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UN CODICE ETICO PER LA FUNZIONE GIUDIZIALE?

LUCA DE MATTEIS
Movimento per la Giustizia - Italia
MEDEL - Magistrats Européens pour la Démocratie et les Libertés

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Premessa: questa è la traduzione in italiano del testo originale (in spagnolo) presentato alla IV Conferenza dell'Associazione Latinoamericana dei Giudici per la Democrazia e la Libertà tenutasi a Lima il 6-8 ottobre 2004.
Il contenuto del documento costituisce una elaborazione ed un ampliamento della relazione stilata da Gioacchino Natoli per l'incontro organizzato da Medel a Brema il 12 marzo 2004 sul tema dell'etica giudiziale (già inserita nel sito www.movimentoperlagiustizia.it). Ampi stralci di quel documento sono stati impiegati nella presente relazione.


Sommario: 1. - Etica o deontologia?; 2. - Necessità di distinguere tra codice deontologico e regole di disciplina; 3. - Irrilevanza dell'assenza di sanzione giuridica per la violazione delle regole deontologiche; 4. - Necessità che le regole deontologiche siano elaborate dagli stessi magistrati; 5. - Documenti esistenti; 6. - I Principi di Bangalore; 7. - Codice etico dell'Associazione Nazionale Magistrati; 8. - Statuto dei giudici iberoamericani; 9. - Conclusioni.


1. - Etica o deontologia?

1.1. - Prima di affrontare la questione principale, ovvero i vari problemi che si agitano intorno ad un codice etico per la giurisdizione, occorre delimitare il campo d'indagine tramite la risoluzione di alcune questioni definitorie.
Osserviamo dunque la parola "etica" può essere definita come la dottrina o la scienza dei motivi e delle regole che di fatto guidano le azioni umane, oppure dei principi e dei fini che dovrebbero guidarle perché risultino buone e degne di approvazione sia da parte della coscienza del soggetto sia da parte del giudizio degli altri.

1.2. - Troviamo due diverse concezioni dell'etica.
Nella filosofia kantiana, la morale richiede che l'azione dell'uomo virtuoso abbia un significato ed un valore universali, riconosciuti (o almeno riconoscibili) da tutti gli uomini.
Questa esigenza di universalità si esprime e si riassume nel concetto di Dovere.
Un netto rifiuto della Morale kantiana è stato - in epoca successiva - espresso da tutte le varie tendenze ideali di indirizzo positivistico, attente ai risultati sempre più ricchi conseguiti dalle scienze dell'uomo (in ispecie sociologia e psicologia), dall'economia politica e dalle scienze naturali.
La morale, in queste correnti di pensiero, tende a divenire sempre più uno studio del comportamento umano, considerato non già come comportamento individuale bensì come comportamento oggettivo del singolo all'interno della società .
L'etica tende, quindi, in queste posizioni filosofiche ad esprimere i concetti di dovere e di fine come situazioni oggettive.
Ciò detto in termini sinteticamente definitori, va soggiunto che l'etica giudiziaria viene ritenuta essere un aspetto dell'etica applicata, il cui principio fondamentale è la ricerca costante del giusto per l' "uomo concreto e reale" (quindi, uomo-antropologico e non già uomo-astratto).

1.3. - Così definita, l'etica è concetto contiguo ma distinto dalla deontologia.
La parola deontologia (la cui genesi si deve al filosofo inglese Jeremy Bentham) indica l' "esposizione e lo studio di un particolare gruppo di doveri inerenti ad una determinata classe o ceto professionale". Esso denota, in particolare, ciò che si riferisce al "dover essere" in contrapposizione all' "essere". Rinvia ad un "comportamento idoneo al fine", ed è qualcosa di molto più rilevante di una specie di "galateo" del professionista. In quanto tale, comprende tutti i problemi inerenti ad un individuo antropologicamente determinato (ossia, collocato in una epoca e società precise) come soggetto professionale; problemi, questi, che riguardano sempre i doveri del soggetto in questione.

1.4. - Se si accettano queste definizioni, la conseguenza è che il codice del quale ci stiamo occupando (che contenga l'elencazione dei doveri della giurisdizione come gruppo professionale nell'epoca attuale) dovrebbe essere definito codice deontologico anziché codice etico.


