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ETICA & DEONTOLOGIA
Osservazioni preliminari per la discussione in MEDEL di Brema del 12 Marzo 2004
(relazione di Gioacchino Natoli, Movimento per la Giustizia - Italia)

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§ A.
Premessa

In molti paesi esistono ormai regole di condotta che sono state elaborate in parte dalle autorità statali ed in parte dalle associazioni dei magistrati.

A livello internazionale, la discussione è stata seguita anche dalle Nazioni Unite e dal Consiglio di Europa.


I.A
Uno sguardo al panorama europeo ed internazionale

Sembra opportuno ricordare, preliminarmente, proprio per il loro contenuto di carattere generale, l'esistenza di alcuni documenti ufficiali di ampio respiro, che possono costituire la base da cui muovere per il successivo approfondimento del discorso.

Si intende fare riferimento, in particolare, ai seguenti documenti internazionali:

· alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (Assemblea ONU, 1948), che - all'art. 10 - prevede che ciascuno ha diritto di essere giudicato da un "tribunale indipendente ed imparziale";

· all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4.11.1950);

· al Patto internazionale sui diritti civili e politici (New York, 16.12.1966);

· ai Principi fondamentali delle Nazioni Unite relativi all'indipendenza della magistratura (approvati nel 1985) nonché alle Procedure per la loro effettiva applicazione (approvate nel 1989);

· al Progetto preliminare di una Charte européenne sur le statut des juges, approvato in sede multilaterale a Strasburgo, in data 8-10 luglio 1998, dal Consiglio d'Europa (tredici paesi dell'Europa occidentale, centrale ed orientale) con l'intervento di rappresentanti dell'AEM (Associazione Europea dei Magistrati) e di MEDEL;

· alla Risoluzione relativa al ruolo del potere giudiziario in uno stato di diritto, adottata a Varsavia il 4.4.1995 dai Ministri della Giustizia dei paesi dell'Europa centrale ed orientale;

· allo Statuto universale del giudice, approvato dal Consiglio Centrale dell'Unione Internazionale dei Magistrati (I.A.J.) nella riunione del 17.11.1999 tenutasi a Taipeh (Taiwan). Detto Statuto, costituito da quindici articoli, contiene "norme generali e di base", che si estendono e svariano dai tradizionali canoni di indipendenza, autonomia, imparzialità e riservatezza, alla efficienza, all'attività esterna, alla garanzia della funzione, alla nomina, alla responsabilità civile e penale. Sembra significativo, in particolare, che l'art. 15 dello Statuto prenda in considerazione la figura e la funzione del p.m., affermando che "nei paesi in cui i magistrati del pubblico ministero sono assimilati ai giudici, i principi sono ad essi applicabili";

· alla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, adottata a Nizza il 7.12.2000, che, all'art. 47 comma 2, stabilisce che "ogni individuo ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente da un giudice indipendente ed imparziale, precostituito per legge";

· per quanto riguarda il Nord-America:

· al Code of Conduct for United States Judges per i giudici federali USA, approvato da una Judicial Conference il 5.4.1973 (e successivamente modificato nel marzo 1987, nel settembre 1992, nonché nel marzo e nel settembre 1996). Questo documento prevede sette "canoni" di condotta ed un Allegato (compliance), predisposti (nel marzo 1997) dall'Official of the General Counsel, Administrative Office of the United States Courts. Il Code si applica a Giudici che svolgono funzioni federali diverse, quali: District Judges , U.S. Circuit Judges , Court of Trade Judges , Court of Federal Claims Judges , Bankruptcy Judges , Magistrates Judges , Tax Court , Court of Veterans Appeals , Court for the Armed Forces .

