti dalla nostra Carta costituzionale, i quali trovano specifica considerazione in materia di diritto di famiglia negli articoli 29 - 31 Cost..

Si conferma quindi il limitato ruolo di mediazione culturale attribuito al giudice in punto di sussistenza del reato: gli spazi diversi di movimento riguardano semmai la fase dell’individualizzazione della pena.

In un’altra vicenda, sempre in tema di maltrattamenti in famiglia, la Corte di Cassazione (2000)[86] ha ritenuto irrilevante, ai fini penali, la circostanza che tra l'imputato e la persona offesa –entrambi cittadini stranieri- esistesse un matrimonio contratto all'estero, nel paese di comune origine non dichiarato efficace in Italia, e, questo, per la ragione schiettamente culturale (prima che giuridica) che un rapporto di stabile convivenza è comunque suscettibile di determinare obblighi di solidarieta' e di mutua assistenza, apprezzabili in punto di maltrattamenti in famiglia.

Anche in questa circostanza, la Corte di Cassazione ha ribadito il ruolo di rigore interpretativo non attenuato neppure da circostanze formali: matrimonio non dichiarato efficace in Italia.

Infine, in tema di Jus corrigendi (nelle relazioni endo-familiari) e nello specifico tema dei rapporti tra il reato di abuso dei mezzi di correzione (art. 571 cod. pen.) e di maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli (art. 572 cod. pen.), la Corte regolatrice (1996) ha stabilito che l'intenzione soggettiva non e' idonea a far entrare nell'ambito della fattispecie meno grave cio' che oggettivamente ne e' escluso [87].

Il nesso tra mezzo e fine di correzione va infatti valutato sul piano oggettivo, con riferimento al contesto culturale ed al complesso normativo fornito dall'ordinamento giuridico e non gia' dalla intenzione dell'agente (1996)[88].

Da tali tre letture appare del tutto evidente l’angusto limite dell’interprete, di fronte a comportamenti che infrangono norme basilari del nostro sistema di convivenza civile: il giudice deve applicare la norma, attenuandone semmai il rigore sanzionatorio oppure ricercando tutte le possibili indicazioni di attenuazione di gravità, consentite dalla nostra disciplina codicistica.

La correttezza di tale conclusione la si osserva proprio nel caso delle giovani figlie che hanno denunciato i genitori o della moglie che ha denunciato il marito: un’applicazione delle norme in un ottica di buonismo e relativismo culturale, finirebbe proprio con il tradire le legittime aspettative di coloro che (donne) si sono rivolte alla Giustizia dello Stato che le ospita, facendo affidamento a quella nuova-cultura di autonomia decisionale e al grado di rispetto delle persone, che esse vittime si sono rappresentate e che vogliono positivamente riconosciute dalle nuove istituzioni straniere.

Ci si trova paradossalmente di fronte ad un “vittimismo da mancanza di integrazione” (Federici) in quanto le neo-adolescenti straniere, o la moglie marocchina reclamano dal giudice italiano:

§ la tutela del loro diritto alla “omologazione”;

§ la garanzia di potersi comportare e gestire come un qualsiasi altra donna italiana.

E’ quindi evidente che la gestione del relativo contenzioso giudiziario non può essere lasciata soltanto al giudice, ed al diritto vivente, dato che tali situazioni (destinate statisticamente a crescere in modo esponenziale, potendo tali conflitti diventare un modo surrettizio per disgregare unioni o rapporti messi in crisi dal contatto con nuove civiltà) esigono non solo un giudice non-burocrate, ma anche una legislazione in linea con le coordinate personali di riferimento, non più limitate al solo cittadino italiano e ai suoi problemi.

cultura, mutamento sociale e norme giuridiche

Nel luglio del 1999, nel convegno organizzato dal prof. Quadrio dell’Università cattolica di Milano su multietnicità e devianza, Elena Magrin ha affrontato il tema della diversità culturale nell’ambito di un contesto sociale dotato di sistemi di regole e norme strutturate utilizzando tra le moltissime definizioni di cultura quella di Thomas (1999) per il quale la cultura fornisce criteri di percezione – cognizione – giudizio – azione, criteri che, a livello sociale e individuale, guidano il rapporto con la realtà, forniscono punti di riferimento per trattare il mondo che ci circonda, per rapportarsi con gli altri, per agire nel quotidiano, per formulare dei progetti di vita.

La persona che utilizza questi criteri per conoscere e agire nella realtà, nella sua azione conferma quella stessa cultura, la arricchisce, la perfeziona, ma sostanzialmente la porta avanti e si fa promotore di quella stessa cultura: la Cultura si fa quindi punto di riferimento individuale e collettivo e pertantonelemento unificante per la persona e per il contesto sociale.

Il sistema giuridico collabora alla regolamentazione del contesto sociale con alcune caratteristiche specifiche nel senso che:

· esso pone delle norme giuridiche nel momento in cui la collettività stabilisce delle priorità e ritiene che sia necessario che esse vengano salvaguardate, al fine di facilitare la convivenza sociale;

· si tratta di priorità definite e riconosciute collettivamente e per ciò stesso rilevanti per il diritto che implicano un certo grado di consenso sociale

· sono norme dotate di stabilità nel tempo anche se, nello stesso momento in cui la norma è fissata dal legislatore, la regola espressa comincia ad invecchiare a sentire l’usura del tempo: il rischio è quello della perdita di effettività la quale non porta di per sé ad una abrogazione della norma, ma ad un maggior numero di violazioni in quanto socialmente diminuita di validità.

Ma quali sono le priorità degli italiani?

Luca Ricolfi in un recente pubblicazione sul mutamento sociale[89] individua le tre aree tematiche ricorrenti –come problemi da risolvere- nei sondaggi di opinione:

  1. il tenore di vita (occupazione-inflazione-tasse);

  2. la sicurezza (criminalità-immigrazione-terrorismo);

  3. lo stato sociale (sanità-istruzione- pensioni).

Le novità di questi ultimi tempi, per la Magrin, stanno nel fatto che:

a) nei sistemi tradizionali, il problema del mutamento sociale sostanzialmente era legato ad un cambiamento generazionale e quindi originato da quella stessa realtà sociale, che cambiava progressivamente, in tempi più o meno rapidi ma a partire da caratteristiche condivise.

b) oggi invece oltre a tale cambiamento generazionale il diritto si trova ad affrontare un cambiamento che è viceversa repentino e ‘strutturale’ proprio perché nella stessa realtà, nella stessa cultura vengono ad inserirsi culture diverse e quindi sistemi di riferimento e di consenso che sono altri rispetto a quelli spontaneamente generati.

Situazione questa che assieme ad altre coordinate socio-culturali, spesso disarmoniche tra loro, rende conto della fisiologica incertezza e variabilità della giurisprudenza di merito e di legittimità.

§.8) Incertezze giurisprudenziali da inclusione (tendenziale rispetto delle specificità) o da assimilazione (indifferenza della diversità).

In realtà, seguendo la bipartizione del prof. Pastore, è agevole rilevare quanto la nostra giurisprudenza, sulle questioni legate all’immigrazione, oscilli tra atteggiamenti aperti e garantisti della diversità dell’immigrato (regole di inclusione) ed atteggiamenti di rigorosa tecnica assimilazionista (regole di trasformazione).

Gli esempi non mancano né per l’una, né per l’altra tendenza, anzi si può tranquillamente affermare che non esiste lettura ermeneutica che non abbia trovato un’immediata contraria interpretazione.

Basti esaminare e comparare l’evoluzione giurisprudenziale in tema di:

1. traduzione degli atti nella lingua o in una lingua comprensibile allo straniero[90];

2. controllo della motivazione dell'ordine di allontanamento dal territorio dello Stato, impartito dal Questore [91];

3. espulsione dello straniero in genere[92],

4. divieto di reiterazione[93] dell'ordine di accompagnamento alla frontiera dello straniero gia' espulso e raggiunto da un precedente ed analogo ordine, rimasto inadempiuto[94];

5. liberazione condizionale (artt.176 C.P.,682 C.P.P.)[95];

6. rapporti tra decreto amministrativo prefettizio di espulsione e misura alternativa[96];

7. rapporti tra misura alternativa alla detenzione e la qualità di straniero clandestino[97];

8. rientro temporaneo in Italia per l’esercizio del diritto di difesa dello straniero respinto alla frontiera od espulso [98];

9. giudizio di esigibilita' dell'obbligo di osservanza dell’ordine di allontanamento ai fini della sussistenza del "giustificato motivo"[99];

10. violazione delle norme sull’immigrazione (art.14.5 ter), in epoca antecedente al 1 gennaio 2007 da parte di cittadini della Romania e della Bulgaria[100]: reato ancora punibile o applicazione della norma più favorevole?

11. esecuzione della pena e misure alternative alla detenzione in carcere: affidamento in prova[101], semilibertà[102], affidamento terapeutico previsto dall'art. 94 Legge 9 ottobre 1990 n. 309[103];

12. limiti alla sospensione condizionale della pena (art.164.1 C.P.)[104].

§.9) conclusioni.

