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Anticipiamo un articolo in corso di pubblicazione sulla nostra Rivista Giustizia Insieme (n. 3/2010) per offrire ad un più vasto 'pubblico' gli spunti di riflessione sull'interessante ed attuale tema della relazione tra Giustizia e Web

COMUNICAZIONE E GIUSTIZIA UNA RIFLESSIONE SULLA RETE WEB.

di ANDREA DEZZI

 


 

Non è facile tentare di racchiudere in poche battute un argomento come l’impatto della rete internet e dei suoi derivati su una parte della società. Lo è ancor meno se questa parte fa riferimento al tema della giustizia che è tra i più antichi e dibattuti della storia dell’umanità.

Proverò a farlo dividendo il ragionamento in tre parti, cercando di tratteggiare uno scenario che è in così rapida evoluzione che questo articolo tra pochi mesi sarà in buona parte sorpassato. Lo farò da esperto di comunicazione “tecnologica” ma anche come un semplice osservatore, per quanto attento, delle dinamiche che ruotano intorno al dibattito e all’opinione pubblica sulla giustizia e sulle professioni che la amministrano per conto del popolo.

Un’accelerazione progressiva.

Ho speso tutta la mia vita professionale lavorando sul confine tra tecnologia e comunicazione e nonostante ciò rimango costantemente sorpreso dal continuo e reciproco ridefinirsi di questi due mondi e dell’incessante ingresso di variabili normative, etiche e culturali che ne influenzano il rapporto. Per questo ritengo utile dedicare qualche riga ad un breve riepilogo delle radici del fenomeno che stiamo vivendo.

Entrai in questo mondo nel 1980, durante il servizio militare, grazie ad un corso sperimentale di videoscrittura e archiviazione elettronica dell’Olivetti. In quel periodo ci furono importanti cambiamenti nelle tecnologie della comunicazione. Si smisero di produrre i gettoni telefonici a beneficio delle tessere prepagate, la Xerox commercializzò una fotocopiatrice e un fax dal prezzo accessibile, la Sony immise sul mercato il Walkman, i muri conobbero i Post-it e la televisione per la prima volta ospitò qualcosa di diverso dai programmi televisivi grazie ai giochi dell’Intellivision (Tennis, Pacman, Space Invaders, etc..). Sarebbe interessante approfondire quale seme la tecnologia introdusse nel mondo in quegli anni in cui l’Italia veniva travolta da stragi e omicidi politici, veniva scossa dall’ultimo terremoto in un Paese senza protezione civile in un’era senza i telefoni mobili ma in cui spesso mancavano anche i telefoni fissi. Sono anche gli anni della nascita della TV commerciale e del passaggio dalle radio libere a alle radio private. Se ci penso mi chiedo come facessimo a sopravvivere in un mondo in cui spesso il telefono fisso dei propri amici o fidanzati era nel corridoio di casa e a volte condiviso con un altro utente con il duplex!

Passano circa venti anni in cui si affermano il personal computer, i software per scrivere e fare i calcoli, il primo Web, la posta elettronica e dilaga il cellulare parlato e scritto. E con essi il cambiamento del linguaggio e del modo di scrivere.

La memoria dei fatti o delle fonti viene gradatamente sostituita dal “puntamento” ad un archivio o fonte elettronica raggiungibile con un semplice click. Certo c’era ancora la necessità di accendere un PC, collegarlo alla rete telefonica con un lentissimo modem e poi bisognava saperlo usare e poterlo comprare.

La lentezza della connessione diventa il nemico da sconfiggere e gli operatori telefonici cominciano a rendere disponibile la larga banda prima sulla rete fissa e poi sulla rete mobile.

Neanche il tempo di mandare qualche sms che Microsoft, Google, TomTom, Apple e Facebook ridefiniscono ancora il confine tra comunicazione e tecnologia irrompendo anche nei rapporti interpersonali.

Il primo fu il Messenger di Microsoft, software per scriversi brevi frasi che possono essere mascherate dietro una faccina sorridente in grado di emendare ogni contenuto e consentire conversazioni impensabili prima.

A titolo di esempio provo a riportare un dialogo possibile tra due adulti alle prese con le opportunità di una chat.

Protagonisti “Un signore che non direbbe mai a voce queste cose” e “Una signora che non si farebbe mai dire queste cose a voce”.