· ai codici deontologici statuali:

1. Revised California Code of Judicial Conduct (1996);
2. The Iowa Code of Judicial Conduct;
3. The Idaho Code of Judicial Conduct (1976);
4. Rules Governing Judicial Conduct of New York State;
5. The Texas Code of Judicial Conduct;
6. The Canons of Judicial Conduct for the Commonwealth of Virginia (1998);
7. The Code of Judicial Conduct of the State of Washington (1995);

· per il Canada, il Consiglio Canadese della Magistratura ha approvato (settembre 1994) un Progetto, denominato Ethical Principles for Judges, frutto del complesso lavoro affidato ad un Comitato (Pres. Richard J. Scott) costituito da quattro membri del Consiglio della Magistratura e da tre alti magistrati. Il Progetto, poi sottoposto ad una ampia consultazione con l'Associazione degli Avvocati, con la Federazione delle professioni giuridiche, con l'Associazione dei giudici delle Corti provinciali e con quelle dei Professori universitari e dei Vice Procuratori Generali, è stato approvato in via definitiva nel 1998, dopo ben quattro anni di intenso lavoro. La finalità del documento (vedi Objet 1) è di "fornire consigli di ordine deontologico ai giudici nominati dal Governo federale" e regola i principi di indipendenza, di integrità , di diligenza, di eguaglianza, di imparzialità e di comportamento dei giudici in materia di attività civili, solidaristiche, politiche nonché di possibile conflitto di interessi;

· quanto riguarda il sub-continente dell'India:

1. Code of Conduct for the Judges of the Supreme Court of Bangladesh, approvato da un Consiglio Giudiziario Supremo (Maggio 2000);
2. Restatement of Values of Judicial Life, adottato dalla Conferenza dei Capi Giudiziari dell'India (1999);
3. Code of Conduct osservato dai Giudici della Corte Suprema e delle Alte Corti del Pakistan.

· per quanto riguarda l'Est asiatico:

1. Declaration of Principles of Judicial Independence of the Australian States and Territories (approvato dai Capi Giudiziari, Aprile 1997);
2. The Code of Judicial Conduct of the Philippines (Settembre 1989);
3. The Canons of Judicial Ethics of the Philippines (proposto dall'Associazione degli Avvocati delle Filippine, approvato dai Giudici di Prima Istanza di Manila ed adottato, a fini di direzione e di osservanza, dai Giudici, compresi quelli municipali e cittadini, sotto la supervisione amministrativa della Corte Suprema,);
4. Yandina Statement: Principles of Independence of the Judiciary nelle Isole Salomone (Novembre 2000);
5. The Beijing Statement of Principles of the Independence of the Judiciary nella Regione di Lawasia (adottato dalla 6^ Conferenza dei Capi Giudiziari, Agosto 1997);
6. The Code of Judicial Ethics for Judges della Repubblica Popolare di Cina;
7. The Judges' Code of Ethics della Malaysia (prescritto dallo "Yang di-Pertuan Agong", su raccomandazione del Presidente della Corte di Appelloo e del Capo dei Giudici delle Alte Corti, 1994).

· per quanto riguarda l'Africa:

1. Code of Conduct for Magistrates of South Africa (basato sul Magistrates Act n° 90 del 1993, emendato il 17.12.1999), che riguarda judges e prosecutors, e che consta di diciassette punti, concernenti ipotesi molto diverse fra loro (si passa, infatti, dall'enunciazione di principi etico-deontologici ad indicazioni riguardanti la stessa foggia ufficiale della toga da indossare nelle varie occasioni) ;
2. Guidelines for Judges del Sud Africa (approvato dal Capo Giudiziario, dal Presidente della Corte Costituzionale, dal Presidente delle Alte Corti, dalla Corte di Appello del Lavoro e dalla Corte dei Reclami territoriali, Marzo 2000);
3. Code of Conduct for Judicial Officers del Kenya (Luglio 1999);
4. The Code of Conduct for Magistrates in Namibia;
5. Code of Conduct for Judicial Officers della Repubblica Federale di Nigeria;
6. Code of Conduct for Judicial Officers della Tanzania (adottato dalla Conferenza dei Giudici e dei Magistrati, 1984);
7. Code of Conduct for Judges, Magistrates and Other Judicial Officers dell' Uganda (adottato dai Giudici della Corte Suprema e dell'Alta Corte, Luglio 1989);
8. The Judicial (Code of Conduct) Act (emanato dal Parlamento dello Zambia, Dicembre 1999).