2. Necessità di distinguere tra codice deontologico e regole di disciplina.

2.1. - Prima di passare ai problemi sostanziali in merito ai codici deontologici occorre affrontare alcune questioni formali (anche se forse molto dell'aspetto sostanziale della questione dipenda dalla soluzione queste ultime).
In primo luogo è assolutamente necessario distinguere il corpo di norme del quale ci stiamo occupando da qualsiasi altra raccolta di regole che abbia finalità disciplinaria. Coloro che opinano che la violazione delle regole deontologiche dovrebbero essere punite con sanzioni di carattere disciplinario (siano queste applicate dagli stessi magistrati, eventualmente da parte di un organo di autogoverno, siano queste applicate da un organo terzo ed in particolare da un rappresentante del potere esecutivo), finiscono con lo svilire la finalità stessa di queste regole.
In effetti, un codice deontologico deve indicare un ideal-tipo di comportamento per un magistrato, funzionando come fattore propositivo di orientamento per i singoli individui. In sostanza, pare corretto affermare che mentre un codice deontologico esprime il "massimo etico" (ovvero, un modello da perseguire), un codice disciplinare esprime solo un "minimo etico", ovvero il livello sotto il quale il comportamento del magistrato non solo potrebbe, ma addirittura dovrebbe essere punito in ogni modo consentito.
Mischiare i due concetti potrebbe non solo essere dannoso ai fini dell'effettività di un "motore di spinta morale" che mira ad ottenere quell'altissimo livello di condotta giudiziale che costituisce l'essenza del codice deontologico, ma anche privare la pubblica opinione di un modello realmente virtuoso di comportamento ed habitus professionale attraverso il quale si esercita, tra l'altro, anche una funzione educativa verso il cittadino: perché è evidente che non tutti gli estranei alla nostra professione, neppure i più avvertiti, potrebbero indicare con precisione che cosa fa di un magistrato un "buon magistrato".
Per questo il codice deve essere uno strumento offerto alla comunità (nazionale o sovranazionale, secondo l'ambito considerato) per misurare l'integrità , la professionalità e lo stile dei magistrati interessati, servendo così da base per la denuncia pubblica delle condotte devianti perché si determini una sanzione di ordine sociale.
Pertanto, il codice deontologico dovrebbe mantenere il suo significato di impegno solenne dei magistrati di fronte alla società nella quale svolgono la propria attività a rispettare gli alti ideali in esso contenuti: ideali e principi che dovrebbero sempre essere considerati come corollari della stessa funzione giudiziale.

2.2. - Se si vuole cercare un punto di contatto tra deontologia e disciplina si potrebbe indicare in ciò, che tutti i momenti di dibattito e di elaborazione delle condotte deontologicamente corrette da inserire in un codice etico sono destinati, prima o poi, ad incidere sulla giurisprudenza delle Corti disciplinari. Infatti, è ragionevole pensare (ed ormai anche storicamente verificato) che alcune affermazioni di principio connesse all'elaborazione delle varie regole etiche possano finire col diventare - per il giudice disciplinare - degli utilissimi criteri interpretativi per la valutazione delle condotte concrete dei singoli magistrati sottoposti a giudizio, soprattutto laddove si versi in fattispecie "border line" o in materie controverse (ad es., rapporti con la stampa e libertà di manifestazione del pensiero).


3. - Irrilevanza dell'assenza di sanzione giuridica per la violazione delle regole deontologiche.

3.1. - Ciò che abbiamo appena affermato priva d'importanza, nella nostra opinione, una delle principali obiezioni che si sollevano nel dibattito sull'utilità di codici come quello del quale ci stiamo occupando: "queste regole sono inutili in quanto sprovviste di sanzione".