Signore: Certo sarebbe bello staccare tutto per una sera e andarsene a vedere un tramonto

Signora: non so da quanto non vedo un tramonto in riva al mare

Nonostante la semplicità della risposta il signore che non direbbe mai a voce queste cose cerca affannosamente su Google una frase ad effetto, trova un brano di Pessoa:

Signore : “Continuate, anche se non sapete il perché… Quanto più vi ascolto più non mi appartengo… “ in realtà è una donna che la dice, ma che importa!

Signora: :-O (stupore)

ancora Signora: ma dai come ti viene in mente…. (e se aggiunge “e poi che diciamo a casa?” entro una settimana saranno al mare!)

Signore: Mica lo dicevo sul serio era giusto per staccare…

E volendo strafare le manda il link di YouTube di una canzone di Zucchero su un testo del cantautore Piero Ciampi : “Il mare impetuoso al tramonto, salì sulla luna e dietro una tendina di stelle” ben sapendo che termina con un sussurrato… Beh lascio a voi trovare il finale.

Signora: Sei proprio fuori di testa! :-))) Ora devo andare, un abbraccio.

Signore: Un bacio, a presto.

 

Il signore che non direbbe mai a voce queste cose” grazie agli emoticons (le faccine), a Google e a Youtube è riuscito a sostenere un dialogo improbabile nella comunicazione diretta e potrà ritentare in seguito la trasformazione in realtà di tramonti e spaghetti alle vongole virtuali.

Mentre gran parte degli utenti della rete erano impegnati a chattare si era sviluppato il motore di ricerca di Google e i portali generalisti, che raccoglievano e proponevano i puntamenti migliori della rete, persero d’importanza. Si propaga la sensazione che sapere dove trovare le informazioni sia più utile che conoscerle. Le relazioni tra i concetti diventano più importanti dei concetti stessi. Questo significa poter sapere qualcosa di tutto ma forse rendere meno attrattivo l’approfondimento di un argomento in particolare. Ottimo per fare bella figura in un talk-show assai meno se si è un chirurgo in sala operatoria.

Siamo arrivati al 2007 ed è ancora il mondo dei computer, diventati portatili e veloci ma non ancora tascabili e immediati. La geo-localizzazione satellitare è ancora prevalentemente confinata nelle scatolette dei navigatori ma il cambiamento è “nell’aria”.

Presto fatto. Apple, passando per il fenomeno a volte sottovalutato della musica digitale sugli iPod, riesce a creare l’oggetto killer: un telefono che telefona male e ha una batteria che dura troppo poco ma è bellissimo, fa tantissime cose e convince decine di milioni di persone ad agganciare la propria carta di credito al mondo della “mela morsicata”.

Nokia, BlackBerry e anche i telefoni che si appoggiano a Google tentano di correre ai ripari, ma alla fine o sono telefoni con la posta o sono copie che non hanno capito il modello sottostante al successo dei prodotti della società fondata da Steve Jobs: “Io ho Apple e quindi sono invidiabile” che poi è il modello del fashion. La corsa dei telefoni evoluti è inarrestabile e in questi giorni le vendite di Smart-Phone hanno superato le vendite di Personal Computer attestandosi ben oltre le trecentomila attivazioni al giorno. Inoltre c’è una generazione di Tablet pronta all’invasione.

Ma mentre la tecnologia propone sempre nuovi modi per lavorare, comunicare e relazionarsi un’altra rivoluzione si sta compiendo.

Cosa sta ancora cambiando? Fino a questo momento le opinioni su fatti e costumi sono state rappresentate sul Web quasi esclusivamente da Forum, Blog, siti e portali tematici. Molti servizi commerciali o di opinione chiedevano registrazioni che poi finivano in liste di indirizzi e-mail generatrici di spam e senza dubbio si portavano dietro problemi di riservatezza e Il rispetto della privacy sembrava essere un tema centrale del Web. Ma il successo del Web 2.0 con i suoi contenuti generati dagli utenti stessi della rete e dei Social Network (tra cui quello devastante di Facebook) ha smentito l’esistenza di un sentimento diffuso che consideri il proprio privato come un valore da difendere gelosamente.

