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POLITICA, GIUSTIZIA E CULTURA
di Marco Dell'Utri
giudice del tribunale di Civitavecchia
Mi propongo di svolgere alcune brevi considerazioni (suscettibili di arricchimenti ed integrazioni) attorno al tema dei rapporti tra politica e giustizia, sulla base di un approccio di tipo genericamente linguistico o sociologico.
Lo scopo è quello di evidenziare la dimensione inevitabilmente ‘culturale’ che si nasconde dietro quello che, apparentemente, è presentato (o si presenta) come un conflitto tra ‘poteri’.
I ricorrenti rilievi critici avanzati nei confronti di provvedimenti giudiziari (rilievi per lo più dettati dall’emotività e scarsamente consapevoli, o almeno informati, degli effettivi dati di fatto), appaiono sovente associati, nel dibattito televisivo o sulla stampa, ad espressioni di corrispettivo sostegno, o a vere e proprie assunzioni di difesa (più o meno preconcette) dell’attività del giudice o del pubblico ministero.
Il modello (o lo schema) entro cui si articola questo confronto coincide, pertanto, con quello, diffusamente consolidato, e di più intuitiva efficacia, della ‘competizione’ o del ‘conflitto dialettico’. Un modello che, per semplicità, è possibile ricondurre allo schema paradigmatico del ‘politico’ che Carl Schmitt definiva secondo la nota dialettica ‘amico-nemico’.
La semplificazione necessariamente imposta dal linguaggio politico (che per definizione assume, quale referente, un interlocutore di estrazione popolare) induce così a ‘trascinare’ sul medesimo ‘territorio’ linguistico i ‘competitori’ (per lo più gli organi di stampa o i commentatori televisivi) inclini a sostenere o a difendere l’operato del giudice, quando non, tout court, direttamente questo o quel giudice.
Non credo sia necessaria una ricognizione più precisa delle campagne di stampa, o delle trasmissioni televisive, specificamente organizzate allo scopo di rappresentare questo modello conflittuale, secondo i descritti codici linguistici e di contesto.
Una lettura tradizionale dei rapporti tra le istituzioni correttamente ascrive, ai compiti del Consiglio Superiore della Magistratura, la c.d. ‘difesa’ del giudice dalle aggressioni degli altri soggetti istituzionali; un compito che il Csm è chiamato ad esercitare secondo i meccanismi e la dialettica propri dei contesti istituzionali; meccanismi e dialettica che, di per sé, rifuggono dal conflitto aperto o dallo ‘scontro’ (salus rei publicae suprema lex), per affidarsi alla fisiologia del ‘dialogo’ ricompositivo.
Peraltro, le trasformazioni delle moderne società (o delle società post-moderne, se si vuole) – trasformazioni che sono, sì, di indole sociale, ma che non possono non riflettersi sulle corrispondenti strutturazioni istituzionali – registrano la sempre più potente emersione, accanto alle istituzioni tradizionali, dell’opinione pubblica quale nuovo ‘soggetto’ della dialettica politico-istituzionale.
Questa circostanza (che può piacere o non piacere, potendo ognuno riflettere a suo modo sulla questione, e sui piani che preferisce) può ritenersi la logica conseguenza della esasperazione di quel fenomeno che va sotto il nome di ‘tecnicismo politico’.
In altri termini, se da poco più di un secolo gli studiosi più avvertiti ammoniscono a ritenere che il potere si acquista (non più con la violenza, bensì) attraverso il consenso delle masse (trovo sin troppo poco ricordata l’influenza a suo tempo esercitata dal pamphlet del 1895 di Gustave Le Bon sulla ‘Psicologia delle folle’), la progressiva estenuazione delle c.d. ideologie politiche (o, secondo un certo coté filosofico, delle ‘grandi narrazioni’), che ha caratterizzato gli ultimi decenni del XX secolo, ha rapidamente accelerato il processo di trasformazione della politica in una (mera) tecnica di ‘massimizzazione’ del consenso destinata alla conquista e all’indefinita conservazione del potere.
Non sta a me ricordare come - attraverso i continui sondaggi demoscopici – l’opinione pubblica abbia progressivamente assunto la singolare funzione di termometro (o di criterio di valutazione, se si vuole) del comportamento politico. Un uomo pubblico (in genere un politico), quando decide cosa dire o cosa fare, essendo sensibile al consenso, prima si chiede quali saranno le reazioni dell’opinione pubblica, poi agisce, quindi misura il raggiungimento o il fallimento dell’obiettivo.
Intere facoltà di ‘scienza della comunicazione’ (non a caso uno dei rami del sapere di più larga diffusione nelle scelte universitarie dei nostri giovani) stanno lì a ricordarci come l’opinione pubblica sia ‘materia’, sì infiammabile, ma molto ‘plastica’: ben manipolata, può assumere le forme e le direzioni che i manipolatori intendono farle assumere.
La tecnica appare perfettamente comune all’obiettivo del collocamento popolare di prodotti di consumo, così come di prodotti politici, così come di prodotti culturali.
Gli strumenti della manipolazione sono i soliti: radio, tv, giornali, libri, teatro, concerti, etc., in breve, gli strumenti della produzione culturale; una ‘industria’, quest’ultima, che può essere, genericamente o volgarmente definita ‘di massa’, o, tutto all’opposto, civilmente seria.
