23 maggio 1992 - 2013

di Giuseppe DE GREGORIO

 

 

 

 

 

 

 

21 anni dopo, vorrei ricordare Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli  agenti di scorta, ma i pensieri sono tanti e riuscire a renderli in qualcosa di sintetico ed efficace non è facile.
Allora mi permetto di affidare il ricordo a .... Giovanni Falcone, al libro di qualche anno fa "La posta in gioco - interventi e proposte per la lotta alla mafia" che raccoglie diversi interventi di Falcone, tutti molto interessanti e significativi, pure dopo lustri, che suggerisco di leggere (o rileggere).
Anzi, lo affido questo ricordo a un passo della presentazione del libro, dal titolo 'Il pensiero conteso di Giovanni Falcone', affidata al grande giornalista Giuseppe D'Avanzo, che coglie l'amarezza non tanto nostra per la perdita di Giovanni Falcone, ma quella che più volte caratterizzò il suo percorso professionale e umano, quale monito soprattutto per noi.

<<Ora che non bisogna più fare i conti con quel giudice, con la sua passione civile, il talento investigativo, l'estro, la tenacia, la forza delle sue idee, ora che ci si è liberati, con la sua presenza fisica, della sua testimonianza e del suo esempio si può prendere possesso della sua memoria.

O meglio ci si può impadronire - della sua storia, delle sue parole e delle sue decisioni - di qualche brano, di qualche passo, di quella scelta e non di quell'altra, di quel che è utile oggi e ora nella mischia quotidiana e agitarlo come una mazza ferrata contro gli antagonisti del momento. Così i magistrati che hanno denigrato in vita Giovanni Falcone lo esaltano oggi, da morto, per difendere se stessi, le proprie idee o errori o iniziative, e politici che, in vita, hanno lavorato al suo ostracismo oggi ne esaltano i pensieri e i metodi, ma soltanto in quei segmenti che più tornano comodi.

 
Ecco quel che accade. Anche se, quando era in vita, né il Paese né la magistratura né la politica, quale ne fosse il segno, hanno saputo accettare le idee di Falcone; in morte, la magistratura, la politica se ne riempiono le mani, deformandole secondo la convenienza, l'opportunità, la congiuntura.
Soccorre questo programma la rituale celebrazione di Giovanni Falcone che mai riesce a liberarsi della morsa emotiva. Mai che si riuscisse a discutere di Falcone senza farsi afferrare da quell'onda di dolorose emozioni che interdice ogni riflessione e giudizio. .......... Chi era quel giudice? ..... Perché, nonostante i minacciosi ostacoli al suo lavoro, è riuscito a disseccare nel breve volgere di un lustro la più potente mafia (allora) dell'Occidente? .......  Giovanni Falcone sentiva l'indipendenza del magistrato come missione e risorsa; come il segno stesso, costitutivo, della sua identità di servitore dello Stato. Chiunque lo abbia incontrato, magistrato o politico che fosse, ha avvertito questa sua ostinazione, e la sua ostinazione lo ha reso 'estraneo e fuori posto' in ogni luogo in cui gli
è toccato di stare......>>

 

Giuseppe De Gregorio