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Avvocati e magistrati:

la scommessa della meta comune

di Carlo CITTERIO
Avvocatura e Magistratura sono protagonisti inevitabili ed inscindibili della giurisdizione......
Avvocatura e Magistratura sono protagonisti inevitabili ed inscindibili della giurisdizione. Nessuna delle due può chiamarsi fuori dalle responsabilità per la risposta che oggi il sistema giudiziario dà alle attese di giustizia dei cittadini. Mi riferisco – opportuno precisarlo – alle attese che concretizzano i principi della Costituzione. Il loro rapporto può essere quello tra due corporazioni solo preoccupate dei propri problemi, interessi, prerogative. Oppure quello tra due soggetti collettivi che trovano nella Costituzione la propria pari legittimazione formale (artt. 101 e 104.1; 24.1 e 2, 111.1 e 2) e sono consapevoli che la loro legittimazione sostanziale risiede solo nella rispettiva capacità di esercitare al meglio prerogative e poteri per concorrere responsabilmente, secondo i ruoli specifici, alla giustizia secondo le regole ed in tempi ragionevoli. Sapendo che senza la legittimazione sostanziale – che risiede nell’apprezzamento dei cittadini per il modo in cui i ruoli sono vissuti – quella formale è sempre più a grave rischio.
Nello Statuto del Movimento c’è già, in proposito, la scelta di campo chiara ed originaria del nostro Gruppo. Nel suo primo articolo si legge infatti, tra l’altro: b) l\'analisi delle cause reali delle disfunzioni della giustizia e l\'individuazione degli strumenti idonei a porvi rimedio; a tal fine l\'Associazione reputa necessaria l\'apertura al confronto ed al contributo di quelle componenti della società, esterne alla magistratura, che, anche in forme ed aggregazioni nuove, avvertono la necessità di un giudice libero da condizionamenti e del tutto coerente con il modello costituzionale. Ed è indubbio che l’Avvocatura sia la prima tra le componenti esterne alla Magistratura con cui aprire e promuovere il confronto. Un confronto serio e leale: se l’interesse perseguito è quello della qualità della risposta giudiziaria e quindi del guardare le cose dal punto di vista del cittadino, solo un dibattito franco, puntuale, trasparente e privo di riserve mentali, capace di denuncia costruttiva e di autocritica, di discernimento tra ciò che è comodità o privilegio di posizione per la corporazione e ciò che è invece effettivamente funzionale al ruolo nel disegno costituzionale, assolve allo scopo genuinamente perseguito.
Oggi in particolare noi siamo consapevoli che è indispensabile ‘unire le forze per ridare vita al sistema’: sistema che rischia di non assolvere più alla sua funzione. Il rischio è dunque di vedere Avvocatura e Magistratura confinate nel ruolo di ‘stanza di compensazione del disagio sociale’: perchè i conflitti veri vengono risolti altrove, in base a pretese specificità settoriali (la proliferazione dei Garanti) e all’invocata prevalenza delle leggi del mercato o dell’ ‘emergenza’ su quelle che regolano i diritti delle persone. E’ dunque il ruolo, reciproco, di ‘ripristinatori di equilibrio’ che rischia di venire meno: e, con esso, la dignità anche di chi in questo ruolo ancora crede.
Per questo sosteniamo con forza e concorriamo a promuovere l’esperienza degli osservatori e delle buone prassi nei settori civile e penale, ovunque essa trovi concretizzazione, consapevoli che tali esperienze debbono avere l’ambizione di essere ben di più che meri accordi locali per lavorare meglio, con l’obiettivo invece di elaborare contestualmente le soluzioni - anche teoriche - più idonee per acquisire l’equilibrio più alto tra rigorosa tutela dei diritti ed efficacia della risposta generale alla complessiva domanda di giustizia, da proporre - con la forza dell’unione tra le categorie professionali protagoniste necessarie – a chi ha il potere dovere di legiferare secondo il bene comune. Crediamo infatti con convinzione alla potenzialità che il confronto in ogni sede tra Avvocatura e Magistratura possiede, se non impedito da pregiudiziali ideologiche o di politiche associative strumentali, anche sul piano delle proposte tecniche per interventi normativi sistematici e caratterizzati dall’equilibrio tra garanzie ed efficacia.