Non c’è bisogno di scomodare la ‘Scuola di Francoforte’ sull’industria culturale. È sufficiente ricordare, al proposito, le conclusioni tratte, al di là dell’Oceano, da Dwight Macdonald nel suo studio su Masscult e Midcult (1969), là dove sottolinea come il sistema della produzione dei beni di cultura (come beni di consumo), risultando governato dal criterio dell’apprezzamento da parte di una massa tanto più grande quanto meno dotata di gusto e di sensibilità critica, inevitabilmente determina, come conseguenza, il crescente impoverimento della qualità dei beni di cultura immessi sul mercato, fatalmente destinati ad inseguire il livello culturale e il tenore della domanda collettiva di evasione.
Un accorto politico, pertanto, sa molto bene com’è importante saper muovere le leve dell’industria culturale: ne va del consenso (e quindi del potere).
Quel particolarissimo uomo pubblico che è il giudice, viceversa, quando lavora, non deve (dovrebbe) avere a cuore il consenso dell’opinione pubblica. Non ne rincorre (non dovrebbe rincorrerne) né il consenso, né l’apprezzamento.
Il giudice non fa (non dovrebbe fare) ‘cultura di massa’ (genericamente intesa come cultura di ‘evasione’); ma fa (o dovrebbe fare) cultura tout court, ossia dovrebbe preoccuparsi di riaffermare, o di ‘riarticolare’ storicamente, sul piano interpretativo, quei principi e quei valori (dalla legalità, al rispetto della persona, della sua autonomia, al pluralismo sociale, culturale ed economico, etc.) che non tutti i cittadini comuni sono tenuti (o disposti) a coltivare, apprezzare o anche solo conoscere nella propria vita quotidiana.
Il ruolo del giudice, in breve, è quello che la storia della cultura ascrive al c.d. intellettuale-non-organico; quello che Gramsci (che sul ruolo dell’intellettuale assumeva posizioni che mi permetto di considerare, da questo specifico punto di vista, non distanti dalla tradizione dell’elitismo del primo Novecento) definiva l’intellettuale ‘tradizionale’, ossia quel tipo di intellettuale che non corrisponde all’espressione di un particolare gruppo sociale, costituendo, viceversa, il rappresentante di una continuità storica ininterrotta anche dai più complicati e radicali mutamenti delle forme sociali e politiche. La più tipica di queste categorie intellettuali è, secondo Gramsci, quella degli ecclesiastici, monopolizzatori per lungo tempo (per un’intera fase storica che anzi da questo monopolio è in parte caratterizzata) di alcuni servizi importanti: l’ideologia religiosa cioè la filosofia e la scienza dell’epoca, con la scuola, l’istruzione, la morale, la giustizia, la beneficenza, l’assistenza ecc.
È assolutamente necessario comprendere che questa è la più grande debolezza ‘politica’ del giudice.
Se il giudice è esposto alla disapprovazione ‘mediatica’ delle folle (perché è ignorante; perché vuole far politica; perché sbaglia; perché è privilegiato; perché guadagna e non lavora; etc.) la cultura di massa assorbe la litania come un fatto che si va sedimentando, divenendo scontato (luogo comune).
Alla lunga, gli strumenti opposti dalla cultura del giudice non reggono più, perché la cultura di massa, in un contesto culturalmente ‘debole’, è troppo più forte (potente).
Il politico - qui da intendere come il ‘terminale’ dei gruppi d’interesse (economico, sindacale, territoriale, religioso, culturale, etc.) che lo esprimono a livello istituzionale – è fatalmente destinato a incontrare, nella figura del giudice (qui da intendere come il difensore di una cultura di tipo ‘storico-tradizionale’, là dove ‘storia’ e ‘tradizione’ vengano intesi in quel particolare senso in cui li riceve il filosofo contemporaneo di vocazione ‘ermeneutica’), un ‘ostacolo’ da abbattere o da sterilizzare (la così detta insofferenza per il ‘controllo di legalità’).
Volendo semplificare (con tutti i limiti propri di uno schema elementare), in un sistema democratico, l’autonomia del giudice può sopravvivere solo se agisce in una società mediamente colta e di buon livello civile.
Viceversa, in un sistema democratico, un politico modesto (intendendo la modestia come contrassegno di una visione della politica come mezzo e non come fine) può sopravvivere solo se sa mantenere basso il livello culturale medio.
Da queste premesse, ricavo come conseguenza (sempre in termini schematici) che la difesa dell’autonomia del giudice (come obiettivo di un percorso strategico) incontra due possibili opzioni:
1) o affronta il terreno della propaganda di massa (come sembra inclinare la più avvertita classe giornalistica), seguendo una via più facile, ma che (almeno a me) appare alla lunga perdente (per certi versi, è la via su cui ‘sembra’ avviato lo stile di una certa gerarchia ecclesiastica cattolica nei suoi rapporti con i media);
2) oppure cerca il conforto di sponde culturali disposte a lavorare ‘in profondità’ (una via assolutamente più difficile, ma, forse, inevitabile).
In termini assolutamente banali, può anche dirsi che l’indipendenza e l’autonomia del giudice si costruiscono facendo in modo che radio, tv, giornali, libri, teatro, concerti, etc. migliorino la qualità della propria produzione culturale e, con essa, la crescita complessiva dei ‘ricettori’ dell’opinione pubblica.
In ultima analisi, ritengo che il livello e la qualità del confronto tra politica e giustizia (un antagonismo del tutto fisiologico nella società moderna, nata dal conflitto tra borghesia moderna e feudalità tradizionale, ciascuna quale costellazione di valori in tensione) sia, vorrei dirla con Michel Foucault, molto più una questione di ‘saperi’ che di ‘poteri’; il luogo conflittuale permanente di un’ininterrotta battaglia culturale.

Marco Dell’Utri

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