Mi fermo provando a stilare un elenco di cosa potrebbe ridefinire ancora il rapporto tra comunicazione e tecnologia nei prossimi mesi:

l’evolversi dei traduttori multilinguistici con il dichiarato obiettivo di arrivare al “traduttore universale istantaneo” vocale e testuale;

la geolocalizzazione con una precisione inferiore al metro di ogni persona e ogni cosa;

la delocalizzazione di quasi tutti i nostri dati e contenuti sui server della rete;

la possibilità di rappresentare e modificare la realtà percepita grazie alle capacità di fotografare, filmare, registrare, alterare e inviare istantaneamente in qualsivoglia parte del mondo qualunque cosa o fatto ci accada intorno o, mi viene da dire, vorremmo che accadesse. Questa possibilità crea sì fenomeni positivi come il “Citizen Journalism” ma anche falsa informazione sempre più difficile da identificare.

Una moltitudine ondivaga

Ora proverò ad esporre il mio punto di vista su come tutti questi mutamenti stanno cambiano il modo in cui si formano le opinioni, le competenze e nei casi dei più giovani anche le coscienze.

E’ un terreno difficile e le righe disponibili costringono a scelte drastiche sugli argomenti da mettere in risalto.

Cominciamo da qualche elemento positivo sulla rete: la conoscenza è più accessibile, le voci più numerose, le lingue tendono a non essere più un ostacolo mentre la memoria e le esperienze anche di molti anni fa possono essere usate per comprendere meglio il presente.

Tutto questo sarebbe assai positivo se “quantità” e “velocità” non avessero sbaragliato la qualità. Sto parlando della qualità in senso della consapevolezza e della comprensione che mettiamo nelle nostre professioni o nei nostri dibattiti e non della qualità intesa come “migliore rappresentazione” a prescindere da cosa si rappresenti. Faccio un esempio: un televisore di qualche anno fa poteva riprodurre un filmato con una qualità, intesa come definizione dell’immagine, assai inferiore a quella di un televisore di oggi, eppure un ottimo film su un vecchio televisore rimane di qualità superiore a un pessimo film in Full-HD. Sembra banale ma non è così, la tendenza a considerare una migliore rappresentazione come una migliore qualità in senso più ampio è diffusa e influenza la scelta su cosa è conveniente ritenere credibile e cosa no. Questo avviene anche quando come migliore rappresentazione s‘intende maggiore facilità di uso e accesso semplice a enormi quantità, com’è accaduto con la musica digitale compressa degli MP3.

Quantità e Velocità sono dunque i modelli che la maggioranza del popolo della rete ha adottato e appare chiaro che nessuna argomentazione che superi la complessità di Wikipedia (l’enciclopedia on line) ha speranza di essere assorbita, almeno in prima battuta.

I meccanismi per parlare a questo popolo sono quindi semplici e spesso si poggiano su emozioni e meccanismi percettivi di base.

Questa semplificazione si nota anche con il progressivo implodere del Web dentro il social network Facebook dove “vivono” gli utenti più basilari d’internet e dentro al quale soddisfano tutto quello che gli serve: voyerismo, chiacchiere, opinioni superficiali, adesioni non impegnative, possibilità di rivivere il passato o stabilire relazioni anonime. In Italia gli utenti Facebook sono circa dodici milioni.

Tiriamo giù qualche dato. Il gruppo Facebook di Michael Jackson ha trentuno milioni di fans (John Lennon due milioni), l’incredibile notizia che Celin Dion in una intervista abbia detto: “E’ stato un onore per me cantare con Lui e Michael è stato per me sempre fonte di ispirazione” è piaciuta a oltre 15.000 fans e oltre 2000 non hanno potuto fare ameno di commentarla.

E’ un coinvolgimento elementare a volta addirittura ingiustificato. Un famoso pilota motociclistico italiano ha una pagina dedicata su Facebook con 3.600.000 fans e non è nemmeno la sua pagina ufficiale. Contenuti? Qualche foto e i “mi piace” dei fan.

Ma allora perché si confida così tanto nella rete come strumento per spiegare, raccontare, approfondire quello che sui giornali, sulle riviste e sulle televisioni ma anche nei sistemi formativi sembra non passare più?

