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La non breve storia delle aggressioni di Berlusconi alla Magistratura, il loro significato di Armando Spataro (Segretario del Movimento per la Giustizia) Nuova pagina 2

Il 4 settembre scorso, il Presidente del Consiglio Berlusconi, intervistato dallo Spectator inglese e dalla Voce di Rimini, ha dichiarato: “I giudici sono matti, anzi doppiamente matti. Per prima cosa perché lo sono politicamente e, secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana”. Saltando a piè pari ogni scontato commento sulle confortanti reazioni dei più alti vertici istituzionali, è opportuno interrogarsi sull’atteggiamento da tenere – come cittadini, come componenti il ceto politico, come magistrati – di fronte a questo tipo di attacchi del Capo dell’Esecutivo nei confronti di uno dei tre poteri dello Stato. Alcune di queste “sparate” (come l’ultima), infatti, sono così clamorosamente sopra le righe e di così modesto livello da indurre taluni a suggerire atteggiamenti di serafico distacco; altri ancora, con il tradizionale invito ad “abbassare i toni” (solitamente rivolto, però, solo ai magistrati offesi), sembrano ritenere che il silenzio sia la migliore risposta a simili provocazioni, specie da parte di una magistratura che avrebbe da farsi perdonare alcuni eccessi di giustizialismo. E’ forse utile, allora, per verificare il fondamento di questa logica che Scalfari ha efficacemente definito terzista, cimentarsi in una breve carrellata su precedenti analoghe esternazioni dell’on.le Berlusconi (d’ora in poi indicato come “B.”). Non senza un avvertimento: la sintesi che segue è parziale e limitata al periodo ultimo del suo premierato (dalla primavera 2001, dunque); altrimenti sarebbe necessaria una pubblicazione a puntate. Dunque, in una lettera al Corriere del 21.10.01, il Presidente del Consiglio dichiarò : “L’attacco dei p.m. del pool di Milano ha cambiato la storia” ed al Congresso nazionale Forense, il 24.10.01, aggiunse: “In Italia indagini senza riscontri e condanne senza prove”. In visita ufficiale a Granada, il 13.11.01, B. ebbe a precisare: “in Italia vi è stata negli anni passati una guerra civile alimentata dai magistrati italiani con la complicità del PCI, che ha infiltrato suoi uomini nella magistratura stessa. I giudici vollero rovesciare il sistema”. Lo stesso concetto venne poi confermato a Le Figaro il 30 gennaio 2002, aggiungendosi “..ed ora provano a cancellare, eliminare me”. Le trasferte all’estero, però, sembrano uno dei terreni preferiti di esternazione del Presidente B. che, infatti, al vertice europeo di Laeken (15.12.01), mise in guardia i partner sulla “internazionale giacobina dei magistrati” che minaccerebbe l’intera Europa. Ignorando per ragioni di spazio le esternazioni del 2002, vanno poi ricordate quelle più numerose di quest’anno: il 29 gennaio, il giorno dopo la decisione delle Sezioni Unite della Cassazione che avevano respinto la sua istanza di spostamento dei processi di Milano, per legittimo sospetto, ad altra sede, venne diffuso, come tutti ricorderanno, “l’editto di Arcore”: in un monologo preregistrato su videocassetta, B. attaccò a testa bassa le SS.UU, e tutta la magistratura (“si giudica da sé e si autoassolve in ogni sede”), chiese di essere giudicato solo dai suoi “pari”, annunciando il ripristino dell’immunità parlamentare ”per il bene del Paese”: immunità che, a suo dire, sarebbe stata abrogata nel ’93 da “un Parlamento intimidito o condizionato dalle correnti politicizzate della magistratura giacobina”. L’1 febbraio B. di nuovo prese di mira la “giustizia politicizzata” e la “sinistra che non ha ancora rinunciato a mettere in azione manovre giudiziarie o di piazza per ottenere ciò che non le è riuscito democraticamente nelle urne”. Per fermarla, aggiunse, “la riforma della giustizia non è più rinviabile”. Il 23 aprile, poi, dalla Costa Smeralda, B. si definì perseguitato politico ed il 30 aprile, il giorno dopo la sentenza Imi-Sir/Mondatori, scrisse una lettera al Foglio, definendo “golpisti” i giudici che avevano