3.2. - Si possono muovere differenti critiche a questa affermazione:
a) la sanzione sociale (che abbiamo visto essere la naturale conseguenza della violazione della regola deontologica) è sanzione tanto quanto quella penale o civile: così come, prendendo un esempio dal diritto costituzionale, la responsabilità politica degli organi elettivi non trova altra sanzione che la possibilità di non essere rieletti, così la violazione delle regole deontologiche ben può limitarsi all'ambito della considerazione collettiva dell'azione del magistrato;
b) le regole giuridiche, in quanto espressione dei valori che legano un gruppo sociale e che mirano a conservarne la struttura, sono tali anche se prive di sanzione (diretta o indiretta) per la loro violazione: l'esempio più evidente è costituito dalle regole del diritto internazionale;
c) crediamo tuttavia che la replica più rigorosa alla contestazione più sopra esposta sia altra, poiché le due risposte appena illustrate presentano il difetto di legare le regole deontologiche al diritto, cercando di avvicinare le regole delle quali ci stiamo occupando alle norme giuridiche propriamente intese che beneficiano, per la tutela della loro effettività , del meccanismo sanzionatorio. Probabilmente è più corretto dire che la regola deontologica, sia essa dotata di sanzione sociale o meno, appartiene ad un ramo del sapere diverso dal diritto: e il discorso intorno alla sanzione mira a snaturare l'essenza di tale regola in un (cosciente o meno) parallelismo con le regole di disciplina.

3.3. - Perché la norma deontologica sia effettivamente norma (nel senso più generale) resta dunque un unico parametro, comune a tutte le regole sociali ivi incluse quelle di diritto: che, come detto sopra, siano espressione dei valori della comunità che le esprime. Di più: che siano espressione del principio stesso che fa di una moltitudine di individui una comunità .


4. - Necessità che le regole deontologiche siano elaborate dagli stessi magistrati.

4.1. - L'osservazione appena effettuata ci consegna al successivo punto preliminare: come conseguenza del fatto che le regole morali (nel nostro caso specifico, deontologiche) devono sorgere dall'interno del corpo sociale (o gruppo professionale) al quale si riferiscono, le regole deontologiche che devono guidare l'esercizio della funzione giudiziale in tanto possono avere valore ai fini già indicati in quanto siano elaborate dagli stessi magistrati che a tali regole dovranno ispirarsi nel proprio comportamento professionale.
Evidente il tema si sovrappone alla questione della rilevanza, a nostro avviso fondamentale, delle associazioni di magistrati, della loro rappresentatività , dell'apertura delle stesse al dialogo non solo con le componenti istituzionali dello Stato ma anche con tutti i soggetti che partecipino alla vita di una moderna democrazia pluralista e pluricentrica. Tema, questo, che trascende evidentemente la finalità di questo lavoro. Ci limiteremo ad osservare come dall'accettazione di questo principio derivi il rigetto di tutti i codici etici o deontologici eteroimposti (quanto meno in linea teorica, e quindi prescindendo dal giudizio sulla sostanza concreta degli stessi): tanto dal potere esecutivo, quanto da soggetti pur formalmente legati alla magistratura ma privi di un grado seppure minimo di rappresentatività democratica dei magistrati destinatari del codice in questione. Tuttavia, è evidente come questi documenti potranno servire d'impulso per una discussione in seno alla magistratura, da base per una riflessione ed eventualmente essere adottati come propri; come è di tutta evidenza che coloro che si imbarchino nel compito di definire il contenuto di un codice deontologico per la magistratura dovrebbero cercare un confronto intellettualmente aperto con l'avvocatura, il personale dell'amministrazione della giustizia, il mondo accademico e la società civile.


5. Documenti esistenti.

5.1. - Possiamo ora passare al problema sostanziale inerente il contenuto dei codici deontologici.
Per questo è necessario far riferimento ai documenti già esistenti che possono servire di base per la discussione sul tema del contenuto di un codice etico o, come si è visto essere preferibile, deontologico.