· per quanto riguarda l'Europa (a parte la situazione dell'Italia, che è l'unica ed è stata la prima ad avere sin dal 1994 un codice deontologico, e di Malta che ne ha adottato uno dal 2000), deve rilevarsi che il problema dell'adozione di codici etici nei singoli paesi del vecchio Continente è stato affrontato per la prima volta dal Consiglio Consultivo dei Giudici Europei presso il Consiglio d'Europa, nella riunione di Strasburgo dell'8-10 novembre 2000.
Nell'occasione, tale organo ha deliberato di esaminare il tema con riferimento alle Norme relative all'indipendenza ed all'inamovibilità dei giudici, previste dalla Raccomandazione n° R (94) 12.
Tale delibera è stata approvata nell'ambito del Programma-quadro d'azione globale per i giudici in Europa. Sembra utile ricordare che il Consiglio Consultivo si è basato sui seguenti documenti internazionali, che proclamano l'esigenza di indipendenza e di autonomia di cui deve "godere" il potere giudiziario:
- Raccomandazione n° R (94) 12 del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa (13 ottobre 1994);
- Dichiarazioni dei delegati degli Alti Consigli dei giudici (approvate il 23-26 giugno 1997 a Varsavia ed a Slok).

Giova rilevare che l'indipendenza della magistratura è intesa nella Raccomandazione n° 12 non solo come salvaguardia da interferenze esterne, ma anche come protezione di ogni singolo magistrato nei rapporti concreti con i propri "superiori", a dimostrazione del fatto che l'indipendenza può essere aggredita anche dal versante interno.

Il problema, comunque, si pone e va analizzato in modo del tutto differente a seconda che si considerino le problematiche dei vari paesi.

Ed invero, nei paesi di common law il rispetto per l'indipendenza del "potere giudiziario" è presidiato da una cultura e da una tradizione secolari, dall'assenza di una carriera all'interno del corpo giudiziario, ma anche da una serie di strumenti legislativi penali assai efficaci, come ad es. il reato di "disprezzo della Corte" (contempt of Court), molto frequentemente utilizzato.

Nei paesi dell'Europa occidentale e meridionale, invece, il compito di salvaguardare l'indipendenza (esterna ed interna) del "potere giudiziario" viene di regola affidato ad un Consiglio superiore della magistratura - costituito nella sua maggioranza da membri eletti dai magistrati - modellato sull'esempio della Costituzione italiana del 1948.

Nei paesi dell'Europa centrale ed orientale, infine - salvo alcune eccezioni - i Consigli della magistratura (variamente denominati e composti) sono dotati normalmente di meri poteri consultivi, ma l'Esecutivo continua a svolgere tuttora un ruolo molto invasivo nella carriera dei giudici.

Adottare o meno un codice etico per i magistrati è, pertanto, oggi il problema più vivo e discusso nell'ambito delle magistrature europee tanto all'Est che all'Ovest.

La Raccomandazione n° 12, in verità , non si sbilancia affatto sulla soluzione da dare al problema.

Ma un punto sembra, tuttavia, essere ormai chiaro dall'osservazione di ciò che sta avvenendo in una parte dell'Europa: la marcata tendenza, cioè, nell'Europa dell'Est, a fare adottare dai Parlamenti o dai "Consigli di giustizia" (spesso composti esclusivamente da membri nominati dall'Esecutivo) codici deontologici che abbiano un valore cogente per i magistrati.
Per contrastare questo trend, ad avviso di autorevoli opinioni, il Consiglio d'Europa dovrebbe prendere una posizione ufficiale, affermando decisamente che un codice deontologico per i giudici può essere emanato soltanto da un'associazione di magistrati e che, in particolare, le sue disposizioni non devono avere forza di legge .

Ad ogni modo, da una ricognizione delle fonti, risulta che in epoca molto recente (2001-2002) alcuni paesi dell'Est, come:

- Azerbaidjan
- Estonia
- Lituania
- Ucraina
- Moldova
- Slovenia
- Macedonia
- Repubblica Ceca
- Repubblica Slovacca
- Turchia (con particolarità )

hanno adottato (attraverso assemblee rappresentative di giudici) dei "judicial code of ethics" o dei "principles of conduct", elaborati sul modello statunitense e non aventi contenuto disciplinare .