Anche i nuovi consigli giudiziari costituiscono un’occasione storica per un decisivo passo avanti, poi irretrattabile, nella cultura anticorporativa e di servizio per la giurisdizione. Da e per tutte e due le parti.
L’Avvocatura deve dimostrare di saper esercitare con spirito e mentalità istituzionale, e non corporativa/rivendicativa, le competenze qualificanti e incisive che la nuova normativa le attribuisce. Il voto diretto che i componenti avvocati hanno per le materie dell’organizzazione tabellare e delle disfunzioni degli uffici giudiziari consente all’Avvocatura di ‘entrare’ con pari dignità nel cuore della vita degli uffici giudiziari, portando il contributo della propria esperienza e del proprio punto di vista. Il potere di segnalazione, ora espressamente disciplinato dalla legge e quindi legittimato in modo formale, può concorrere a valutazioni dei magistrati effettivamente adeguate alla realtà, superando quell’ormai insopportabile distanza tra patrimonio di conoscenza comune di chi opera nella specifica realtà giudiziaria e apparenza descritta dalle carte ufficiali. Noi siamo convinti che l’Avvocatura possa portare un contributo decisivo e istituzionale, e per questo abbiamo sostenuto anche la previsione non del voto diretto ma del parere formale del consiglio dell’ordine in ogni occasione di valutazione, soluzione poi accantonata dall’ultimo legislatore. E intendiamo continuare ad operare, come già abbiamo fatto in numerosi incontri comuni in tanti distretti (Milano,Venezia, Napoli, Reggio Calabria, Bari), perché l’Avvocatura sia consapevole che dal modo in cui eserciterà in concreto queste competenze delicate potrà dipendere la direzione dell’evoluzione di questa da noi attesa svolta culturale (nel CSM del 1985, alcuni di coloro che poi avrebbero partecipato alla fondazione del Movimento andarono in minoranza su una proposta in parte simile a quella che ora, oltre vent’anni dopo, il legislatore ha fatto propria e che se tempestivamente adottata avrebbe certamente reso più serio ed efficace l’intero sistema della valutazioni del governo autonomo, dandogli maggiore condivisa credibilità e, quindi, autorevolezza e forza). Nessuna ‘cambiale in bianco’ quindi, ma la sollecitazione costante e la disponibilità di confronto reale perché ciascuno dia il meglio. Anche perché il paradosso di un esercizio di tali competenze non animato da senso istituzionale autentico sarebbe il rafforzamento delle idee più corporative presenti nella magistratura associata.
La Magistratura, per parte sua, non deve temere l’ingresso dell’Avvocatura negli aspetti di organizzazione e valutazione. Se si è consapevoli che la scelta del Costituente è stata quella non di un ‘autogoverno’ interno alla sola Magistratura ma di un ‘governo autonomo’ in cui – in posizione di piena autonomia ed indipendenza dagli altri poteri dello Stato – ‘entrano’ anche i ‘laici’, e se si è convinti che le prerogative assegnate dalla Costituzione alla Magistratura sono solo funzionali al servizio che la giurisdizione deve rendere per l’equilibrio dei valori costituzionali, la maggiore seria partecipazione dell’Avvocatura non può che essere benvenuta, ed anzi tardiva. Ogni iniziativa ed idea di formazione comune, di confronto trasparente e franco, anche di partecipazione della Magistratura ad alcuni momenti qualificanti dell’autogoverno dell’Avvocatura verso condizioni e contesti di reciprocità, ci vedrà impegnati con convinzione.
Insomma: c’è per noi una meta comune ad Avvocatura e Magistratura, ed è l’efficacia di una giurisdizione secondo le regole. Una meta comune che è il contenuto di una scommessa che si perde o si vince comunque insieme: ciò dev’essere chiaro a tutti.

CARLO CITTERIO

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