Anche per i reati culturali o culturalmente orientati, il compito del giudice è quello di rendere giustizia assicurando:

§ tutela alle vittime;

§ garanzie agli accusati, e personalizzazione della condanna (2003),[105] senza pregiudizi nei confronti di chiunque, anche se straniero (imputato o vittima), oppure accusato di gravi delitti di terrorismo e tenendo bene in vista l’insegnamento della Corte Costituzionale (1980) che sul tema della discrezionalità del giudice nella individualizzazione della pena[106] ha precisato che lo stesso principio di "legalita` delle pene", sancito dall'art. 25, secondo comma, Cost., dà forma ad un sistema in cui l'attuazione di una riparatrice giustizia distributiva esige la differenziazione più che l'uniformità.

Altri parametri integrati di giudizio, soprattutto per il condannato straniero, vanno infine recuperati da due convergenti principi sempre indicati dalla Corte Costituzionale in tema di sanzione penale:

  • Il principio rieducativo, il quale, dovendo agire in concorso con le altre funzioni della pena, non va interpretato in senso esclusivo ed assoluto, ma nell'ambito della pena, umanamente intesa ed applicata (1996)[107];

  • il principio di eguaglianza, il quale esige che la pena sia proporzionata al fatto commesso, in modo che essa adempia, nel contempo, alla funzione di difesa sociale e a quella di tutela delle posizioni individuali (1982)[108].

Non a caso il codice penale austriaco –promulgato da Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re di Lombardia e Venezia, nel maggio 1852- nei paragrafi 24 e 248 prevedeva, come misura di massima individualizzazione e differenziazione della pena, nei confronti dei non-abbienti, il castigo corporale in sostituzione della pena dell’arresto per alcuni delitti.

Tale sanzione sostitutiva –si direbbe ora- era applicabile unicamente a coloro che (persone di servizio, lavoranti, artigiani, garzoni etc.), vivendo della loro mercede giornaliera o settimanale, sarebbero stati pregiudicati nei mezzi di sussistenza propria o dei loro familiari, anche da un arresto di pochi giorni[109].

Saggezza antica ma con rimedi antichi: è possibile che il nostro legislatore, in tema di immigrazione e di sanzioni per l’immigrazione clandestina (20.270 violazioni alle leggi sull’immigrazione nell’ultimo anno), riesca a legiferare soltanto su ondate di emozione collettiva, ignorando l’evoluzione in atto?

In Veneto due cittadini su tre sono favorevoli al voto agli emigranti, e tale territorio (che, come già detto, dispone in Italia del più nutrito “parco-stranieri-lavoranti” e viene notoriamente additato come una regione xenofoba) sta diventando un modello di integrazione, perché, come rilevato da ILVO DIAMANTI[110], il lavoro ha innescato un circuito virtuoso e il policentrismo del sistema residenziale (piccoli comuni con pochi gruppi di immigrati) ha ostacolato (salvo Via Anelli a Padova) il sorgere di agglomerati urbani di soli stranieri collocati nelle periferie.

Peraltro in controtendenza con il “muro” ed in linea con l’immagine di un’ Autorità locale accessibile, lo stesso Comune di Padova ha bandito un concorso per 18 facilitatori comunali, e cioè 18 stranieri appartenenti alle diverse etnie residenti in Padova i quali, per 12 €. all’ora, dovranno aiutare la Polizia locale nel confronto con gli extracomunitari presenti nel territorio[111].

E sempre nel Veneto, a Verona va segnalato il torneo multietnico, «Un pallone come il mondo», organizzato dal Centro Sportivo Italiano (patrocinato dal Comune di Verona e sponsorizzato dalla Banca Popolare) al quale partecipano 12 squadre mondiali e gli atleti italiani sono i "nuovi veronesi", cioè gli stranieri che sono entrati in città per lavoro e che ora vogliono sentirsi "veronesi a tutti gli effetti".

Tuttavia la vera novità sta nel fatto che, oltre alla tradizionale classifica, la quale tiene conto del punteggio-gol, ci sarà una classifica fair-play che porterà a vincere come migliore squadra quella che si è distinta per il buon comportamento e l'accoglienza sul campo, della squadra avversaria.

Inoltre, sempre come modello massimo di integrazione, non giuridica ma religiosa, va ricordato che nel marzo di quest’anno a Conegliano , in terra trevigiana, il parroco ha ospitato nella parrocchiale i funerali di una donna musulmana –coniugata con un italiano- con il seguente invito: “nella Chiesa di Collabrigo i credenti tutti, figli di Abramo, daranno l’estremo saluto a Mechouk Zoubeida”[112].

Un esempio importante di “inclusione ragionevole” ottenuta con l’opportuna iper-valorizzazione degli elementi di unità e lasciando alle “Superiori autorità ecclesiastiche” i problemi dell’applicazione delle norme del diritto canonico.

Per ora, sicuramente, piccoli passi in avanti, segnalando peraltro una nuova tendenza strisciante che Giovanni Maria BELLU ha definito del Noràppero (“non sono razzista però”)[113] e che ha trovato suggestivo riscontro da un lato in una lettera a Corrado AUGIAS sulla Stampa di Torino[114], “aiuto sono di sinistra ma sto diventando razzista”, e dall’altro –forse- anche negli esiti delle recenti elezioni amministrative nel veneto che hanno premiato programmi all’insegna di un maggior rigore amministrativo e giudiziario nei confronti degli immigrati.

Proprio su questo punto vorrei concludere con le parole del collega Spataro[115], il quale, con la competenza che gli è propria, nel riportare i dati relativi alle sentenze di condanna emesse dai giudici italiani in data successiva all’ 11 settembre 2001, nell’ambito di procedimenti per reati connessi al terrorismo cosiddetto islamico, ha segnalato come essi dimostrino l’efficacia della reazione italiana rispetto ad un così grave fenomeno criminale e confermino che anche il terrorismo (come l’immigrazione irregolare e clandestina) può e deve essere affrontato nel pieno rispetto delle leggi, con risultati, peraltro, ben più significativi di quelli conseguiti nei sistemi in cui i procedimenti giudiziari si trasformano - da luogo di accertamento delle responsabilità personali (attraverso il contraddittorio e la parità delle parti) - in luogo di ratifica di scelte operate invece in sede politica ed amministrativa.

Luigi Lanza

magistrato


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§.10) APPENDICE

Motivi abbietti e motivi futili in omicidio di figlia 19enne: corte d’assise d’appello di venezia sez. ii, sentenza in data 9 gennaio 2006, irrevocabile il 30 maggio 2006.

Con sentenza in data 9 giugno 2005 il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Padova ha affermato la penale responsabilità del 53enne L.M. (marocchino), per il reato di omicidio in danno della figlia, L.K. (nata il 07.03.1985), picchiata e colpita ripetutamente in tutto il corpo anche con un bastone. Con le aggravanti dell’aver commesso il fatto per motivi abbietti e futili e contro discendente. In Grantorto, la notte tra il 24 ed il 25 settembre 2004. Il primo giudice ha ritenuto verificato nella vicenda lo schema dogmatico del delitto p. e p. dagli artt. 575, 577 comma 1 n. 1 e 4 C.P. con le aggravanti dell’aver commesso il fatto per motivi abbietti e futili e contro discendente. La sanzione irrogata (anni 22 e mesi 6 di reclusione, ridotta ad anni 15 di reclusione ex art 442 cpp per la scelta del rito) è stata motivata “avuto particolare riguardo alla gravità dell’azione, con specifico riferimento alle sue modalità ed all’intensità del dolo, seppure indiretto nonchè alla non modesta capacità a delinquere desunta dal movente, dalla personalità violenta dell’imputato e dal comportamento successivo al reato, essendosi il LHASNI, prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, cambiato gli abiti ed avendo gettato via il bastone, che ha fatto ritrovare solo un mese dopo, circostanze queste rivelatrici di non modesta capacità a delinquere”.

Su appello dell’imputato la corte d’assise d’appello veneta[116], con sentenza in data 9 gennaio 2006, esclusa la sola abiezione dei motivi e confermato il giudizio di equivalenza tra circostanze (previa precisazione che l’aggravante rubricata in imputazione, quale violazione dell’art.577 comma 1 n.1 e n.4 C.P., va qualificata come violazione dell’art. 576 comma 1 n.2 C.P.), ha ridotto la pena per l’appellante ad anni quattordici di reclusione.

La Corte suprema di cassazione, I sezione penale, con sentenza 30 maggio 2006, ha dichiarato inammissibili i ricorsi del Procuratore Generale e dell’imputato condannando la parte privata ricorrente alle spese processuali ed al pagamento della somma di €. 500 alla Cassa delle Ammende.

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omissis

motivi abbietti

Parzialmente fondata invece è la critica alla ritenuta aggravante della abiezione dei motivi.

Il giudice dell’udienza preliminare in proposito ha così motivato: L’azione delittuosa sopra descritta appare sproporzionata al motivo e nel contempo rivela altresì un motivo abietto (picchiare a sangue la figlia non solo per sapere se la relazione con BRAIM durava ancora, ma anche per indurla ad accettare con tutte le conseguenze del caso un matrimonio che la ragazza non aveva voluto e che era stato combinato per mero interesse).

In proposito va ricordato che motivo abbietto è quello che rivela nell'agente un tale grado di perversita' da destare un profondo senso di ripugnanza e disprezzo in ogni persona di moralita' media[117], è quello turpe e ignobile, che si radica in una particolare perversita' e malvagita' del reo, cosi' da suscitare un profondo senso di ripugnanza e di disprezzo in ogni persona di media moralita'. Deve quindi trattarsi di motivo spregevole e vile, che denota ripulsione ed e' ingiustificabile per la sua abnormita' di fronte al sentimento umano[118].