Non è il caso, forse, di indicare in dettaglio i contenuti peculiari di tali cd. codici deontologici. Si può dire, però, che tutti presentano le seguenti caratteristiche comuni:

- aiutare i giudici a risolvere problemi etico-professionali, dando loro autonomia nelle decisioni e garantendo indipendenza da ogni altra autorità ;
- informare circa gli standards di condotta che il pubblico deve attendersi dai giudici;
- contribuire a dare pubblica assicurazione del fatto che la giustizia viene amministrata in modo indipendente ed imparziale.

Le Nazioni Unite hanno creato nel 2000 un gruppo di lavoro costituito da giudici allo scopo di rafforzare l'integrità del mondo giudiziario. Il gruppo si è riunito per la prima volta a Bangalore (India) e perciò si è chiamato "Bangalore project".

· Questo gruppo ha elaborato nel Febbraio 2001 un "Code of deontology for the judiciary". Il documento di Bangalore è stato ampiamente diffuso fra giudici dei sistemi di common law e giudici dei sistemi di civil law, ed è stato discusso in molteplici conferenze giudiziarie.

· Nel giugno 2002 è stato rivisto dal Working Party of the Consultative Council of European Judges (CCJE-GT), comprendente:

Vice?President Reissner (Austrian Association of Judges)
Judge Fremr (High Court in the Czech Republic)
President Lacabarats (Cour d'Appel de Paris in France)
Judge Mallmann (Federal Administrative Court of Germany)
Magistrate Sabato (Italy)
Judge Valancius (Lithuanian Court of Appeal)
Premier Conseiller Wiwinius (Cour d'Appel of Luxembourg)
Juge Conseiller Afonso (Court of Appeal of Portugal)
Justice Ogrizek (Supreme Court of Slovenia)
President Hirschfeldt (Svea Court of Appeal in Sweden)
Lord Justice Mance (United Kingdom).

· Su iniziativa dell'Associazione statunitense degli avvocati (American Bar Association), il documento di Bangalore è stato tradotto in diverse lingue e riesaminato dai Giudici dei paesi del Centro e dell'Est Europa: in particolare, della Bosnia?Herzegovina, Bulgaria, Croazia, Kossovo, Romania, Serbia e Slovacchia.

· Il documento di Bangalore è stato rivisitato, poi, alla luce dei pareri emessi dal CCJE e dalle altre fonti sotto elencate:


- Opinion no.1 (2001) del CCJE sugli standards concernenti l'indipendenza del giudiziario; il documento Opinion n° 1 del CCJE riguarda i principi e le regole che devono governare la condotta professionale dei giudici: in particolare l'etica, l'incompatibilità e l'imparzialità ;
- i commenti più recenti sui codici di condotta giudiziari, quali la Guide to Judicial Conduct, pubblicato dal Council of Chief Justices of Australia nel giugno 2002; il Model Rules of Conduct for Judges degli Stati baltici; il Code of Judicial Ethics for Judges della Repubblica popolare cinese ed il Code of Judicial Ethics dell'Associzione dei giudici macedoni.

· Il "documento di Bangalore rivisitato" è stato discusso in una "tavola rotonda dei capi giudiziari dei sistemi di civil law" (tenutosi a L'Aja in data 25-26 novembre 2002), sotto la presidenza del Giudice Christopher Weeramantry, alla quale hanno preso parte:

Judge Vladimir de Freitas (Federal Court of Appeal of Brazil)
Chief Justice Iva Brozova (Supreme Court of the Czech Republic)
Chief Justice Mohammad Fathy Naguib (Supreme Constitutional Court of Egypt)
Conseillere Christine Chanet (Cour de Cassation of France)
President Genaro David Gongora Pimentel (Suprema Corte de Justicia de la Nacion of Mexico)
President Mario Mangaze (Supreme Court of Mozambique)
President Pim Haak (Hoge Raad der Nederlanden)
Justice Trond Dolva (Supreme Court of Norway)
Chief Justice Hilario Davide (Supreme Court of the Philippines);

Altri participanti ad una delle sessioni della "tavola rotonda" sono stati i seguenti Giudici della Corte Internazionale di Giustizia:
Judge Ranjeva (Madagascar)
Judge Herczegh (Hungary)
Judge Fleischhauer (Germany)
Judge Koroma (Sierra Leone)
Judge Higgins (United Kingdom)
Judge Rezek (Brazil)
Judge Elaraby (Egypt)
ad-hoc Judge Frank (USA).
il delegato speciale delle N.U. Dato' PARAM CUMARASWAMY.