Alcune risposte sono semplici, altre assai meno. Primo, essere presenti sul Web sembra costare infinitamente meno che esserlo nei network tradizionali. Ovviamente non è vero e normalmente con campagne Web low-cost si rimane poco visibili, con poche lodevoli eccezioni. Una presenza molto percepita sul Web può tranquillamente costare decine di migliaia di euro al giorno.

Secondo, apparentemente ci si sente più liberi di esprimere le proprie opinioni e persino di innescare un dibattito aperto, salvo essere coperti d’insulti e stravaganze da persone che si presentano con soprannomi improbabili. Terzo, non c’è limite di spazio e quindi si può argomentare e approfondire. Ovviamente nessuno che non sia rimasto bloccato in un aeroporto da una tormenta di neve dedica più di 30 secondi ad un contenuto che non sia di intrattenimento o di immediata utilità.

Ancora una volta la rete funziona meglio per collegare contenuti ed emozioni che non per approfondire e comprendere, come sintetizza una splendida vignetta di Altan che recita: “Emozionatemi, sennò mi tocca pensare”. Eppure proprio l’emozione sembra essere l’ultima opportunità per costringere a capire.

Fatte queste premesse è ora di entrare nella parte finale di queste riflessioni. Qual è il rapporto tra il Web e la giustizia o meglio cosa emerge della giustizia dal Web?

 

Si subisce un assedio solo se ci si è chiusi dentro le mura

Ora posso affrontare l’ultima parte di questa riflessione e tentare di articolare qualche considerazione sul rapporto tra la rete internet e i temi della giustizia facendolo in prima persona per mantenere il carattere soggettivo di tutto questo articolo. Intanto provo a dividere, in modo volutamente arbitrario e sintetico, gli ambiti in cui Web e giustizia s’incontrano.

Dal punto di vista dei contenuti: casi giudiziari celebri, argomenti tecnici, opinioni.

Dal punto di vista delle azioni: documentazione storica e curiosità, supporto operativo e formativo alle attività connesse alla giustizia, formazione di opinione e organizzazione di iniziative.

Dal punto di vista dell’attendibilità: senza fonti e/o smaccatamente sostenitori di una tesi a volte personale, tecnici e chiaramente autorevoli, propagandistici e/o legati a movimenti di opinione.

Non provo nemmeno a fare un’analisi dei singoli siti che parlano di giustizia sul Web, né delle applicazioni per smartphone che contengono raccolte di codici o supporto giuridico visto che alcune semplici ricerche su Google danno risultati del tipo:

Giustizia: Circa 20.500.000 risultati

Costituzione: Circa 9.670.000 risultati

Magistratura: Circa 6.100.000 risultati

Riforma giustizia: Circa 2.540.000 risultati

Riforma della Giustizia: Circa 741.000 risultati

Giustizia Amministrativa: Circa 727.000 risultati

Giudice di pace: Circa 2.510.000 risultati

Processo giudiziario: Circa 3.990.000

Problemi della giustizia italiana: Circa 74.300 risultati

Problemi carcere: Circa 2.100.000 risultati

Prescrizione Circa 4.720.000 risultati

Prescrizione Breve Circa 723.000 risultati

Mani Pulite Circa 729.000 risultati

Associazione Magistrati Circa 753.000 risultati

Wilma Montesi (un caso del 1953) Circa 28.800 risultati

Stefano Cucchi Circa 1.590.000 risultati

 

 

Sembra lusinghiero, lo è un po’ meno se lo si paragona a questo risultato:

 

A.C. Milan: Circa 40.500.000

 

Ovviamente questi risultati sono ripartiti tra portali, siti, blog, forum e gruppi Facebook e contengono un discreto numero di falsi positivi.

In ogni caso se ne dedurrebbe un interesse ampio e una conoscenza approfondita che tende ad essere uno degli strumenti della formazione di un’opinione pubblica consapevole. Invece i gruppi Facebook si dimostrano inadatti a qualsiasi approfondimento o coinvolgimento che superi la “simpatia”, i siti Web tendono ad essere autoreferenziali e i forum tecnici corporativi o commerciali.

I quotidiani on-line e i programmi televisivi ripetuti da YouTube o altri servizi simili rimangono ancora gli strumenti di informazione principale mentre i motori di ricerca e le profilazioni individuali che la rete ormai ha effettuato ci selezionano i contenuti (oltre alle pubblicità) che dovrebbero interessarci nascondendoci gli altri.