Ritene peraltro il Collegio che con tale connotazione non sia etichettabile il comportamento reattivo del Lhasni.

L’imputato ha oggi chiaramente proposto alla Corte lagunare il suo modo di intendere e gestire la famiglia, l’onore familiare, il rispetto della parola data: circostanze tutte che, pur inidonee a escludere la futilità (per le ragioni che si diranno), sono sicuramente sufficienti ad escludere il giudizio di abiezione in quanto fondato su sensazioni di ripugnanza, turpitudine e spregevolezza, che nella specie non ricorrono.

Sul punto un favorevole punto di riferimento va anche recuperato dal Nuovo Codice della famiglia vigente in Marocco dal 16 gennaio 2004, nel quale, in tema di contratto matrimoniale si prevede ancora la figura della tutela matrimoniale della donna (Wilaya), con il padre “tutore”.

motivi futili

Per il giudice dell’udienza preliminare, pur valutando il substrato culturale e l’ambiente in cui vive ed ha agito l’autore del fatto, la futilità dei motivi deve essere affermata.

La conclusione del primo giudice va condivisa da questa Corte, considerato che costituisce motivo futile la determinazione criminosa che trova origine in uno stimolo tanto lieve, quanto sproporzionato, da prospettarsi piu' come un pretesto che non una causa scatenante della condotta antigiuridica. Ne consegue che la peculiare caratteristica del motivo futile, il quale non attiene alla sfera intellettiva o volitiva, bensi' a quella morale, e' data dalla enorme sproporzione tra il motivo e l'azione delittuosa[119].

In termini la Corte non può che richiamarsi, facendole proprie, alle ragionevoli considerazioni del primo giudice il quale ha testualmente sostenuto quanto segue:

“Nel caso di specie trattasi di persona di cultura mussulmana che, col pretesto di una apparente legittimazione derivante dalla religione islamica, aderisce a modelli di vita in cui vi è una disparità di trattamento tra uomo e donna, essendo quest’ultima per consuetudine, secondo regole arcaiche, assoggettata all’arbitrio della famiglia patriarcale tribale che dispone di lei come una proprietà e non la considera come persona.

Tale situazione però è oggi sempre più rara in ambienti islamici moderati, come il Marocco, essendoci un lento processo di occidentalizzazione, favorito anche dai mass media che tendono alla globalizzazione.

Un cittadino marocchino, dopo alcuni anni trascorsi nel nostro paese, pur avendo mantenuto dei legami con il paese d’origine, è dunque perfettamente in grado, pur conservando la propria cultura e le proprie origini, di rendersi conto dell’insopprimibilità in un paese civile di alcuni diritti fondamentali della persona umana, quali l’autodeterminazione. Se ciò nonostante egli reagisce con inaudita violenza a fronte di una ribellione allo stato di soggezione, della figlia, la sua condotta diventa non già espressione di una cultura arcaica, ma di uno spirito punitivo nei confronti della vittima, della quale non tollera l’insubordinazione (si veda il riguardo Cass, Sez 1, 25/10/1997).

E’ il caso di LHASNI Mohammed, considerato dai familiari e dai conoscenti, persona, prepotente, assai reattiva e violenta. (Cfr anche s.i. rese dai coniugi VELIU)”

A tali valutazioni si oppone il difensore dell’imputato il quale contesta l’immagine che il primo giudice offre dell’accusato, immagine che non terrebbe conto:

o della persistenza dei valori atavici e socio-culturali dell’imputato;

o del forte ed estremizzato senso della famiglia di cui il Lashni era portatore;

o del concetto di onore, infangato dai comportamenti irregolari della figlia, la quale, pur coniugata in patria, aveva iniziato una relazione adulterina con altro connazionale, pure residente in Italia, senza tener conto delle regole della sua etnia e dei richiami anche violenti del padre.

Ritiene il Collegio, anche ammesso che in Marocco vi sia stata una rituale celebrazione di matrimonio tra la giovane Kaoutari e persona diversa dal connazionale, con il quale la vittima aveva un rapporto sentimentale, e pur apprezzato il rigore educativo, il senso dell’onore e l’estremizzato senso della famiglia dell’imputato, che si versi in una situazione socio-culturale – comunque la si apprezzi anche dall’ottica di un cittadino marocchino – non idonea a ridurre la forbice di valori tra “morte di una figlia disobbediente” e “autorità e cultura paterna violate”.

L’abissale sproporzione tra il motivo e l'azione delittuosa integra, nel nostro sistema repressivo, proprio l’aggravante ritenuta, la quale non può essere affatto scriminata dall’adesione a fedi o a culture “altre”.

Emblematico e suggestivo in tale senso è il richiamo alla pratica della “infibulazione[120]”: vivere in un paese diverso da quello della cultura di appartenenza significa infatti accettare, non solo gli elementari principi di base che sostanziano le norme penali e le singole fattispecie incriminatrici, ma anche le regole etico-culturali valutative condivise ed espresse dalla collettività.

Uccidere per affermare il proprio ruolo di padre-decisore delle scelte di vita di una figlia o per sanzionarne i comportamenti irregolari, nel nostro sistema, e per qualunque cittadino di qualunque nazionalità e cultura, è quindi fatto apprezzabile nello schema dogmatico dell’aggravante della futilità dei motivi.

Non a caso lo stesso figlio dell’imputato ha testualmente dichiarato: “ritengo che, come successo in passato, mio padre non avesse un motivo valido per rimproverare e picchiare mia sorella, in quando lo stesso ha un carattere irascibile e violento”.

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[3] cfr. DURKHEIM Emile, Rappresentazioni individuali e rappresentazioni collettive, Durkeim/Mauss, Sociologia e antropologia, Newton Compton ed. Roma 1976

[4] Bellucci P., 2005a, A onor del vero. Fondamenti di linguistica giudiziaria, Introduzione di T. De Mauro, Torino, Utet Libreria. Bellucci P., 2005b, La redazione delle sentenze: una responsabilità linguistica elevata, «Diritto & Formazione», 5, 3: 448-466.Bellucci P., 2006a, “La Motivazione e il diritto dei cittadini a capire”, Magistratura Democratica e Movimento per la Giustizia, Incontro di studio sul tema “La motivazione”: una motivazione logica e sufficiente per la tutela dei cittadini, Bologna, 3 marzo 2006.Bellucci P., 2006b, “Riflessioni metalinguistiche nella motivazione di una sentenza penale”, in N. Grandi, G. Iannàccaro (a cura di), Scritti in onore di Emanuele Banfi in occasione del suo 60° compleanno, Prefazione di Tullio De Mauro, Cesena-Roma, Caissa Italia: 47-64. Bellucci P., 2006c, “Strutture testuali e linguaggio delle sentenze”, Consiglio Superiore della Magistratura, Incontro di studio sul tema La motivazione delle sentenze penali (Roma, 19-21 giugno 2006). Relazione edita nel sito del C.S.M. [edizione intranet]. Bellucci P., in stampa, Linguaggio, legalità, giurisdizione, «Questione giustizia», 2/2007. Bellucci P., Carpitelli E., 1994, Trasmettere i processi, «Italiano & Oltre», 9, 3: 166-170. Bellucci P., Carpitelli E., 1997, Il repertorio italiano giudiziario: processi alla radio, in Aa.Vv., Gli italiani trasmessi: la radio, Firenze, Accademia della Crusca: 237-350.Bellucci P., 2006c, “Strutture testuali e linguaggio delle sentenze”, Consiglio Superiore della Magistratura, Incontro di studio sul tema La motivazione delle sentenze penali (Roma, 19-21 giugno 2006). Relazione edita nel sito del C.S.M. [edizione intranet].

[5] G.FLAUBERT, Bouvard e Pécuchet e Dizionario delle idee comuni, Einaudi Torino 1996.

[6] L.LANZA, Relazione conclusiva su Multietnicità e devianza, Università cattolica di Milano, Centro studi e ricerche di psicologia giiuridica, IX seminario residenziale Mendel Pass, luglio 1999.

[7] L. BONANATE, Terrorismo politico, in Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco Pasquino, Dizionario di politica, Utet, Torino 2005.

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[9] Armando SPATARO, Le forme attuali di manifestazione del terrorismo nella esperienza giudiziaria: implicazioni etniche, religiose e tutela dei diritti umani; C.S.M. Incontro di studi su Terrorismo e crimine transnazionale, Roma 5-7 marzo 2007.

[10] F.CORDERO, Il diritto nell’era del terrorismo, La Repubblica, 28 agosto 2006.

[11] Paolo BONETTI, Terrorismo, emergenza e costituzioni democratiche, Il Mulino 2006.

[12] AA.VV., Radici storico sociali del martirio e sulla ricerca della morte come affermazione e testimonianza, Gnosis, 3-2006, pagg.97-116.

[13] Uccidere in nome di Dio, di Josè Saramago Copyright El Pais Traduzione di Andrea Grechi L’unità, 10 agosto 2005.

[14] AA.VV. Immigrazione fra dramma e risorsa,Intervento prof. Roma, Direttore Censis, in Gnosis, 2-2005, pagg. 23-40.