5.2. - A livello internazionale:
· Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo (Assemblea ONU, 1948), che - all'art. 10 - prevede che ciascuno ha diritto di essere giudicato da un "tribunale indipendente ed imparziale";
· art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 4.11.1950);
· Patto internazionale sui diritti civili e politici (New York, 16.12.1966);
· Principi fondamentali delle Nazioni Unite relativi all'indipendenza della magistratura (approvati nel 1985) nonché alle Procedure per la loro effettiva applicazione (approvate nel 1989);
· Progetto preliminare di una Charte européenne sur le statut des juges, approvato in sede multilaterale a Strasburgo, in data 8-10 luglio 1998, dal Consiglio d'Europa (tredici paesi dell'Europa occidentale, centrale ed orientale) con l'intervento di rappresentanti dell'AEM (Associazione Europea dei Magistrati) e di MEDEL;
· alla Risoluzione relativa al ruolo del potere giudiziario in uno stato di diritto, adottata a Varsavia il 4.4.1995 dai Ministri della Giustizia dei paesi dell'Europa centrale ed orientale;
· allo Statuto universale del giudice, approvato dal Consiglio Centrale dell'Unione Internazionale dei Magistrati (I.A.J.) nella riunione del 17.11.1999 tenutasi a Taipeh (Taiwan). Detto Statuto, costituito da quindici articoli, contiene "norme generali e di base", che si estendono e svariano dai tradizionali canoni di indipendenza, autonomia, imparzialità e riservatezza, alla efficienza, all'attività esterna, alla garanzia della funzione, alla nomina, alla responsabilità civile e penale. Sembra significativo, in particolare, che l'art. 15 dello Statuto prenda in considerazione la figura e la funzione del p.m., affermando che "nei paesi in cui i magistrati del pubblico ministero sono assimilati ai giudici, i principi sono ad essi applicabili";
· Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, adottata a Nizza il 7.12.2000, che, all'art. 47 comma 2, stabilisce che "ogni individuo ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente da un giudice indipendente ed imparziale, precostituito per legge";

5.3. - per quanto riguarda il Nord-America:
· Code of Conduct for United States Judges per i giudici federali USA, approvato da una Judicial Conference il 5.4.1973 (e successivamente modificato nel marzo 1987, nel settembre 1992, nonché nel marzo e nel settembre 1996). Questo documento prevede sette "canoni" di condotta ed un Allegato (compliance), predisposti (nel marzo 1997) dall'Official of the General Counsel, Administrative Office of the United States Courts. Il Code si applica a Giudici che svolgono funzioni federali diverse, quali: District Judges, U.S. Circuit Judges, Court of Trade Judges, Court of Federal Claims Judges, Bankruptcy Judges, Magistrates Judges, Tax Court, Court of Veterans Appeals, Court for the Armed Forces.
· codici deontologici delle giurisdizioni dei singoli Stati dell'Unione (California, Iowa, Idaho, New York, Texas, Virginia, Washington);
· per il Canada, il Consiglio Canadese della Magistratura ha approvato (settembre 1994) un Progetto, denominato Ethical Principles for Judges, frutto del complesso lavoro affidato ad un Comitato (Pres. Richard J. Scott) costituito da quattro membri del Consiglio della Magistratura e da tre alti magistrati. Il Progetto, poi sottoposto ad una ampia consultazione con l'Associazione degli Avvocati, con la Federazione delle professioni giuridiche, con l'Associazione dei giudici delle Corti provinciali e con quelle dei Professori universitari e dei Vice Procuratori Generali, è stato approvato in via definitiva nel 1998, dopo ben quattro anni di intenso lavoro. La finalità del documento (vedi Objet 1) è di "fornire consigli di ordine deontologico ai giudici nominati dal Governo federale" e regola i principi di indipendenza, di integrità , di diligenza, di eguaglianza, di imparzialità e di comportamento dei giudici in materia di attività civili, solidaristiche, politiche nonché di possibile conflitto di interessi.