condannato Previti e che stavano processando anche lui. Ed annunciando il ripristino dell’immunità parlamentare. L’1 maggio, uscendo dal Consiglio dei Ministri, ad un giornalista che voleva sapere se si fosse parlato dei processi milanesi, B. rispose: “No, abbiamo parlato di criminalità, non di criminalità giudiziaria”. Il 7 maggio, B. esternò a Radio anch’io: “…sono un perseguitato politico e sono costretto a difendermi. Solo in Italia l’ordine giudiziario ha avuto modo di determinare la sorte di uomini di governo e del Parlamento. Solo da noi il potere di decidere chi governa non è dei cittadini, ma di impiegati dello Stato che hanno vinto un concorso e che devono svolgere la loro funzione in autonomia ed indipendenza, ma riguardosa degli altri poteri. Deve essere il Parlamento a decidere se vi deve essere un procedimento giudiziario contro un proprio membro”. L’ 11 maggio, in campagna elettorale in Friuli, attaccò “il manipolo di magistrati combattenti collaterali alla sinistra”, ironizzando sulla categoria con battute di dubbio gusto: “E’ un diritto dei cittadini rivolgesi alla Cassazione con la Cirami se l’aria non fa presagire un giudizio imparziale perché magari qualcuno ha fregato la fidanzata al Presidente del Tribunale; a noi succede perché siamo tombeur de femme, mai di un amico però. Di un magistrato, invece, questo è decente”. Ancora a Le Figaro, disse, sui giudici ritenuti politicizzati: “sono un cancro da estirpare, anche l’Europa ha capito”. Il 22 maggio a Porta a Porta, a tre gg. dal voto, ebbe a ripetere, sui giudici di Milano, che “magistrati combattenti stanno tentando una nuova spallata giudiziaria come nel ‘94”, e su quelli di Torino che avevano archiviato la prima tranche dell’inchiesta Telekom-Serbia, disse che sono “collaterali ai comunisti”. Il 24 maggio, intervistato in Lussemburgo, ritornò alle diagnosi cliniche: sono “un cancro da estirpare” ed invece “sono ancora lì”. Il 31 maggio, all’indomani della requisitoria del PM di Milano nel processo SME, si schierò al fianco del vecchio amico: “Le richieste di pena a carico di Previti sono grottesche, smodate e tempestive con l’uso politico della giustizia nel bel mezzo della campagna elettorale”. Il 20 giugno, dopo l’approvazione del Lodo Schifani, B. esultò: “Finito il mio calvario”. Ma la legge che aveva fatto precipitare il prestigio del Paese a livello internazionale non lo aveva evidentemente placato: intervistato dalla radio francese Europe 1, dichiarò che “i giudici sono il peggio, in Italia c’è un cancro da curare, la politicizzazione della magistratura”, che l’impunità non era la sua ma “dei giudici che muovono accuse false, sono ancora al loro posto e sono quasi organici ai partiti della sinistra”, Il giorno dopo- 2/7 - gli attacchi alla magistratura non solo non cessarono, ma se possibile, raggiunsero livelli più gravi perché proiettati sullo scenario europeo e nelle sedi istituzionali dell’Unione : nella solenne seduta del Parlamento europeo, B. affermò che il Parlamento italiano era dovuto intervenire con leggi particolari (ricordando che si era trattato di solo tre leggi ad personam) come risposta “a chi approfitta del suo ruolo di funzionario pubblico per attaccare dal punto di vista giudiziario gli oppositori politici”. Queste affermazioni, come si sa, hanno suscitato in Europa sconcerto e preoccupazione gravissima per la violazione del principio della separazione dei poteri. E’ possibile a questo punto trarre le conclusioni, persino a prescindere dagli interventi altrettanto offensivi provenienti da altri esponenti dell’attuale Governo e dell’attuale maggioranza: è evidente, infatti, che tali ulteriori gravi esternazioni non sarebbero neppure immaginabili senza l’indicazione dall’alto di una linea politica, quella che impone, cioè, un attacco ripetuto ed ossessivo alla magistratura, in quanto ostacolo da rimuovere per l’esercizio di quel potere assoluto, senza controlli e bilanciamenti, ritenuto legittimo per effetto del solo esito elettorale del 2001; insomma, la cd. dittatura della maggioranza. Ed è proprio da tale