[15] Statuta Urbis Ferrariae, reformata, Bandi Generali del Cardinale Aldobrandino Soprintendente Generale dello Stato Ecclesiastico, ex Typographia Camerali, Superiorum perm. Anno Domini MDCLXXXX. La sanzione testualmente prevista era “sotto pena per la prima volta di essere svaligiati, la seconda della frusta alle donne, vecchi, e putti dalli 14 alli 18 anni, e della galera per cinque anni gli uomini”.

[16] cfr. ANOLLI L. (a cura di), Psicologia della comunicazione, Il Mulino- Bologna, 2000; BOURDON J., Introduzione ai media, Il Mulino, Bologna, 2000; THOMPSON J.B., Mezzi di comunicazione e modernità, Il Mulino, Bologna, 2001; CAVAZZA N.,Comunicazione e persuasione, Il Mulino, Bologna, 2000; CRANE D., La produzione culturale, Il Mulino, Bologna, 1997; SCIOLLA L., Italiani. Stereotipi di casa nostra, 11 Mulino, Bologna, 2000.

[17] parte tratta da CALVANESE E., Pena riabilitativa e mass-media. Una relazione controversa, Franco Angeli, 2003.

[18] A tale effetto, Calvanese cita Conklin (1975) e Mclntyre (1967) ed in particolare Lynch (1987) il quale ultimo aveva evidenziato:

a) che la modalità secondo la quale i cittadini percepiscono alcuni reati può influenzare il fatto di far pubblicizzare o meno tali reati;

b) che d’altro canto, per mutare la percezione del reato basta cambiare o aumentare gli schemi della pubblicizzazione;

c) che “la manipolazione politica o dei mezzi di comunicazione di massa di ciò che deve essere percepito come un problema sociale, determina non solo l’atteggiamento del pubblico verso tale problema, ma anche l’intensita della sua domanda di soluzione. Vds.: LYNCH M.J., “Percezione del reato da parte del pubblico”, in FERRACUTI F. (a cura di), Trattato di Criminologia, Medicina Criminologica e Psichiatria Forense, VoI. 4, Criminologia e Società. Giuffrè, Milano. 1987, pag. 201.

[19] Sulla sproporzione tra l’assunzione paradigmatica di certi reati a indici del dilagare della criminalità e il quadro reale e complesso nel nostro Paese, si veda MARRONE A., MISIANT C., “Gli scopi della campagna fanfaniana sulla criminalità”, in Ordine pubblico e criminalità, Milano, 1975.

[20] cfr. per le risposte giudiziarie: CALVANESE E., Pena riabilitativa e mass-media. Una relazione controversa, Franco Angeli, 2003.

[21] FORTI G.- BERTOLINO M. (a cura di), La televisione del crimine, Vita e Pensiero, Milano, 2005 La rappresentazione televisiva del crimine, Convegno internazionale, università cattolica del s.c. di milano università degli studi di milano-bicocca 15-16 maggio 2003: prof. GABRIO FORTI (area criminologico-penalistica I) Prof. A. QUADRIO ARISTARCHI (area psicologica), Prof. MARTA BERTOLINO (area criminologico-penalistica II)Prof. PAOLA DI BLASIO (area psicologica II) Prof. RUGGERO EUGENI (area semiotico-mediologica).

[22] cfr. G.UBERTIS, Prospettive di indagine sui rapporti tra crimine e tv, in FORTI-BERTOLINO, La televisione del crimine.

[23] Gli esperti, docenti nelle Università cattolica del Sacro Cuore e dell’Università di Milano Bicocca, nelle note illustrative hanno doverosamente premesso di aver rinunciato alla pretesa di reperire prove scientifiche a sostegno dell’ipotesi, tuttora assai controversa, circa l’esistenza di una relazione causale tra fruizione dei media e comportamenti criminali, specialmente violenti. Quanto al “trattamento mediatico” delle vicende criminali, la ricerca giuridico-criminologica, in particolare, ha studiato spazi e modalità di pubblicazione delle notizie riguardanti il fenomeno da parte di alcuni dei maggiori telegiornali italiani, analizzando però anche le due maggiori testate cartacee nazionali, ai fini di un raffronto e di una comparazione tra le due modalità di rappresentazione. Sono così state monitorate per cinque mesi consecutivi (dal febbraio 2002 al giugno 2002) le edizioni di prima serata di TG1, TG3, TG4, TG5, nonché, per la carta stampata, il Corriere della Sera e La Repubblica. L’obiettivo è stato quello di misurare innanzi tutto l’incidenza del dato criminale nell’insieme delle notizie, verificando in quale percentuale il lettore medio entra in contatto con informazioni relative al crimine, piuttosto che con informazioni di altro genere.

[24] La ricerca condotta dagli psicologi si è sviluppata secondo due filoni distinti. Un primo ambito ha indagato sugli stili di utilizzo e percezione del “crimine televisivo” da parte degli adolescenti e preadolescenti. Un altro gruppo di studiosi si è occupato della rappresentazione televisiva della violenza all’infanzia, sia sviluppando uno studio sulle modalità di fruizione della televisione e sui percorsi utilizza29ti per acquisire le informazioni su questo fenomeno criminale, sia interrogandosi, proprio grazie all’analisi di trasmissioni dedicate all’abuso all’infanzia, sul rapporto tra suggestionabilità ed elaborazione delle informazioni.La ricerca degli studiosi di ambito semiotico-mediologico si è posta la questione del modo in cui i criteri di selezione e presentazione degli atti criminali praticati dai testi della fiction televisiva (ad es. L’Impero, Onora il padre, Carabinieri, Distretto di polizia) contribuiscano alla loro percezione da parte del pubblico. Nel settore della fiction, ad esempio è stato rilevato come il maggior spazio sia riservato alle componenti soggettive (autore e vittima) rispetto alle news, e tale dato troverebbe giustificazione in una ridotta aspettativa sociale di una rappresentazione realistica del crimine per ciò che attiene questo tipo di programmazione televisiva.

[25] AA.VV. Immigrazione fra dramma e risorsa, Gnosis, 2-2005, pagg. 23-40.

[26] Comunicato ISTAT diffuso il 17 ottobre 2006.

[27] Istat 2005, Italia in cifre, selezione di dati aggiornati sulla vita economica e sociale del paese.

[28] AA.VV., FONDAZIONE ISMU, XII rapporto sulle migrazioni, marzo 2007.

[29] cfr. per il Veneto, Ilvo DIAMANTI, Una terra diventata modello di integrazione, Il gazzettino 27 marzo 2007.

[30] Comunicato ISTAT diffuso il 27 ottobre 2005.

[31] XII rapporto sulle migrazioni elaborato dalla Fondazione ISMU, La Repubblica, aggiornamento 6 marzo 2007.

[32] Al 1° gennaio 2005 gli stranieri residenti in Italia sono 2.402.157
(1.226.712 maschi e 1.175.445 femmine); rispetto all’anno precedente gli iscritti in anagrafe aumentano di 411.998 unità (+20,7%), soprattutto grazie al saldo migratorio con l’estero (+380.737 di nuovi immigrati).

[33] dati tratti da Istat 2004, Statistiche giudiziarie penali, anno 2002.

[34] STATISTICHE GIUDIZIARIE PENALI, anno 2004, Annuario Istat 2006

[35] LORENZO MIAZZI, "Famiglie straniere e giudici nella società multiculturale", in "Minori giustizia" n. 1/2006, p. 12 s.

[36] SENT. num. 0050 del 1980 Data udienza: 02/04/1980 Num. mass.: 0009478 Presidente: AMADEI Relatore: MALAGUGINI Parametri costituzionali artt.3, 25 e 27; cfr. anche Sent. n.299/1992 Presidente. Corasaniti, rel Spagnoli, ud.15/6/1992.

[37] SENT. num. 0050 del 1980 Data udienza: 02/04/1980 Num. mass.: 0009478 Presidente: AMADEI Relatore: MALAGUGINI Parametri costituzionali artt.3, 25 e 27; cfr. anche Sent. n.299/1992 Presidente. Corasaniti, rel Spagnoli, ud.15/6/1992. La decisione così conclude: “Sussiste quindi di regola l'esigenza di una articolazione legale del sistema sanzionatorio, che renda possibile tale adeguamento individualizzato, proporzionale, delle pene inflitte con le sentenze di condanna. Di tale esigenza, appropriati ambiti e criteri per la discrezionalita` del giudice costituiscono lo strumento normale. In linea di principio, pertanto, previsioni sanzionatorie rigide non appaiono in armonia con il "volto costituzionale" del sistema penale; ed il dubbio di illegittimita` costituzionale potra` essere, caso per caso, superato a condizione che, per la natura dell'illecito sanzionatorio e per la misura della sanzione prevista, quest'ultima appaia ragionevolmente "proporzionata" rispetto all'intera gamma di comportamenti riconducibili allo specifico tipo di reato”.

[38] BALDASSARE PASTORE, Multiculturalismo e processo penale, in Cassazione penale n.69-2006

[39] A. Iaria, P.Capri e A. Lanotte, Relatività del concetto di crimine, gestione culturale dei processi giuridici, in AIPG, Newsletter, n.25 Aprile-Giugno 2006.

