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Editoriale di “AVVENIMENTI” del 3.10.03

di Armando SPATARO

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Il testo del disegno di legge delega per la riforma dell’Ordinamento giudiziario approvato dalla Commissione giustizia del Senato, con il parere favorevole del Ministro Castelli, contiene norme incostituzionali, contrastanti con le più elementari regole del diritto. Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di quanto forte sia la volontà della maggioranza parlamentare di limitare il controllo di legalità che spetta alla magistratura, così rimuovendo il più serio ostacolo al dispiegamento del proprio potere assoluto. Più volte, nei mesi passati, il CSM e l’Associazione Magistrati avevano fatto rilevare come il precedente testo approvato dal Consiglio dei Ministri non risolvesse alcuno dei problemi reali della giustizia e mirasse alla restaurazione dell’assetto ordinamentale della magistratura degli anni ’50. Ma adesso non c’è più discorso tecnico che tenga e gli inviti al confronto rivolti alla magistratura si sono rivelati ancora una volta mera finzione: non a caso, l’approvazione del ddl coincide con l’emarginazione, forse dovuta alla sua ferma opposizione ad ogni interpretazione creativa del lodo Schifani, dell’unico esponente politico di governo dialogante,il sottosegretario Vietti. Due i punti che caratterizzano il ddl approvato in commissione: al magistrato viene vietato di partecipare a qualsiasi manifestazione o associazione diversa da quelle con scopi sportivi, ricreativi, solidaristici e scientifici, e gli viene imposto, altresì, un metodo di interpretazione della legge che conduce alla sua applicazione solo in termini graditi alla maggioranza. Nell’un caso e nell’altro, sono previste sanzioni disciplinari per i reprobi.Nel primo caso, siamo di fronte alla palese violazione di un diritto costituzionale: non è in discussione il condiviso divieto di iscrizione ai partiti politici, ma la stessa possibilità di partecipazione alle attività dell’ANM o ad un dibattito scientifico comportante critiche alla politica giudiziaria di un qualsiasi governo. Vietata ! Il magistrato deve essere silente, parlare solo con le sentenze, salvo poi – quando lo fa (vedi sentenza Imi-Sir) – essere offeso anche per questo.Ma più gravi sono le regole che si intendono imporre per l’interpretazione della legge; si ignorano principi giuridici elementari, pronunce delle Corti internazionali e della Corte Costituzionale, le elaborazioni della dottrina: è vietata “l’attività di interpretazione di norme di diritto che palesemente sia contro la lettera e la volontà della legge o abbia contenuto creativo”. E’ chiara la ragione del divieto: in commissione si è ricordato, a mò di esempio, che i giudici della Repubblica si erano permessi di interpretare la legge sulle rogatorie in modo difforme dalla volontà del Parlamento: del resto, lo aveva già fatto rilevare la maggioranza del Senato con la grave ed invasiva risoluzione del 5.12.2001. Verrebbe da sorridere di fronte a tanta approssimazione giuridica se essa non fosse accompagnata da così forte determinazione politica: si vuol negare al giudice l’essenza stessa del suo lavoro, cioè l’individuazione della norma che, tratta dalla lettera della legge, va applicata al caso concreto, anche alle ipotesi non previste dal legislatore. Siamo di fronte a scelte del tutto estranee alla cultura costituzionale, ma sbaglierebbe chi pensasse a mere provocazioni destinate ad essere abbandonate lungo l’iter parlamentare di approvazione del ddl.Armando Spataro
(Segretario del Movimento per la Giustizia)

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