5.4. - In Europa:
La prima associazione di magistrati a dotarsi di un codice etico è stata la Associazione Nazionale Magistrati nel 1994; sino ad oggi è stata seguita solo da Malta (2000). Il problema dell'adozione di codici etici nei singoli paesi del continente è stato affrontato per la prima volta dal Consiglio Consultivo dei Giudici Europei presso il Consiglio d'Europa, nella riunione di Strasburgo dell'8-10 novembre 2000. Nell'occasione, tale organo ha deliberato di esaminare il tema con riferimento alle Norme relative all'indipendenza ed all'inamovibilità dei giudici, previste dalla Raccomandazione n° R (94) 12.
Nella Raccomandazione n° 12 l'indipendenza della magistratura è intesa non solo come salvaguardia da interferenze esterne, ma anche come protezione di ogni singolo magistrato nei rapporti concreti con i propri "superiori", a dimostrazione del fatto che l'indipendenza può essere aggredita anche dal versante interno.
Il problema, comunque, si pone e va analizzato in modo del tutto differente a seconda che si considerino le problematiche dei vari paesi. Ed invero, nei paesi di common law il rispetto per l'indipendenza del "potere giudiziario" è presidiato da una cultura e da una tradizione secolari, dall'assenza di una carriera all'interno del corpo giudiziario, ma anche da una serie di strumenti legislativi penali assai efficaci, come ad es. il reato di "disprezzo della Corte" (contempt of Court), molto frequentemente utilizzato.
Nei paesi dell'Europa occidentale e meridionale, invece, il compito di salvaguardare l'indipendenza (esterna ed interna) del "potere giudiziario" viene di regola affidato ad un Consiglio superiore della magistratura - costituito nella sua maggioranza da membri eletti dai magistrati - modellato sull'esempio della Costituzione italiana del 1948.
Nei paesi dell'Europa centrale ed orientale, infine - salvo alcune eccezioni - i Consigli della magistratura (variamente denominati e composti) sono dotati normalmente di meri poteri consultivi, ma l'Esecutivo continua a svolgere tuttora un ruolo molto invasivo nella carriera dei giudici.
In questi eterogeneità di situazioni la Raccomandazione n° 12 non offre una soluzione univoca al tema della necessità od opportunità dell'azione di un codice etico o deontologico, e meno ancora al processo per arrivare alla sua adozione. In questo vuoto, è un dato di fatto che (specialmente in Europa orientale, dove sono ancora flebili le garanzie della magistratura) i parlamenti ed i consigli della magistratura stanno approvando "codici etici" che, oltretutto, sono vincolanti (a pena di sanzioni disciplinari) per i magistrati. Per contro, in anni recenti (2001-2002) alcuni Paesi (tra i quali Azerbaigian, Estonia, Lituania, Ucraina, Moldova, Repubblica Ceca e Slovacchia) hanno adottato "codici di etica giudiziale" attraverso organi rappresentativi dei magistrati, codici modellati per la maggior parte su documenti di area nordamericana e privi di valore disciplinare.


6. - I Principi di Bangalore.

6.1. - Uno dei progetti più ambiziosi (per portata e per il notevole sforzo elaborativo dal quale sorge) è costituito dai "Principi di Bangalore sulla condotta giudiziale" (2002) (si veda il documento allegato n. 1 per il testo integrale e la complessa storia deliberativa).
Il documento in questione appare come il migliore per basare una discussione in quanto tutti quelli citati poc'anzi sono più "Statuti del giudice" che corpi di regole deontologiche.

6.2. - I principi ("valori") sui quali si basa il documento di Bangalore sono sei (nostra traduzione dal testo inglese):

· Valore 1: Indipendenza: L'indipendenza giudiziale è prerequisito dello stato di diritto e garanzia fondamentale di un giusto processo. Il giudice dovrà pertanto difendere e servire da esempio di indipendenza giudiziale sia negli aspetti individuali che in quelli collettivi.
· Valore 2: Imparzialità : L'imparzialità è fondamentale per il corretto esercizio delle funzioni giudiziali. Essa concerne non solo la decisione ma anche il procedimento attraverso il quale si giunge alla decisione.
· Valore 3: Integrità : L'integrità è fondamentale per il corretto esercizio delle funzioni giudiziali.
· Valore 4: Decoro: Il decoro e l'apparenza del decoro sono essenziali per il compimento di tutte le attività giudiziali.
· Valore 5: Uguaglianza: L'assicurare parità di trattamento a tutti davanti alla legge è essenziale per il corretto svolgimento dell'ufficio giudiziale.
· Valore 6: Competenza e diligenza: Competenza e diligenza sono prerequisiti per il corretto esercizio delle funzioni giudiziali.
Tali principi sono specificati nella Carta di Bangalore, che include altresì uno studio casistico.

6.3. - Il paragone con altri documenti, di carattere nazionale, dimostra come l'elaborazione dei Principi è stata dominata dalla tradizione dei Paesi di common law: si vedano, ad esempio, il Codice di condotta per i giudici federali degli USA, o i Principi etici per i giudici canadesi, che contengono elencazioni di principi pressochè identici a quelli del documento di Bangalore.


7. - Codice etico dell'Associazione Nazionale Magistrati.