[40] ULRICH BECK, I diritti nell’era del mondo globale, La Repubblica idee, 1 novembre 2006.

[41] Per valutare come gli immigrati veneti ci percepiscono (una società con tasche piene ma anime vuote) è di grande interesse la lettura di una serie di lettere spedite dagli immigrati alla famiglie di origine, in Gazzettino, 20 marzo 1999, “Cara mamma, l’Italia è cattiva” a cura di SERGIO FRIGO

[42] BALDASSARE PASTORE, Multiculturalismo e processo penale, in Cassazione penale n.09-2006, pagg. 3030-3046

[43] BALDASSARE PASTORE, Per un’ermeneutica dei diritti umani, Giappichelli 2003, pag.59 e seg..

[44] BALDASSARE PASTORE, Multiculturalismo e processo penale, in Cassazione penale n.09-2006, pagg. 3040

[45] SENT. 44295 17/11/2005 - 05/12/2005 SEZ. 5

PRES. Calabrese RL EST. Dubolino P

REL. Dubolino P P.M. Gialanella A

RIC. Paoletich

(Annulla in parte con rinvio, App. Trieste, 13 Gennaio 2005)

VEDI ASN 200207421 RIV. 221689 Ai fini della configurabilita' della circostanza aggravante della "finalita' di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso", quale prevista dall'art. 3, comma primo, del D.L. 26 aprile 1993 n. 122, conv. con modif. in legge 25 giugno 1993 n. 205, non puo' considerarsi sufficiente una semplice motivazione interiore dell'azione, ma occorre che questa, per le sue intrinseche caratteristiche e per il contesto nel quale si colloca, si presenti come intenzionalmente diretta e almeno potenzialmente idonea a rendere percepibile all'esterno ed a suscitare in altri il suddetto sentimento di odio o comunque a dar luogo, in futuro o nell'immediato, al concreto pericolo di comportamenti discriminatori, dovendosi inoltre escludere che possa automaticamente ricondursi alla nozione di "odio" ogni e qualsiasi sentimento o manifestazione di generica antipatia, insofferenza o rifiuto, pur se riconducibile a motivazioni attinenti alla razza, alla nazionalita', all'etnia o alla religione, e dovendosi altresi' considerare, quanto alla "discriminazione", che la relativa nozione non puo' essere intesa come riferibile a qualsivoglia condotta che sia o possa apparire contrastante con un ideale di assoluta e perfetta integrazione, non solo nei diritti ma anche nella pratica dei rapporti quotidiani, tra soggetti di diversa razza, etnia, nazionalita' o religione, ma deve essere tratta esclusivamente dalla definizione contenuta nell'art. 1 della Convenzione di New York del 7 marzo 1966, resa esecutiva in Italia con la legge n. 654/1975, secondo cui (nel testo italiano), essa "sta ad indicare ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza o l'origine etnica, che abbia lo scopo o l'effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l'esercizio, in condizioni di parita', dei diritti dell'uomo e delle liberta' fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica". (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha annullato con rinvio, per difetto di motivazione, la sentenza di merito con la quale era stato ritenuta la sussistenza dell'aggravante in questione relativamente al reato di ingiurie addebitato all'imputato per avere questi, in occasione di una rissa - per la quale l'aggravante non risultava contestata - rivolto ad alcune straniere di origine colombiana l'espressione "sporche negre, cosa fanno queste negre qua").

[46] esemplare, per chiarezza e precisione, sulla definizione di “razzismo” e sui rapporti tra ideologie e principio giuridico di non-discriminazione è la sentenza 30 gennaio 2007 della IV sezione penale della Corte d’appello di Venezia, Presidente. Zampetti, rel. Apostoli in procedimento a carico di B.M. + 6.

[47] sulle mutilazioni sessuali in genere cfr. L. MIAZZI, "Immigrazione, regole familiari e criteri di giudizio", "Questione giustizia", n. 4/2005, p. 760 ss.

[48] BALDASSARE PASTORE, Multiculturalismo e processo penale, in Cassazione penale n.09-2006, pagg. 3034, e bibliografia ivi richiamata.

[49] B. B. DE SOUSA SANTOS, in “Law :a map of misreading. Toward a postmodern conception of law”, in Journal of law and society, 1987,3, pagg.279-302, citato da: LORENZO MIAZZI, "Famiglie straniere e giudici nella società multiculturale", in "Minori giustizia" n. 1/2006, p. 12 s..

[50] questa parte è tratta da. L. LANZA, Il percorso della decisione, in Il processo invisibile (a cura di A. FORZA), Marsilio 1997.

[51] L. LANZA Il “momento” della decisione e della motivazione: le dinamiche del decidere ed i controlli di razionalità, C.S.M. Incontro di studi su “Tecniche di argomentazione e di persuasione” (Frascati 21-23 Novembre 1996).

[52]P.CATELLANI, Il giudice esperto, Il Mulino 1992; M.E.MAGRIN, Psicologia della decisione giudiziaria, in Manuale di psicologia giuridica, a cura di A.QUADRIO e G. DE LEO, Led 1995; L.LANZA, La valutazione delle prova in Corte di Assise, in Psicologia della prova, a cura di C.CABRAS, Giuffrè 1996; L.LANZA, La variabile del genere nelle dinamiche della decisione in Corte di Assise, in La criminalità femminile tra stereotipi culturali e malintese realtà, a cura di L.De CATALDO NEUBURGER, Cedam, - L. LANZA, La corporeità della vittima: un mediatore nelle decisioni delle Corti di Assise, in Atti del 2° convegno di criminologia, Cairo Montenotte,settembre 1995; LANZA L., La testimonianza nei delitti di competenza della Corte di Assise, in Psicologia e psicopologia della testimonianza (a cura di C. SCHENARDI) Ed. Sapere,1996; RUMIATI, Giudizio e decisione, il Mulino 1990; L. De CATALDO NEUBURGER (a cura di ), La psicologia per un nuovo processo penale, “sentencing” e psicologia della decisione, Cedam 1987; L.De CATALDO NEUBURGER (a cura di ), Psicologia e processo: lo scenario di nuovi equilibri, Cedam 1989

[53] L.LANZA, Il percorso della decisione, in Il processo invisibile (a cura di A. FORZA), Marsilio 1997.

[54] cfr. LORENZO MIAZZI, Violenza familiare tra causa d’onore e motivo futile, in “Diritto, immigrazione e cittadinanza” n.4/2006, pag.63 e segg.., parla della sentenza come “cartina di tornasole del modo di pensare e di vedere del giudice”.

[55] L. LANZA, Il percorso della decisione, in Il processo invisibile (a cura di A. FORZA), Marsilio 1997.

[56] M.T. CICERONE, De senectute, Mondadori, Milano 1998.

[57] per un ampia rassegna delle teoriche della psicologia cognitivista, vds.U.NEISSER, Psicologia cognitivista, Martello-Giunti,1976; G.KANIZSA, P.LEGRENZI, P. MEAZZINI, I processi cognitivi, Il Mulino,1975; D.A. NORMAN, Memoria ed attenzione, F.Angeli,1975

[58] per una singolare lettura del rapporto tra razionale ed irrazionale, tra ragione mito, vds. E.ZOLLA, La nube del telaio, Mondadori 1996.

[59] cfr. sul punto: L.LANZA, Le interferenze degli stereotipi e dei pregiudizi nel processo decisionale, in Atti del convegno ISISC, GIUGNO 1996, a cura di L.De CATALDO NEUBURGER, Cedam, in corso di pubblicazione.

[60] A.COHEN, Il Talmud, Laterza 1935.

[61] PARETO W. , Compendio di sociologia, Barbera ed. Firenze 1916.

[62] CARROL-PERKOVITZ-LURIGIO-WEAVER, Sentencing goals, causal attribution, ideology and personality, in Journal of personality and social psycology, 52, pagg.107-118, 1987.

[63] LORENZO MIAZZI, "Immigrazione, regole familiari e criteri di giudizio", "Questione giustizia", n. 4/2005, p. 760 ss..

[64] sulla distinzione tra “motivi del giudice” e “motivi della sentenza”,cfr. L. LANZA Il “momento” della decisione e della motivazione: le dinamiche del decidere ed i controlli di razionalità, C.S.M. Incontro di studi su “Tecniche di argomentazione e di persuasione” (Frascati 21-23 Novembre 1996).

[65] per il Codice civile basterrebbe il riferimento alle norme sull’adozione ed il sotteso giudizio sullo stato di abbandono morale e materiale del minore. cfr. sul punto MIAZZI L., "Immigrazione, regole familiari e criteri di giudizio", "Questione giustizia", n. 4/2005, p. 760 ss.

[66] ai sensi dell'art. 14, comma 5-ter, d. lgs. n. 286 del 1998, come introdotto dall'art. 13 della legge n. 189 del 2002 (modifica alla normativa in materia di immigrazione e di asilo).

[67] SENT. 03114 07/12/1993 - 15/03/1994 SEZ. 3

PRES. Cavallari G EST. Corsaro M

P.M. MARCHESIELLO A

RIC. Tabib- (Rigetta, App. Messina, 24 marzo 1993). VEDI ASN 199004450 RIV. 183869

VEDI ASN 198917111 RIV. 182753-VEDI ASN 199205436 RIV. 190313

VEDI ASN 199200751 RIV. 189015-VEDI ASN 199305225 RIV. 194028

[68] ANNO/NUMERO 199903398 RIVISTA 215158

SENT. 03398 20/10/1999 - 24/11/1999 SEZ. 6

PRES. Sansone L EST. Ambrosini G

RIC. Bajrami

(Dichiara inammissibile, App. Ancona, 3 gennaio 1999).