Per chi utilizza mediamente poco il Web e ha in testa di questo strumento solo la potenzialità di canale distributivo non molto è cambiato dagli anni antecedenti al 1980, in fin dei conti produce sindacati, associazioni culturali, circoli, scuole, giornali, riviste, ciclostili e manifesti digitali invece che “fisici” ma utilizzando lo stesso modello. Con un ostacolo in più, viviamo in una società senza più benzina ideologica, che si divide tra la capacità di organizzarsi senza bisogno delle organizzazioni e organizzazioni che non riescono ad organizzarsi e a organizzare.

La sensazione che provo è che l’intero sistema della giustizia sia attaccato o difeso dall’opinione pubblica senza sapere effettivamente perché e che la conoscenza, tutta volta ad un uso strumentale, sia chiusa nei monasteri di quelle che oggi sono chiamate “Caste”.

Aggiungiamo che i modelli culturali, il tempo disponibile e le categorie intellettuali in grado di permettere approfondimento, confronto e giudizio sono in via di sparizione e avremo la sensazione della difficoltà che vive chi vorrebbe spiegare le proprie ragioni.

Come cercare di uscire da questo percorso che porta i semi di una cultura medievale che sostituisce con il mito, la fede e la superstizione ogni altra categoria riducendo i poteri a corporazioni, potentati in mano di mercenari e prìncipi?

Io credo che il mondo della giustizia abbia bisogno di raccontarsi più che di spiegare.

Una giornata tipo di un magistrato schiacciato tra responsabilità di giudizio e mancanza di carta di fotocopie, i discorsi al bar degli avvocati, i dipendenti delle aziende che chiudono per la lunghezza della giustizia civile, la tortura dell’attesa della sentenza, l’indecisione dei giurati, il cinismo di chi del sistema ha fatto uno strumento, l’intreccio delle norme da tenere in considerazione, la differenza tra creare una legge e applicare una legge, i cavilli che vanificano un lungo lavoro, la vita con l’orario e lo stipendio di un poliziotto e l’infinito mondo della macchina che parte dal personale civile e finisce a volte con l’operatore penitenziario in bilico sull’orrido del sistema carcerario italiano.

Raccontare questo mondo con le metriche e gli strumenti di oggi, utilizzare l’istinto che porta a tifare per il più debole che è ancora il principale antagonista del dilagante schierarsi con il più furbo.

Aprirsi, non come categoria ma come individui che hanno responsabilità, ambizioni, difficoltà, diversità di opinioni e hanno bisogno degli altri per fare il loro mestiere.

Insomma far male alla pancia per costringere a guardare il problema. E poi finalmente spiegare.

Forse non si può sperare in un effetto “Gomorra” ma molto si può ottenere utilizzando i giusti canali.

Qualche giorno fa ho incontrato l’autore di alcuni tra i video virali più visti degli ultimi mesi su YouTube: “Inception” e “6 aprile”. E’ giovanissimo, gira con un motorino un po’ sgangherato e organizza tutto tra internet e telefono. I budget sono talmente piccoli che molti di noi ne potrebbero produrre uno al mese senza nemmeno accorgersene. Eppure da solo “6 aprile”, nel giorno di uscita, ha fatto più audience di tutti i siti tecnici dedicati alla giustizia messi insieme.

Utilizzare in modo coerente gli strumenti della rete come video virali, diari, discorsi,  film, libri, interviste, amarcord, E-Magazine, graphic novels,  testimonial, applicazioni Smartphone e giornalismo partecipativo può favorire un cambio di atmosfera fino a creare le condizioni per riaprire un dibattito più sereno.

Questo oggi si può fare. Oppure si può decidere di rimanere chiusi e assediati in mura sempre più malandate.

Dott. ANDREA DEZZI

(Laureato in psicologia, si è occupato di comunicazione sulle nuove tecnologie fin dai primi anni 80. E’ stato docente alla scuola superiore del Ministero delle Finanze e dirigente del gruppo Telecom.
Attualmente è amministratore unico della Made in Tomorrow srl, Società che si occupa di comunicazione atipica e valorizzazione di beni e servizi sulla rete fissa e mobile)

[Articolo in corso di pubblicazione sul numero 3/2010 della Rivista Giustizia insieme – Ed. Aracne – Citare la fonte]

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