Importante risultato di questo incontro sono stati i cd. "Principi di condotta giudiziaria di Bangalore".




§ B.


I.B

Tutti questi documenti nazionali ed internazionali, concernenti i codici di condotta, hanno in comune il tentativo di stabilire norme di comportamento, che necessariamente implicano il non facile problema delle sanzioni da applicare in caso di violazione. Di talché molti di questi testi contengono riferimenti che sono propri di un codice disciplinare e di una responsabilità penale e civile dei giudici.

Nell'ambito della discussione attuale, molto spesso non è chiara la distinzione che deve esistere tra le due nozioni (deontologia e responsabilità disciplinare), per cui appare necessario un approfondimento.


II.B

L'opinione che sembra preferibile va nel senso della necessità di non confondere un codice etico con un corpus normativo avente anche contenuto disciplinare.
Questo, tra l'altro, sembra essere il trend che va profilandosi a livello di formazione di codici per iniziativa dell'ONU o del Consiglio d'Europa.

A ben riflettere, inoltre, la corrente ideale che sostiene - in ipotesi - la sanzionabilità disciplinare della violazione dei principi etici finisce con il ridurre e svilire la portata di tali precetti.

Invero, il codice etico costituisce un ideal-tipo di comportamento del magistrato ed è, quindi, un potente fattore positivo di "orientamento".

Per sintetizzare, in questa sede, il rapporto che esiste tra un codice deontologico ed un codice disciplinare non sembra azzardato affermare che mentre il codice deontologico prospetta un "massimo etico" (ossia un modello cui tendere), il codice disciplinare indica soltanto un "minimo etico", ovvero la soglia (di accettabilità ) al di sotto della quale il comportamento del magistrato può, anzi deve, essere oggetto di possibile sanzione.

Mischiando i due contenuti si rischia, quindi, di far venire meno non solo un motore di spinta morale verso quell'alto livello di condotta giudiziaria indicata nei documenti internazionali sopra ricordati, ma di privare altresì la cd. società civile (e l'opinione pubblica in generale) di un "modello" virtuoso di comportamento e di habitus professionale che il codice deontologico intende prospettare come doveroso per ogni magistrato.

Il codice, infatti, vuole essere - e deve diventare - uno strumento offerto alla generalità dei cittadini di un paese o di una comunità sovra-nazionale per misurare la correttezza, la professionalità , lo stile dei magistrati cui si rivolge, e dovrebbe giustificare la denuncia pubblica di ogni condotta deviante per sanzionarla socialmente.

Proprio per non abbassare tale controllo sociale a riduttiva (anche se legittima) verifica del rispetto di una "normativa di dettaglio", occorre non confondere i due piani: bisogna mantenere al codice deontologico il significato di un impegno solenne dei magistrati verso la collettività di riferimento per tendere - in ogni momento - al rispetto dei "valori alti" in esso enunciati (considerati, peraltro, come corollari dei principi stessi della Giurisdizione).

Ciò potrebbe rappresentare, inoltre, un fattore incisivo ed efficace di responsabilizzazione civile e democratica dell'agire quotidiano per ogni magistrato.



III.B

Possibile momento di collegamento tra Etica e Disciplina


Il punto di confluenza (forse unico) che può intravedersi tra codice deontologico e codice disciplinare consiste nel fatto che tutti i momenti di dibattito e di elaborazione delle condotte deontologicamente corrette da inserire in un codice etico sono destinati, prima o poi, ad incidere sulla giurisprudenza delle Corti disciplinari.