[69] Sez. 6, Sentenza n. 9743 del 13/12/2006 Ud. (dep. 07/03/2007 ) Rv. 235912

Presidente: Ambrosini G. Estensore: Cortese A. Relatore: Cortese A. Imputato: Ullo. P.M. D'Angelo G. (Conf.)

(Rigetta, App. Messina, 14 febbraio 2005) Massime precedenti Vedi: N. 3579 del 1982 Rv. 153050, N. 10112 del 1985 Rv. 170923

[70] SENT. 31753 27/05/2003 - 28/07/2003 SEZ. 6

PRES. Acquarone R EST. Serpico F

P.M. Abbritti P

RIC. Maddaloni

(Rigetta, App. Firenze Sez. Minorenni, 20 aprile 2002). VEDI ASN 199705885 RIV. 207825

[71] cfr. sul punto L.MIAZZI, "Immigrazione, regole familiari e criteri di giudizio", "Questione giustizia", n. 4/2005, p. 760 ss. .

[72] SENT. 03529 22/09/1993 - 02/11/1993 SEZ. 1

PRES. Franco G EST. Mabellini A

RIC. Stelitano ed altro

(Dichiara inammissibile, App. Reggio Calabria, 24 marzo 1993). VEDI ASN RIV. 181253

[73] LORENZO MIAZZI, Violenza familiare fra causa d’onore e motivo futile, in Diritto, immigrazione e cittadinanza, n.4/ 2006, pagg.63 e segg..

[74] “L’imputato ha oggi chiaramente proposto alla Corte lagunare il suo modo di intendere e gestire la famiglia, l’onore familiare, il rispetto della parola data: circostanze tutte che, pur inidonee a escludere la futilità (per le ragioni che si diranno), sono sicuramente sufficienti ad escludere il giudizio di abiezione in quanto fondato su sensazioni di ripugnanza, turpitudine e spregevolezza, che nella specie non ricorrono. Sul punto un favorevole dato di riferimento va anche recuperato dal Nuovo Codice della famiglia vigente in Marocco dal 16 gennaio 2004, nel quale, in tema di contratto matrimoniale si prevede ancora la figura della tutela matrimoniale della donna (Wilaya), con il padre “tutore”.(Sent. Corte d’assise d’appello di Venezia sez. II, Presidente. estensore L.LANZA, 9 gennaio 2006; impugnata e decisa dalla I sezione penale, con sentenza 30 maggio 2006, che ha dichiarato inammissibili i ricorsi del Procuratore Generale e dell’imputato.).

[75] SENT. 02667 09/04/1997 - 15/05/1997 SEZ. 2

PRES. Giuliani G EST. Sirena PA

RIC. Hassan

(Rigetta, G.I.P. Sanremo, 27 settembre 1996). CONF. ASN 199500016 RIV. 201783

[76] SENT. 09727 03/10/1997 - 29/10/1997 SEZ. 6

PRES. Pisanti F EST. Oliva B- P.M. Favalli M RIC. P.M. in proc. Pasa

(Annulla senza rinvio, Trib. Tolmezzo, 3 marzo 1977). CONF. ASN 199509298 RIV. 203070

CONF. ASN 199202523 RIV. 189302 CONF. ASN 199404062 RIV. 197978 - In tema di delitti contro la pubblica amministrazione, poiche' il riconoscimento dell'attenuante di cui all'art. 323 bis cod. pen. (fatto di particolare tenuita') e' subordinato alla verifica delle particolari modalita' e circostanze dell'azione, ai mezzi usati ovvero alla valutazione del fatto nella sua globalita', non puo' assumere rilievo, ai fini della sua configurabilita', la mera considerazione delle sole conseguenze patrimoniali della condotta criminosa. (In applicazione di tale principio la Corte ha annullato la sentenza di merito che - sull'unico rilievo della lieve entita' del danno cagionato alle persone offese - aveva riconosciuto la sussistenza dell'attenuante predetta a favore di un appartenente alle forze dell'ordine imputato di concussione nei confronti di due cittadini extracomunitari.

[77] La Legge del Kanun di “Lek Dukagjini” è un monumento storico e culturale del popolo albanese, tramandato di generazione in generazione fino al ventesimo secolo. Un insieme di norme di comportamento che regolavano la vita sociale, giuridica e familiare di questo popolo. Nato nel Medioevo e come conseguenza della mancanza del potere di uno stato, esso rappresentava non solo un codice di convivenza, ma anche il diritto di famiglia, il diritto civile, il diritto penale, del lavoro e le diverse procedure. Un vero insieme di norme giuridiche consuetudinarie che decidevano in modo sintetico il rapporto della persona con la famiglia, i parenti, gli ospiti, la bandiera e la patria. La storia dell’Albania è fatta di continue occupazioni da parte di popoli e governi stranieri. In cinque secoli di invasione ottomana il Kanun ha costituito l’unica legge che gli abitanti delle aspre montagne riconoscevano e rispettavano. Nel diciannovesimo secolo l’Impero Ottomano aveva costruito a Scutari un particolare ufficio, chiamato “Xhibali”, che aveva l’unico scopo di studiare le incompatibilità tra le leggi dell’Impero e quelle del Kanun, per evitare conflitti.( dati rilevati da: Il passaporto.it, Il giornale dell’Italia multietnica 4 marzo 2005).

[78] cfr. sentenza corte di assise d’appello di Venezia sez.II, 8 . 11 . 2004 Presidente. Lanza, est. Citterio, imputati AMZAJ ERMIR detto MIRI, METAJ SOKOL e MEZANI BLEDAR: fattispecie nella quale si è dovuto dar esplicitamente conto che “l’attesa per le decisioni della ‘famiglia’ e la disponibilità culturale e mentale ad adeguarsi alle eventuali sue direttive non ha avuto alcuna incidenza finale sul contenuto della deposizione; e paradossalmente, poiché è assolutamente pacifico in atti che non vi è stato alcun intento calunnioso, alcuna volontà della ‘famiglia’ di ‘incastrare’ qualcuno dei protagonisti dell’odierna vicenda processuale a prescindere da sue effettive responsabilità (nel senso di creare fatti o momenti di fatto non rispondenti alla realtà degli accadimenti). Il consenso della famiglia (che ha di fatto lasciato alla giustizia ordinaria il compito di ‘selezionare’ le singole responsabilità in un contesto non limpido) ha costituito nella concreta fattispecia un importante supporto alla tendenziale veridicità di quanto alfine ricostruito dal BAHO nipote dell’ucciso”.

[79] DE MARTINO ERNESTO, Il mondo magico,Boringhieri ed. 1973.

[80] Corte di assise 2007di appello di Venezia, sez.II, 16 aprile, Presidente est. LANZA in procedimento a carico di O.M. ed E.E..

[81] cfr. FATIGUSO RITA, Via Paolo Sarpi, un continuo via vai di merci provenienti da Napoli, Toscana e Veneto, Il Sole 24 ore, 13 aprile 2007. La comunità cinese in Italia, iniziata nel 1920 con primi nuclei di venditori ambulanti di prodotti tessili, è oggi, con 114.165 permessi di soggiorno, al V posto, dopo Rumeni, Albanesi, Marocchini ed Ucraini. Nella sola provincia di Prato vivono 23 mila cinesi (il 13% della popolazione) e 50 mila sono i cinesi residenti tra le province di Prato-Pistoia-Firenze. In Milano al 31 dicembre 2005 risultano residenti 13.095 cinesi con permesso di soggiorno e la stima degli irregolari indica altre 2.000 persone. Nella Chinatown milanese vivono 400 famiglie: esse hanno nel quartiere, che fa capo a Via Paolo Sarpi,il 62% delle aziende individuali.

[82] ANTONELLA FEDERICI, Aiutateci, vogliamo vivere come le italiane, Il Gazzettino 30 marzo 2007.

[83] MASSIMO ROSSIGNATI, Ustionata con l’acido, la sorella denunciò l’Imam, Il Gazzettino 22 marzo 2007.

[84] BALDASSARE PASTORE, Multiculturalismo e processo penale, in Cassazione penale n.09-2006, pagg. 3034, e bibliografia ivi richiamata.

[85] SENT. 03398 20/10/1999 - 24/11/1999 SEZ. 6-PRES. Sansone L- EST. Ambrosini G-RIC. Bajrami- dichiara inammissibile, App. Ancona, 3 gennaio 1999.