linea politica che scaturiscono le riforme rancorose fin qui approvate nel settore giudiziario e quelle ancora minacciosamente in cantiere. Non servono gli interventi del Capo dello Stato, né quelli del CSM e sono pure ignorate le dure critiche della comunità internazionale; l’aggressione non conosce pause e sta ormai producendo gravissime conseguenze : per l’ordinamento costituzionale la lesione del principio della divisione dei poteri; per il Paese, la caduta di autorevolezza del sistema giudiziario; nelle aule, gli interventi minacciosi di ogni risma di imputati ed avvocati che spesso arrivano ad insolentire chi amministra giustizia. Qualcuno afferma che si tratterebbe di accuse rivolte solo a quei magistrati che fanno politica attraverso inchieste e sentenze, non alla stragrande maggioranza di coloro che fanno silenziosamente il loro lavoro, ma con ciò è chiaro che si tenta subdolamente un’operazione di divisione della magistratura: è un’arguzia da cabaret, perché il fatto è che si considerano “militanti”, senza distinzione di funzioni, dal più giovane degli uditori ai componenti delle Sezioni Unite della Cassazione, i magistrati che si ostinano a fare il loro dovere prestando ossequio solo alla legge. Dei tre poteri, quello giudiziario è per sua natura il più debole ed il più facile da attaccare perché la sua legittimazione si fonda solo sulla legge; ed è una legittimazione vulnerabile poiché se viene messa in dubbio la sua indipendenza, il giudice non ha difese e non potrà rivendicare consensi: ecco perché insinuare nella pubblica opinione il dubbio che i giudici siano mossi dalle loro convinzioni politiche è gioco ad un tempo pericoloso e facile. Ed è per questo che ogni atteggiamento di sufficienza e distacco di fronte a così gravi aggressioni nei confronti della magistratura è profondamente errato. Gli organi istituzionali e le associazioni che ne hanno la possibilità, dunque, devono intervenire non a difesa di singoli magistrati, ma dell’assetto costituzionale di questo Paese. Ed è giunto il momento di farlo anche in forme ritenute fino a questo momento impensabili.Il 4 settembre scorso, il Presidente del Consiglio Berlusconi, intervistato dallo Spectator inglese e dalla Voce di Rimini, ha dichiarato: “I giudici sono matti, anzi doppiamente matti. Per prima cosa perché lo sono politicamente e, secondo, sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dalla razza umana”. Saltando a piè pari ogni scontato commento sulle confortanti reazioni dei più alti vertici istituzionali, è opportuno interrogarsi sull’atteggiamento da tenere – come cittadini, come componenti il ceto politico, come magistrati – di fronte a questo tipo di attacchi del Capo dell’Esecutivo nei confronti di uno dei tre poteri dello Stato. Alcune di queste “sparate” (come l’ultima), infatti, sono così clamorosamente sopra le righe e di così modesto livello da indurre taluni a suggerire atteggiamenti di serafico distacco; altri ancora, con il tradizionale invito ad “abbassare i toni” (solitamente rivolto, però, solo ai magistrati offesi), sembrano ritenere che il silenzio sia la migliore risposta a simili provocazioni, specie da parte di una magistratura che avrebbe da farsi perdonare alcuni eccessi di giustizialismo. E’ forse utile, allora, per verificare il fondamento di questa logica che Scalfari ha efficacemente definito terzista, cimentarsi in una breve carrellata su precedenti analoghe esternazioni dell’on.le Berlusconi (d’ora in poi indicato come “B.”). Non senza un avvertimento: la sintesi che segue è parziale e limitata al periodo ultimo del suo premierato (dalla primavera 2001, dunque); altrimenti sarebbe necessaria una pubblicazione a puntate. Dunque, in una lettera al Corriere del 21.10.01, il Presidente del Consiglio dichiarò : “L’attacco dei p.m. del pool di Milano ha cambiato la storia” ed al Congresso nazionale Forense, il 24.10.01, aggiunse: “In Italia indagini senza riscontri e condanne senza prove”. In visita ufficiale a Granada, il 13.11.01, B. ebbe a precisare: “in Italia vi è stata negli anni passati una