Infatti, è ragionevole pensare (ed ormai anche storicamente verificato) che alcune affermazioni di principio connesse all'elaborazione delle varie regole etiche possano finire col diventare - per il giudice disciplinare - degli utilissimi criteri interpretativi per la valutazione delle condotte concrete dei singoli magistrati sottoposti a giudizio, soprattutto laddove si versi in fattispecie "border line" o in materie controverse (ad es., rapporti con la stampa e libertà di manifestazione del pensiero).



§ C.

Etica e Deontologia


Negli ultimi anni, come detto, è iniziata una ampia discussione sulle regole di condotta giudiziaria: i maggiori problemi sorti sono stati quelli relativi alle nozioni di Etica e di Deontologia.


I.C

Il termine Etica indica, secondo accreditate definizioni, "la dottrina o la scienza dei motivi e delle regole che di fatto guidano le azioni umane, oppure dei principi e dei fini che dovrebbero guidarle perché risultino buone e degne di approvazione sia da parte della coscienza del soggetto sia da parte del giudizio degli altri".

La Morale di Kant, in particolare, ha costituito un termine di riferimento costante per buona parte della riflessione etica degli ultimi due secoli, ed è stata decisiva per lo sviluppo della filosofia idealistica in tutte le sue forme.
Essa, in estrema sintesi, esige che l'azione dell'uomo virtuoso abbia un significato ed un valore universali, riconosciuti (o almeno riconoscibili) da tutti gli uomini.
Questa esigenza di universalità si esprime e si riassume nel concetto di Dovere.

La critica di Hegel al formalismo dell'Etica kantiana ha sottolineato la necessità che libertà e dovere non possano essere astrattamente concepiti come forme applicabili ad un "soggetto indeterminato", ma devono essere immersi nell' effettualità della vita sociale, quindi in un contesto più vasto e reale dell'uomo.

Un netto rifiuto della Morale kantiana è stato - in epoca successiva - espresso da tutte le varie tendenze ideali di indirizzo positivistico, attente ai risultati sempre più ricchi conseguiti dalle scienze dell'uomo (in ispecie sociologia e psicologia), dall'economia politica e dalle scienze naturali.
La morale, in queste correnti di pensiero, tende a divenire sempre più uno studio del comportamento umano, considerato non già come "comportamento individuale" bensì come "comportamento oggettivo del singolo" all'interno della società .
L'Etica tende, quindi, in queste posizioni filosofiche ad esprimere i concetti di dovere e di fine come "situazioni oggettive".

Ciò detto in termini sinteticamente definitori, va soggiunto che l'Etica giudiziaria viene ritenuta essere un aspetto dell'Etica applicata, il cui principio fondamentale è la ricerca costante del giusto per l' "uomo concreto e reale" (quindi, uomo-antropologico e non già uomo-astratto).

L'Etica influenza fortemente la Deontologia e deve contribuire ad una riflessione critica su di essa, al suo sviluppo ed alla sua applicazione. Tuttavia, i due campi devono restare distinti sebbene intimamente connessi.



II.C

Il termine Deontologia (coniato, come noto, dal filosofo inglese Jeremy Bentham in un'opera postuma del 1834) indica l' "esposizione e lo studio di un particolare gruppo di doveri inerenti ad una determinata classe o ceto professionale".

Esso denota, in particolare, ciò che si riferisce al "dover essere" in contrapposizione all' "essere". Rinvia ad un "comportamento idoneo al fine", ed è qualcosa di molto più rilevante di una specie di "galateo" del professionista.

La Deontologia è, quindi, la scienza che individua quei "comportamenti adeguati al fine", che vengono idealmente assegnati ad un soggetto determinato in quanto facente parte di un ceto professionale.

Essa compendia l'insieme dei problemi che si pongono ad un determinato "soggetto antropologico (ovvero storicamente collocato in una particolare epoca e società ) in quanto professionista".

Va tenuto presente che, in ogni caso, questi problemi si pongono al soggetto sempre in un'ottica di obbligo.


III.C

Se queste premesse sono corrette, ed appaiono condivisibili, ne discende che il codice cui lavorare (ovvero il corpus contenente le regole del "dover essere" di un determinato ceto storico-professionale) dovrebbe essere più appropriatamente indicato e qualificato - in una ottica di "pulizia lessicale" - come codice deontologico e non già etico.