[86] SENT. 12545 18/10/2000 - 01/12/2000 SEZ. 6

PRES. Pisanti F EST. Di Virginio A- P.M. Viglietta G- RIC. Tourabi- (Dichiara inammissibile, App. Venezia, 4 aprile 2000). VEDI ASN 196600320 RIV. 101563 -In tema di maltrattamenti in famiglia, il reato di cui all'art. 572 Cod. pen. e' configrurabile anche al di fuori della famiglia legittima in presenza di un rapporto di stabile convivenza, in quanto suscettibile di determinare obblighi di solidarieta' e di mutua assistenza. (Nella specie la Corte ha peraltro ritenuto irrilevante, ai fini penali, la circostanza che tra l'imputato e la persona offesa esistesse un matrimonio contratto all'estero nel paese di comune origine non dichiarato efficace in Italia, posto che le disposizioni regolatrici della materia - art. 17, primo comma, disp. prel. cod. civ. e art. 28 l. n. 218 del 1995 - rinviano per la validita' del matrimonio alla legge del luogo in cui esso e' stato celebrato o alla legge nazionale dei coniugi al momento della celebrazione

[87]SENT. 04904 18/03/1996 - 16/05/1996 SEZ. 6

PRES. Buogo G EST. Ippolito F

P.M. ESPOSITO V

RIC. Cambria

(Rigetta, App. Milano, 13 novembre 1995). CONF. ASN RIV. 173956

VEDI ASN RIV. 137182

[88]SENT. 04904 18/03/1996 - 16/05/1996 SEZ. 6

PRES. Buogo G EST. Ippolito F- P.M. ESPOSITO V

RIC. Cambria- (Rigetta, App. Milano, 13 novembre 1995). CONF. ASN RIV. 173956

VEDI ASN RIV. 137182 (Affermando siffatto principio la Corte di Cassazione ha escluso che l'uso sistematico della violenza quale ordinario "trattamento" del minore, sia pure sostenuto da "animus corrigendi", potesse rientrare nell'ambito dell'art. 571 cod. pen.: cio' in considerazione della sicura illiceita' di tale uso).

[89] RICOLFI LUCA, Le tre società. Italia 2006: terzo rapporto sul cambiamento sociale, Guerini ed.2007.

[90] SENT. 18186 06/04/2005 - 16/05/2005 SEZ. 1-PRES. Teresi R EST. Corradini G- REL. Corradini G P.M. Esposito V

RIC. P.M. in proc. Witczak- (Annulla con rinvio, Trib. Pistoia, 22 Marzo 2004) CONF. ASN 199100751 RIV. 189015-CONF. ASN 199205461 RIV. 190332-CONF. ASN 199209714 RIV. 191890- CONF. ASN 199304607 RIV. 194694-CONF. ASN 199308869 RIV. 197218 L'obbligo di traduzione in una lingua comprensibile al destinatario dei provvedimenti riguardanti l'ingresso, il soggiorno e l'espulsione degli stranieri (art. 2, comma sesto, D.Lgs. 25.7.1998 n. 286) non si applica all'invito a comparire in Questura, notificato al cittadino extracomunitario al fine di chiarire la sua posizione nel territorio nazionale, trattandosi di atto non necessariamente collegato ad un futuro provvedimento di permesso di soggiorno o di espulsione.

[91] SENT. 09538 17/02/2006 - 17/03/2006 SEZ. 1

PRES. Silvestri G EST. Vancheri A

REL. Vancheri A P.M. Fraticelli M

RIC. P.G. in proc. Singh-(Rigetta, Trib. Brescia, 27 Giugno 2005) VEDI ASN 200523793 RIV. 231758-VEDI ASN 200524816 RIV. 231759-VEDI ASN 200527429 RIV. 231762

VEDI ASN 200529217 RIV. 231761-VEDI ASN 200537343 RIV. 232167-VEDI ASN 200542555 RIV. 232670n VEDI ASN 200602725 RIV. 232925 La motivazione dell'ordine di allontanamento dal territorio dello Stato, impartito dal Questore allo straniero, non puo' consistere in clausole meramente riproduttive delle formule normative di cui al testo legislativo, ma deve indicare, quantunque sinteticamente, il perche' della impossibilita' di eseguire l'accompagnamento immediato alla frontiera o della impossibilita' di inserire lo straniero in un centro di accoglienza.

[92] cfr.,per una una ricognizione comparata sui dati e sulle prassi più significative riguardanti i processi per reati collegati all'espulsione in 8 grandi tribunali: Diritto, immigrazione e cittadinanza n. 2/2006.

[93] SENT. 09535 10/02/2006 - 17/03/2006 SEZ. 1

PRES. Fazzioli E EST. Pepino L

REL. Pepino L P.M. Esposito V

RIC. P.M. in proc. Toure-(Rigetta, Trib. Trieste, 30 Luglio 2005)-VEDI ASN 200600580 RIV. 232381-VEDI ASN 200605888 RIV. 233109 , In tema di disciplina dell'immigrazione, l'art. 14 comma quinto ter del D.Lgs. n.286 del 1998 - nel testo vigente risultante dalle modifiche apportate dalla L. n.189 del 2002 e dalla L. n. 271 del 2004 (di conversione del D.L. n. 241 del 2004) - individua quale unica forma di esecuzione del nuovo provvedimento di espulsione, adottato nei confronti dello straniero clandestino inottemperante all'ordine del questore, l'accompagnamento alla frontiera per mezzo della forza pubblica, dovendosi ritenere l'ipotesi dell'emissione di ulteriori ordini di allontanamento non solo irragionevole dal punto di vista sistematico, ma contrastante con la stessa formulazioneletterale della norma

[94] SENT. 02355 29/11/2005 - 19/01/2006 SEZ. 1

PRES. Silvestri G EST. Riggio G

REL. Riggio G P.M. Cesqui E

RIC. P.G. in proc. Argoubi

(Dichiara inammissibile, Trib. Brescia, 20 Aprile 2005) CONF. ASN 200600580 RIV. 232381

CONF. ASN 200601052 RIV. 232382-DIFF. ASN 200424148 RIV. 229047

DIFF. ASN 200539238 RIV. 232267-DIFF. ASN 200541439 RIV. 232268 - In tema di disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e la condizione dello straniero, dal disposto dell'art. 14 comma quinto-ter, ultima parte, D.Lgs. n. 286 del 1998 e succ. modif., si evince il divieto di reiterazione dell'ordine di accompagnamento alla frontiera dello straniero gia' espulso e raggiunto da un precedente ed analogo ordine, rimasto inadempiuto, essendo normativamente prevista l'obbligatoria emissione di un nuovo provvedimento di espulsione che deve essere necessariamente eseguito con le modalita' dell'accompagnamento coattivo dello straniero alla frontiera.

[95] E' illegittimo il provvedimento di diniego del beneficio della liberazione condizionale per l'asserita impossibilita' di attuazione della misura sicurezza della liberta' vigilata nel caso di cittadino straniero che non abbia eletto domicilio nello stato. Infatti, se per disposto legislativo la misura di sicurezza deve essere sempre ordinata nel caso di ammissione del condannato alla liberazione condizionale, essa, tuttavia, non puo' rappresentare un ostacolo alla concessione del beneficio (e' la trasgressione degli obblighi, inerenti alla misura stessa, che comporta la revoca del beneficio).( conf.Mass n.171504).*CONF. ASN RIV. 171504.

[96] SENT. 22161 18/05/2005 - 10/06/2005 SEZ. 1-PRES. Mocali P EST. Silvestri G-REL. Silvestri G P.M. Viglietta G- RIC. Ben Dhafer

(Annulla con rinvio, Trib. Sorv. Bologna, 11 Novembre 2004) CONF. ASN 200500782 RIV. 230586-DIFF. ASN 200330130 RIV. 226134

DIFF. ASN 200446085 RIV. 230191

Le misure alternative alla detenzione previste dall'ordinamento penitenziario hanno diretto fondamento costituzionale nella funzione rieducativa della pena e pertanto, in assenza di un espresso divieto di legge, possono essere applicate in linea generale anche allo straniero extracomunitario raggiunto dal decreto prefettizio di espulsione. In tal caso, l'espiazione della pena, pur nelle forme alternative alla detenzione carceraria, sospende l'esecuzione dell'espulsione amministrativa e costituisce, essa stessa, il titolo giustificativo della presenza dello straniero nel territorio nazionale.

[97] SENT. 00782 14/12/2004 - 17/01/2005 SEZ. 1

PRES. Sossi M EST. Chieffi S

REL. Chieffi S P.M. Mura A

RIC. P.G. in proc. Sheqja- (Rigetta, Trib.Sorv. Firenze, 23 Marzo 2004) DIFF. ASN 200330130 RIV. 226134 DIFF. ASN 200446085 RIV. 230191

In tema di misure alternative alla detenzione, la condizione di straniero privo di permesso di soggiorno non e' di per se' ostativa alla concessione della semiliberta', atteso che tale misura consente uno spazio di liberta' molto ridotto (e quindi controllabile) ed in considerazione del fatto che l'espiazione della pena in regime di semiliberta' non comporta alcuna violazione o elusione delle norme in materia di immigrazione clandestina.