7.1. - Nell'infinita varietà di situazioni intorno ai codici deontologici il caso italiano è peculiare: un legge di riforma della materia del pubblico impiego (l. 29 del 1993, art. 58-bis) ha imposto l'adozione di codici di comportamento per tutti i settori della pubblica amministrazione; per ciò che concerne i magistrati, ha demandato alle associazioni rappresentative (per i giudici ordinari, l'ANM) l'elaborazione di ciò che viene espressamente definito "codice etico".
A prescindere dalla circostanza che appare quanto meno curioso che una legge dello Stato si occupi di etica, l'ANM ha avanzato più di un dubbio in merito alla validità della previsione, la principale delle quali concernente la riserva assoluta di legge per tutto ciò che riguarda la magistratura (art. 108 Cost.).
Tuttavia, pur esplicitando questi dubbi nel preambolo del testo, nel 1994 la ANM ha adempiuto al mandato legislativo. Nello stesso preambolo si trova l'avvertenza secondo cui le regole contenute nel codice etico "sono indicazioni di principio senza effetto giuridico, che vanno considerate diversamente dalle regole giuridiche che riguardano violazioni disciplinari".

7.2. - Ci permettiamo di rimandare alla lettura del testo allegato (all. 2) per la conoscenza delle regole contenute in questo testo; in questa sede si può osservare come alcune delle norme sono molto aderenti all'attualità o alla storia italiane (come la dettagliata prescrizione in tema di rapporti con la stampa, argomento molto dibattuto a tutti i livelli specialmente dopo i procedimenti di Mani pulite; o la regola in tema di "associazioni che richiedano un voto di lealtà ", direttamente connessa al problema della massoneria); altre si riferiscono a problemi organizzativi impensabili nei sistemi di common law (come l'art. 14 in tema di comportamento dei capi degli uffici, incarico molto meno prestigioso nei tribunali di common law di quanto non lo sia nei tribunali "professionali" di modello europeo continentale).

7.3. - Quello che si può notare come sostanziale differenza tra questo codice e molti degli esempi sopra citati è la totale assenza di riferimenti alla vita privata del magistrato. Non possiamo che dichiararci d'accordo: secondo le premesse del discorso e tenendo a mente che un codice deontologico deve indicare comportamenti adeguati allo svolgimento di compiti professionali, si vede come la vita privata non abbia nulla a che vedere con tale finalità . Osservati da questo punto di vista, i codici di tradizione nordamericana sembrano molto più "codici di comportamento" che descrivono le regole per mantenere un'apparenza (globale) dell'uomo-magistrato in accordo con un preciso modello.


8. Statuto dei Giudici Iberoamericani

8.1. - Questo documento è stato approvato dalla VI Conferenza Iberoamericana dei Presidenti delle Corti e Tribunali Supremi di Giustizia, tenuta alle Canarie nel maggio 2001. Il documento è molto ampio e comprende molte materie che sono riservate alle norme ordinamentali o amministrative di ciascuno Paese (arruolamento, responsabilità , valutazione, formazione, remunerazione, sicurezza sociale); altre si riferiscono più propriamente ad uno statuto del giudice (imparzialità , indipendenza, diritto di associazione professionale).

8.2. - Nella parte IV, lett. H), lo Statuto si occupa specificamente di etica giudiziale, con l'intento di incorporare "i valori più strettamente vincolati all'esercizio della funzione giurisdizionale, senza riferimento al comportamento privato dei giudici o a concrete regole di condotta che … dovrebbero essere garantite dalla corretta regolazione del regime disciplinario a livello nazionale" [trad. nostra].
Tuttavia, nonostante questa premessa lo Statuto detta norme quali: giusto processo (art. 41); limitazione ai mezzi previsti nell'ordinamento per l'accertamento della verità (art. 42); obbligo di motivazione delle decisioni giudiziali (art. 43); ragionevole durata dei procedimenti (art. 44); giudizio secondo equità (art. 45) che secondo noi hanno poco a che vedere con l'etica o la deontologia e molto, per contro, con i fondamenti del diritto processuale. Più coerente con le premesse teoriche sopra esposte appaiono regole quali: obbligo di servizio e rispetto per le parti (art. 39); obbligo di indipendenza (art. 40); obbligo di segretezza sugli atti d'ufficio (art. 46).
Pare appena il caso di osservare come le origini del documento (conferenza dei vertici dei tribunali superiori, privi di qualunque legittimazione democratica) limitino la sua rilevanza, sulla scorta di quanto affermato più sopra, a quella di base per una futura discussione interna alle associazioni nazionali dei magistrati.