IV.C

I principi fondamentali del documento di Bangalore del 2002 sembrano essere quelli maggiormente utili come base di discussione, giacché tutti gli altri documenti internazionali sopra richiamati appaiono riguardare più uno "statuto del giudice" che non un vero e proprio "codice deontologico".

Essi sono costituiti dai seguenti valori fondanti:

Valore 1:
Indipendenza
Principio:
L'indipendenza del giudice è un pre-requisito della stessa norma di legge ed è una garanzia fondamentale del giusto processo. Il giudice dovrà , perciò, mantenere ed esemplificare l'indipendenza giudiziaria sia negli aspetti individuali sia in quelli istituzionali.

Valore 2:
ImparzialitÃ
Principio:
L'imparzialità è essenziale al corretto disimpegno della funzione giudiziaria. Deve applicarsi non solo alla decisione ma anche al modo in cui la decisione è adottata.

Valore 3:
IntegritÃ
Principio:
L'integrità è essenziale al corretto disimpegno della funzione giudiziaria.

Valore 4:
Correttezza
Principio:
La correttezza e l'apparenza della correttezza sono essenziali all'adempimento di tutte le attività del giudice.

Valore 5:
Eguaglianza
Principio:
Assicurare a tutti eguaglianza di trattamento dinanzi al giudice è essenziale al giusto adempimento della funzione giudiziaria.

Valore 6:
Competenza e diligenza
Principio:
Competenza e diligenza sono pre-requisiti del giusto adempimento della funzione giudiziaria.


Sulle applicazioni pratiche di tali regole fondanti vi è, poi, un'ampia casistica applicativa e definitoria nel richiamato documento di Bangalore del 2002.

Appare significativo ricordare che i valori fondanti di Bangalore sono molto simili, se non addirittura uguali, a quelli risultanti da altri autorevoli codici deontologici già richiamati. Ad esempio:

Codice di condotta per i Giudici federali USA

Canone 1:

· un giudice dovrebbe mantenere l'integrità e l'indipendenza della funzione giudiziaria.


Canone 2:

· un giudice dovrebbe evitare la scorrettezza ed ogni apparenza di scorrettezza in tutte le sue attività .

Canone 3:

· un giudice dovrebbe adempiere all'obbligo dell'imparzialità e della diligenza nella funzione.

Canone 4:
· un giudice può sempre provare a migliorare il livello di legalità nelle attività extra-giudiziarie, nel sistema legale e nell'amministrazione della giustizia.
Canone 5:
· un giudice dovrebbe moderare le attività extra-giudiziarie per ridurre al minimo il rischio di conflitti con i doveri giudiziari.
Canone 6:
· un giudice dovrebbe conservare in modo regolare le ricevute dei compensi ricevuti per attività extra-giudiziarie o connesse a queste.
Canone 7:
· un giudice dovrebbe trattenersi dal compiere attività politica.



Principi etici per i Giudici federali canadesi
I - FinalitÃ
· Affermazione:
Lo scopo di questo documento è di costituire una guida etica per i giudici federali.
II - Indipendenza giudiziaria
Affermazione:
L'indipendenza del giudice è indispensabile per una giustizia imparziale regolata dalla legge. I giudici dovrebbero, perciò, mantenere ed esemplificare l'indiopendenza giudiziaria in tutti gli aspetti individuali ed istituzionali.


III - IntegritÃ
· Affermazione:
I giudici dovrebbero sforzarsi di comportarsi essi stessi con integrità nonché di sostenere ed aumentare la pubblica fiducia nella funzione giudiziaria.

IV - Diligenza
· Affermazione:
I giudici doverbbero essere diligenti nell'adempimento dei loro doveri giudiziari.

V - Eguaglianza
· Affermazione:
I giudici dovrebbero fare in modo che i procedimenti dinanzi a se stessi possano assicurare l'eguaglianza secondo la legge.

VI - ImparzialitÃ
· Affermazione:
I giudici dovrebbero essere ed apparire imparziali non solo nelle loro decisioni ma anche nel modo di adottare le stesse.