[98] SENT. 19947 07/04/2005 - 27/05/2005 SEZ. 3

PRES. Zumbo A EST. Sarno G

REL. Sarno G P.M. Patrone I

RIC. Omorogbe

(Dichiara inammissibile, Ass. Bergamo, 29 Settembre 2004)

CONF. ASN 200234930 RIV. 222909

In tema di restituzione in termine, la emissione del decreto di respingimento dello straniero alla frontiera e, a maggior ragione, l'avvenuta espulsione del medesimo non costituiscono ostacolo assoluto all'esercizio dei poteri cognitivi e difensivi indicati nel comma primo dell'art. 175 cod. proc. pen., posto che sia l'art. 7 comma primo quinquies D.L. 30 dicembre 1989 n. 416, convertito nella l. 28 febbraio 1990 n. 39, che l'art. 17 D.Lgs. 25 luglio 1998 n. 286, come modificato dall'art. 16 l. n. 189 del 2002, prevedono la possibilita', per l'imputato espulso, di rientrare temporaneamente in Italia per l'esercizio del diritto di difesa

[99] SENT. 32929 01/07/2005 - 02/09/2005 SEZ. 1

PRES. Chieffi S EST. Cassano M

REL. Cassano M P.M. Ciani G

RIC. P.G. in proc. Maghiare

(Annulla con rinvio, Trib. Roma, 29 Novembre 2004) CONF. ASN 200526374 RIV. 231854

VEDI ASN 200348863 RIV. 226631. Ai fini della sussistenza del "giustificato motivo", idoneo a escludere la configurabilita' del reato di inosservanza dell'ordine del questore di lasciare il territorio dello Stato ai sensi dell'art. 14, comma quinto ter, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, come introdotto dall'art. 13 della Legge n. 189 del 2002, rileva, da un lato, l'accertamento in concreto delle condizioni in cui si e' prodotta e mantenuta la condotta di permanenza nel territorio dello Stato oltre i cinque giorni, nonche' della volontarieta' o meno della stessa, e dall'altro, il giudizio di esigibilita' dell'obbligo, che va condotto tenendo conto del reale condizionamento psichico esercitato dalle circostanze concrete sulle capacita' individuali di adempimento dell'obbligo stesso.

[100] Il 1° gennaio 2007 i cittadini la Romania e la Bulgaria sono entrati a far parte dell'Unione Europea; da tale data per i cittadini appartenenti ai predetti Paesi non si applicano più le disposizioni del decreto legislativo del 25 luglio 1998 n. 286 e successive modificazioni e integrazioni (Testo Unico sull'immigrazione), ma trovano applicazione le disposizioni del D.P.R. 18 gennaio 2002, n. 54 e successive modifiche ed integrazioni (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di circolazione e soggiorno dei cittadini degli Stati membri dell'Unione europea).

[101] In materia di esecuzione della pena, le misure alternative alla detenzione in carcere (nella specie l'affidamento in prova al servizio sociale), possono essere, qualora ricorrano le condizioni stabilite dall'ordinamento penitenziario, applicate anche allo straniero extracomunitario che sia entrato illegalmente nel territorio dello Stato e sia privo del permesso di soggiorno. Le misure alternative alla detenzione previste dall'ordinamento penitenziario hanno diretto fondamento costituzionale nella funzione rieducativa della pena e pertanto, in assenza di un espresso divieto di legge, possono essere applicate in linea generale anche allo straniero extracomunitario raggiunto dal decreto prefettizio di espulsione. In tal caso, l'espiazione della pena, pur nelle forme alternative alla detenzione carceraria, sospende l'esecuzione dell'espulsione amministrativa e costituisce, essa stessa, il titolo giustificativo della presenza dello straniero nel territorio nazionale. Cfr.: SENT. 14500 28/03/2006 - 27/04/2006 SEZ. UNITE- PRES. Marvulli N. EST. Canzio G- REL. Canzio G P.M. D'Angelo G-RIC. P.G. in proc. Alloussi- (Rigetta, Trib.lib. Sassari, 17 Febbraio 2005) CONF. ASN 200210530 RIV. 220878

CONF. ASN 200500782 RIV. 230586-CONF. ASN 200522161 RIV. 232104

CONF. ASN 200542234 RIV. 232741-DIFF. ASN 200329097 RIV. 225219

DIFF. ASN 200330130 RIV. 226134-DIFF. ASN 200446085 RIV. 230191

VEDI ASN 198200964 RIV. 154508-VEDI ASN 198500315 RIV. 168034

VEDI ASN 199305401 RIV. 196251-VEDI ASN 199504752 RIV. 202621

[102] L'ammissione alla misura alternativa della semiliberta' non e' d'ostacolo all'emissione del dmisura che comunque comporta la permanenza del condannato in un istituto penitenziario, sebbene limitatamente a determinati orari, e quindi anche rispetto al soggetto che espia la pena in semiliberta' l'espulsione puo' realizzare il fine proprio di riduzione della popolazione carceraria. Cfr.SENT. 39781 13/10/2005 - 31/10/2005 SEZ. 1-PRES. Teresi R EST. Turone G-REL. Turone G P.M. Baglione T- RIC. Iselaci (Rigetta, Trib. Sorv. Perugia, 10 Marzo 2005) VEDI ASN 200400518 RIV. 226677

[103] SENT. 46085 11/11/2004 - 26/11/2004 SEZ. 1-PRES. Sossi M EST. Piraccini P- P.M. Viglietta G-RIC. P.G. in proc. Hadir

(Annulla senza rinvio, Trib.Sorv. Firenze, 4 Maggio 2004) CONF. ASN 200330130 RIV. 226134

L'affidamento terapeutico previsto dall'art. 94 Legge 9 ottobre 1990 n. 309, cosi' come ogni altra misura alternativa alla detenzione, non puo' essere applicata allo straniero che si trovi in condizione di clandestinita', per l'incompatibilita' della sua posizione con misure alternative che comportino la permanenza nel territorio dello Stato, a lui vietata.

[104] SENT. 03541 24/01/1995 - 04/04/1995 SEZ. 2

PRES. Longo Dorni S EST. Dapelo C

P.M. GERACI V

RIC. P.M. in proc. Slimani

(Annulla in parte con rinvio, App. Milano, 8 febbraio 1994). In tema di sospensione condizionale della pena la mera considerazione di incensuratezza nei confronti di uno straniero che non risulti avere stabile dimora in Italia, e per di piu' non compiutamente identificato, non puo' consentire la formulazione di un giudizio prognostico favorevole, il quale, ai sensi dell'art. 164, primo comma cod. pen., deve essere particolarmente basato sulla personalita' dell'imputato al fine di confortare la presunzione di ravvedimento in cui detto giudizio prognostico si concretizza

[105] sulla qualità del nostro sistema come “ordinamento ispirato al principio personalista (art. 2 Costituzione)”, cfr. CORTE COSTITUZIONALE, sentenza n. 253, del 2/18 luglio 2003, Pres. Chieppa, red. Onida.

[106] SENT. num. 0050 del 1980 Data udienza: 02/04/1980 Num. mass.: 0009478 Presidente: AMADEI Relatore: MALAGUGINI Parametri costituzionali artt.3, 25 e 27; cfr. anche Sent. n.299/1992 Presidente. Corasaniti, rel Spagnoli, ud.15/6/1992.

[107] ANNO/NUMERO 196600012 SENTENZA N.RO 0012 04/02/66 12/02/66-PRES. AMBROSINI EST. PETROCELLI

[108] ANNO/NUMERO 198200103 SENTENZA N.RO 0103 20/05/82 27/05/82-

PRES. ELIA EST. SAJA

[109] Codice penale dei crimini, dei delitti e delle contravvenzioni colle ordinanze sulla competenza dei giudizi penali, Vienna 1853, Dall’Imperiale regia stamperia di Corte e di Stato. Le pene corporali consistevano in colpi di verghe per i giovani sotto i 18 anni e per le donne e colpi di bastone (non più di 20) per gli adulti.

[110] ILVO DIAMANTI, Una terra diventata modello di integrazione, Il Gazzettino 27 marzo 2007.

[111] COZZA NICOLETTA, Stranieri a fianco dei vigili urbani, boom di domande, Il Gazzettino, 11 aprile 2007.

[112] FAVARO ADRIANO, Storie del Nordest, Conegliano, Il parroco apre la chiesa per i funerali di una musulmana, Un confronto complesso per i rituali del caro estinto, Il Gazzettino, marzo 2007.

[113] BELLU G.M., Solidarietà allo straniero ma solo se normale; Le ondate migratorie e la crisi del Noràppero, Repubblica 13 maggio 2007.

[114] AUGIAS Corrado, La Stampa 7 maggio 2007, La lettera. Aiuto sono di sinistra ma sto diventando razzista”.

[115] Armando SPATARO, Le forme attuali di manifestazione del terrorismo nella esperienza giudiziaria: implicazioni etniche, religiose e tutela dei diritti umani; C.S.M. Incontro di studi su Terrorismo e crimine transnazionale, Roma 5-7 marzo 2007.

[116] Presidente est. L.Lanza.

2.Cassazione penale sez. I, 8 ottobre 1993 Mass. pen. cass. 1994,fasc. 9, 13

3.Cassazione penale, sez. I, 6 marzo 1985, Giust. pen. 1986, II,152 (s.m.).

[119] Cassazione penale sez. I, 30 gennaio 1996, n. 7034 Giust. pen. 1997,II, 505 (s.m.) Cass. pen. 1997,2046 (s.m.)

[120] vds. in proposito il testo approvato in via definitiva dal Senato il 22 dicembre 2005 “Disposizioni concernenti la prevenzione e il divieto di pratiche di mutilazione genitale femminile” ed ora (2007) il disposto dell’art. 583 bis C.P. Pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili, articolo introdotto dall’art.6.1, legge 9 gennaio 2006 n.7.

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