9. - Conclusioni

9.1. - Sarebbe disonesto negare che il concetto stesso di codice etico o deontologico evoca contesti storici più o meno recenti nei quali questi erano strumenti la cui unica finalità era il controllo e il dominio sulla libertà dei magistrati.
Crediamo, forse ingenuamente, che le avvertenze con le quali abbiamo esordito possano minimizzare questo rischio.
Ciò che sappiamo è che oggigiorno in tutto il mondo la discussione sui "codici etici" è in atto e il tema si sviluppa tumultuosamente.
E' dunque questo il momento di contribuire alla discussione apportando la nostra storia, la nostra cultura ed i nostri valori onde evitare che il risultato dell'elaborazione sia incompatibile con ciò che crediamo essere la nostra comune concezione del concetto di "essere magistrati".

9.2. - Immaginiamo altresì che molto di ciò che abbiamo detto faccia pensare ad un'elucubrazione oziosa nata in seno a magistrature che non hanno problemi più urgenti da affrontare. Forse è così; tuttavia, ci sia permesso osservare come per noi magistrati italiani, che stiamo vivendo il pericolo attuale e concreto del crollo di tutti i principi cardine che hanno tutelato la giurisdizione dopo la sconfitta del fascismo (servendo - lo diciamo con orgoglio - da esempio per tutti), un codice deontologico e la riflessione su ciò che costituisce l'essenza della nostra professione costituisce uno strumento culturale prezioso per non perdere di vista le ragioni della nostra opposizione salda ai progetti infausti e miopi di una certa politica, che sfortunatamente è una piaga non solo italiana; anche se, evidentemente, la nostra situazione presenta peculiarità irripetibili.

9.3. - In conclusione, la lettura dei numerosi documenti che si occupano di etica giudiziaria conduce all'identificazione di alcuni valori comuni e tradizionali: onestà , integrità , indipendenza, competenza, prudenza, senso di responsabilità , sobrietà , rispetto per le parti e trattamento equanime di tutti i partecipanti al processo, ecc.
Tuttavia, questi valori tradizionali sembrano mutare forma e contenuto alla luce della mutazione della funzione giurisdizionale nella società contemporanea. La funzione mitica, cerimoniale o religiosa del giudizio è sparita da tempo: viaggiamo verso una figura di giudice come "architetto sociale" incaricato di colmare, nel dovuto rispetto della legge, lo spazio vuoto tra norma astratta e vita reale.
I doveri di onestà , integrità , imparzialità non possono essere concepiti astrattamente, ma devono essere osservati attraverso il filtro costituito dall'oggetto concreto dell'attività giudiziale: è a dire che devono portare ad un atteggiamento etico, uno stile, una propensione del magistrato a cercare la "decisione giusta" per la soddisfazione delle necessità e degli interessi di un "uomo antropologico" e non di un "uomo astratto".
Per questo, il dovere di competenza in particolare deve essere ampliato dal suo tradizionale contenuto tecnico-giuridico sino ad abbracciare la comprensione della complessità della vita moderna, utilizzando "saperi diversi" è cooperazione esterna in una visione della giustizia sempre più interdisciplinare ed interistituzionale.
Anche l'indipendenza non può limitarsi a significare rifugio in una torre d'avorio alla ricerca di princìpi astratti ed asettici: deve, al contrario, indicare la capacità (e a volte il coraggio) di applicare una soluzione giusta difendendo la giurisdizione dalle influenze non solo politiche ma anche degli altri "poteri forti" che si manifestano in forme ancor più proterve ed opache.
Solo se si pone al centro della giurisdizione la protezione degli interessi dell'Uomo e si affronta la realtà con atteggiamento aperto alla multiformità dell'esistente si può sperare che la magistratura possa svolgere il ruolo che le compete nei tempi mutevoli a venire, contribuendo, nel pieno rispetto della tripartizione dei poteri, al "governo del cambiamento".

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