guerra civile alimentata dai magistrati italiani con la complicità del PCI, che ha infiltrato suoi uomini nella magistratura stessa. I giudici vollero rovesciare il sistema”. Lo stesso concetto venne poi confermato a Le Figaro il 30 gennaio 2002, aggiungendosi “..ed ora provano a cancellare, eliminare me”. Le trasferte all’estero, però, sembrano uno dei terreni preferiti di esternazione del Presidente B. che, infatti, al vertice europeo di Laeken (15.12.01), mise in guardia i partner sulla “internazionale giacobina dei magistrati” che minaccerebbe l’intera Europa. Ignorando per ragioni di spazio le esternazioni del 2002, vanno poi ricordate quelle più numerose di quest’anno: il 29 gennaio, il giorno dopo la decisione delle Sezioni Unite della Cassazione che avevano respinto la sua istanza di spostamento dei processi di Milano, per legittimo sospetto, ad altra sede, venne diffuso, come tutti ricorderanno, “l’editto di Arcore”: in un monologo preregistrato su videocassetta, B. attaccò a testa bassa le SS.UU, e tutta la magistratura (“si giudica da sé e si autoassolve in ogni sede”), chiese di essere giudicato solo dai suoi “pari”, annunciando il ripristino dell’immunità parlamentare ”per il bene del Paese”: immunità che, a suo dire, sarebbe stata abrogata nel ’93 da “un Parlamento intimidito o condizionato dalle correnti politicizzate della magistratura giacobina”. L’1 febbraio B. di nuovo prese di mira la “giustizia politicizzata” e la “sinistra che non ha ancora rinunciato a mettere in azione manovre giudiziarie o di piazza per ottenere ciò che non le è riuscito democraticamente nelle urne”. Per fermarla, aggiunse, “la riforma della giustizia non è più rinviabile”. Il 23 aprile, poi, dalla Costa Smeralda, B. si definì perseguitato politico ed il 30 aprile, il giorno dopo la sentenza Imi-Sir/Mondatori, scrisse una lettera al Foglio, definendo “golpisti” i giudici che avevano condannato Previti e che stavano processando anche lui. Ed annunciando il ripristino dell’immunità parlamentare. L’1 maggio, uscendo dal Consiglio dei Ministri, ad un giornalista che voleva sapere se si fosse parlato dei processi milanesi, B. rispose: “No, abbiamo parlato di criminalità, non di criminalità giudiziaria”. Il 7 maggio, B. esternò a Radio anch’io: “…sono un perseguitato politico e sono costretto a difendermi. Solo in Italia l’ordine giudiziario ha avuto modo di determinare la sorte di uomini di governo e del Parlamento. Solo da noi il potere di decidere chi governa non è dei cittadini, ma di impiegati dello Stato che hanno vinto un concorso e che devono svolgere la loro funzione in autonomia ed indipendenza, ma riguardosa degli altri poteri. Deve essere il Parlamento a decidere se vi deve essere un procedimento giudiziario contro un proprio membro”. L’ 11 maggio, in campagna elettorale in Friuli, attaccò “il manipolo di magistrati combattenti collaterali alla sinistra”, ironizzando sulla categoria con battute di dubbio gusto: “E’ un diritto dei cittadini rivolgesi alla Cassazione con la Cirami se l’aria non fa presagire un giudizio imparziale perché magari qualcuno ha fregato la fidanzata al Presidente del Tribunale; a noi succede perché siamo tombeur de femme, mai di un amico però. Di un magistrato, invece, questo è decente”. Ancora a Le Figaro, disse, sui giudici ritenuti politicizzati: “sono un cancro da estirpare, anche l’Europa ha capito”. Il 22 maggio a Porta a Porta, a tre gg. dal voto, ebbe a ripetere, sui giudici di Milano, che “magistrati combattenti stanno tentando una nuova spallata giudiziaria come nel ‘94”, e su quelli di Torino che avevano archiviato la prima tranche dell’inchiesta Telekom-Serbia, disse che sono “collaterali ai comunisti”. Il 24 maggio, intervistato in Lussemburgo, ritornò alle diagnosi cliniche: sono “un cancro da estirpare” ed invece “sono ancora lì”. Il 31 maggio, all’indomani della requisitoria del PM di Milano nel processo SME, si schierò al fianco del vecchio amico: “Le richieste di pena a carico di Previti sono grottesche, smodate e tempestive con l’uso politico della giustizia nel