V.C

E' evidente che in tutti questi documenti il carattere essenziale dei doveri tradizionali è sempre mantenuto: onestà , integrità , indipendenza, imparzialità , competenza, prudenza, senso di responsabilità , coraggio civile, riservatezza, rispetto dei valori e delle regole di diritto, rispetto delle parti processuali, osservanza del contraddittorio etc.

Ma, di fronte alle nuove esigenze che il nostro tempo pone a chi amministra giustizia (la cd. giurisdizionalizzazione della società del terzo millennio), alcuni di questi principi assumono oggi - secondo il pensiero filosofico prevalente (ad es., Hans JONAS, John RAWLS o Paul RICOEUR) - contenuti e forme del tutto nuovi, che fanno sorgere a loro volta "nuovi doveri".

Per un'analisi di questi cambiamenti non bisogna dimenticare che la funzione mitica o religiosa dell'atto di giudicare è ormai sorpassata, e sembra affermarsi viceversa una concezione del giudice come vero "architetto sociale", che - pur nell'osservanza della legge - deve realizzare un legame tra la norma e la vita reale.
Pertanto, tenuto conto di ciò, gli stessi doveri di onestà , di integrità , di imparzialità - ad esempio - non possono essere visti in maniera astratta, ma in relazione alla situazione concreta portata dalle parti all'interno del giudizio.

Di conseguenza, i doveri sopra indicati presuppongono un' attitudine etica di base, una specie di stile, intesi come capacità tendenziale del giudice ad avere la disponibilità a deliberare la "decisione giusta" per la realizzazione degli interessi non già di un "uomo astratto" bensì di un "uomo antropologico" (concreto, reale, storiamente determinato).

Lo stesso dovere di essere competenti acquista una estensione ed una tonalità molto più intensa della tradizionale competenza tecnico-giuridica, in quanto presuppone una attitudine alla comprensione ed alla accettazione della complessità della vita moderna, che esige uno sforzo molto serio di fare ricorso ad altri saperi e ad altre collaborazioni.
E' ineluttabile, quindi, pensare ad una competenza che può realizzarsi in una prospettiva effettivamente trans-disciplinare ed inter-istituzionale, che cerchi di "conciliare la Giustizia con il Giusto".

La competenza di questo nuovo giudice è molto più profonda di quella tradizionale e dovrebbe consistere, ad esempio:
- nell'accettare la complessità come normale e come espressione della ricchezza della vita;
- nell'affrontare le maggiori difficoltà naturali che la complessità comporta, scartando la tentazione di ridurla artificiosamente;
- nello sforzo di superare la complessità con umiltà , grazie agli altri saperi ed alle altre tecniche, oltre che facendo ricorso agli indispensabili mezzi giuridici.

Del pari, anche l'indipendenza deve avere contenuti diversi. Non già sinonimo di distanza, di isolamento dorato, di ricerca di atmosfere asettiche, di semplice difesa di fronte alle influenze del potere politico. Sibbene, attitudine ad una ferma difesa da inaccettabili interferenze non solo politiche, ma anche da parte di altri poteri forti dovunque diffusi, e che presentano molto spesso forme di espressione opache.

Ma anche questo potrebbe non essere sufficiente.
Occorre che questa indipendenza abbia il supporto di una cultura globale, che parte dalla comprensione della vita nelle sue molteplici manifestazioni (e che è un presupposto, come visto, della stessa competenza sopra delineata).

Il senso di responsabilità deve possedere un contenuto di grande eticità , legato alla prospettiva della proiezione sociale ed umana della decisione non soltanto riferita al presente, ma anche al futuro della persona e della collettività .

Tutti gli altri doveri cui si è fatto cenno implicano l'interiorizzazione del principio fondamentale secondo cui al vertice del sistema giudiziario deve stare l'interesse del cittadino.

La comprensione di tutto questo costituisce forse, nella situazione attuale, la pre-condizione fondamentale per l'adesione dei destinatari dell'attività giudiziaria - intesi sia come singoli sia come collettività - alle sorti dei gravi problemi che vive la giurisdizione in molti paesi, a cominciare dall'Italia.



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