bel mezzo della campagna elettorale”. Il 20 giugno, dopo l’approvazione del Lodo Schifani, B. esultò: “Finito il mio calvario”. Ma la legge che aveva fatto precipitare il prestigio del Paese a livello internazionale non lo aveva evidentemente placato: intervistato dalla radio francese Europe 1, dichiarò che “i giudici sono il peggio, in Italia c’è un cancro da curare, la politicizzazione della magistratura”, che l’impunità non era la sua ma “dei giudici che muovono accuse false, sono ancora al loro posto e sono quasi organici ai partiti della sinistra”, Il giorno dopo- 2/7 - gli attacchi alla magistratura non solo non cessarono, ma se possibile, raggiunsero livelli più gravi perché proiettati sullo scenario europeo e nelle sedi istituzionali dell’Unione : nella solenne seduta del Parlamento europeo, B. affermò che il Parlamento italiano era dovuto intervenire con leggi particolari (ricordando che si era trattato di solo tre leggi ad personam) come risposta “a chi approfitta del suo ruolo di funzionario pubblico per attaccare dal punto di vista giudiziario gli oppositori politici”. Queste affermazioni, come si sa, hanno suscitato in Europa sconcerto e preoccupazione gravissima per la violazione del principio della separazione dei poteri. E’ possibile a questo punto trarre le conclusioni, persino a prescindere dagli interventi altrettanto offensivi provenienti da altri esponenti dell’attuale Governo e dell’attuale maggioranza: è evidente, infatti, che tali ulteriori gravi esternazioni non sarebbero neppure immaginabili senza l’indicazione dall’alto di una linea politica, quella che impone, cioè, un attacco ripetuto ed ossessivo alla magistratura, in quanto ostacolo da rimuovere per l’esercizio di quel potere assoluto, senza controlli e bilanciamenti, ritenuto legittimo per effetto del solo esito elettorale del 2001; insomma, la cd. dittatura della maggioranza. Ed è proprio da tale linea politica che scaturiscono le riforme rancorose fin qui approvate nel settore giudiziario e quelle ancora minacciosamente in cantiere. Non servono gli interventi del Capo dello Stato, né quelli del CSM e sono pure ignorate le dure critiche della comunità internazionale; l’aggressione non conosce pause e sta ormai producendo gravissime conseguenze : per l’ordinamento costituzionale la lesione del principio della divisione dei poteri; per il Paese, la caduta di autorevolezza del sistema giudiziario; nelle aule, gli interventi minacciosi di ogni risma di imputati ed avvocati che spesso arrivano ad insolentire chi amministra giustizia. Qualcuno afferma che si tratterebbe di accuse rivolte solo a quei magistrati che fanno politica attraverso inchieste e sentenze, non alla stragrande maggioranza di coloro che fanno silenziosamente il loro lavoro, ma con ciò è chiaro che si tenta subdolamente un’operazione di divisione della magistratura: è un’arguzia da cabaret, perché il fatto è che si considerano “militanti”, senza distinzione di funzioni, dal più giovane degli uditori ai componenti delle Sezioni Unite della Cassazione, i magistrati che si ostinano a fare il loro dovere prestando ossequio solo alla legge. Dei tre poteri, quello giudiziario è per sua natura il più debole ed il più facile da attaccare perché la sua legittimazione si fonda solo sulla legge; ed è una legittimazione vulnerabile poiché se viene messa in dubbio la sua indipendenza, il giudice non ha difese e non potrà rivendicare consensi: ecco perché insinuare nella pubblica opinione il dubbio che i giudici siano mossi dalle loro convinzioni politiche è gioco ad un tempo pericoloso e facile. Ed è per questo che ogni atteggiamento di sufficienza e distacco di fronte a così gravi aggressioni nei confronti della magistratura è profondamente errato. Gli organi istituzionali e le associazioni che ne hanno la possibilità, dunque, devono intervenire non a difesa di singoli magistrati, ma dell’assetto costituzionale di questo Paese. Ed è giunto il momento di farlo anche in forme ritenute fino a questo momento impensabili.

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